{"id":1672,"date":"2008-10-01T12:00:00","date_gmt":"2008-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1672"},"modified":"2026-04-12T22:28:26","modified_gmt":"2026-04-12T20:28:26","slug":"donne-in-rapporto-alla-cultura-della-pace-e-della-sicurezza","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2008\/ottobre\/donne-in-rapporto-alla-cultura-della-pace-e-della-sicurezza\/","title":{"rendered":"Donne in rapporto alla cultura della pace e della sicurezza"},"content":{"rendered":"<p>Non c\u2019\u00e8 un solo paese al mondo che sia libero dalla violenza verso le donne: essa \u00e8 spesso condotta in maniera sistematica, pervasiva, anche invisibile; una violenza di natura fisica, psicologica, economica; spesso nei conflitti diventa anche un\u2019arma per colpire una comunit\u00e0. Come sostiene l\u2019agenzia dell\u2019ONU per la promozione di genere<sup>1<\/sup>, le donne sono una parte attiva nei conflitti, combattono accanto agli uomini, sopravvivono al terrore o ai campi di rifugiati, sono oggetto di abusi di ogni genere, perpetrati persino dai membri dei settori di sicurezza o dai peacekeepers. Eppure anche quando i conflitti cessano, raramente sentiamo la loro voce!<\/p>\n<p>Nell\u2019anno 2000 il Consiglio di Sicurezza dell\u2019ONU ha emanato una risoluzione<sup>2<\/sup>, il cui tema \u00e8 Donne, Pace e Sicurezza, adottata il 31 Ottobre 2001. Nelle intenzioni essa rappresenta una promessa importante alle donne di tutto il mondo: riafferma l\u2019importanza del loro ruolo nella prevenzione e risoluzione dei conflitti e nei processi di costruzione della pace; stressa l\u2019importanza della loro piena partecipazione e uguale coinvolgimento negli sforzi di costruzione di un modello di sicurezza inclusivo; e pone l\u2019accento sul bisogno di dare spazi e ruoli alle donne nel decision-making, considerando la loro attiva presenza e contribuzione come parte della soluzione ai problemi che la sicurezza solleva. \u00c8 la promessa di credere che esse dovrebbero mediare nei conflitti accanto ed insieme agli uomini. La pace, il modo in cui si costruisce e si rafforza, sono un affare che riguarda tutti, anche le donne.<\/p>\n<p>L\u2019enfasi posta dalla risoluzione sulla genderizzazione della pace e della sicurezza rappresenta una prospettiva che oltrepassa la semplice dichiarazione di principio. Essa \u201cpretende\u201d il riconoscimento di un\u2019urgente prospettiva gender nei processi di peace-keeping e peace-building; si radica nell\u2019idea che la sicurezza \u00e8 un bene, che pu\u00f2 essere usufruito solo \u201cin comune\u201d da tutti, ma non in maniera indistinta e neutrale: fino ad oggi le donne sono state sistematicamente messe da parte nella creazione e sviluppo dei sistemi di sicurezza; continuano ad essere percepite come vittime, pi\u00f9 che come attori del sistema. Non solo le politiche che le riguardano sono sempre state marginali e secondarie, ma la loro stessa partecipazione alla strutturazione del contesto di sicurezza \u00e8 stata minimale, anzi passiva. \u00c8 l\u2019Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) ad affermare che le cattive politiche, la giustizia ed i sistemi penali deboli, la corruzione tra militari comportano per le donne una sofferenza sproporzionata a causa della violenza nei loro confronti, dell\u2019insicurezza e della paura. Per loro c\u2019\u00e8 una minore probabilit\u00e0 di accedere a servizi governativi, di investire nel proprio futuro e fuggire dalla povert\u00e0, perch\u00e9 soggetti vulnerabili<sup>3<\/sup>. Ne consegue che \u00e8 un loro diritto far sentire la loro voce.<\/p>\n<p>Pur essendo pochi i dati su risultati positivi, derivanti dalla loro inclusione nei processi di pace e nelle negoziazioni, alcuniricercatori<sup>4<\/sup>\u00a0sostengono che le donne abbiano una capacit\u00e0 di comprensione pi\u00f9 profonda delle radici dei conflitti; che abbiano una visione olistica nell\u2019approccio ai problemi; che siano motivate dal sogno di un futuro migliore per s\u00e9 stesse e per i loro figli e siano focalizzate su aspetti molto concreti e pratici, legati alla qualit\u00e0 della vita ed alla sicurezza, pi\u00f9 che sul controllo del potere politico; che riconoscano e affrontino con coraggio la marginalizzazione e gli abusi; che diano importanza alle relazioni positive nelle negoziazioni, portando in gioco la loro identit\u00e0 personale, pi\u00f9 che la funzione cui si collegano<sup>5<\/sup>.