{"id":1654,"date":"2008-06-01T12:00:00","date_gmt":"2008-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1654"},"modified":"2026-04-12T00:55:56","modified_gmt":"2026-04-11T22:55:56","slug":"esperienze-di-ricerca-etnografia-della-memoria-storie-e-testimonianze-del-secondo-conflitto-mondiale-negli-aurunci-1944-2004","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2008\/giugno\/esperienze-di-ricerca-etnografia-della-memoria-storie-e-testimonianze-del-secondo-conflitto-mondiale-negli-aurunci-1944-2004\/","title":{"rendered":"Esperienze di ricerca. Etnografia della memoria. Storie e testimonianze del secondo conflitto mondiale negli Aurunci (1944-2004)"},"content":{"rendered":"<p>Nel Natale 2007, presso l\u2019Auditorium di Santa Maria di Castello, ad Ausonia, un piccolo centro in provincia di Frosinone a poca distanza da Montecassino, ho presentato ad un pubblico composto in gran parte di anziani, accompagnati da figli e nipoti, i primi risultati di una ricerca etnografica sulla memoria del secondo conflitto mondiale negli Aurunci, avviata nel 2004 come direttore del locale\u00a0<em>Museo della Pietra.<\/em><\/p>\n<p>E\u2019 stato probabilmente uno dei non numerosi casi in cui il pubblico interviene alla presentazione di una ricerca scientifica in qualit\u00e0 di protagonista e destinatario, insieme, della stessa.<\/p>\n<p>Ed anche un esempio (anch\u2019esso non molto diffuso) di\u00a0<em>condivisione<\/em>\u00a0dei risultati con coloro (i\u00a0<em>testimoni della memoria<\/em>, come li ho chiamati) che l\u2019hanno resa possibile; le \u201cfonti\u201d (orali) di questa\u00a0<em>etnografia<\/em>, termine che indica tanto la ricerca che i suoi prodotti scientifici.<\/p>\n<p>L\u2019etnografia \u00e8 appunto un \u201clavoro sul campo\u201d (<em>fieldwork<\/em>); un lavoro di ascolto (simpatetico) il cui frutto \u00e8 la feconda raccolta di\u00a0<em>storie<\/em>\u00a0e\u00a0<em>testimonianze<\/em>, conoscenze e\u00a0<em>performances<\/em>\u00a0espressive, indissolubilmente intrecciate ad un\u2019<em>esperienza d\u2019incontro<\/em>\u00a0che trasforma il lavoro etnografico in un fatto relazionale oltre che scientifico.<\/p>\n<p>Il Sindaco ed il delegato alla Cultura di Ausonia hanno introdotto con sentito apprezzamento la mia relazione e gli interventi delle sei ricercatrici sulla\u00a0<em>memoria aurunca della guerra<\/em>, che costituisce a tutt\u2019oggi (nella terra del \u201cmartirologio\u201d come \u00e8 chiamata<\/p>\n<p>localmente) un patrimonio laico e civile interpretato tuttavia in senso profondamente religioso, per il sacrificio collettivo vissuto della popolazione locale, trasformato in solidariet\u00e0 e riscatto. In particolare, il sindaco di Ausonia nel sottolineare il\u00a0<em>link<\/em>\u00a0virtuoso tra museo, cultura del territorio e memoria collettiva, ha auspicato, con una sensibilit\u00e0 non sempre diffusa nel mondo politico, lo sviluppo di iniziative di ricerca simili per riscoprire radici ed identit\u00e0 sentite, accordare dignit\u00e0 alle popolazioni aurunche e promuovere pi\u00f9 stretti legami, inter-comunitari e generazionali, aprendo scenari di sviluppo anche economico e turistico del territorio e delle sue ricchezze culturali.<\/p>\n<p>Che cosa c\u2019entra, potreste chiedervi tuttavia, un\u00a0<em>Museo della pietra<\/em>\u00a0con la\u00a0<em>memoria<\/em>\u00a0e la\u00a0<em>narrativa orale<\/em>\u00a0della guerra? Diversi sono i motivi che istituiscono questa \u2018relazione non evidente\u2019; a partire dalla mission museale ispirata (in quanto museo demoetno-antropologico), ad una costante attivit\u00e0 di ricerca e documentazione sul territorio ed i suoi patrimoni, materiali ed immateriali.