{"id":1669,"date":"2008-10-01T12:00:00","date_gmt":"2008-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1669"},"modified":"2026-04-12T01:08:09","modified_gmt":"2026-04-11T23:08:09","slug":"lintegrazione-dei-cittadini-immigrati-nelleconomia-italiana","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2008\/ottobre\/lintegrazione-dei-cittadini-immigrati-nelleconomia-italiana\/","title":{"rendered":"\u201cL\u2019integrazione dei cittadini immigrati nell\u2019economia italiana\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>I cittadini immigrati contribuiscono in modo determinante a sostenere<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong><em>il nostro sistema economico,<\/em><\/strong><strong><em>ma non ne percepiscono tutti i benefici e\u00a0<\/em><\/strong><strong><em>si avverte l\u2019esigenza<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong><em>di politiche pi\u00f9 efficaci dal lato dell\u2019integrazione<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Introduzione<\/em><\/p>\n<p>Negli ultimi anni, l\u2019Italia \u00e8 stata interessata da una forte crescita dell\u2019immigrazione, la cui motivazione principale \u00e8 la ricerca di\u00a0lavoro. Questo fenomeno ha assunto dimensioni sempre maggiori, sebbene il nostro paese non ha una lunga tradizione come \u201cattrattore\u201d dei flussi internazionali di manodopera. Secondo i dati definitivi pubblicati dall\u2019Istat [2008b], il 2007 rappresenta un anno record dal punto di vista degli ingressi di cittadini stranieri, con un aumento di poco inferiore alle 500.000 persone, il 16,8% in pi\u00f9 rispetto all\u2019anno precedente. Si tratta di un incremento superiore perfino a quelli registrati nel 2003 e nel 2004, anni in cui ha avuto effetto la regolarizzazione prevista dalla Legge 189 del 2002, nota come Bossi-Fini. Secondo l\u2019Istat la causa \u00e8 da imputare alla crescita, di oltre 280.000 unit\u00e0, degli immigrati romeni, quasi raddoppiati in un anno (+ 82,7%). Il dato corregge in aumento le stesse previsioni diffuse da Eurostat ad inizio del 2008, che comunque gi\u00e0 collocavano l\u2019Italia al secondo posto nell\u2019Unione Europea dopo la Spagna (dove sono considerati, per\u00f2, anche gli ingressi irregolari) per aumento delle presenze straniere. Dal punto di vista delle dimensioni relative, la crescita del saldo migratorio si attesta intorno ad un tasso del 7,7 per mille, inferiore a Cipro, Spagna, Irlanda e Lussemburgo, ma, come sottolinea Bonifazi [2008], dal punto di vista delle dimensioni assolute la situazione di Spagna e Italia \u00e8 del tutto eccezionale, dal momento che insieme i due paesi presentano un saldo migratorio di 1.140.000 unit\u00e0, di poco inferiore al numero totale di ingressi regolari registrato negli Stati Uniti nel 2006. Incrementi di queste proporzioni spiegano come il numero totale di stranieri in Italia sia cresciuto enormemente negli ultimi anni. In realt\u00e0, secondo lo stesso autore, il dato dovrebbe essere interpretato alla luce della particolare situazione congiunturale del caso italiano, con effetti contabili che ne ridimensionano la rilevanza. E\u2019 probabile, ad esempio, che nell\u2019aumento record del 2007 siano compresi circa 161.000 cittadini romeni che pur avendo presentato domanda di prima assunzione nel 2006 erano di fatto gi\u00e0 presenti sul territorio.<\/p>\n<p><em>1. Le dimensioni del fenomeno<\/em><\/p>\n<p>Il 17\u00b0 Rapporto della Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes [2007] stima una presenza di 3 milioni e 700 mila immigrati regolari, pari ormai ad una percentuale del 6,2% della popolazione complessiva, superiore alla media dell\u2019Unione Europea. Il dato \u00e8 criticato dal I Rapporto sull\u2019immigrazione del Ministero dell\u2019Interno [2007] che, operando un confronto tra 17 paesi europei su statistiche ufficiali, giunge a conclusioni opposte: si riconosce una forte crescita avvenuta negli ultimi dieci anni, che non porterebbe tuttavia a superare i paesi in cui il fenomeno dell\u2019immigrazione ha una tradizione pi\u00f9 lunga. Ci\u00f2 su cui tutte le fonti concordano sono, invece, le differenze nella distribuzione territoriale: secondo l\u2019Istat [2008b] il 62,5% degli immigrati risiede nelle regioni del Nord, il 25% in quelle del Centro ed il restante 12,5% nel Mezzogiorno, che tuttavia mostra una certa tendenza al ri-equilibrio.