{"id":1555,"date":"2006-10-01T12:00:00","date_gmt":"2006-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1555"},"modified":"2026-04-11T23:13:26","modified_gmt":"2026-04-11T21:13:26","slug":"politiche-dellimmigrazione-in-europa","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2006\/ottobre\/politiche-dellimmigrazione-in-europa\/","title":{"rendered":"Politiche dell\u2019immigrazione in Europa"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019Europa \u00e8 storicamente paese d\u2019emigrazione: basti guardare a come gli europei hanno colonizzato interi continenti (le Americhe, l\u2019Oceania), a come si siano impiantati in ampi territori dell\u2019Africa e dell\u2019Asia<sup>1<\/sup>. Soltanto verso la fine del XX secolo l\u2019Europa diventa autentico paese d\u2019immigrazione, dopo aver teorizzato, ancora negli anni \u201970, la possibilit\u00e0 di restare a \u201cimmigrazione zero\u201d<sup>2<\/sup>.<\/p>\n<p>Il fenomeno immigratorio diventa strutturale nella seconda met\u00e0 degli anni \u201990, per tre concause. La caduta dei regimi comunisti nei paesi vicini dell\u2019Europa centro-orientale aggiunge un ulteriore flusso di risorse umane alla mano d\u2019opera offerta da decenni dalla fascia meridionale del Mediterraneo. Accordi intergovernativi rendono sempre pi\u00f9 facili i passaggi alle frontiere, all\u2019interno del crescere dei fenomeni di globalizzazione dell\u2019economia, e del turismo internazionale. La crisi demografica e l\u2019invecchiamento della popolazione europea rendono irrinunciabile l\u2019acquisizione di lavoro esterno, per il mantenimento dell\u2019espansione economica nel vecchio continente<sup>3<\/sup>. Alla met\u00e0 degli anni 2000, la presenza di lavoratori stranieri nei paesi membri si attesta tra il 4 e il 5% della popolazione totale<sup>4<\/sup>, e contribuisce per \u00bc alla crescita occupazionale annua.<\/p>\n<p>Per contestare questa progressione storica, non mette conto citare casi anteriori d\u2019immigrazione legati a paesi come Olanda<sup>5<\/sup>, Francia, Regno Unito, Belgio. Certamente qui si sperimentarono consistenti fenomeni d\u2019immigrazione gi\u00e0 negli anni settanta. Ma si trattava di movimenti strettamente legati al passato coloniale: si caratterizzavano per rappresentare una sorta di circolazione interna al mercato monoculturale e monolinguistico ereditato dall\u2019epoca coloniale e da accordi espliciti o impliciti tra metropoli ed ex territori ultramarini<sup>6<\/sup>.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 da stupirsi se i paesi europei e l\u2019Unione arrivino, allo storico appuntamento con i flussi d\u2019immigrazione, impreparati sia sotto il pro-filo delle politiche dell\u2019accoglienza che delle rego-lamentazioni d\u2019accompagnamento. Le ingenuit\u00e0, gli errori di fronte all\u2019affluire in Europa di masse d\u2019immigrati regolari e clandestini, trovano spiegazione anche nella totale impreparazione continentale alla novit\u00e0<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>Impreparazione che nei paesi trovatisi da bacini d\u2019emigrazione netta a ricettori d\u2019immigra-zione netta (Spagna e Italia dapprima, poi Grecia e ora alcune delle nuove democrazie centro-orientali), \u00e8 risultata anche maggiore<sup>8<\/sup>. Si pensi che in Italia il primo provvedimento che affronta specificamente l\u2019immigrazione \u00e8 del febbraio 1990, la cosiddetta legge Martelli. Si d\u00e0 il caso che quindici anni dopo il nostro paese conti gi\u00e0 due milioni ottocentomila immigrati regolari, contro i tre milioni e mezzo della Francia<sup>9<\/sup>, con un\u2019incidenza percentuale che in ambedue i paesi va ad aggirarsi intorno al 5%.<\/p>\n<p><em>In cerca di una strategia<\/em><\/p>\n<p>\u201c<em>I problemi sono posti a livello di due ca-tegorie d\u2019emigranti: quelli gi\u00e0 ospitati legalmente nei Paesi membri, quelli che vi sono entrati o che vi entreranno illegalmente. Per gli emigrati gi\u00e0 presenti legalmente nei Paesi europei, le questioni riguardano essenzialmente la qualificazione del loro inserimento nella societ\u00e0 di accoglimento: secondo delle situazioni nazionali, ci\u00f2 concerne i sistemi d\u2019istruzione e di qualificazione professionale, i livelli salariali, la politica di ricongiungimento dei nuclei familiari, l\u2019atteggiamento verso le naturalizzazioni, la protezione sociale, la partecipazione alla vita sindacale e all\u2019elettorato attivo almeno per le liste locali e amministrative. Obiettivamente pi\u00f9 complesso il quadro attinente gli spazi illegali dell\u2019emigrazione<\/em>\u2026\u201d. Considerazioni davvero attuali: peccato che risalgano a vent\u2019anni fa!<sup>10<\/sup>\u00a0Sembra che la societ\u00e0 europea non sia riuscita, in un ventennio, a spostare significativamente i termini della questione migratoria.<\/p>\n<p>Identificare le ragioni dei nostri insuccessi e comprendere quali azioni strategiche andrebbero assunte, \u00e8 un modo di contribuire alla ricerca delle soluzioni. D\u2019altronde, ed \u00e8 l\u2019altro elemento da tener presente per collocare storicamente le attuali politi-che dell\u2019Unione in materia di migranti, le migrazioni di cui l\u2019Europa ha conoscenza e con sapevolezza, tra la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, sono soprattutto quelle\u00a0<em>interne<\/em>\u00a0al continente, tra un sud italiano, spagnolo, portoghese, greco con eccesso di popolazione rispetto alle capacit\u00e0 produttive, e un centro-nord che preme l\u2019acceleratore dello sviluppo. Dette migrazioni, che sino alla seconda guerra si dirigevano verso i continenti nuovi d\u2019America ed Asia, o trovavano sfogo nelle avventure coloniali, diventano parte degli accordi d\u2019integrazione che i paesi europei vengono a sottoscrivere dagli anni cinquanta in poi.