<\/p>\n<p>Rendere\u00a0<em>valore<\/em>\u00a0il bene culturale della memoria \u00e8 stata quindi la motivazione per avviare la ricerca la cui compiuta realizzazione costituisce una \u201crestituzione\u201d nei confronti dei\u00a0<em>testimoni della memoria<\/em>\u00a0(donatori di questo patrimonio narrativo) e delle\u00a0<em>ricercatrici<\/em>\u00a0che l\u2019 hanno raccolto trasformandolo in\u00a0<em>pietre della memoria<\/em>, per usare un\u2019appropriata metafora.<\/p>\n<p>La\u00a0<em>pietra<\/em>\u00a0stessa infatti (ed \u00e8 un&#8217;altra ragione dell\u2019interesse museale verso la memoria locale) che qui \u00e8 un vero e proprio\u00a0<em>genius loci<\/em>,\u00a0<em>onnipresente<\/em>\u00a0<em>e<\/em>\u00a0<em>vigile<\/em>, ricorda la guerra in questo territorio. Non solo attraverso statue, lapidi, monumenti, sacrari,\u00a0<em>memorial<\/em>\u00a0e cimiteri militari, pure diffusi tra Cassino e Venafro, ma anche attraverso emergenze naturali ed antropizzate, in pietra, come grotte,\u00a0<em>caselle<\/em>, cisterne,\u00a0<em>macere<\/em>\u00a0e montagne che conservano vicende note solo a coloro che vivono ed abitano qui. Questa\u00a0<em>memoria incorporata<\/em>, voleva tuttavia emergere, manifestarsi, essere narrata, conosciuta, condivisa. Questo hanno scoperto, con stupore ed emozione, le sei ricercatrici che, al termine di un corso di preparazione, si sono impegnate nella campagna di ricerca sul campo. Contro ogni apprensione iniziale sull\u2019indisponibilit\u00e0 o la chiusura delle anziane testimoni a rievocare il dramma di oltre sessant\u2019anni fa, hanno scoperto che queste persone le aspettavano; per aprire loro non solo le loro memorie ma anche il loro cuore, come in un incontro (inter-generazionale) da tempo atteso. Avevano una straordinaria voglia di narrare, di testimoniare, che non si lasciava certo intimidire da un registratore ma semmai si preoccupavano che non funzionasse, che qualcosa della loro testimonianza potesse andare perduta (\u201c<em>Ma funziona st\u00f2 coso<\/em>?\u201d). Quel \u201ccoso\u201d ha funzionato, ed ha registrato oltre settanta ore di interviste, trascritte fedelmente in dialetto, in oltre cinquecento pagine di testo di grande ricchezza narrativa e descrittiva.\u00a0<em>Storie come pietre<\/em>, appunto, che ora attendono forme di riconoscimento e valorizzazione diverse, delle quali vorrei illustrare sinteticamente alcuni progetti (<em>in progress<\/em>), per dar conto anche dell\u2019antropologia applicata alla ricerca etnografica.<\/p>\n<p>Anzitutto, per superare la difficolt\u00e0 di lettura della documentazione\u00a0<em>integrale<\/em>\u00a0della ricerca (un vero e proprio\u00a0<em>corpus<\/em>\u00a0letterario in\u00a0<em>lingua locale<\/em>\u00a0di non facile lettura), il Museo della Pietra ha elaborato un\u00a0<em>abstract<\/em>\u00a0da distribuire sul territorio; una versione divulgativa, ridotta, con un\u2019introduzione essenziale, selezioni di passi significativi, illustrazioni e fotografie. Un testo pi\u00f9 riflessivo e didattico, invece, sar\u00e0 pubblicato come dispensa nel mio insegnamento di antropologia culturale, contribuendo alla diffusione e valorizzazione, tra i giovani soprattutto, di storie a loro sconosciute. Per avvicinare le scuole ed il pubblico museale, inoltre, con una piccola equipe museale stiamo realizzando un prodotto informatico, multimediale