<\/p>\n<p>Altro elemento certo \u00e8 l\u2019impennata registrata nel 2007. Tuttavia, se si confronta l\u2019andamento del saldo migratorio degli ultimi cinque anni con i corrispondenti andamenti del saldo demografico naturale della popolazione immigrata e delle acquisizioni di cittadinanza italiana (con il segno negativo in quanto vengono sottratte nel calcolo dei residenti stranieri), si nota chiaramente come la tendenza precedente al 2007 fosse di riduzione del saldo migratorio e di crescita graduale degli altri due indicatori, di natura pi\u00f9 strutturale (Fig.1). Ci\u00f2 evidenzia ancor pi\u00f9 chiaramente come il picco dell\u2019ultimo anno sia dovuto essenzialmente al cambio di status dei cittadini romeni, passati ad essere \u201ccomunitari\u201d, con gli effetti contabili gi\u00e0 ricordati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Figura 1 &#8211; Saldo naturale, saldo migratorio con l\u2019estero e acquisizioni della cittadinanza italiana dei residenti stranieri, Anni 2003-2007<\/em><\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.oikonomia.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Figura_1.jpg\" alt=\"Figura 1\" width=\"694\" height=\"450\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fonte: Istat<\/p>\n<p>La stessa crescita dell\u2019immigrazione dall\u2019Europa dell\u2019Est, unita alla maggiore facilit\u00e0 d\u2019ingresso che segue al processo di allargamento dell\u2019Unione Europea, tende ad introdurre nuovi modelli migratori, con l\u2019alternarsi di periodi di residenza e di rientro nei paesi d\u2019origine. In questo caso, almeno per una parte crescente della popolazione straniera, alla residenza in Italia non corrisponderebbe pi\u00f9 una presenza continuativa nel nostro paese. Questa maggiore complessit\u00e0 del fenomeno impone una riforma dei criteri statistici per valutare correttamente la mobilit\u00e0 interna all\u2019Unione Europea [Bonifazi, 2008], altrimenti sopravvalutata. Inoltre, la diversit\u00e0 delle legislazioni che regolano l\u2019immigrazione e l\u2019acquisizione della cittadinanza, cos\u00ec come dei criteri statistici seguiti dai diversi Stati europei, non permettono di effettuare confronti esatti e disegnano un quadro estremamente articolato.<\/p>\n<p>Le cautele da usare nei confronti delle diverse fonti di informazione sull\u2019immigrazione non devono nascondere, tuttavia, il risultato di fondo, secondo cui in Italia l\u2019immigrazione ha assunto un ruolo sempre maggiore negli ultimi dieci anni, che sembra destinato a crescere anche in futuro. Questo fenomeno sta indubbiamente modificando la struttura della societ\u00e0 ed \u00e8 causa di<\/p>\n<p>sempre maggiori allarmismi. Allo stesso tempo, per\u00f2, una lettura pi\u00f9 approfondita delle informazioni disponibili, a cui sono dedicati i prossimi paragrafi, mette in luce gli effetti niente affatto allarmanti sull\u2019economia italiana, che dovrebbero portare a riconoscere, da un lato, il contributo fondamentale portato dal fenomeno migratorio e, dall\u2019altro, la mancanza di corrispondenti diritti.<\/p>\n<p><em>2. Il bisogno di manodopera<\/em><\/p>\n<p>I cittadini stranieri, dunque, sono portatori di competenze che potrebbero essere ulteriormente valorizzate, con un guadagno in termini di produttivit\u00e0 che beneficerebbe tutto il sistema<\/p>\n<p>Un primo contributo all\u2019interpretazione della crescita dell\u2019immigrazione in Italia \u00e8 dato dall\u2019analisi delle motivazioni che portano all\u2019ingresso nel nostro paese. Secondo il rapporto Caritas [2007], l\u2019incremento degli ultimi due anni, avvenuto anche in assenza di regolarizzazioni, pu\u00f2 essere spiegato dall\u2019aumento delle quote di ingresso: si sono avute circa 540.000 domande di lavoro e poco meno di 100.000 per ricongiungimento familiare, a cui si aggiungono quasi 60.000 nuove nascite. \u00c8 dunque lo stesso sistema economico italiano a richiedere l\u2019impiego di immigrati, ed \u00e8 proprio la motivazione al lavoro che \u201cseleziona\u201d la popolazione straniera, pi\u00f9 giovane di quella italiana e con un tasso di attivit\u00e0 di 12-14 punti superiore. Gli occupati immigrati, inoltre, rispondono ad una domanda di lavoro che presenta condizioni pi\u00f9 disagiate, come il lavoro in orari notturni o durante la domenica. Non solo, ma lavorano in media molto di pi\u00f9 degli italiani, percependo retribuzioni pi\u00f9 basse. Secondo