<\/p>\n<p>La risoluzione 1325 ha obiettivi strategici chiari: il primo \u00e8 rendere consapevoli tutti che la sicurezza e l\u2019insicurezza hanno un\u2019influenza diversa sugli uomini e sulle donne, a causa della diversit\u00e0 di \u201cruoli\u201dsociali; questa diversit\u00e0 diventa pi\u00f9 marcata nei conflitti, dove aumentano le probabilit\u00e0 di violenze, torture, lavoro forzato, traffici illegali; ma anche nei percorsi di riappacificazione e ricostruzione di societ\u00e0 in transito alla democrazia, dove le istituzioni sono ancora deboli; il secondo obiettivo \u00e8 la necessit\u00e0 di una volont\u00e0 politica concertata che porti alla creazione di piani d\u2019azione, comprensivi di aspetti importanti anche per le donne, per il peso che esse hanno all\u2019interno della comunit\u00e0; il terzo \u00e8 la necessit\u00e0 di creare \u201cgood practices\u201d nel campo della partecipazione; l\u2019ultimo \u00e8 quello di servire come piattaforma nei processi di creazione e costruzione di capacit\u00e0<sup>6<\/sup>.<\/p>\n<p>Il punto di partenza \u00e8 la comprensione del termine gender, che \u00e8 un termine<em>\u00a0relazionale<\/em>: esso riflette non solo una differenza sul piano puramente biologico \u2013 sessuale, piuttosto implica aspettative sulla vita, lavoro, scelte per un uomo o una donna, in base a cosa sia culturalmente appropriato; \u00e8 una costruzione sociale, in cui donne e uomini hanno ruolo, poteri e rapporti di interazione, acquisiti su identit\u00e0 trasmesse e fatte proprie; attiene alla valutazione di come uomo e donna si rapportano tra loro, grazie alle caratteristiche associate alla mascolinit\u00e0 ed alla femminilit\u00e0. Tuttavia a tali aspetti si da una connotazione di \u201cnaturalit\u00e0\u201d<sup>7<\/sup>. L\u2019errore sta nel confondere il termine gender con il termine donna; esso ha, invece, attinenza con la modalit\u00e0 di relazione. Il\u00a0<em>gender mainstreaming<\/em>, che \u00e8 il processo di affermare le implicazioni, per uomini e donne, di azioni pianificate a livello legislativo, politico o programmatico, rappresenta il piano di lavoro per dare risalto a queste differenze di identit\u00e0 sul piano sociale; ed ha come obiettivo la partecipazione di tutti gli attori nella definizione del sistema sociale.<\/p>\n<p>Questo compito \u00e8 importante perch\u00e9, fino ad oggi, gli aspetti conflittuali, a livello nazionale ed internazionale, sono stati risolti con l\u2019istituzione di meccanismi, che di norma riflettono le differenze di ruolo e di potere, pi\u00f9 che le cause stesse dell\u2019insicurezza. La cultura predominante maschile ha modellato il panorama della sicurezza, con la conseguenza che essa \u00e8 monopolio di coloro che si ritengono gli unici attori ed i soli possibili mediatori delle situazioni di crisi. Questo tipo di concezione a senso unico non solo \u00e8 stata spesso causa di problemi nei conflitti in genere, ma ha prodotto problemi anche nelle operazioni di peacekeeping. In Somalia soldati, addestrati ad una cultura militare tipicamente guerriera, sono stati assegnati ad operazioni nelle quali le regole d\u2019ingaggio non prevedevano che si combattesse<sup>8<\/sup>, in contesti di grande rischio, sofferenza ed instabilit\u00e0. Nella maggior parte delle organizzazioni militari, gli stereotipi maschili sono accentuati e con gradi diversi. La conseguenza di training inappropriati o inadeguati \u00e8 che le popolazioni locali percepiscono i comportamenti dei militari peacekeepers come provocazione, pi\u00f9 che come pacificazione, vanificando anche l\u2019efficacia delle operazioni in molti casi<sup>9<\/sup>. Vari studi hanno analizzato l\u2019impatto dei conflitti armati sulle donne, ma poche ricerche hanno valutato se la loro presenza, oltre ad un\u2019adeguata formazione in campo gender dei militari nelle operazioni di pace e di supporto, possa avere un impatto sull\u2019attitudine di coloro che compongono i contingenti, oltre che ad aiutare a modificare la percezione locale. L\u2019analisi gender ha prodotto l\u2019effetto di evidenziare aspetti, fino ad ora ignorati o trascurati.<\/p>\n<p>La risoluzione 1325, con occhio critico, apre uno spiraglio su questa nuova percezione. Mette in luce ci\u00f2 che \u00e8 stato trascurato: la differenza che le donne potrebbero fare, se la dominanza maschile nell\u2019industria del peace keeping fosse sfidata. L\u2019inclusione delle donne non \u00e8 esclusivamente a beneficio delle stesse; il contributo che esse portano \u00e8 altrettanto interessante per tutta la collettivit\u00e0, perch\u00e9 nella trasformazione delle attitudini e pratiche, di strutture e competenze generali si gettano le fondamenta di un possibile cambio, a livello locale e globale, nel tentativo di costruire una pace permanente. Fa effetto la frase pronunciata dal Presidente del Ruanda, Paul Kagame: \u201cDopo il genocidio, le donne si sono rimboccate le maniche e hanno rimesso in moto la societ\u00e0\u201d. Le donne sono l\u2019anima e il motore di una comunit\u00e0, hanno il polso delle emozioni del gruppo. Il modo in cui vedono le cose \u00e8 determinante, perch\u00e9 sono nella posizione di