ed interattivo. Un\u00a0<em>archivio della memoria<\/em>\u00a0(denominato\u00a0<em>Fammera<\/em>, in onore della montagna che \u00e8 il simbolo e lo\u00a0<em>skyline<\/em>\u00a0del territorio aurunco) in cui navigare tra percorsi tematici,\u00a0<em>key-words<\/em>, mappe dei luoghi, episodi, storie e testimonianze. E tuttavia quest\u2019archivio non sar\u00e0 un archivio di\u00a0<em>storia orale<\/em>, dedicato ai soli ricordi del passato. Proprio per mantenere fede ad un impegno didattico ed etnografico, individuer\u00e0 significativi\u00a0<em>approfondimenti tematici<\/em>, legati alla contemporaneit\u00e0 ed alla pietra. A partire dalla documentazione dei suoi usi creativi; dalla\u00a0<em>monumentalistica locale<\/em>\u00a0ad esempio, allo sfruttamento, avviato subito dopo il conflitto, delle<em>\u00a0cave marmifere<\/em>\u00a0degli Aurunci dalle quali si estrae il\u00a0<em>perlato coreno<\/em>, esportato in tutto il mondo e con il quale \u00e8 stato ricostruita peraltro l\u2019Abbazia di Montecassino. La pietra, dunque, come risorsa (materiale e simbolica) di rinascita e riscatto, bene culturale ma anche economico. Pietra e territorio anche come\u00a0<em>teatro<\/em>\u00a0di una trasformazione epocale della guerra in \u2018guerra totale\u2019, avviata proprio qui, sulla Linea Gustav (Gribaudi Gabriella,\u00a0<em>Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste<\/em>. Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Bollati Boringhieri, 2005). L\u2019evento (centrale e cruciale) degli Aurunci \u00e8 legato proprio all\u2019incontro (ed allo scontro) tra culture prima ancora che tra eserciti, manifestato qui, nella forma (feroce ed inspiegabile) delle violenze \u201cetniche\u201d compiute dalle<em>\u00a0truppe di colore<\/em>\u00a0del corpo di spedizione francese (i 12.000\u00a0<em>goumiers<\/em>\u00a0guidati da\u00a0<em>le mar\u00e9chal Joffre<\/em>) sulla popolazione civile. Questo capitolo, avvolto tutt\u2019ora in un\u00a0<em>buio epistemico<\/em>\u00a0(Michael Taussig, 2005: 114) reclama infatti una riflessione critica e molto attuale, come mostra il problema della\u00a0<em>memoria negata<\/em>\u00a0degli stessi\u00a0<em>goumiers<\/em>, combattuti tra rivendicazioni di eroismi non riconosciuti (vedi il recente film\u00a0<em>Indig\u00e8nes<\/em>, di Rachid Bouchareb, Cannes, 2006) e<em>\u00a0rimozione collettiva<\/em>\u00a0delle violenze compiute. Non di minore interesse appare la diffusione contemporanea della \u201cspiritualit\u00e0 goum\u201d (Croce del Sud, anno 2, numero 4, Natale 2000 &#8211; bollettino dei goumier italiani, fratello dell\u2019edizione francese \u201c\u00c0 la Belle \u00c9toile\u201d), un movimento del pellegrinare, di ricerca interiore e preghiera, che si richiama appunto (probabilmente senza una necessaria riflessivit\u00e0 culturale) alla cultura berbera del \u201cpellegrinare\u201d dei\u00a0<em>goumiers<\/em>\u00a0marocchini (il cui nome deriva appunto dal termine\u00a0<em>goum<\/em>). Anche questi\u00a0<em>mix<\/em>\u00a0culturali \u201cspontanei\u201d (forse a volte anche \u2018selvaggi\u2019), divengono proficui spunti di riflessione critica e di impegno didattico per l\u2019etnografia contemporanea.