dati dell\u2019Inps [2007], il salario medio annuo di un lavoratore dipendente immigrato \u00e8 di 11.036 euro, ossia poco pi\u00f9 di 900 euro al mese, il 37% in meno delle retribuzioni medie di tutti gli iscritti. Queste caratteristiche dimostrano quale sia il vantaggio per le imprese ad assumere lavoratori immigrati, un vantaggio che si manifesta sia come mantenimento di attivit\u00e0 che altrimenti non sarebbero sostenibili a causa della scarsa disponibilit\u00e0 di lavoratori italiani, sia come impiego di una maggiore quantit\u00e0 di lavoro ad un minor costo. I cittadini immigrati, inoltre, contribuiscono direttamente alla crescita dell\u2019occupazione. Nel 2007, infatti, secondo il consuntivo Istat [2008a] sulla forza lavoro, la crescita occupazionale \u00e8 stata di 234.000 lavoratori, dei quali ben 154.000 immigrati. Il dato riguarda il saldo tra assunzioni e pensionamenti e, dal momento che queste ultime sono molto inferiori nel caso dei lavoratori stranieri, risulta che i nuovi occupati immigrati determinano un effetto positivo sul tasso di occupazione molto pi\u00f9 accentuato.<\/p>\n<p>Questi dati non possono evitare una critica di fondo riguardo all\u2019effetto dell\u2019ingresso degli immigrati nel mercato del lavoro italiano, ovvero la concorrenza al ribasso sulle condizioni di lavoro a danno dei lavoratori italiani, una sorta di\u00a0<em>social dumping<\/em>\u00a0interno al paese. Ma occorre riconoscere come stia aumentando la capacit\u00e0 dei lavoratori immigrati di rivendicare i propri diritti ed ottenere migliori condizioni di lavoro. Ne \u00e8 dimostrazione la loro crescente partecipazione ai sindacati: nel 2005, in oltre 520.000 erano iscritti a Cgil, Cisl o Uil, pari al 20% in pi\u00f9 rispetto al 2004 ed al 57% in pi\u00f9 rispetto al 2003, come riportato da La Repubblica del 22 febbraio 2007.<\/p>\n<p>Un altro argomento controverso riguarda la \u201cqualit\u00e0\u201d del capitale umano rappresentato dai lavoratori immigrati, i cui livelli di formazione e di produttivit\u00e0 vengono generalmente considerati inferiori a quelli della manodopera italiana. Ma anche da questo punto di vista i dati disponibili fotografano una realt\u00e0 complessa. Secondo l\u2019indagine Istat [2006] sulla partecipazione straniera al mercato del lavoro, l\u2019impiego scarsamente qualificato sembrerebbe dovuto pi\u00f9 alle condizioni svantaggiose del mercato piuttosto che alla bassa qualit\u00e0 dell\u2019offerta di lavoro: il 40% degli immigrati laureati ed il 60% dei diplomati svolgerebbero un lavoro non qualificato. I cittadini stranieri, dunque, sono portatori di competenze che potrebbero essere ulteriormente valorizzate, con un guadagno in termini di produttivit\u00e0 che beneficerebbe tutto il sistema. A ci\u00f2 si deve aggiungere che spesso i cittadini immigrati sono fortemente motivati e sono portatori di una diversit\u00e0 culturale dalla quale potrebbe scaturire un arricchimento degli stili di vita ed una maggiore creativit\u00e0, potenzialmente capaci di innovare settori produttivi tradizionali o maturi, come gi\u00e0 avviene nel commercio, nella ristorazione ed in molti servizi territoriali.<\/p>\n<p><em>3. L\u2019impresa dei migranti<\/em><\/p>\n<p>I lavoratori stranieri in Italia sono all\u201985% impiegati come lavoratori dipendenti. Ma tra di essi vi sono sempre pi\u00f9 imprenditori, al punto che la crescita dell\u2019imprenditoria immigrata \u00e8 un fenomeno che sta raccogliendo sempre maggior interesse. Gi\u00e0 a fine 2006, secondo Unioncamere, oltre un terzo delle nuove aziende aveva titolare immigrato, per un totale di 227.500 imprese attive, pi\u00f9 che raddoppiate rispetto al 2001, quando la cifra era di 105.000. L\u2019espansione si \u00e8 registrata in modo particolare negli ultimi cinque anni, a tassi di crescita vicini al 10%. Anche nel corso del 2007 le imprese individuali \u201cimmigrate\u201d sono aumentate dell\u20198%, nonostante un calo generale dello 0,9% [Unioncamere, 2008]. Si concentrano nelle grandi citt\u00e0 del Centro Nord come Milano, Roma, Torino e Firenze e si dedicano prevalentemente al commercio, alle costruzioni, alle attivit\u00e0 manifatturiere ed ai trasporti. Ormai rappresentano in media il 6,5% delle ditte individuali complessive, un\u2019incidenza leggermente superiore a quella della popolazione immigrata sul totale nazionale, che manifesta una spiccata imprenditorialit\u00e0. In alcune regioni, in particolare, la quota raggiunge livelli elevati, come in Toscana (10,4%), Lombardia (9,4%), Emilia Romagna e Liguria (8,9%). Si tratta, inoltre, di imprese \u201cgiovani\u201d in tutti i sensi: il 15% degli imprenditori immigrati ha meno di 30 anni, quindi rappresentano investimenti o \u201cscelte di vita\u201d che hanno un orizzonte temporale ampio.