<\/p>\n<p>Sin dall\u2019inizio, le nascenti istituzioni europee si confrontano con la necessit\u00e0 di una politica migratoria comune, che guardi anche al profilo sociale dei movimenti umani che le esigenze della ricostruzione post bellica e l\u2019espansione capitalistica degli anni \u201950 stanno mettendo in essere. Il trattato di Roma che, nel 1957, crea la Comunit\u00e0 economica europea, adotta il principio della libera circolazione dei lavoratori<sup>11<\/sup>.<\/p>\n<p>Torna sulla materia l\u2019Atto unico europeo, firmato a Lussemburgo il 17 febbraio 1986. Il documento realizza il passaggio dal mercato \u201ccomune\u201d a quello \u201cinterno\u201d, prevedendo il pro-gressivo abbattimento delle frontiere interne sia per i cittadini dei paesi membri che per i familiari del cittadino comunitario originari di paesi terzi. La mi-sura sulla libera circolazione non tocca soltanto chi presta lavoro. Si estende a pensionati, studenti e altre categorie non regolate dal trattato istitutivo della Cee, e diventa effettiva dal 1 gennaio 1993.<\/p>\n<p>Il momento pi\u00f9 alto \u00e8 rappresentato dal trattato dell\u2019Unione europea, sottoscritto a Maastricht il 7 febbraio 1992. Viene introdotto il concetto di\u00a0<em>cittadinanza<\/em>\u00a0dell\u2019Unione<sup>12<\/sup>, s\u2019istituisce la figura del Mediatore europeo, si affida al Parlamento europeo il compito di organizzare Commissioni di inchiesta<sup>13<\/sup>. Le misure toccano direttamente i soggetti interessati alle migrazioni, sia quelle interne al territorio unionale, sia quelle da e per paesi terzi. Pi\u00f9 in particolare, per gli ospiti in arrivo da paesi terzi, il trattato affida alla cooperazione intergovernativa la lotta contro l\u2019immigrazione clandestina e la criminalit\u00e0 collegata, ponendola nelle mani del Consiglio dei ministri dell\u2019Unione<sup>14<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019ulteriore passo in avanti avviene con il completamento di alcuni presupposti del trattato di Maastricht, operato attraverso il trattato di Amsterdam dell\u2019ottobre 1997<sup>15<\/sup>. L\u2019Ue s\u2019impegna a lavorare nei settori della Giustizia e degli Affari interni. In questo contesto, le disposizioni riguardanti gli immigrati da paesi terzi, la loro circolazione nel territorio unionale, le modalit\u00e0 del soggiorno, sono affidate agli organi dell\u2019Unione e non solo pi\u00f9 alla cooperazione intergovernativa. Il trattato, a conferma di quanto le competenze sulle migrazioni appaiano sensibili, fissa che l\u2019entrata in vigore delle nuove competenze unionale in materia d\u2019immigrazione ed asilo, accada cinque anni dopo l\u2019entrata in vigore del trattato.<\/p>\n<p>Le novit\u00e0, rispetto a Ma-astricht, sono significative. Cos\u00ec l\u2019art. 63 ricerca uno schema legale di riferimento comune sullo status degli immigrati da paesi terzi. Al \u00a7 3, ad esempio, Amsterdam fissa in quali situazioni i cittadini di stati terzi possano, per il periodo massimo di mesi tre, circolare liberamente nel territorio unionale. Mentre il paragrafo 4 dello stesso articolo stabilisce le condizioni alle quali detti cittadini, nel caso di regolare situazione, possono soggiornare in altri paesi membri.<\/p>\n<p>In quanto all\u2019asilo, il paragrafo 1 richiama la convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e il protocollo del 31 gennaio 1967. Inoltre, nel testo aggiornato del 1998, il trattato consente il ricorso presso la Corte<sup>16<\/sup>\u00a0di giustizia se \u00e8 violata la Conven-zione europea dei diritti fondamentali del Consiglio d\u2019Europa.<br \/>\nCome si vede, Amsterdam statuisce un legame inscindibile, e che da qui in poi sar\u00e0 tenuto ben fermo dalle politiche unionali, tra soppressione dei residui ostacoli alla libera circolazione delle persone e il rafforzamento della sicurezza. Amsterdam \u00e8 possibile, perch\u00e9 esiste Schengen: il che \u00e8 senz\u2019altro vero per i cittadini dell\u2019Unione, ma ri-guarda immediatamente anche i diritti dei cittadini dei paesi terzi, una volta che abbiano fatto ingresso legale nel territorio dell\u2019Ue. Politiche del sociale (ministeri del lavoro, della pari opportunit\u00e0, delle politiche sociali), della sicurezza (ministeri dell\u2019interno e della giustizia), della giustizia (ministeri di grazia e giustizia), procedono di conserva, attraverso coordinamenti politici e amministrativi tesi ad allargare le maglie degli ingressi dai paesi esteri, restringendo al pi\u00f9 basso livello possibile i rischi collegati in termini di sicurezza, igiene e salute pubblica. Si guardi alla politica dei visti, unionalizzata, quella dell\u2019immigrazione, quella riguardante i diritti dei cittadini regolarizzati provenienti da paesi terzi, le norme attinenti i passaggi alle frontiere, le misure per gestire le concessioni d\u2019asilo e la cooperazione giudiziaria civile.<\/p>\n<p>Sembra appropriato rilevare qui la creazione\u00a0<em>dell\u2019Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne<\/em>\u00a0degli stati membri dell\u2019Ue (<em>Frontex<\/em>), finalizzata ad adottare ed elevare il grado di gestione integrata dei servizi di vigilanza agli ingressi. L\u2019Agenzia \u00e8 creata con Regolamento (CE) n. 2007\/2004 del Consiglio, del 26 ottobre 2004, in vigore un mese dopo, essendo pubblicato nella G:U L 349 del 25 no-vembre 2004. La responsabilit\u00e0 del controllo alle frontiere esterne (regolate dalle disposizioni del diritto comunitario in quanto ad attraversamento delle frontiere esterne da parte di persone) resta agli stati membri, ma l\u2019Agenzia semplifica l\u2019applicazione delle misure comunitarie in materia, attuali e successive. L\u2019Agenzia fa: ricerca, informazione, formazione, monitoraggio, assistenza tecnica e operativa rafforzata, sostegno per l\u2019organizzazione di rimpatrio congiunto nel caso di residenze illegali di stranieri<sup>17<\/sup>. L\u2019Agenzia funziona dal 1 maggio 2005 e, in base alla Decisione 2005\/358\/CE del Consiglio, del 26 aprile 2005, attinente la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati membri, con sede a Varsavia. Si avvale delle decisioni prese dal Consiglio dei ministri degli Interni e della Giustizia dei 15 nel 2003 e trasmesse al Consiglio europeo del 16 e 17 ottobre di quell\u2019anno. L\u00e0, oltre alla decisione sull\u2019Agenzia, furono fissati i principi delle \u201cquote d\u2019ingresso europee\u201d, dei \u201cdati biometrici\u201d sul passaporto, dei \u201cpaesi sicuri\u201d (ai cui cittadini non viene concesso asilo politico).