dare informazioni essenziali sui processi pi\u00f9 che sui risultati, di mobilizzare la comunit\u00e0 quando \u00e8 l\u2019ora della riconciliazione, di trovare le energie che risanano le ferite dei conflitti; una donna ci pensa bene prima di mandare un figlio o un marito a morire in guerra. Spesso questo approccio \u00e8 dettato pi\u00f9 da un sentire che dall\u2019applicazione di un procedimento sistematico, una sorta di metodologia appresa di non violenza, sperimentata con tecniche diverse, che le donne vedono come contromisura ad una fallita politica della violenza<sup>10<\/sup>. Ci sono in ballo processi psicologici, pi\u00f9 che risultati dovuti a piani strategici. La pace e la sicurezza sono anche compito loro. Il problema sembra essere proprio il modo in cui esse vedono le cose e l\u2019analisi gender lo dimostra.<\/p>\n<p>Molti ordinamenti moderni prevedono, almeno in linea di principio, l\u2019uguaglianza formale tra uomini e donne; ma questo riconoscimento pu\u00f2 essere una maschera di neutralit\u00e0 che nasconde una problematica. Il richiamo della legge all\u2019uguaglianza dei sessi copre i ruoli differenziati del sociale, e questo avviene ancor di pi\u00f9 nelle situazioni di crisi e di conflitto<sup>11<\/sup>. L\u2019obiettivo, cui tende la legge \u00e8 svilito, perch\u00e9 al linguaggio formale non corrisponde la sostanza della realt\u00e0. Ad un sociale differenziato non pu\u00f2 bastare un modello unico di riferimento, un\u2019unica cultura della pace o di sicurezza; cos\u00ec non c\u2019\u00e8 vera uguaglianza e partecipazione.<\/p>\n<p>La ricerca nel campo gender \u00e8 stata lo stimolo per discorsi alternativi nel campo della sicurezza, che diano spazio ad una visione olistica, comprensiva anche della visione che le donne ne hanno. Non nasce solo dal bisogno di un efficace strumento di applicazione di politiche sociali, che riconoscano effettiva dignit\u00e0 alle donne, ma dalla consapevolezza della necessit\u00e0 di cambiare il concetto di sicurezza, cos\u00ec com\u2019\u00e8 stato fino ad ora genericamente prospettata, per arrivare a concepirne una nuova, pi\u00f9 ampia, di natura inclusiva. Devono esistere possibilit\u00e0 per trasformare la retorica dell\u2019uguaglianza formale in prassi e questo avviene anche consentendo alle donne di ideare e partecipare con meccanismi propri, originali, non copiati dai modelli maschili della politica.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un legame stretto fra inclusivit\u00e0, democrazia, diritti umani e sicurezza. Nel documento UNDP del 1994<sup>12<\/sup>\u00a0si fa riferimento ad un concetto pi\u00f9 ampio di sicurezza, definita umana<sup>13<\/sup>, la quale raggruppa in s\u00e9, quella economica, incluso accesso alle fonti di sostentamento, quella riguardante la salute, l\u2019ambiente, la sicurezza personale e della comunit\u00e0, e la sicurezza politica; nel definirne i parametri, specialmente nelle societ\u00e0 che devono superare la cultura della violenza e della militarizzazione in seguito ad un conflitto, tutti gli attori\/fruitori della sicurezza ed il modo in cui li si include nel processo sono importanti: la partecipazione di tutti gli stakeholders evita il rischio di accentrare nelle mani di poche elite la definizione dei rischi posti alla sicurezza, dando la possibilit\u00e0 di sviluppare un dialogo multi-dimensionale, con una visione che vada aldil\u00e0 del solo focus politico e militare.<\/p>\n<p>Il primo passo \u00e8 intendere che la sicurezza umana \u00e8 il complemento della struttura dei diritti umani; deve anch\u2019essa delinearsi come sicurezza inclusiva, tale da riferirsi a tutti i soggetti cui \u00e8 diretta. L\u2019impianto dei diritti umani fa da sostegno al concetto di sicurezza inclusiva, dando un ruolo importante al diritto internazionale umanitario<sup>14<\/sup>. Quando dei soggetti non sono \u201cspecificamente\u201d protetti dal diritto internazionale umanitario significa che s\u2019insiste solo su un concetto di sicurezza che d\u00e0 priorit\u00e0 alla sicurezza nazionale o a quella genericamente intesa come stato-centrica, ma non a quella inclusiva, fondata sulla persona. L\u2019inclusivit\u00e0 della sicurezza \u00e8 solo un aspetto della democrazia inclusiva, la sola che ha come vocazione naturale quella di dare uno spazio maggiore ai diritti umani.<\/p>\n<p>Questo allargamento di prospettiva nel campo dei diritti, \u00e8 il risultato di un lungo lavoro storico sui diritti delle donne, la parte, pi\u00f9 sofferta potremmo dire, del lavoro sui diritti umani in genere. Una breve scorsa al fenomeno \u00e8 interessante ai fini dell\u2019analisi in corso.