<\/p>\n<p>Non si tratta, poi, di attivit\u00e0 economiche di \u201cserie B\u201d. Secondo una ricerca di Unioncamere [2007] in collaborazione con Nomisma, Crif e Adiconsum sui comportamenti finanziari e creditizi, il 70% degli imprenditori immigrati ha rapporti con le banche ed il 40% ha chiesto un prestito per avviare o ampliare la propria impresa. Allo stesso modo, non sono nemmeno attivit\u00e0 \u201cparassitarie\u201d, ovvero che ottengono vantaggi dal nostro sistema economico senza restituire nulla. La stessa ricerca, infatti, rileva che la destinazione principale dei profitti \u00e8 l\u2019aumento dei consumi, il 25% degli imprenditori immigrati ritiene che l\u2019aumento dei proventi debba essere reinvestito in azienda e solo il 2% dei profitti \u00e8 inviato al proprio paese di provenienza come rimessa. Questi comportamenti identificano attivit\u00e0 economiche che hanno l\u2019obiettivo di sostenere le famiglie dei titolari in Italia, con la speranza di poter crescere nel tempo. La maggior parte dei nuovi imprenditori, infatti, proviene dalla Cina, dal Marocco e dall\u2019Albania, ovvero appartiene a correnti migratorie di pi\u00f9 lunga durata. Si tratta dunque di un segmento di popolazione immigrata con una maggiore propensione ad integrarsi nel sistema economico italiano. Un articolo dell\u2019ex-ministro Bonino [2007] mette in luce alcune delle opportunit\u00e0 che possono aprirsi anche alle aziende italiane grazie alla crescita degli imprenditori immigrati, prime fra tutte la possibilit\u00e0 di una maggiore internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, a basso costo grazie ai contatti ed ai canali diretti che i cittadini stranieri attivano con i paesi di provenienza. Il legame capillare delle imprese immigrate con il territorio di residenza pu\u00f2 poi moltiplicare questi vantaggi all\u2019interno del sistema. Inoltre, gli imprenditori immigrati grazie alle proprie motivazioni sono generalmente pi\u00f9 propensi al rischio e quindi possono assumere un ruolo di stimolo anche in periodi di rallentamento dell\u2019economia o di ridimensionamento delle piccole e piccolissime imprese italiane, come peraltro si pu\u00f2 notare dai dati gi\u00e0 citati sulla crescita delle imprese individuali nel 2007.<\/p>\n<p>Questa spinta pu\u00f2 rappresentare anche un contributo in termini di innovazione. I dati dell\u2019ultimo anno, infatti, oltre a confermare il ruolo dei settori tradizionali come quello edile e del commercio, che insieme concentrano oltre il 70% delle imprese immigrate, testimoniano una crescita notevole dei servizi (+13%) che pure rappresentano ancora solo il 4,2% delle aziende con titolare immigrato. Molte di queste attivit\u00e0 terziarie si rivolgono alla stessa popolazione migrante per rispondere a bisogni nuovi dei consumatori, come le comunicazioni con i paesi di provenienza.<\/p>\n<p>Questo gruppo di attivit\u00e0, tuttavia, nonostante abbia attratto su di s\u00e9 un\u2019attenzione crescente, non incontra ancora servizi adeguati dal punto di vista dell\u2019accesso al credito, della formazione e dell\u2019assistenza professionale e si scontra con ostacoli burocratici che in molti casi determinano un\u2019elevata mortalit\u00e0. Da pi\u00f9 parti si \u00e8 denunciata la mancanza di politiche d\u2019incentivo e di normative dedicate alle imprese immigrate.<\/p>\n<p><em>4. Il contributo all\u2019economia italiana<\/em><\/p>\n<p>Se si allarga il campo d\u2019indagine anche ad altri aspetti dell\u2019economia italiana, oltre al solo mercato del lavoro, si possono notare ulteriori caratteristiche dell\u2019immigrazione che con il passare del tempo manifesta sempre di pi\u00f9 una notevole capacit\u00e0 di complementare il sistema, sostenendolo proprio in corrispondenza dei propri elementi di debolezza.