{"id":1593,"date":"2007-06-01T12:00:00","date_gmt":"2007-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1593"},"modified":"2026-04-11T23:42:22","modified_gmt":"2026-04-11T21:42:22","slug":"commento-a-fraternity-a-moral-understanding-of-market-relationships","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2007\/giugno\/commento-a-fraternity-a-moral-understanding-of-market-relationships\/","title":{"rendered":"Commento a: \u201cFraternity: a moral understanding of market relationships\u201d"},"content":{"rendered":"<p><em>Il saggio di Bruni e Sudgen \u00e8 un contributo importante e originale al vivace dibattito circa il contenuto morale delle relazioni di mercato. Dal momento che concordo con gli Autori sulla tesi da essi difesa e soprattutto condivido l\u2019orientamento di fondo che anima lo scritto, in quel che segue mi soffermer\u00f2 su alcuni punti specifici che meritano un\u2019ulteriore disanima e su una osservazione critica di portata generale.<\/em><\/p>\n<p>La nozione di moralit\u00e0 adottata dagli AA. non mi pare afferente. \u201c<em>Our concern is with morality as a social practice; not with questions about what one ought to approve<\/em>\u201d (p.1). Ma se la moralit\u00e0 viene ridotta a un insieme di norme sociali di comportamento, perch\u00e8 scomodare tale termine? Che bisogno c\u2019\u00e8 di impiegare un termine cos\u00ec denso di significato come quello di moralit\u00e0 per darne una interpretazione in chiave riduzionista? Il fatto \u00e8 che gli autori non intendono sottoscrivere una tale mossa, dal momento che poche righe dopo scrivono: \u201c<em>this indifference (degli scambisti agli interessi reciproci) in not a matter for moral criticism<\/em>\u201d (p.1). Come si comprende, un\u2019affermazione del genere ha senso solo se alla nozione di moralit\u00e0 viene associata la dimensione del \u201cdover essere\u201d. (\u201c<em>What one ought to approve or not approve<\/em>\u201d). Tanto \u00e8 vero che a p.8 si legge: \u201c<em>For Smith, the emergence and growth of commercial society is a form of moral progress<\/em>\u201d. Chiaramente, in tanto si pu\u00f2 parlare di progresso morale in quanto si ammette che il giudizio morale contiene una qualche prescrittivit\u00e0. Infatti, cosa ci sarebbe mai di cos\u00ec rilevante nell\u2019azione morale se fosse moralmente accettabile perseguire qualsiasi desiderio o preferenza, per quanto deprecabile?<\/p>\n<p>Passo ad un secondo punto. Nel tentativo di porre bene in luce la differenza tra Smith e Genovesi circa il rispettivo modo di concepire il mercato, mi pare che Bruni e Sudgen facciano dire a Smith cose che questi non avrebbe verosimilmente sottoscritto. Un solo esempio. A p.9, leggiamo: \u201c<em>The market-social opposition is deeply embedded in Smith\u2019s account of the moral content of market relationships. In Genovesi\u2019s account, in contrast, there is no such opposition<\/em>\u201d. Se \u2013 come a me pare \u2013 in Smith il mercato \u00e8 una delle precondizioni della socialit\u00e0, come pu\u00f2 esserci allora opposizione tra mercato e socialit\u00e0? Due enti sono in opposizione quando non \u00e8 possibile muovere o passare dall\u2019uno all\u2019altro. Ci\u00f2 che si pu\u00f2 sostenere \u00e8 che per Smith tra mercato e socialit\u00e0 vi \u00e8 una diversit\u00e0 di grado. Inoltre, allo scopo di differenziare lo scambio di mercato dalla mutua assistenza, gli autori scrivono (p.10) che mentre nello scambio non c\u2019\u00e8 intenzionalit\u00e0 dell\u2019una parte di arrecare vantaggio o aiuto all\u2019altra, questa intenzionalit\u00e0 sarebbe presente nella mutua assistenza. Ci\u00f2 non basta. Occorre aggiungere una seconda qualificazione per differenziare la relazione dello scambio di equivalenti della relazione di reciprocit\u00e0: nella prima, la determinazione dei termini dello scambio vien prima del trasferimento della propriet\u00e0 (o del possesso) dell\u2019oggetto di scambio. E\u2019 proprio questa qualificazione a permetterci di capire che mentre lo scambio \u00e8 fondato sul principio di equivalenza, la reciprocit\u00e0 si basa sul principio di proporzionalit\u00e0.