<\/p>\n<p>Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell\u2019Uomo solo in maniera implicita si allude alla violazione dei diritti delle donne, perch\u00e9 spesso tali violazioni si manifestano in una sfera strettamente privata e della famiglia, nella forma di violenza fisica o abuso sessuale. Per lungo tempo, sulla convinzione che il diritto internazionale dovesse maggiormente focalizzarsi sulla sfera pubblica, particolarmente in rapporto ai diritti civili e politici, la lotta per i diritti umani, invece, \u00e8 stata \u201cgender neutral\u201d; non ha tenuto conto della voce delle donne<sup>15<\/sup>.<\/p>\n<p>A partire dal 1948, sull\u2019onda della creazione di una serie di strumenti legali di tutela dei diritti umani, \u00e8 nata la Convenzione sull\u2019eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW), ratificata ad oggi da oltre 177 paesi; essa rappresenta il primo strumento internazionale legalmente vincolante che vieta la discriminazione contro le donne; obbliga anche i governi a pianificare dei passaggi legislativi per la sviluppo dell\u2019uguaglianza di genere; inoltre ha previsto l\u2019incorporazione nei loro sistemi istituzionali ed un monitoraggio degli sforzi nazionali.<\/p>\n<p>Il 1975 \u00e8 stato l\u2019anno internazionale della donna ed ha coinciso con la prima conferenza mondiale sulle donne in Messico, i cui temi fondamentali sono stati tre: eliminazione di ogni discriminazione di sesso; integrazione e completa partecipazione delle donne allo sviluppo; contributo delle donne alla promozione della pace.<\/p>\n<p>Nel 1995 la Beijing Platform for Action (BFPA), emersa dal quadro della quarta conferenza mondiale sulle donne in Cina, \u00e8 stata la pietra miliare per il riconoscimento internazionale e l\u2019ampliamento dei principi base gi\u00e0 elaborati in Messico. Proprio in tale piattaforma la questione dell\u2019impatto dei conflitti armati sulle donne si \u00e8 presentato come un problema pressante, che richiedeva specifica e urgente attenzione. Con la Risoluzione 1325 \u00e8 avvenuto il primo riconoscimento \u201cformale\u201d della necessit\u00e0 di un collegamento dal piano nazionale a quello internazionale in campo gender; e della necessaria inclusione \u201csistemica\u201d delle donne nei processi di pace e sicurezza.<\/p>\n<p>Nel Novembre del 2000 anche il Parlamento Europeo adotta una sua risoluzione &#8211; EP Resolution 2000\/2025 (INI). Con essa legittima la piena partecipazione delle donne ad un ruolo attivo nella comunit\u00e0 internazionale e nei processi di negoziazione. \u00c8 interessante notare che qui il gender mainstreaming \u00e8 considerato dalla risoluzione come vitale, non opzionale o secondario. Significa che se \u00e8 vitale al processo di creazione della pace, la sua mancanza va ad incidere sull\u2019efficacia e la riuscita delle operazioni inerenti alla sicurezza, della creazione della pace e dello sviluppo sostenibile: in altre parole, \u00e8 un dato essenziale.<\/p>\n<p>Nonostante il lavoro enorme prodotto a livello di convenzioni internazionali, di regolamenti delle organizzazioni non governative, di legislazioni nazionali, di rapporti, resoconti, linee guida, che avrebbero potuto e dovuto essere la pista di lancio di un\u2019azione globale, il passaggio dal piano formale al piano sostanziale dei diritti in campo gender incontra enormi ostacoli all\u2019inclusione delle donne.<\/p>\n<p>Il ruolo cruciale che pu\u00f2 svolgere l\u2019implementazione della legislazione sulle donne ed il gender mainstreaming in questo campo \u00e8 di trasformare l\u2019interpretazione dei termini conflitto, sicurezza, pace: riconoscendo che il conflitto \u00e8 espressione naturale di differenze sociali e della perenne sfida dell\u2019umanit\u00e0 all\u2019autodeterminazione, si riconosce che una delle vie per sradicare la violenza dalla vita sociale, ed in particolare da quella delle donne, \u00e8 la gestione efficace degli interessi di tutti; come necessario corollario, il gender mainstreaming fa s\u00ec che non solo vi siano politiche che contemplino soluzioni ai problemi del mondo femminile, ma che siano le donne stesse ad avere un peso politico ed economico maggiore nell\u2019ideazione e applicazione di meccanismi partecipativi e risolutivi.<\/p>\n<p>Un aspetto critico \u00e8 che il discorso gender si collega erroneamente al modello del femminismo, che punta su un\u2019idea distorta di competizione tra uomo e donna. Due aspetti dell\u2019analisi sono importanti: l\u2019identit\u00e0 individuale, vale a dire, il modo in cui nella cultura si continua a percepire ci\u00f2 che significa essere \u201cmaschile\u201d e \u201cfemminile\u201d; e le strutture di potere. Dando a questi due aspetti la connotazione di \u201cnaturale\u201d, pi\u00f9 che di \u201csociale\u201d, cio\u00e8 di costruito, si continua a ritenere che chi possiede un corpo femminile debba essere debole, irrazionale, passivo, emotivo e bisognevole di protezione, incapace di efficace azione e partecipazione politica. All\u2019opposto, per il maschile gli aggettivi che lo identificano sono forza, coraggio, concreto, dominante, razionale, pensiero, ecc. Il gender diventa cos\u00ec un codice simbolico, che permea tutti gli aspetti ed idee della politica, sicurezza, relazioni internazionali, ecc. La conseguenza \u00e8 che non solo modella il modo in cui percepiamo il rapporto uomo \u2013 donna e le loro identit\u00e0, ma anche il mondo e le sue connotazioni.