<\/p>\n<p>In primo luogo, la presenza produttiva della popolazione migrante contribuisce in modo sempre pi\u00f9 determinante alla formazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano: \u00e8 possibile affermare che senza l\u2019apporto di lavoratori e imprenditori stranieri il nostro paese si sarebbe trovato in recessione gi\u00e0 da alcuni anni. Anche in questo caso le stime sull\u2019ammontare di questa ricchezza prodotta sono controverse, ma in ogni caso descrivono una situazione sorprendente. La stima pi\u00f9 prudente \u00e8 elaborata dalla Banca d\u2019Italia, secondo cui nel 2006 gli oltre tre milioni e mezzo di cittadini immigrati avrebbero contribuito al 3,2% del PIL. Una percentuale che, secondo il Rapporto 2007 Caritas\/Migrantes, dovrebbe salire al 6,1% a fronte di un peso sulla popolazione totale del 6,2%, grazie ad elevati tassi di attivit\u00e0 ed occupazione. Ma si tratta ancora di una stima prudente, perch\u00e9 presuppone un basso livello di produttivit\u00e0, che, come abbiamo visto, non \u00e8 un risultato scontato. Ancora oltre si spinge la stima di Unioncamere [2008], elaborata in collaborazione con l\u2019Istituto Tagliacarne, che, a partire da un\u2019analisi settoriale delle attivit\u00e0 produttive svolte dai migranti nelle diverse Regioni, calibrata con i dati Istat ed aumentata della componente \u201cirregolare\u201d o sommersa, indica un contributo a livello nazionale pari al 9,2% del PIL nel 2006, a fronte dell\u20198,8% stimato per il 2005. In alcune regioni, come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria, questo apporto supera addirittura l\u201911%, mentre dal punto di vista dei settori produttivi \u00e8 pari al 20% del valore aggiunto prodotto dalle costruzioni, mentre nei servizi scende al 7,8%.<\/p>\n<p>Il reddito prodotto da quella che potrebbe essere definita l\u2019\u201ceconomia dei migranti\u201d \u00e8 una ricchezza che tende a rimanere sempre pi\u00f9 in Italia al crescere del grado di integrazione, soprattutto attraverso la spesa per consumi che contribuisce a formare la domanda aggregata. In particolare, si possono identificare alcuni consumi verso i quali la popolazione immigrata presenta una propensione elevata. \u00c8 il caso, ad esempio, della telefonia mobile, che pu\u00f2 essere considerata un servizio necessario sia per motivi di lavoro che per una situazione abitativa meno stabile. Se si considera che il mercato italiano in questo settore \u00e8 tra i pi\u00f9 grandi del mondo e che ogni cittadino immigrato potrebbe essere dotato di un cellulare, \u00e8 evidente che questo target di potenziali clienti \u00e8 molto importante per compagnie telefoniche, produttori, centri di chiamata, ecc. Altri mercati \u201ctrainati\u201d dagli immigrati possono essere considerati quello delle automobili usate ed il mercato degli elettrodomestici.<\/p>\n<p><em>Nascite in un paese che invecchia<\/em><\/p>\n<p>In secondo luogo, un altro aspetto cruciale per valutare gli effetti della crescita dell\u2019immigrazione \u00e8 il contributo demografico dato al paese ospitante. Nel caso italiano \u00e8 solo grazie alle nascite nelle famiglie straniere che la popolazione residente non diminuisce, e ci\u00f2, come vedremo nei prossimi paragrafi, produce effetti positivi su tutti gli aspetti dinamici dell\u2019economia nazionale. Secondo i dati Istat [2006] del bilancio demografico nazionale, il saldo naturale dell\u2019Italia nel 2005 \u00e8 stato leggermente positivo proprio in virt\u00f9 della nascita di quasi 52.000 figli di cittadini immigrati, il 9,4% dei nuovi nati, una percentuale \u2013 in quell\u2019anno \u2013 doppia rispetto alla quota di popolazione immigrata sul totale. In base a questi dati, il Sole 24 Ore aveva stimato che senza il contributo demografico degli stranieri la popolazione residente sarebbe diminuita tra il 1993 ed il 2005 di ben 650.000 abitanti. A ci\u00f2 deve aggiungersi che non rientrano tra le nascite di cittadini immigrati i figli delle coppie miste, in crescita negli ultimi anni, che per lo\u00a0<em>ius sanguinis<\/em>\u00a0acquisiscono la cittadinanza italiana. Inoltre, la popolazione residente aumenta anche grazie ai ricongiungimenti familiari, che, sebbene rappresentino una quota piccola degli ingressi nel paese, sono raddoppiati tra il 2000 ed il 2005 dimostrando la tendenza crescente della popolazione immigrata a stabilirsi in Italia.