<\/p>\n<p><em>L\u2019Unione nella diversit\u00e0: anche verso gli immigrati<\/em><\/p>\n<p>Sul piano giuridico, l\u2019Italia e gli altri \u201cri-tardatari\u201d, incontrano paradossalmente meno problemi per adeguarsi alle politiche che l\u2019Ue va costruendo intorno agli immigranti. Non disponendo, in materia d\u2019immigrazioni, di un consolidato in quanto a leggi, regole amministrative, giurisprudenza nazionali, frappongono meno rimostranze ed osservazioni di fronte all\u2019iniziativa dell\u2019Unione. Un\u2019iniziativa che, per la natura stessa dell\u2019acquis comunitario, si spinge pi\u00f9 avanti delle tradizioni nazionali, in quanto a salvaguardia dei diritti umani e delle libert\u00e0 fondamentali. Ci\u00f2 che \u00e8 risultato particolarmente evidente in quanto a diritto d\u2019asilo, diritto di ricongiungimento e a vivere in famiglia<sup>18<\/sup>, diritto di protezione giuridica contro le procedure d\u2019espulsione.<\/p>\n<p>Italia, Spagna e le altre nazioni\u00a0<em>followers<\/em>, non hanno, ad esempio, esperienza della chiusura totale delle frontiere, quando provvedimenti di questo tipo erano stati adottati da altri paesi europei intorno alla met\u00e0 degli anni \u201970, in occasione della crisi economica, seguita al subitaneo innalzamento dei costi petroliferi, che avrebbe contribuito al programma di \u201cimmigrazione zero\u201d. Per la stessa ragione, detti paesi non hanno visto sorgere quei movimenti politici sciovinisti e razzisti che nei paesi d\u2019immigrazione storica, ad esempio la Francia, hanno condotto campagne xenofobe e antiimmigrazione, vendendo alle opinioni pubbliche soluzioni comunque fuori dalla portata delle presenti generazioni<sup>19<\/sup>.<\/p>\n<p>Sono i retroterra nazionali a spiegare come, al di l\u00e0 dei principi condivisi con la sottoscrizione di convenzioni e trattati, i governi dei paesi membri fatichino a far funzionare un\u2019autentica politica europea globale delle immigrazioni. Tali retroterra vanno esaminati dal punto di vista dei governi e delle culture di accoglienza, e dal punto di vista delle culture allogene che vengono a collocarsi nei contesti europei. Il ritardo, e quindi la sostanziale debolezza di partenza, delle nazioni\u00a0<em>followers<\/em>, spiega anche perch\u00e9 il concerto chiesto da paesi come l\u2019Italia<sup>20<\/sup>\u00a0e la Spagna, di fronte alla pressione demografica dei pi\u00f9 disperati, in arrivo attraverso il Mediterraneo, non trovi inizialmente che parziale accoglimento, con conseguenze deleterie per gli immigrati sotto il profilo sociale e sanitario, e sia per gli immigrati che i cittadini comunitari sotto il profilo della sicurezza<sup>21<\/sup>.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 detto, va escluso che si stia registrando nel territorio dell\u2019Ue l\u2019accentuazione dei percorsi nazionali all\u2019immigrazione. Al contrario, si va co-struendo un\u00a0<em>acquis<\/em>\u00a0comunitario in materia d\u2019immi-grazione, che alla lunga finir\u00e0 per prevalere sui per-corsi nazionali sin qui compiuti. Il processo \u00e8 insie-me causa ed effetto della maturazione, nell\u2019ambito delle opinioni pubbliche dei paesi membri, della convinzione che l\u2019Unione debba assumere maggiore rilievo nelle questioni riguardanti gli immigrati, per gli aspetti di sicurezza e di giustizia sociale che superano le specificit\u00e0 nazionali. Si sono inoltre rilevati, negli ultimi tempi, i forti limiti che soluzioni basate esclusivamente sul vissuto nazionale generano.<\/p>\n<p>Si prenda il modo opposto con cui i due paesi europei pi\u00f9 rile-vanti, Germania e Francia, hanno storicamente affrontato la questione della concessione della cittadinanza a stranieri. In Germania il ius sanguinis, da sempre richiamato come fondamento del\u00a0<em>Volk<\/em>\u00a0germanico, ha generato, nei decenni della grande immigrazione dei\u00a0<em>Gastarbeiter<\/em>\u00a0turchi e mediterranei, la cultura della sovrapposizione di prossimit\u00e0 tra comunit\u00e0 etno-culturali destinate a restare comunque separate. In opposizione a questo modello, la Francia ha portato avanti il progetto della \u201ccittadinanza repubblicana\u201d, naturalizzando sulla base del\u00a0<em>ius soli<\/em>\u00a0chi fosse nato in territorio repubblicano. Ambedue le posizioni sono sottoposte a critica. La Germania, alla luce dello scarso risultato dell\u2019operazione d\u2019integrazione veloce dei\u00a0<em>l\u00e4nder<\/em>\u00a0orientali, condotta secondo i canoni sperimentati nei decenni di welfare \u201cpesante\u201d, con formazione professionale e inserimento \u201ceconomico\u201d degli immigrati, riapre la questione della cittadinanza basata sull\u2019etnia, anche perch\u00e9 nel frattempo il numero degli stranieri \u00e8 ulteriormente cresciuto<sup>22<\/sup>. La Francia, dopo la lezione della rivolta nella vasta\u00a0<em>banlieu<\/em>\u00a0maghrebina, s\u2019interroga sui limiti di una scelta che ha naturalizzato immigrati che si sentono gli \u201cindigeni\u201d della Repubblica<sup>23<\/sup>.