<\/p>\n<p>L\u2019importanza simbolica del gender affiora in specifici contesti, dove si vede un rapporto evidente tra un certo attivismo a favore della guerra, della corsa alle nuove e potenti tecnologie sugli armamenti, di un modello di politica aggressiva in risposta a questioni poste dalla paura verso il terrorismo, la globalizzazione, l\u2019ecologia, le povert\u00e0; questi sono i tratti tipici di un certo tipo di mascolinit\u00e0 eroica, rispetto ad una visione di pace vista come valore relativo, emotivo, irrealistico, passivo e tutto sommato indesiderabile<sup>16<\/sup>. L\u2019associazione simbolica con la mascolinit\u00e0 ha prodotto fino ad ora i suoi effetti visibili nel campo della politica e delle relazioni internazionali, dove spesso si usa il termine realismo politico, per dare fondamento a certe pratiche. La mancanza di una di un\u2019analisi gender ed i tentativi di produrre cambiamenti della realt\u00e0, pertanto, sono stati incompleti ed inadeguati.<\/p>\n<p>La conseguenza \u00e8 che in questa situazione, il gender mainstreaming non \u00e8 percepito come una questione di legittima ed essenziale considerazione; \u00e8 secondario rispetto ad altri temi come sicurezza dello stato, stabilit\u00e0, ordine mondiale, sviluppo economico; ma il fatto \u00e8 che se si omette di vedere il codice simbolico che soggiace a tutto questo, non si fanno i conti con l\u2019incapacit\u00e0 di dare risposte politiche definitive, certe. Il discorso gender non \u00e8 marginale, come fanno capire la Risoluzione 1325 e le altre convenzioni, ma essenziale; esso rende manifesto il modo cui si vede e si costruisce la realt\u00e0, evidenziando che non \u00e8 del tutto \u201cnaturale\u201d il modo in cui le questioni politiche vengono pensate e rappresentate; non \u00e8 del tutto \u201cnaturale\u201d un certo tipo di leadership politica; il discorso non \u00e8 solo riferibile ad una maggiore protezione delle donne, alle quote a disposizione, all\u2019empowerment, non si tratta di femminismo. Si tratta di capire che il gender mainstreaming \u00e8 capace di prospettare alternative alla cultura attuale della sicurezza. La mascolinit\u00e0 politica distorce e limita i processi politici e di sicurezza. Il linguaggio di tutte le convenzioni internazionali sulla questione gender pu\u00f2 favorire il dibattito sulla cultura dominante: se non produce un risultato diverso per lo scarso impegno di tutti gli stakeholders, \u00e8 destinato a rimanere un linguaggio formale, vuoto di sostanza; peggio, la sicurezza sar\u00e0 sempre illusoria.<\/p>\n<p>La conseguenza di questo tipo di approccio \u00e8 che anche nell\u2019agenda dei paesi uscenti da conflitti i settori militari, di polizia, dei servizi segreti e dell\u2019intelligence continuano ad avere ruolo e forza superiori alla legge, invece di servire la popolazione. Il Security Sector Reform (SSR), fondamentale per la stabilizzazione e la costruzione delle nuove democrazie, deve aiutare la smilitarizzazione di questi contesti. Nel qual caso risulta essenziale il ruolo dei civili, in particolare delle donne, nelle questioni e soluzioni, nella trasformazione delle istituzioni<sup>17<\/sup>. E risulta essenziale il gender mainstreaming. L\u2019OECD sostiene in maniera chiara che la sicurezza \u00e8 un fattore fondamentale nel ridurre la povert\u00e0, proteggere i diritti umani, incrementare la stabilit\u00e0 degli stati, consentire l\u2019integrazione di comunit\u00e0 multi-etniche, perch\u00e9 ha a che fare col benessere delle persone e la libert\u00e0 di una nazione e dei suoi concittadini dalla paura. In rapporto a questi bisogni, i governi devono aumentare le capacit\u00e0 di sicurezza \u201cdall\u2019interno\u201d delle loro societ\u00e0, in modo coerente con i principi democratici e con norme di buona governance, di trasparenza e di legalit\u00e0<sup>18<\/sup>. Ma questo \u00e8 proprio un invito ad andare aldil\u00e0 della tradizionale concezione di sicurezza basata meramente su intelligence, difesa e politica. La sfida principale del Security Sector Reform \u00e8 sviluppare un modello coerente, che riduca i rischi di uno stato debole ed il cui fallimento porterebbe ad incrementare la cultura della violenza e del disordine. Il tentativo di produrre un cambio dal modello di sicurezza stato-centrica e militare ad uno maggiormente incentrato su quella umana ha potenzialit\u00e0 enormi di produrre risultati, perch\u00e9 parla alla societ\u00e0 civile ed a tutti i suoi membri. La sfida che l\u2019OECD ha messo in rilievo \u00e8 che sia necessario arrivare ad una comprensione \u201ccondivisa\u201d degli aspetti attinenti i temi della pace e della sicurezza; e su questo deve impegnarsi il settore sicurezza, lavorando con tutti gli stakeholders. L\u2019obiettivo \u00e8 possibile solo se anche l\u2019analisi gender diventa parte integrante di questo processo.