<\/p>\n<p>Questo vasto (qui solo accennato) materiale costituir\u00e0, infine, la base documentaria per l\u2019allestimento di una\u00a0<em>stanza della memoria<\/em>\u00a0all\u2019interno del Museo della Pietra di Ausonia, da animare con le testimonianze audio-visive di queste\u00a0<em>storie come pietre<\/em>, \u201cinterpretate\u201d da narratori eccellenti ed artisti simpatetici individuati nel corso della ricerca stessa. In tal modo quest\u2019esperienza, sinora confinata nel privato e nel familiare, guadagner\u00e0 visibilit\u00e0 e valore, dando forza vitale all\u2019<em>identit\u00e0<\/em>\u00a0ed all\u2019<em>appartenenza<\/em>\u00a0al territorio, alla sua storia, alle sue vicissitudini, e fornendo risorse per un riscatto culturale anche nella forma di un turismo della memoria, peraltro gi\u00e0 presente sul territorio, meta di silenziosi pellegrinaggi laici.<\/p>\n<p>Cosa dire infine (<em>last but not least<\/em>) di questo vasto\u00a0<em>corpus narrativo<\/em>\u00a0raccolto? Difficile, se non impossibile, cercare di riassumere ed articolare i contenuti di questa\u00a0<em>letteratura del ricordo<\/em>\u00a0che si presenta anzitutto come un\u2019opera\u00a0<em>letteraria orale<\/em>, capace di rendere\u00a0<em>performances<\/em>\u00a0verbali incisive come pietre grazie soprattutto alla ricchezza ed alla forza espressiva del dialetto. L\u2019uso di metafore, di un linguaggio figurato, di forme verbali locali, anche onomatopeiche, supera i limiti e l\u2019insufficienza del linguaggio ordinario e riesce a trasmettere l\u2019indicibile della guerra. Come il senso di stupore, di meraviglia, tra sorpresa ed estraneit\u00e0, verso una simile, ingiusta, terribile ed immeritata violenza (<em>che conoscevamo della guerr\u00e0? Che sapevamo della guerra<\/em>?; ed ancora: \u201c\u00a0<em>ma \u00e8\u2019 lo vero c\u2019amo passato chesso<\/em>?).<\/p>\n<p>La guerra \u00e8 vissuta come un\u2019<em>apocalisse culturale<\/em>\u00a0(come \u00e8 gi\u00e0 stato rilevato in un\u2019analoga ricerca sulle stragi nazifasciste in Toscana, cfr. Pietro Clemente, 2005:49-60); le metafore pi\u00f9 diffuse sono ispirate infatti alla fine del mondo: \u201c<em>stava a fin\u00ec il mondo<\/em>, era la \u201c<em>finizione dello mundo<\/em>\u201d. Cio\u00e8 un universo che andava frantumandosi in macerie e schegge impazzite che seminano la morte tutt\u2019intorno causando la perdita di genitori, fratelli, sorelle, nipoti. E tuttavia l\u2019esperienza sconvolgente della guerra non \u00e8 solo fisica e materiale (come nella distruzione pure emblematica e totale di Montecassino: \u201c\u00a0<em>sopra a Montecassino buttarono 500 tonnellate di bombe<\/em>\u201d): \u00e8 anche, e soprattutto, sociale, comunitaria. Sradica letteralmente interi paesi e gruppi familiari dalla loro terra per deportati in campi di concentramento lontani, disperderli e farli fuggire in montagna (\u201c<em>a Fammera c\u2019erano 4000 persone<\/em>\u201d), abbandonando le proprie case, in una specie di\u00a0<em>esperienza dell\u2019esilio<\/em>, per cercare rifugio nella pietra e le sue risorse: grotte,\u00a0<em>caselle<\/em>,\u00a0<em>macere<\/em>, rocce,\u00a0<em>inghiottitoi<\/em>\u00a0, usati come rifugi per persone ed animali. Ma neanche la montagna riuscir\u00e0 a proteggere tutti dalla violenza della guerra. N\u00e9 dall\u2019 incubo della fame. Che \u00e8 stata terribile, al di l\u00e0 di ogni immaginazione (\u201c<em>la fame ha cecato gli occhi<\/em>\u201d) come dice con cruda espressione una donna, spingendo un bambino, disperato, a gridare ed invocare gli apparecchi che bombardano:\u201d\u00a0<em>apparecchi, buttatemi il pane<\/em>!!. La\u00a0<em>perdita del pane<\/em>\u00a0appare come il crollo di ogni orizzonte culturale, la perdita di ogni umanit\u00e0. Questa esperienza apocalittica dura otto mesi, vissuti dalla popolazione civile come in\u00a0<em>pieno