<\/p>\n<p>Di una terza questione desidero brevemente dire. Mi pare che il paragrafo 2 (\u201c<em>Caring relationships and the market<\/em>\u201d) confonda non poco il lettore. Infatti, mentre il primo paragrafo si occupa di relazioni di mercato tra agenti economici che si incontrano su un piano di parit\u00e0, nel secondo paragrafo si fa entrare in scena l\u2019impresa, cio\u00e8 un ente governato secondo il principio di gerarchia. Lo schema di ragionamento diventa cos\u00ec tripolare: il soggetto che offre servizi di cura non si interfaccia direttamente con il soggetto che domanda tali servizi, perch\u00e9 l\u2019offerente offre i suoi servizi all\u2019impresa la quale li vende poi al richiedente degli stessi. Pu\u00f2 cos\u00ec accadere che il lavoratore mosso da motivazioni intrinseche rifiuti di comportarsi in modo socialmente qualificato nei confronti del portatore di bisogni non perch\u00e9 incoerente con il suo sistema motivazionale, ma perch\u00e9 non accetta di arrecare vantaggio all\u2019impresa la quale si comporta secondo il principio \u201c<em>getting more by paying less<\/em>\u201d. Pertanto l\u2019esempio prodotto dagli autori a p.18 \u00e8 fuorviante, perch\u00e9 mai accade che i tipi B (p.18) si incontrano con i tipi A. Accade invece che i tipi B sono parte di una qualche organizzazione, cos\u00ec che il mutuo vantaggio si realizza tra i tipi A e l\u2019organizzazione. Ora, se quest\u2019ultima fosse, poniamo, una cooperativa sociale si pu\u00f2 senz\u2019altro pensare di estendere il mutuo vantaggio a tutti i soci della cooperazione. Ma se l\u2019organizzazione in questione fosse un\u2019impresa capitalistica, cio\u00e8 un\u2019impresa a fine di lucro, tale estenzione in nessun modo potrebbe essere giustificata \u2013 a meno di introdurre ipotesi\u00a0<em>ad hoc<\/em>\u00a0sull\u2019alienazione dei lavoratori dipendenti dell\u2019impresa. Inoltre, l\u2019argomento svolto a p.3 a proposito del ruolo svolto dalla motivazione intrinseca dei lavoratori di cura nel determinare esiti di efficienza non mi pare corretto. Infatti, \u00e8 vero che il lavoratore con vocazione pu\u00f2 accettare salari pi\u00f9 bassi rispetto al lavoratore senza vocazione \u2013 ci\u00f2 che rappresenta un vantaggio per l\u2019impresa. Ma questo si verifica solamente se l\u2019impresa si adopera per aumentare la remunerazione non monetaria (cio\u00e8 intrinseca) del lavoratore e questa operazione potrebbe pi\u00f9 che annullare il precedente vantaggio in termini di costo dell\u2019impresa. Chiudo con un\u2019osservazione di carattere generale. Qual \u00e8 la rilevanza dell\u2019argomento sviluppato nel saggio per la realt\u00e0 odierna? Il titolo del saggio parla di \u201c<em>comprensione morale di relazioni di mercato<\/em>\u201d. Ma quale tipo di mercato?<\/p>\n<p>Come sappiamo, vi sono i mercati darwiniani, dove \u00e8 di casa la competizione posizionale e dove \u201c<em>chi vince prende tutto e chi perde lascia tutto<\/em>\u201d (l\u2019effetto superstar di cui parla Shermin Rose) e vi sono i mercati civili in cui vige la competizione cooperativa e dove le distanze tra gli agenti tendono ad accorciarsi. Il mercato cui pensava Genovesi era quello civile; quello che Smith aveva in mente era invece quello capitalistico. Questa \u00e8 la differenza di fondo tra i due illustri esponenti dell\u2019illuminismo napoletano e scozzese. Secondo. \u201c<em>What is the nature of the relationships between trading partners in a market<\/em>? \u201c (p.1) \u2013 scrivono gli autori all\u2019inizio del saggio. Ora, mentre ai tempi di Genovesi i trading partners erano basicamente soggetti individuali o quasi (artigiani, contadini, famiglie), oggi i trading partners che entrano in rapporti di scambio sul mercato sono prevalentemente imprese di tipo capitalistico, oppure individui singoli (lavoratori) che negoziano con tali imprese. Ne deriva che la risposta alla domanda se la relazione tra trading patners \u2013 cos\u00ec come percepita da costoro \u2013 possiede o meno un contenuto morale dipende dalla circostanza che a incontrarsi sul mercato siano due persone, oppure due organizzazioni non profit, oppure due imprese capitalistiche. E\u2019 sorprendente che in tutto il saggio qui in discussione il termine capitalismo e l\u2019aggettivo capitalistico non ricorrano una sola volta.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1034],"fascicolo":[120],"class_list":["post-1593","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-stefano-zamagni","fascicolo-giugno-2007"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Commento a: \u201cFraternity: a moral understanding of market relationships\u201d<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Stefano Zamagni, pubblicato nel numero di Giugno 2007. 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