<\/p>\n<p>L\u2019individuazione degli stakeholders \u00e8 il primo compito, per poter integrare la visione di tutti ed elaborare insieme politiche che non entrino in contraddizione e che non aggravino i problemi. Escludere uno degli attori principali equivale a fallire negli obiettivi di pace sostenibile. Nei piani, elaborati in accordi ufficiali di pace, per i paesi in transizione alla democrazia, il ruolo dei militari \u00e8 superiore a quello della legge; in questo caso, molto probabilmente, ci sar\u00e0 una resistenza al cambiamento, all\u2019inclusione; solo marginalmente il discorso gender vedr\u00e0 un riconoscimento. Considerare parte integrante degli accordi di pace una prospettiva gender faciliterebbe i processi di transizione alla democrazia<sup>19<\/sup>.<\/p>\n<p>A questo scopo, il terzo obiettivo posto dalla RSC 1325 riguarda le \u201cbest practices\u201d. La valutazione della funzionalit\u00e0 dei modelli rappresenta un punto di forza a favore dell\u2019inclusione, la quale deve sempre avvenire tenendo conto degli aspetti culturali di riferimento. In molti conflitti, le donne sono state attiviste dei movimenti di liberazione nazionale, con competenze e conoscenze facilmente fruibili, in seguito alla pacificazione, dalle istituzioni di sicurezza. In Sudafrica, le donne parlamentari sono state capaci di promuovere partecipazione pubblica nei processi di riforma riguardanti nuove politiche. Hanno saputo lottare per maggiore trasparenza e dibattito pubblico, quando si \u00e8 trattato di votare su accordi sulle armi<sup>20<\/sup>. L\u2019UNIFEM ha sponsorizzato gruppi di donne in Bosnia Erzegovina per la conduzione di training per leaders, rendendo queste unit\u00e0 pi\u00f9 efficaci ad implementare la sicurezza all\u2019interno della comunit\u00e0. Queste esperienze, e decine di altre ancora, costituiscono una ricchezza immensa da utilizzare per favorire un\u2019affermazione del principio che l\u2019inclusivit\u00e0 pu\u00f2 contribuire a risultati migliori. Evidenziare quanto sia illusorio tentare di costruire pace e sicurezza in un\u2019arena politica, dove si tace la predominanza di una cultura gender egemonica, mascolina, stato \u2013 centrica, non \u00e8 una misura di efficacia operativa. L\u2019inclusivit\u00e0 non \u00e8 un\u2019opzione o uno dei tanti modelli, di quelli definiti \u201csoft\u201d.<\/p>\n<p>La necessit\u00e0 di strategie e di un\u2019agenda comune, che puntino alla capacitazione, sia delle donne che degli uomini, \u00e8 sicuramente uno degli obiettivi fondamentali. Avere, ad esempio, uomini esperti nel gender porterebbe maggiore credibilit\u00e0, forza e risorse in questo settore. Lavorare con gli uomini li include nella soluzione del problema, pi\u00f9 che considerarli semplicemente causa. Defocalizza l\u2019attenzione dalla prospettiva binaria del gender, cio\u00e8 maschile\/attivo, femminile\/passivo<sup>21<\/sup>\u00a0ed aiutare a studiare le connessioni politiche.<\/p>\n<p>Una progettualit\u00e0 educativa \u00e8 sicuramente necessaria, ma anche un\u2019attenta attivit\u00e0 di monitoraggio, laddove si sperimenta il gender mainstreaming e si lavora sull\u2019inclusione. Lo sviluppo di indicatori validi di riferimento non \u00e8 un compito facile. A mano a mano che questo processo entra di diritto nell\u2019agenda della sicurezza e della pace, si nota che aldil\u00e0 della mancanza di fondi o di volont\u00e0 politica presenti nelle diverse organizzazioni, ci\u00f2 che pi\u00f9 incide \u00e8 il carente monitoraggio e la scarsa valutazione dei risultati, cos\u00ec come la loro influenza sull\u2019ambiente. C\u2019\u00e8 bisogno di obiettivi concreti, un quadro di riferimento e indicatori operativi precisi nel gender mainstreaming, che diano risalto a tutto il lavoro che si sta facendo. Il monitoraggio\u00a0varier\u00e0 a seconda che si valutino i risultati dal punto di vista del successo nell\u2019integrare le donne nei settori della sicurezza, come nel caso in cui ci siano aumenti nelle quote femminili, livelli salariali comparabili a quelli degli uomini, migliori condizioni di lavoro e di vita, attenzione alle politiche gender, oppure si valutino i dati dei cambiamenti per l\u2019influenza che l\u2019inclusione ha avuto sul sistema nel complesso. L\u2019investimento in questo settore cresce nella misura in cui valutazioni positive dimostrano che risultati ce ne sono e sono suscettibili di ulteriore miglioramento<sup>22<\/sup>. La comunit\u00e0 gender si muove nel tracciato aperto dalla Risoluzione 1325, con grande fermento e speranza. Il mandato dell\u2019inclusione delle donne nella politica e nella sicurezza attende ancora piena attuazione.