<\/p>\n<p>Questo apporto demografico sembra l\u2019unico fenomeno capace di contrastare il progressivo \u201cinvecchiamento\u201d del paese. Oltre un quinto dei cittadini immigrati sono minori, la met\u00e0 ha un\u2019et\u00e0 compresa tra i 18 ed i 39 anni. Come nota Bonino [2007], una porzione sempre maggiore della popolazione giovane \u00e8 costituita da cittadini stranieri, che di conseguenza sono destinati a svolgere un ruolo decisivo in futuro. La capacit\u00e0 di trasformazione, crescita e adattamento, non solo dell\u2019economia, ma dell\u2019intera societ\u00e0, dipender\u00e0 in misura crescente dal \u201cdono\u201d di questa nuova generazione, o meglio \u201cseconda generazione\u201d come ormai viene definita. Secondo gli ultimi dati, i minori stranieri nati in Italia hanno raggiunto nel 2007 il numero di 457.000 giovani, il triplo del 2001 e rappresentano il 60% del totale dei minori stranieri residenti.<\/p>\n<p><em>La \u201cfinanziaria\u201d che viene dall\u2019estero<\/em><\/p>\n<p>In terzo luogo, i cittadini immigrati contribuiscono attraverso diversi canali alle finanze dello Stato. In modo diretto, versano le imposte sul reddito prodotto, le tasse locali ed i contributi pensionistici, ma pagano anche le imposte indirette sui propri consumi, che come noto hanno natura regressiva. In base alle rilevazioni dell\u2019Agenzia delle Entrate, nel 2004 gli stranieri residenti in Italia hanno presentato 2.259.000 dichiarazioni dei redditi, un numero corrispondente ad oltre l\u201980% degli immigrati regolari, ed hanno versato imposte dirette per 1,87 miliardi di euro. A fronte di questo apporto finanziario dovrebbe corrispondere l\u2019erogazione di adeguati servizi pubblici, sui quali, tuttavia, i cittadini stranieri non hanno nessun potere, decisionale o consultivo, non essendo riconosciute forme di rappresentanza politica nemmeno a livello di enti locali.<\/p>\n<p>Un ulteriore canale attraverso cui i lavoratori stranieri beneficiano le finanze pubbliche sono i contributi pensionistici. I dati del II Rapporto su immigrati e previdenza dell\u2019Inps [2007], basati sul censimento del 2003, indicano un numero di cittadini extra UE iscritti a quella data di oltre 1.470.000. Se si considera per ognuno di essi il versamento di un contributo pensionistico medio tra i 2.500 ed i 3.000 euro l\u2019anno, si giunge ad una stima del gettito di oltre 3 miliardi di euro l\u2019anno. Questo apporto al sistema pensionistico \u00e8 di grande rilevanza, se si considera che gli stranieri che ricevono una pensione dallo Stato italiano sono ancora molto pochi, 285.000 a inizio 2006, di cui 112.000 con assegni di anzianit\u00e0. Se si considera la tendenza all\u2019invecchiamento progressivo della popolazione italiana ed i costi della riforma del sistema pensionistico, si tratta di un guadagno netto molto elevato per l\u2019Inps, che contribuisce in misura determinante alla sua sostenibilit\u00e0, a beneficio di tutta la comunit\u00e0 dei lavoratori. Questo effetto positivo potr\u00e0 durare ancora almeno per una generazione, dal momento che la maggior parte degli stranieri residenti ha un\u2019et\u00e0 inferiore ai 40 anni. Si pu\u00f2 dunque affermare che sui lavoratori immigrati si regge l\u2019intero sistema pensionistico italiano.<\/p>\n<p>Il forte incremento delle entrate pubbliche da attribuire al fenomeno dell\u2019immigrazione pone un serio problema di giustizia economica, ovvero la necessit\u00e0 di valutare la corrispondenza tra contributi versati e benefici ottenuti dai cittadini immigrati. Certamente ai residenti stranieri, anche irregolari, \u00e8 destinata una quota crescente della spesa scolastica e sanitaria, ma il problema si pone per tutti gli altri servizi pubblici, oltre che in occasione di riduzioni della spesa pubblica nei settori maggiormente \u201csensibili\u201d alla presenza immigrata. Anche una visione meramente contabile del loro contributo all\u2019economia del paese porta a considerare i servizi pubblici resi ai cittadini stranieri come un diritto e non una concessione.