<\/p>\n<p>N\u00e9 il revisionismo tocca soltanto la coppia di testa franco tedesca. Il Regno Unito che, mentre ancora si lecca le ferite per le sommosse etniche del 2001, scopre cittadini britannici figli di immigrati tra gli attentatori islamici del 7 luglio<sup>24<\/sup>, si chiede se il metodo della lotta alla dischiminazione etnica per via giudiziaria sia sufficiente<sup>25<\/sup>. Il Regno Unito ha storicamente sposato il multiculturalismo tollerante, dove i gruppi di minoranza sono persino sostenuti nel mostrare la loro specificit\u00e0 e distinzione, scontato che accettino quella degli altri. L\u2019Olanda, per mesi e mesi in stato di choc per l\u2019assassinio del regista Theo van Gogh commesso da radicali islamici<sup>26<\/sup>, inizia a dubitare del complesso sistema di partecipazione istituzionale politica e sociale adottato da decenni per favorire l\u2019integrazione degli immigrati, con il fulcro dell\u2019attribuzione agli emigrati del diritto a partecipare alle elezioni locali<sup>27<\/sup>\u00a0e scelte non molto dissimili da quella britannica in fatto di esaltazione delle specificit\u00e0 etniche e nazionali. Danimarca e paesi scandinavi, che su uno schema simile avevano costruito il rapporto con le comunit\u00e0 immigrate, accentuano anch\u2019essi la fase del ripensamento. In quanto all\u2019Italia, da sempre favorevole a politiche dell\u2019Unione sull\u2019immigrazione, guarda con attenzione a come le situazioni nazionali vadano convergendo verso medesime conclusioni pragmatiche: affidare all\u2019Unione il compito di ispirare, verso gli immigrati, comportamenti adeguati e per quanto possibile uniformi in tutti i paesi membri.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che \u00e8 certo, problemi tra comunit\u00e0 immigrate e nazionali sono venuti a manifestarsi sia dove ha prevalso l\u2019integrazionismo (Francia) sia dove \u00e8 stato premiato il multiculturalismo (Gran Bretagna e Olanda). E\u2019 anche certo che nessun paese europeo abbia scelto politiche di assimilazione, come stanno facendo da qualche tempo molti stati degli Stati Uniti (abbandonando la teoria del\u00a0<em>melting pot<\/em>\u00a0multiculturale), contrastando la formazione di ridotti abitativi etnici, consentendo l\u2019uso anche di lingue d\u2019origine ma non in situazioni ufficiali (\u00e8 il caso dello spagnolo con i\u00a0<em>latinos<\/em><sup>28<\/sup>.<\/p>\n<p>Qualche interessante precedente \u00e8 gi\u00e0 disponibile, ad esempio in materia d\u2019educazione scolastica.<\/p>\n<p>Altrettanto pu\u00f2 notarsi, in fatto di regola-rizzazione degli immigrati clandestini. Qui la Spagna ha segnato l\u2019esperienza pi\u00f9 profonda, avendo deciso una campagna, il 7 febbraio 2005, particolarmente generosa verso gli immigrati, includendovi la riapertura di termini per la regola-rizzazione di irregolari. La campagna ha riaperto in Europa il dibattito sul meccanismo di\u00a0<em>early warning<\/em>, \u201cun sistema reciproco di informazione e allarme preventivo\u201d, portato al Consiglio dei ministri del 24 febbraio 2005. I timori rispetto alle azioni di regolarizzazione partono da una constatazione, fatta propria dalla Commissione europea in un suo documento ufficiale: \u201cl\u2019esperienza dimostra che le iniziative di regolarizzazione funzionano da fattore di traino per l\u2019immigrazione illegale\u201d<sup>29<\/sup>.<\/p>\n<p><em>Alla ricerca di una politica dell\u2019Unione per gli immigrati<\/em><\/p>\n<p>Sulla base di quanto dettato dal trattato d\u2019Amsterdam, il Consiglio europeo di Tampere, nell\u2019ottobre 1999, dichiara che \u201cgli aspetti separati, ma strettamente connessi, dell\u2019asilo e della migra-zione richiedono la definizione di una politica comune dell\u2019Ue\u201d, elencando le questioni da includere in detta politica:<\/p>\n<p>\u00b7 partenariato con i paesi d\u2019origine,<br \/>\n\u00b7 regime comune nelle politiche sull\u2019asilo,<br \/>\n\u00b7 equo (<em>fair<\/em>) trattamento dei cittadini dei paesi terzi,<br \/>\n\u00b7 gestione (<em>management<\/em>) dei flussi migratori.<\/p>\n<p>Quel Consiglio riconosce, nel paragrafo 20 delle Conclusioni, \u201c<em>la necessit\u00e0 di un ravvicinamento delle legislazioni nazionali relative alle condizioni di ammissione e soggiorno dei cittadini dei paesi terzi, in base a una valutazione comune sia degli sviluppi economici e demografici all\u2019interno dell\u2019Unione, sia della situazione dei paesi di origine<\/em>\u201d. Risulta chiaro, ai capi di stato e di governo europei, che le immigrazioni non sono pi\u00f9 un aspetto secondario, complementare alla libera circolazione interna dei lavoratori, ma un fenomeno a s\u00e9 stante, piuttosto ponderoso verso il quale occorre predisporre un quadro giuridico-istituzionale di riferimento ad hoc.<\/p>\n<p>La Commissione europea, riprendendo le conclusioni della Presidenza<sup>30<\/sup>, rilever\u00e0, in Comuni-cazione successiva<sup>31<\/sup>, che le politiche d\u2019immigrazione zero vanno considerate non pi\u00f9 adeguate ai bisogni dei paesi membri, alle prese con il flusso d\u2019immigrati illegali alimentato da contrabbando e tratta d\u2019esseri umani. Con le consapevolezze dell\u2019oggi, pu\u00f2 risultare curioso leggere in quella Comunicazione del novembre 2000: \u201c<em>vari Stati membri hanno gi\u00e0 iniziato ad assumere cittadini di paesi terzi al di fuori dell\u2019Unione. In tale situazione occorre scegliere tra continuare a pensare che l\u2019Unione possa persistere nell\u2019opporsi alle pressioni migratorie, oppure accettare l\u2019immigrazione come fenomeno destinato a proseguire, che va adeguatamente regolato<\/em>\u2026\u201d. Solo cinque anni fa la Commissione non si sente ancora