<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Informazioni reperite al sito\u00a0<a href=\"http:\/\/un-instraw.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.un-instraw.org<\/a>\u00a0alla sezione Gender, Peace and Security aggiornato al 30 Maggio 2007<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0United Nations Security Council Resolution 1325 on Women, Peace and Security adopted on 31 October 2000 reperibile su\u00a0<a href=\"http:\/\/un-instraw.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.un-instraw.org<\/a>.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>\u00a0OECD Handbook on SSR: Supporting, Security &amp; Justice reperibile al sito\u00a0<a href=\"http:\/\/www.oecd.org\/dac\/conflict\/ssr\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.oecd.org\/dac\/conflict\/ssr<\/a>.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0Judy El Bushra, \u201cConflict and Peace: Women\u2019s Perspectives\u201d, in \u201cWomen Building Peace: Sharing Know-How Workshop\u201d, rapporto del seminario del Novembre 2002 tenuto ad Oxford, UK da International Alert su www.internationalalert.org. Il seminario riuniva donne dal Burundi, Uganda, Sudan, DRC, Nigeria, Sierra Leone, Nepal, Sri Lanka, Colombia, Bouganville e Caucaso. Il rapporto si focalizza sulla prospettiva femminile del peace-building e nel dare una prospettiva gender dei conflitti e della pace, pone le donne in rapporto agli uomini ed alla societ\u00e0 in generale.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0Inclusive Security, Sustainable Peace: A Toolkit for Advocacy and Action, in www.internationalalert.org<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0\u201cSecuring Equality, Engendering Peace: A Guide to Policy and Planning on Women, Peace and Security (UN SCR 1325) edited by UN-INSTRAW, lead author of the research Kristin Valasek, 2006.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Per definizioni autorevoli della terminologia Genere, Uguaglianza di Genere e Gender Mainstreaming vedi Office of the Special Adviser on Gender Issues and Advancement of Women of the UN a<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.un.org.\/womenwatch\/osagi\/conceptsandefinitions.htm\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.un.org.\/womenwatch\/osagi\/conceptsandefinitions.htm<\/a>\u00a0.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0Prof. Gerard J. DeGroot, \u201cWanted: A Few Good Woman \u2013 Gender Stereotypes and Their Implications for Peacekeeping\u201d of Prof. DeGroot from St. Andrews University in Scotland al 26th Annual Meeting Women in Uniform in NATO 26-31 Maggio 2002 in www.nato.int ; l\u2019articolo non manca di sottolineare gli evidenti problemi nell\u2019invio di donne in zone di operazioni, in primis perch\u00e9 solo pochissimi stati possono fornire professionalit\u00e0 femminili altamente preparate e sono U.S., Canada ed Europa. Ma c\u2019\u00e8 da considerare che l\u2019ONU non pu\u00f2 permettersi di avere le sue operazioni esclusicamente controllate da militari occidentali. L\u2019autore cita un\u2019interessante campagna di reclutamento condotta dall\u2019esercito britannico che in uno spot, mostrando una donna, dice: \u201c\u00c8 stata appena violentata dai soldati. Gli stessi che le hanno ucciso il marito. L\u2019ultima cosa che lei vorr\u00e0 vedere \u00e8 un altro soldato, a meno che quel soldato non sia una donna\u201d! L\u2019autore si sofferma sulla necessit\u00e0 di mantenere vivi gli stereotipi femminili allo scopo di far si che le donne possano giocare un ruolo differente nelle operazioni militari.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0Vedi atti del seminario \u201cGender and Civil-Military Relations: Moving Towards Inclusion?\u201d An essential tool for developing Stability and Reconstruction in post-conflict scenario, condotto il 10-12 Aprile 2006 in Landgoed Huize Bergen (Vught), Netherlands dal Civil-Military Cooperation Centre of Excellence, rintracciabili sul sito www.cimic.coe.org. L\u2019utilizzazione del termine \u201ceffectiveness\u201d \u00e8 favorevole nel campo gender, poich\u00e9 ad esso gli uomini si relazionano con maggiore facilit\u00e0. Talaltro \u00e8 utile quando ci si trova di fronte ad un ambiente in profondo cambiamento. Portare i militari a percepire la terminologia gender come legittimo aspetto del mandato e missione delle operazioni militari aiuterebbe a superare molti ostacoli operativi.