<\/p>\n<p><em>I vantaggi per il mercato<\/em><\/p>\n<p>A beneficiare della presenza immigrata non sono solo i conti pubblici ma anche le imprese private. In particolare le banche ordinarie, che hanno visto crescere in modo esponenziale il numero di clienti stranieri. Questo incremento \u00e8 stato addirittura maggiore della crescita della popolazione immigrata, dal momento che questa, nel tempo, ha intensificato il rapporto con gli istituti bancari. Indagini condotte da ABI e Cespi [2007] rilevano come tra il 2005 ed il 2007 i clienti immigrati siano passati da 1.058.000 a 1.410.000, un aumento del 33%. La statistica prende come riferimento i cittadini adulti non appartenenti a paesi dell\u2019OCSE, che nello stesso periodo sono cresciuti del 21%. Di conseguenza il cosiddetto indice di \u201cbancarizzazione\u201d, ovvero la percentuale di popolazione che intrattiene rapporti con le banche, \u00e8 aumentato, passando dal 60% al 67% del totale delle persone provenienti dai paesi non OCSE. Anche questo fenomeno, che rappresenta un beneficio importante per il sistema bancario, \u00e8 legato all\u2019integrazione, sotto diversi punti di vista. Da un lato dipende dal tempo di permanenza, dal momento che un\u2019immigrazione stabile o di lunga durata favorisce il ricorso alle banche. In secondo luogo, \u00e8 sensibile al miglioramento delle condizioni contrattuali e salariali dei lavoratori stranieri: l\u2019indice di bancarizzazione, infatti, \u00e8 superiore alla media in caso di lavoro dipendente a tempo indeterminato (70,5%), di lavoro autonomo regolare (69,6%) e di contratto a progetto (67,7%), se non altro grazie all\u2019accredito in banca dello stipendio.<\/p>\n<p>Importante \u201cregolatore\u201d dell\u2019economia nazionale, collegato al sistema bancario attraverso la concessione dei mutui, anche il mercato immobiliare ha tratto vantaggio negli ultimi anni dal fenomeno dell\u2019immigrazione. Mentre alcuni anni fa la quota di residenti stranieri in grado acquistare una casa era molto bassa e le condizioni abitative della popolazione migrante estremamente precarie, di recente si registra una tendenza opposta. Secondo dati forniti da Caritas\/Migrantes, confermati da altre ricerche di settore, nel 2006 oltre il 15% degli acquisti di immobili \u00e8 stato effettuato da residenti stranieri, che, in particolare, rappresentano quasi la met\u00e0 del mercato delle prime case, per un giro d\u2019affari di circa 1,5 miliardi di euro. Tuttavia essi coprono ancora un segmento di offerta immobiliare di bassa qualit\u00e0, sia per le condizioni degli alloggi, spesso da ristrutturare, che per le loro dimensioni ridotte, con fenomeni di sovraffollamento. Anche il contributo notevole dato al mercato delle abitazioni presenta ulteriori possibilit\u00e0 di sviluppo nel caso di una maggiore integrazione.<\/p>\n<p>Il mercato bancario e immobiliare forniscono solo alcuni esempi dell\u2019incidenza dei migranti sul settore privato dell\u2019economia italiana, che permette di considerare i cittadini stranieri come veri e propri agenti economici locali. Gli effetti sul territorio ospitante sono di gran lunga maggiori rispetto al trasferimento di ricchezza operato a favore dei paesi d\u2019origine attraverso le rimesse. Secondo le rilevazioni dell\u2019Ufficio Italiano Cambi, queste ultime hanno raggiunto nel 2006 la cifra record di 4,35 miliardi di euro, e sono state effettuate, secondo ABI e Cespi, dal 77,6% dei cittadini immigrati, che in grande maggioranza continuano ad inviare denaro alle proprie famiglie oltre frontiera anche a distanza di dieci anni dall\u2019ingresso in Italia. Tuttavia, secondo la Banca d\u2019Italia, questa cifra rappresenta ancora una percentuale modesta del PIL, appena lo 0,15%, superiore alla quota, decrescente, destinata dall\u2019Italia agli Aiuti allo Sviluppo. Il fenomeno risente, inoltre, della normativa che regola l\u2019immigrazione, in particolare nei riguardi dei ricongiungimenti familiari, resi molto difficili dai requisiti richiesti in termini di sicurezza del posto di lavoro, qualit\u00e0 dell\u2019alloggio ed ammontare del reddito e per gli ostacoli burocratici. Di conseguenza la necessit\u00e0 di inviare denaro al proprio coniuge o ai propri figli all\u2019estero si mantiene elevata. Anche su questo aspetto, dunque, incide l\u2019effettiva possibilit\u00e0 di integrarsi nella societ\u00e0 italiana, in quanto la spesa \u201clocale\u201d delle famiglie immigrate per la casa, l\u2019acquisto di beni di consumo, l\u2019educazione dei figli, i servizi finanziari, ecc. aumenta con il miglioramento e la stabilizzazione delle proprie prospettive di vita.