fronte<\/em>: tra l\u2019<em>offensiva alleata<\/em>\u00a0e la\u00a0<em>linea Gustav<\/em>, la fortificazione delle montagne fatta dai tedeschi per sbarrare la strada agli eserciti alleati. Contro questo baluardo di pietra si scatena infatti (inutilmente) l\u2019offensiva ed alla fine, dicono i testimoni con efficace concisione, \u201c<em>hanno dovuto lanciare i marocchini per sfond\u00e0 il fronte<\/em>\u201d. Perch\u00e9, argomentano: \u201c<em>gli americani dicevano: &#8211; E chi ce va n\u2019coppa \u00e0 st\u00e8 montagne? E allora ficero ven\u00ec \u2018sti cosi niri<\/em>\u201d).<\/p>\n<p>Per quest\u2019impresa impossibile, le truppe di colore, impiegate proprio per la familiarit\u00e0 \u201cetnica\u201d con montagne e pietre, ricevettero, secondo una diffusa interpretazione, \u201ccarta bianca\u201d; cio\u00e8 il permesso di predare sull\u2019intera popolazione civile, secondo la consuetudine berbera della\u00a0<em>razzia<\/em>; e \u2018<em>fecero strage<\/em>\u2019 tra i civili. Le loro violenze evocate in forme inquietanti e drammatiche (\u201c<em>gli massacri c\u2019hanno fatto!!! femmene, omini!! Hanno distrutto gliu munno l\u00e0 n\u2019coppa<\/em>!!\u201d), sono interpretate dai testimoni con grande capacit\u00e0 riflessiva. Le\u00a0<em>interpretazioni locali<\/em>\u00a0descrivono (in modi assai diversi ma non necessariamente inconciliabili), una violenza\u00a0<em>sconosciuta ed estranea<\/em>, che v\u00e0 dalla percezione di una sostanziale\u00a0<em>de-umanizzazione<\/em>\u00a0di queste truppe, assimilate ad animali e selvaggi, all\u2019individuazione di precise responsabilit\u00e0 politiche e militari; dall\u2019influenza di sottesi fattori etnici e religiosi, all\u2019intuizione di una profonda diversit\u00e0 culturale, che tuttavia lascia spazio a differenze (individuali) anche notevoli; ad una (comune) umanit\u00e0 possibile.<\/p>\n<p>Alle loro inaudite violenze, sessuali e fisiche contro donne, uomini e persino animali, la gente degli Aurunci, prima attonita e sorpresa, reag\u00ec ancora una volta usando la pietra e le risorse naturali del territorio: nascondendosi in grotte, inghiottitoi sotterranei, sotto\u00a0<em>macere<\/em>, dentro cisterne, e persino\u00a0<em>murando<\/em>\u00a0<em>vive<\/em>\u00a0le ragazze in nicchie del muro. Ma la violenza consumata restava e bisognava tenerla dentro per tutta la vita, ed anche se non era una colpa \u201c<em>la dignit\u00e0<\/em>\u00a0&#8211; dice una testimone &#8211;\u00a0<em>non ce l\u2019avevi pi\u00f9<\/em>\u201d. In questo universo di dolore, di colpa e distruzioni immeritate, non manca la forza straordinaria del miracoloso e dell\u2019amore. Molte sono le testimonianze che ringraziano la madonna e l\u2019angelo custode, che con la loro\u00a0<em>sensibile<\/em>\u00a0presenza hanno protetto vite innocenti (\u201c<em>la madonna<\/em>\u00a0\u2013 dice una testimone, riferendosi alla statua della Madonna del Piano di Ausonia \u2013<em>\u00a0ha chiuso gli occhi<\/em>\u201d ad un certo punto, di fronte a tanto orrore. Ma senza tuttavia far mancare la sua protezione (\u201c<em>No lo saccio come me so salvata, ecco proprio la Madonna m\u2019ha salvata<\/em>! \u201c \u00e8 un\u2019espressioni ricorrente di tante testimonianze). Ed una anziana signora privata del marito afferma, comunque, che \u201c<em>non c\u2019\u00e8 niente pi\u00f9 forte dell\u2019amore, manco il ferro<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Molte testimonianze trasmettono infine l\u2019insegnamento di\u00a0<em>non dimenticare<\/em>\u00a0(\u201c<em>\u00a0S\u2019 hanno ricord\u00e0! Da generazione a generazione, non s\u2019hanno pi\u00f9 \u00e0 dimentica<\/em>\u2019 \u201c) affinch\u00e8 \u201c<em>Non possa mai pi\u00f9 ven\u00ec la guerra<\/em>..!!