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>\u00a0Judy El Bushra, ibidem<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>\u00a0Dr. Patricia Kameri-Mbote, \u201cGender, Conflict and Regional Security\u201d, ricerca pubblicata dall\u2019International Environmental Law Research Centre, Ginevra 2004 in\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ielrc.org\/content\/a0502.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.ielrc.org.content\/a0502.pdf<\/a><\/p>\n<p><sup>12<\/sup>\u00a0United Nations Development Program, UNDP Report 1994,\u00a0<a href=\"http:\/\/hdr.undp.org\/reports\/global\/1994\/en\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/hdr.undp.org\/reports\/global\/1994\/en\/<\/a><\/p>\n<p><sup>13<\/sup>\u00a0Vedi Commission on Human Security a\u00a0<a href=\"https:\/\/humansecurity.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.humansecurity.chs.org<\/a><\/p>\n<p><sup>14<\/sup>\u00a0Sanam Naraghi Anderlini e Judy El-Bushra, The conceptual framework: Security, Peace, Accountability and Rights<\/p>\n<p><sup>15<\/sup>\u00a0UNDP, Rapporto 2000 sullo sviluppo umano \u2013 I diritti umani, Rosemberg e Sellier<\/p>\n<p><sup>16<\/sup>\u00a0Carolm Cohn, Felicity Mill and Sara Ruddick, \u201cThe Relevance of Gender for Eliminating Weapons of Mass Destruction, Paper n. 38, adattamento del materiale presentato dagli autori alla Commissione sulle Armi di Distruzione di Massa il 12 June 2005, che ha incorporato idee e commenti nati dai lavori della commissione, su www.wmdcommission.org. Gli autori evidenziano che le armi di distruzione di massa (WMD), tra cui il nucleare, hanno la propriet\u00e0 di diventare una moneta per stabilire una gerarchia nella potenza regionale. Questo aspetto \u00e8 poco valutato: prova di questo \u00e8 che le analisi femministe sono capaci di comprendere tali aspetti emblematici e simbolici del potere, connotandoli non come naturali, ma come fatti sociali, prodotti dalle azioni degli stati. E quando alcuni stati che possiedono armi nucleari si assicurano che altri non le abbiano, la loro esclusione viene percepita come esclusione delle categorie mascoline, come un\u2019evirazione. Aldil\u00e0 della loro reale utilit\u00e0 come strumenti di guerra, diventano in ultima analisi come arbitri del potere politico\/mascolino.<\/p>\n<p><sup>17<\/sup>\u00a0Sara Naraghi Anderlini and Camille Campbell Conaway, \u201cSecurity Sector Reform\u201d in Inclusive Security, Sustainable Peace: A Toolkit For Advocacy and Action, Novembre 2004 from International Alert, Women Waging Peace in www.huntalternatives.org<\/p>\n<p><sup>18<\/sup>\u00a0OECD Policy Brief, edito dall\u2019OECD, May 2004 dal sito www.oecd.org<\/p>\n<p><sup>19<\/sup>\u00a0Vedi ancora atti del seminario \u201cGender and Civil-Military Relations: Moving Towards Inclusion?\u201d p.13 dove si evidenzia che riconoscere l\u2019impatto della militarizzazione della societ\u00e0 sugli uomini e l\u2019impatto che essa ha su ruoli e relazioni gender, pu\u00f2 fornire modalit\u00e0 di decompressione dei conflitti, dando pi\u00f9 possibilit\u00e0 agli uomini di trovare alternative alla violenza; inoltre si riconosce che le donne sono stakeholders anche se non partecipano ai processi decisionali e a posizioni di leadership; quindi la loro inclusione nei progetti CIMIC aumenta il numero dei soggetti che si impegneranno nel successo del progetto.<\/p>\n<p><sup>20<\/sup>\u00a0Sanam Narghi Anderlini &amp; Camille Pampell Conaway, \u201cSecurity Sector Reform \u2013 Inclusive Security, Sustainable Peace: A Toolkit for Advocacy and Action\u201d at\u00a0<a href=\"http:\/\/www.international-alert.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.internationalalert.org<\/a><\/p>\n<p><sup>21<\/sup>\u00a0Alain Greg, \u201cEnding Men\u2019s Violence\u201d Working Paper Series n.1 della serie \u201cPolitical Connection: Men, Gender and Violence\u201d, 2001 edito da United Nations INSTRAW, versione elettronica al sito\u00a0<a href=\"http:\/\/un-instraw.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.un-instraw.org<\/a>.<\/p>\n<p><sup>22<\/sup>\u00a0Beck Tony, \u201cUsing Gender Sensitive Indicators\u201d, 1999 da\u00a0<a href=\"http:\/\/un-instraw.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.un-instraw.org<\/a>.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[875],"fascicolo":[137],"class_list":["post-1672","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-gabriella-colao","fascicolo-ottobre-2008"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Donne in rapporto alla cultura della pace e della sicurezza<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Gabriella Colao, pubblicato nel numero di Ottobre 2008. 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