<\/p>\n<p><em>5. Conclusioni<\/em><\/p>\n<p>La breve rassegna sui principali effetti economici della crescita dell\u2019immigrazione permette di mettere a fuoco elementi spesso sottovalutati dall\u2019opinione pubblica. In particolare, il saldo migratorio positivo, caratterizzato dalla ricerca di opportunit\u00e0 di lavoro, ha rappresentato negli ultimi anni una risposta efficace, sebbene non programmata, ad alcuni problemi strutturali del paese, come l\u2019invecchiamento della popolazione, la sostenibilit\u00e0 del sistema pensionistico, la stagnazione economica. D\u2019altra parte le caratteristiche demografiche e del capitale umano della popolazione immigrata possono essere considerate un\u2019opportunit\u00e0 di crescita e di innovazione del tessuto imprenditoriale, della produzione e dei mercati.<\/p>\n<p>I dati dimostrano l\u2019esistenza di effetti positivi concreti e gi\u00e0 acquisiti dal sistema italiano, ma occorre sottolineare che molti dei fenomeni discussi rappresentano benefici \u201cpotenziali\u201d e la loro realizzazione pu\u00f2 dipendere in modo cruciale dalle politiche migratorie messe in atto. Come sottolinea Boeri [2006], tali politiche dovrebbero avere l\u2019obiettivo di regolare, graduare i flussi e, possibilmente, modificarne la composizione in modo da rendere massimo l\u2019effetto positivo sul paese ospitante. Se da una parte, infatti, l\u2019immigrazione determina sempre una maggiore crescita economica, dall\u2019altra un aumento intenso e concentrato nel tempo degli ingressi pu\u00f2 incidere negativamente sulle relazioni di convivenza e, pi\u00f9 in generale, sul capitale sociale dei territori di destinazione, in quanto determina emergenze che non facilitano l\u2019integrazione. La volatilit\u00e0 dei flussi migratori verificatasi negli ultimi anni segnala una difficolt\u00e0 grave delle politiche migratorie italiane nel perseguire i propri obiettivi.<\/p>\n<p>Per cogliere le potenzialit\u00e0 positive dell\u2019immigrazione ed al tempo stesso scongiurarne la deriva \u2013 che alla luce dei fatti risulterebbe irrazionale\u00a0<em>anche<\/em>\u00a0dal punto di vista economico \u2013 \u00e8 da auspicare il passaggio da un approccio di \u201ccontenimento\u201d ad uno volto all\u2019integrazione, incentivando i comportamenti virtuosi e la progressiva stabilizzazione delle presenze straniere. Se il 10% dei nuovi nati in Italia \u00e8 costituito da cittadini stranieri, il successo o l\u2019insuccesso della loro integrazione coincide gi\u00e0 adesso con il successo o l\u2019insuccesso dell\u2019intero paese in futuro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><\/p>\n<p>ABI-CeSPI,\u00a0<em>Analisi dei bisogni finanziari e assicurativi degli immigrati in Italia<\/em>, gennaio 2008.<\/p>\n<p>Boeri T., \u201cAspettando una nuova legge sull\u2019immigrazione\u201d,\u00a0<em>La Voce<\/em>, 4 dicembre 2006.<\/p>\n<p>Bonifazi C., \u201cRitratto d\u2019Italia con immigrato\u201d,\u00a0<em>La Voce<\/em>, 5 giugno 2008.<\/p>\n<p>Bonifazi C.,\u00a0<em>L\u2019immigrazione straniera in Italia<\/em>, Il Mulino, 2007.<\/p>\n<p>Bonino E., \u201cImmigrati ricchezza che conta\u201d,\u00a0<em>Atlantide<\/em>, n. 2, 2007.<\/p>\n<p>Caritas-Migrantes,<em>\u00a0Dossier statistico immigrazione 2007<\/em>, Icos, 2007.<\/p>\n<p>INPS,\u00a0Regolarit\u00e0, normalit\u00e0, tutela. II Rapporto su immigrati e previdenza negli archivi Inps, 2007.<\/p>\n<p>IOM, \u201cWorld migration 2005. Costs and benefits of\u00a0international migration\u201d,\u00a0<em>World Migration Report Series<\/em>, 2005.<\/p>\n<p>ISTAT,\u00a0<em>La partecipazione al mercato del lavoro della popolazione straniera<\/em>, marzo 2006.<\/p>\n<p>ISTAT,\u00a0<em>La popolazione straniera residente in Italia al 1\u00b0 gennaio 2008<\/em>, ottobre 2008.<\/p>\n<p>ISTAT,<em>\u00a0Rilevazione sulle forze di lavoro<\/em>. IV trimestre 2007, marzo 2008.<\/p>\n<p>Ministero dell\u2019Interno,\u00a0<em>I Rapporto sugli immigrati in Italia<\/em>, dicembre 2007.<\/p>\n<p>Polchi V., \u201cLa carica degli stranieri imprenditori\u201d,\u00a0<em>La Repubblica<\/em>, 22 febbraio 2007.<\/p>\n<p>Unioncamere,\u00a0<em>Comportamenti finanziari e creditizi della societ\u00e0 multietnica<\/em>, 2007.<\/p>\n<p>Unioncamere,\u00a0<em>Rapporto Unioncamere 2008<\/em>, maggio 2008.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[853],"fascicolo":[137],"class_list":["post-1669","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-cristiano-colombi","fascicolo-ottobre-2008"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - \u201cL\u2019integrazione dei cittadini immigrati nell\u2019economia italiana\u201d<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Cristiano Colombi, pubblicato nel numero di Ottobre 2008. 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