\u201d.<\/p>\n<p>Attraverso questa sintetica esposizione si delinea qualcosa della ricchezza di questa memoria che, grazie alla ricerca,\u00a0<em>rende visibile<\/em>\u00a0ci\u00f2 che \u00e8 stato a lungo sepolto e censurato dandogli una nuova pi\u00f9 riflessiva vita e dignit\u00e0.<\/p>\n<p>Con intensa partecipazione le sei ricercatrici che hanno condotto la ricerca (Beatrice Di Vito, Giuseppina Di Vito, Francesca Noce, Paola Parente, Lucia Stabile ed Antonietta Vallone) hanno raccontato i molti volti di quest\u2019esperienza. L\u2019 emozione dell\u2019ascolto e dell\u2019 incontro generazionale, insospettato quanto proficuo ed illuminante, ad esempio, e la ricchezza del giacimento narrativo scoperto, ancora da valorizzare. L\u2019arricchimento interiore maturato nell\u2019esperienza di ascolto ed il profondo\u00a0<em>bisogno di narrare<\/em>\u00a0dei testimoni, buono per ripensare il rapporto con gli anziani, portatori di storie minute ma non minori, inascoltate, ma pi\u00f9 forti e significative della storia ufficiale, spesso retorica e distante dall\u2019esperienza. Gli interventi delle ricercatrici sono stati seguiti con attenzione e partecipazione dai presenti che, con vera commozione, hanno poi assistito alla proiezione di un videodisco a loro dedicato (<em>Testimoni della memoria<\/em>). Il video, prodotto dal Museo della Pietra come omaggio agli straordinari donatori di queste storie, mostra sequenze fotografiche spontanee di alcuni narratori intervistati: una galleria di immagini di intensa suggestione, di volti e mani espressive che scorrono, con commento musicale, evocando vite laboriose e vicissitudini drammatiche, trasformate coraggiosamente in riscatto grazie anche al loro coraggioso\u00a0<em>lavoro di testimonianza<\/em>.<\/p>\n<p><em>Quali possibili considerazioni conclusive suggerisce quest\u2019esperienza di ricerca?<\/em><\/p>\n<p>Anzitutto l\u2019importanza della\u00a0<em>memoria<\/em>\u00a0per la vita contemporanea (cfr. Barbara A. Misztal,\u00a0<em>Theories of social remembering<\/em>, 2003, tr. it,\u00a0<em>Sociologia della memoria<\/em>, McGraw-Hill, Milano, 2007).<\/p>\n<p>La vitalit\u00e0 della\u00a0<em>memoria aurunca<\/em>, conservata intatta dopo sessant\u2019anni, riconferma la consistenza (emozionale e sociale) di un patrimonio\u00a0<em>immateriale<\/em>\u00a0da trasmettere alle generazioni future come impegno e motivazione ad una consapevole appartenenza locale e tuttavia non localistica.<\/p>\n<p>Coltivare la\u00a0<em>memoria sociale<\/em>\u00a0non \u00e8 un dovere: \u00e8\u00a0<em>un\u2019esigenza<\/em>\u00a0indispensabile per far conoscere ai giovani la\u00a0<em>loro storia comunitaria<\/em>\u00a0(partecipe di una storia pi\u00f9 ampia e globale), attraverso<em>\u00a0storie locali<\/em>; come una risorsa preziosa per affrontare il presente ed il futuro.<\/p>\n<p>Il dialogo costante tra intervistate e intervistatrici che percorre le narrazioni come una trama di scambi generazionali a lungo mancati ricostituisce\u00a0<em>identit\u00e0 di genere e generazionali<\/em>\u00a0(<em>o\u00ec Franc\u00e8?, o\u00ec figlia<\/em>!). E la condivisione di dolori e traumi a lungo negati e rimossi, trova qui ed ora, nell\u2019incontro etnografico la sua prima, a lungo attesa accoglienza.