autorizzata a guardare in faccia quanto sta accadendo con le immigrazioni, perch\u00e9 \u201c<em>sull\u2019ammissione e l\u2019integrazione dei cittadini dei paesi terzi i pareri negli Stati membri sono molto divergenti<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019uscita dall\u2019incertezza, l\u2019organo comunitario sembra trovarla in un suggerimento, dal tono sommesso, corrispondente a una banalit\u00e0: \u201c<em>In tale contesto, la Commissione ritiene che ai lavoratori migranti dovrebbero essere messi a disposizione canali di immigrazione legale<\/em>\u201d. Pi\u00f9 autorevolmente la Commissione rileva anche il bisogno di coor-dinare sotto il segno della trasparenza le politiche tradizionalmente condotte dagli stati membri<sup>32<\/sup>, affinch\u00e9 non danneggino altri settori della politica Ue, come i controlli alle frontiere interne, gli impe-gni comunitari internazionali a norma dell\u2019accordo Gats (Accordo generale sugli scambi di servizi), la strategia europea per l\u2019occupazione.<\/p>\n<p>Conseguentemente la Commissione fissa le ma-terie sulle quali gli stati membri sono chiamati a decidere:<\/p>\n<p>\u00b7 procedura per il controllo dei flussi migratori,<br \/>\n\u00b7 consultazione tra stati membri sui temi della migrazione,<br \/>\n\u00b7 condizioni d\u2019ammissione e soggiorno di cittadini di paesi terzi per motivi di lavoro e diversi,<br \/>\n\u00b7 standard e procedure per il rilascio di visti di lunga durata e permessi di soggiorno,<br \/>\n\u00b7 definizione di un insieme di diritti uniformi per i cittadini di paesi terzi,<br \/>\n\u00b7 criteri e condizioni alle quali si consenta lo sta-bilimento e il lavoro negli stati membri,<br \/>\n\u00b7 una Carta dei diritti fondamentali a garanzia dell\u2019equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente nell\u2019Unione, e della promozione della diversit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019Unione, tirando le fila di quanto avviato a Tampere, \u00e8 in grado di far muovere passi istitu-zionali in materia d\u2019asilo e immigrazione. In termini politici, le decisioni sull\u2019immigrazione comprenderanno la lotta all\u2019immigrazione illegale, la costruzione di relazioni specifiche con i paesi d\u2019origine e di transito in particolare sotto il profilo della dimensione umanitaria e dell\u2019asilo<sup>33<\/sup>, la fornitura dei mezzi necessari alla rapida integrazione della popolazione migrante nella societ\u00e0 europea e per lo sradicamento di razzismo e xenofobia<sup>34<\/sup>.<\/p>\n<p>In termini pratici, il programma di lavoro transita attraverso:<\/p>\n<p>\u00b7 il cosiddetto \u201cQuadro di controllo\u201d<sup>35<\/sup><br \/>\n\u00b7 incontri di ministri come quello informale di Marsiglia nel luglio 2000<br \/>\n\u00b7 conferenze come quelle su cosviluppo e immigrati (6-7 luglio 2000), sulle reti d\u2019immigrazione illegale (20-21 luglio), sull\u2019integrazione degli immigrati (5-6 ottobre 2000), sulla riuscita integrazione del mercato del lavoro (4-5 luglio 2002), sul ruolo della societ\u00e0 civile nella promozione dell\u2019integrazione (in collaborazione con il Comitato economico e sociale, settembre 2002), sulla gestione della migrazione a beneficio dell\u2019Europa (Atene 15-16 maggio 2003);<br \/>\n\u00b7 la proclamazione della \u201cCarta dei diritti fondamentali\u201d nel dicembre 2001<br \/>\n\u00b7 piani d\u2019azione diretti a specifici paesi o regioni, basati in particolare sulla valorizzazione delle rimesse e sulla gestione degli eccessi di migra-zioni intellettuali e scientifiche<sup>36<\/sup>, all\u2019interno di misure di partenariato.<\/p>\n<p>In particolare riguardo all\u2019ultimo aspetto evocato, la Commissione ha operato perch\u00e9 le migrazioni, specie quelle tra paesi vicini, fossero assunte dentro uno\u00a0<em>schema di mobilit\u00e0<\/em>\u00a0che preve-desse il mantenimento e la rivalutazione dei rapporti con il paese d\u2019origine, ad esempio attraverso l\u2019utilizzo di fattori d\u2019imprenditorialit\u00e0 (risorse finanziarie, rapporti personali, competenze, strumentazioni scientifiche e tecnologiche, etc.) acquisiti nel paese d\u2019accoglienza.<\/p>\n<p>Le politiche della Commissione e dall\u2019Ue in materia d\u2019immigrazione vanno tuttavia giudicate soprattutto in base a come viene evolvendo la questione del\u00a0<em>trattamento dei cittadini di paesi terzi<\/em>, all\u2019interno del ribadito bisogno di adottare un\u2019impostazione globale nella\u00a0<em>gestione o rego-lazione dei flussi migratori<\/em>.<\/p>\n<p>Dopo Tampere, la Commissione, al fine di pro-muovere l\u2019istituzione di un adeguato quadro giuridico per l\u2019integrazione di cittadini di paesi terzi gi\u00e0 in territorio unionale, ha avanzato diverse proposte e misure:<\/p>\n<p>\u00b7 estendere il coordinamento comunitario dei regimi di sicurezza sociale fissato dal regolamento (CEE) n. 1408\/71 ai lavoratori subordinati ed autonomi assicurati in uno stato membro, anche se cittadini di paesi terzi;<br \/>\n\u00b7 modificare il regolamento 1612\/68, per raffor-zare lo stato giuridico dei cittadini di paesi terzi familiari di lavoratori Ue;<br \/>\n\u00b7 consentire ai lavoratori subordinati e autonomi di paesi terzi, che gi\u00e0 soggiornano legalmente in uno stato membro, di fornire servizi in altri stati membri;<br \/>\n\u00b7 colpire la discriminazione basata sulla razza o sull\u2019origine etnica, nel campo dell\u2019occupazione, della formazione, della protezione sociale (incluse sanit\u00e0 e sicurezza sociale), dell\u2019istruzione e della fornitura di beni e servizi alloggio incluso;<br \/>\n\u00b7 assegnare quasi 100 milioni d\u2019euro su sei anni, dal 1 gennaio 2001, per azioni di lotta alle di-scriminazioni fondate tra l\u2019altro sulla razza, l\u2019origine etnica, la religione;<br \/>\n\u00b7 risolvere la questione dei ricongiungimenti a partire dai contenuti della Direttiva pubblicata nel 2000<sup>37<\/sup>;<br \/>\n\u00b7 varare la Carta dei diritti fondamentali, con una serie di principi universali validi anche per i cittadini dei paesi terzi, ad esempio in materia sociale come la tutela in caso di licenziamento ingiustificato e le condizioni relative alle condizioni di lavoro;<br \/>\n\u00b7 fissare limiti chiari ed evidenti tra i diritti all\u2019immigrazione legale e i rischi di quella ille-gale, attraverso controlli e misure di regolazione della mobilit\u00e0.<\/p>\n<p>Sulla base di dette proposte e misure, l\u2019Unione \u00e8 arrivata a suddividere in tre grandi categorie le azioni in materia di politiche dell\u2019immigrazione, sulla base delle ragioni che motivano l\u2019emigrante:<\/p>\n<p>\u00b7 motivi umanitari,<br \/>\n\u00b7 ricongiungimento famigliare,<br \/>\n\u00b7 cause economiche e di mercato.<\/p>\n<p>Se per la prima categoria fanno testo le gi\u00e0 citate Convenzioni internazionali, e per la seconda l\u2019Unione risulta in regola con gli standard di necessit\u00e0 riconosciuti in ambito Ocse<sup>38<\/sup>, la terza si presta a miglioramenti e aggiornamenti continui, funzione anche dell\u2019evolvere dei flussi<sup>39<\/sup>.<\/p>\n<p>Alla base delle politiche attive europee sull\u2019immigrazione economica, sta, come si \u00e8 detto, l\u2019acquisizione, dall\u2019inizio degli anni 2000, della cultura dell\u2019immigrazione necessaria e utile. Come scrive la Commissione nel documento del 2000: \u201c\u2026\u00a0<em>la politica dell\u2019immigrazione dovrebbe basarsi sul riconoscere che le pressioni migratorie continueranno e che un\u2019immigrazione ordinata pu\u00f2 arrecare vantaggi all\u2019Ue, agli immigrati stessi e ai loro paesi di origine<\/em>\u201d<sup>40<\/sup>. In secondo luogo, riconosce la Commissione, solo il discrimine tra immigrazione legale e illegale pu\u00f2 offrire le necessarie garanzie in termini d\u2019ordinato sviluppo e sicurezza dei cittadini dei paesi membri.<\/p>\n<p>La legalizzazione degli immigrati illegali diventa, nella fase di passaggio tra vecchia e nuova percezione del fenomeno migratorio, la saldatura necessaria e indispensabile che, attraverso la regolarizzazione della grande massa umana, spostatasi sul territorio dei paesi membri in assenza di leggi europee adeguate, getta le fondamenta per la successiva fase di regole sui flussi condivisi. Mentre gli europei riconoscono che l\u2019immigrazione \u00e8 la\u00a0<em>risposta ad un bisogno<\/em>\u00a0delle loro societ\u00e0, gli immigrati riconoscono in genere la convenienza ad entrare nel regime di legalit\u00e0 e interessi condivisi<sup>41<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019ammissione degli immigrati per motivi economici, diventa pratica corrente con il nuovo millennio. Essa risponde ai bisogni della domanda, e tende a mettersi a disposizione della sua flessibilit\u00e0 e mutevolezza. Al tempo stesso la domanda tiene conto delle disposizioni della legislazione comunitaria e degli accordi bilaterali e multilaterali in vigore tra la Comunit\u00e0, o la Comunit\u00e0 e gli stati membri, da un lato, e i paesi terzi dall\u2019altro. Si attribuiscono agli immigrati i medesimi diritti e doveri dei cittadini Ue, anche\u00a0<em>se in modo incrementale<\/em>, attraverso processi acquisitivi\u00a0<em>funzione della durata del periodo di soggiorno<\/em>\u00a0previsto nelle condizioni d\u2019ingresso. Punto d\u2019arrivo \u00e8 l\u2019integrazione della gente che pianifica di stabilirsi su una base di lungo periodo nell\u2019Ue: il periodo di 5 anni diventa il riferimento fondamentale di ogni ragionamento di questo tipo. L\u2019altro riferimento \u00e8 che l\u2019immigrato di lungo periodo si vede attribuito un trattamento pari a quello dei cittadini Ue su una serie di questioni che vanno a coprire la maggioranza degli ambiti socio-economici.<\/p>\n<p>Hanno migliorato il clima, e spinto il dossier immigrazione in primo piano tra le questioni dell\u2019occupazione e del sociale, i Rapporti di Primavera 2002 e 2003 della Commissione, con l\u2019annuncio che le politiche dell\u2019immigrazione, dell\u2019occupazione e del sociale andavano interconnesse, alla luce delle scelte compiute dal Consiglio a Lisbona nel marzo 2000 riguardo all\u2019avanzamento tecnologico e sociale europeo, abbisognando di un approccio comune<sup>42<\/sup>.<\/p>\n<p>La Commissione punta a stabilire un quadro giuridico coerente, che fissi le condizioni di base e le procedure da applicare: spetta agli stati membri adottare i provvedimenti nazionali d\u2019ammissione dei cittadini dei paesi terzi, fondandosi sui criteri fissati nelle direttive comunitarie.\u00a0<em>Trasparenza, razionalit\u00e0 e flessibilit\u00e0<\/em>\u00a0devono essere i tre principi guida dell\u2019azione degli stati. Anche al fine di garantire il rispetto dei tre principi, nel 2002 \u00e8 stata istituita la\u00a0<em>Rete europea dell\u2019immigrazione<\/em>, Rem, con l\u2019obiettivo di migliorare la raccolta e lo scambio di informazioni su tutti gli aspetti delle politiche di migrazione e asilo. A fine novembre 2005, la Commissione ha adottato un libro verde sulla Rete, in vista della conclusione della fase preparatoria nel 2006 e l\u2019adozione a fine anno della Rem rivista.<\/p>\n<p><em>Aspetti critici delle immigrazioni nell\u2019Ue e co-sviluppo<\/em><\/p>\n<p>Pur considerando che per la pi\u00f9 parte dei paesi membri il flusso di immigrati dagli anni \u201990 si sia presentato come fenomeno imprevedibile, pu\u00f2 affermarsi che l\u2019Ue e i paesi membri hanno trattato la questione in modo non del tutto adeguato. In detto contesto, alcuni passaggi, come l\u2019attribuzione della cittadinanza civica (civic citizenship) e l\u2019adozione di pac-chetti di misure antidiscriminazione (Consiglio dei ministri nel 2000 con le direttive sulla discriminazione razziale e sulla discriminazione sull\u2019occupazione sommate a un programma d\u2019azione comunitario), si sono mostrati opportuni. Ma i limiti, specie sotto il profilo del coordinamento delle politiche, appaiono evidenti.