<\/p>\n<p>Grazie alle storie e testimonianze raccolte luoghi, pietre e scenari, svelano\u00a0<em>sacrari diffusi<\/em>, dove si conservano memorie personali e familiari di cari sepolti, perduti, salvati. Meta di quotidiani ritrovamenti (in una sorta di\u00a0<em>etnoarcheologia<\/em>\u00a0della guerra e della modernit\u00e0) di schegge, bossoli, armi, tracce di antiche esplosioni. Nella rievocazione come nella censura (non meno forte, comunque da rispettare: \u201c<em>Nisciuno h\u00e0 detto niente! Non tenemo da dice niente, non tenemo da raccont\u00e0 niente<\/em>!\u201d), si sviluppa una interna, sofferta dialettica tra quanti\u00a0<em>non vogliono ricordare<\/em>\u00a0e chi\u00a0<em>non pu\u00f2 dimenticare<\/em>\u00a0(Fabio Dei,\u00a0<em>Antropologia della violenza<\/em>, Meltemi, Roma, 2005: 53).<\/p>\n<p>Proprio il dramma di chi non vuole (o non pu\u00f2) ricordare (perch\u00e9 anche il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, diceva Pascal), sostiene per me, tuttavia, il senso di un\u2019<em>etnografia della memoria<\/em> come \u2018restituzione di parola\u2019 a chi \u00e8\u00a0condannato al silenzio, oltre alle seguenti, possibili, ragioni \u201cvirtuose\u201d. Primo, perch\u00e9 trasforma \u201cmemorie disperse\u201d (<em>ricordi individuali<\/em>) in un patrimonio prezioso per esigenze attuali e future (<em>memoria sociale<\/em>). Secondo, perch\u00e9 trasforma il raccontare e l\u2019ascoltare in un processo relazionale e cognitivo. Terzo, perch\u00e9 conserva e trasmette un sentimento d\u2019identit\u00e0 locale facendone un bene dell\u2019umanit\u00e0. Quarto, perch\u00e9 \u00e8 un\u00a0<em>presidio<\/em>\u00a0etico e scientifico contro il pericolo di interpretazioni riduttive, giustificatorie e negazioniste delle violenza. Quinto, perch\u00e9 \u00e8\u00a0<em>un\u2019etica possibile<\/em>\u00a0del superamento e della fraternit\u00e0 vs un\u2019etica del risentimento. Sesto, perch\u00e9 promuove iniziative e pratiche della memoria, quali mostre e musei, come\u00a0<em>ponti<\/em>\u00a0per costruire dialogo, consapevolezza (critica) e comprensione tra generazioni, culture e societ\u00e0 diverse.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia:<\/strong><\/p>\n<p>Pietro Clemente, \u201c\u00a0<em>Ritorno dall\u2019apocalisse<\/em>\u201d, in : P. Clemente e F. Dei (a cura di) \u201c<em>Poetiche e politiche del ricordo. Memoria pubblica delle stragi neofasciste in Toscana<\/em>\u201d, Carocci, Roma, 2005.<\/p>\n<p>Fabio Dei , \u201cIntroduzione\u201d in:\u00a0<em>Antropologia della violenza<\/em>, Meltemi, Roma, 2005.<\/p>\n<p>Gribaudi Gabriella,\u00a0<em>Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-1944<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino, 2005.<\/p>\n<p>Barbara A. Misztal,\u00a0<em>Theories of social remembering<\/em>, 2003, tr. it,\u00a0<em>Sociologia della memoria<\/em>, McGraw-Hill, Milano, 2007.<\/p>\n<p>Michael Taussig , \u201c<em>Cultura del terrore, spazio della morte<\/em>\u201din: Fabio Dei (a cura di),\u00a0<em>Antropologia della violenza<\/em>, Meltemi, Roma, 2005.<\/p>\n<p>Croce del Sud, anno 2, numero 4, Natale 2000 &#8211; bollettino dei\u00a0<em>goumier<\/em>\u00a0italiani, fratello dell\u2019edizione francese \u201c\u00c0 la Belle \u00c9toile\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[838],"fascicolo":[133],"class_list":["post-1654","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-antonio-riccio","fascicolo-giugno-2008"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Esperienze di ricerca. 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