<\/p>\n<p>Ad esempio, sarebbe stato utile dotare le politiche comunitarie del\u00a0<em>principio di differenziazione positiva<\/em>, anche se si comprende il rischio di transitare, nella fase di eventuale applicazione amministrativa, in azioni discriminatorie verso i diversi gruppi di immigrati.<\/p>\n<p>La differenziazione operereibe, in primo luogo per paesi di provenienza o, se si vuole, per culure di provenienza. E\u2019 di corrente evidenza, ad esempio, che l\u2019immigrazione da paese centro europeo con vocazione all\u2019adesione o gi\u00e0 membro, presenti in genere caratteristiche diverse da quella proveniente da paese non europeo. Si pensi a cosa finisca per comportare l\u2019emigrazione intellettuale per il continente africano, dove la scolarizzazione e in particolare la culturizzazione superiore e universit\u00e0ria \u00e8 fenomeno tuttora piuttosto ristretto, in termini di \u201cfuga dei cervelli\u201d. Si \u00e8 calcolato che complessivamente ogni anno vadano via dall\u2019Africa 23.000 docenti universitari, pi\u00f9 di 40.000 dottori di ricerca, oltre 50.000 professionisti di livello medioalto. Pi\u00f9 in generale, si parla di 13 milioni di persone con alta formazione migrate da paesi in sviluppo, pvs, verso i paesi Ocse, pi\u00f9 della met\u00e0 negli Stati Uniti. Si tratta dell\u2019uscita dai gironi dello sviluppo, di circa il 30% dei locali con alta formazione<sup>43<\/sup>! Non sempre queste risorse intellettuali e umane verranno reindirizzate allo sviluppo dei paesi d\u2019origine.<\/p>\n<p>La Commissione, agli inizi di settembre 2005, ha posto con ufficialit\u00e0 il problema, pubbli-cando una comunicazione per orientare a politiche di co-sviluppo basate sulla valorizzazione delle rimesse, nonch\u00e9 delle capacit\u00e0 imprenditoriali acquisite dagli immigrati nei paesi europei<sup>44<\/sup>. Il documento, giustamente, pone al primo posto il bisogno di identificare le competenze e le esperienze esistenti. Cerca, quindi, di identificare le misure che potreb-bero sostenere i ritorni, sull\u2019esempio anche di quanto fatto dall\u2019Oim, l\u2019Organizzazione internazionale per le migrazioni<sup>45<\/sup>. Non risolve la questione di un\u00a0<em>Codice di condotta<\/em>\u00a0per i paesi membri e le imprese, che eviti il saccheggio delle risorse dei pvs, anche se la-scia prevedere a breve indicazioni precise in materia. La Commissione stabilisce, invece, il principio della compensazione. Detto in altro modo: il paese che sottrae risorse intellettuali o scientifiche a un paese in sviluppo, dovrebbe \u201crisarcire\u201d detto paese attraverso forme di cooperazione strutturale con la realt\u00e0 d\u2019origine, miranti a patti di sviluppo che rispettino i bisogni del paese terzo.<\/p>\n<p>La questione del co-sviluppo va considerata anche da un\u2019altra prospettiva: la diversificazione nelle qualifiche richieste dai diversi gruppi di paesi dell\u2019Ue agli immigrati. Nella sua Comunicazione del 2004 sul tema, la Commissione \u00e8 molto chiara<sup>46<\/sup>: \u201c<em>The Commission\u2019s recent Study on the links between legal and illegal migration<\/em><sup>47<\/sup>\u00a0<em>shows that, al Member States have channels for the admission of labour migrants, notably for third-country nationals with specific skills or workers for designated sectors. It is, however, not only high skilled labour that is in demand as some, in particular Southern European countries or recent immigration countries, have a need for low-skilled workers. Admission of such workers is often regulated through bilateral agreements with neighbouring or selected third countries, the underlying motive being not only to meet the needs of the labour market, but al relationships with third countries, historical links and cultural exchanges, as well as to combat illegal migration<\/em>\u201d. Importante, in quest\u2019ambito l\u2019accordo raggiunto il 30 marzo 2004 sulla Direttiva riguardante l\u2019ammissione di studenti esteri. Nello stesso ambito le direttive sui ricercatori scientifici e l\u2019ammissione di ricercatori stranieri nelle strutture dell\u2019Ue. Un passo anche pi\u00f9 rilevante quello compiuto per attrarre nell\u2019Ue i talenti. Dal 2006 studenti esteri che completino i dottorati in Europa, potrebbero vedersi offerta la cittadinanza, all\u2019interno di uno sforzo mirante ad attirare talenti e dare ulteriori opportinit\u00e0 alle attivit\u00e0 economiche europee collegate all\u2019<em>education<\/em><sup>48<\/sup>: riguardati dalla misura prevista nell\u2019agenda del vertice Ue di primavera, quadri intellettuali universitari, ricercatori e sviluppatori.<\/p>\n<p>Un altro elemento di differenziazione \u00e8 quello per et\u00e0 e spesso, conseguentemente, per status culturale ed educativo. Si pensi alle differenze, nello stesso nucleo familiare, tra padri e figli, ovvero tra immigrati di prima, seconda e terza generazione. Spesso i discendenti assumono la cittadinanza e studiano nei sistemi scolastici d\u2019accoglienza, parlano correttamente la lingua locale, finiscono per appartenere al paese d\u2019accoglienza molto pi\u00f9 che a quello del genitore di cui sono figli. Paradossalmente, lo si \u00e8 visto nella rivolta francese di fine 2005, questa situazione pu\u00f2 ingenerare frustrazioni e difficolt\u00e0 che si riverberano sul tessuto sociale locale o cittadino. Occorre, in tale contesto, uno sforzo specifico che sinora n\u00e9 le istituzioni comunitarie, n\u00e9 i governi nazionali hanno saputo produrre.<\/p>\n<p>Differenziazione si ritrova anche nell\u2019ap-proccio delle opinioni pubbliche e quindi del voto dei cittadini europei, rispetto alle varie tipologie d\u2019immigrazione. Da una ricerca del 2002 coordinata da Ilvo Diamanti e condotta dalla Fondazione Nord Est<sup>49<\/sup>, scaturiva che il 36% (quindi pi\u00f9 di uno su tre) degli europei considerava gli immigrati una minaccia all\u2019ordine pubblico, la sicurezza personale, l\u2019occupazione. Si tratta di otto punti in pi\u00f9 del 2000, evidentemente influenzati dagli avvenimenti del settembre 2001 e quanto ne \u00e8 seguito nei mesi successivi. In Spagna il dato era passato, nel periodo, dal 14 al 36%; in Germania dal 30 al 41% (qui la preoccupazione maggiore riguardava il mercato del lavoro, data la forte pressione slava in zona). Si d\u00e0 pi\u00f9 fiducia (quasi l\u201980%) agli immigrati da Europa e Stati Uniti, e meno fiducia agli altri (il favore agli arabi arriva solo dal 37% degli intervistati, quello verso i balcanici dal 45%, meglio per gli immigrati dal terzo mondo dal 57%, per quelli dell\u2019est europeo dal 56%, per gli immigrati dall\u2019ex Urss dal 49%).<\/p>\n<p>La stessa ricerca, nell\u2019edizione del novem-bre 2005, evidenzia come i nuovi membri dell\u2019Ue manifestino ancora pi\u00f9 preoccupazione, se non addirittura ostilit\u00e0, verso gli immigrati: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria forniscono i dati pi\u00f9 sensibili sul tema, in particolare per ragioni legate al mercato occupazionale. Nell\u2019ambito dei Quindici, pi\u00f9 abituati ai flussi immigratori, i timori sono inferiori, e per lo pi\u00f9 legati a fatti di sicurezza personale: un aspetto rilevato in particolare in Italia<sup>50<\/sup>.<\/p>\n<p><em>Conclusioni<\/em><\/p>\n<p>Nel confronto con paesi di antica tradizione immigratoria, come gli Stati Uniti, l\u2019Europa sembra non aver ancora trovato la capacit\u00e0 di integrare le seconde e terze generazioni d\u2019immigrati. Dipende probabilmente dal fatto che l\u2019Ue non dispone di un pensiero forte riguardo alla propria identit\u00e0 e natura. I paesi membri non dedicano al culto dello stato, della costituzione, della bandiera, le energie e gli investimenti che da sempre gli Stati Uniti adottano per integrare le ondate d\u2019immigrati che da secoli popolano quel paese. La scuola in quest\u2019ambito pu\u00f2 molto, ma fa poco.<\/p>\n<p>Scrive Economist: \u201c<em>In America, the education levels, English-language skills and intermarriage rates of immigrant groups rise over time. So do income, home-ownership and political representation. This is the natural course of assimilation. But it does not seem to work in Europe. \u2026 There are few North African or Turkish representatives in French or German politics<\/em>\u201d<sup>51<\/sup>. E per\u00f2 non mancano neppure negli Stati Uniti proble-mi relativi a come integrare gli stranieri che entrano nel paese. E\u2019 certo che fattori come il lavoro<sup>52<\/sup>, l\u2019avvio di attivit\u00e0 imprenditoriali atonome, l\u2019acquisto di terreni, laboratori, abitazioni magari con sottoscrizione di mutuo, l\u2019apertura di un conto corrente bancario, sono segnali efficienti di integrazione<sup>53<\/sup>. In Italia, ad esempio, questi fattori denunciano valori piuttosto elevati: il che significa che da noi l\u2019integrazione funziona relativamente bene, probabilmente per una certa debolezza del tessuto sociale e istituzionale. La malleabilit\u00e0 e ospitalit\u00e0 del carattere nazionale si somma ad un rapporto piuttosto debole con le istituzioni politiche e simboliche, generando condizioni favorevoli all\u2019ampliamento della sfera di attivit\u00e0 e relazioni dell\u2019immigrato.<\/p>\n<p>La questione centrale appare ancora quella del coordinamento delle politiche. Il ministro francese dell\u2019interno Sarkozy, candidato alla Presidenza nel 2007, mentre non sa risolvere la questione dei suoi\u00a0<em>sans-papiers<\/em>\u00a0e si confronta con le associazioni di difesa dei clandestini che denunciano metodi arbitrari delle autorit\u00e0<sup>54<\/sup>, si spende per un metodo comunitario rafforzato di fronte ai flussi immigratori<sup>55<\/sup>\u00a0e al rischio di terrorismo importato via immigrati. Il Consiglio di Tampere, specie con Austria Danimarca e Germania, censura la Spagna che, mentre chiede impegni comunitari, apre unilateralmente la sanatoria per i clandestini<sup>56<\/sup>.<\/p>\n<p>La costituzione bocciata dai referendum francese e olandese attribuiva poteri alle istituzioni comuni in materia di immigrazione. Occorrer\u00e0 probabilmente attendere il rilancio del processo costituzionale, previsto dopo le elezioni in Francia, per offrire credibile soluzione a questo, come ad altri problemi comunitari.<\/p>\n<p><strong>Note:<\/strong><br \/>\n<sup>1<\/sup>\u00a0L\u2019Italia pu\u00f2 essere presa come simbolo di quest\u2019affermazione. L\u2019emigrazione storica dal paese fa dire che la presenza italiana fuori dai confini nazionali \u00e8 oggi pari al 2% degli emigrati mondiali.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0La successione temporale dei fenomeni d\u2019immigrazione nel territorio dell\u2019Ue, \u00e8 mostrata da una serie di tabelle e grafici fortemente dettagliati, annessi a Commission of the European Communities, Com-munication from the Commission to the Council, the European Parliament, the European Economic and Social Committee and the Comittee of the Regions on Immigration, Integration and Employment, Brussels 3.6.2003, COM (2003) 336 final.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0N\u00e9 si tratta di uno sviluppo esclusivamente europeo. Nel 1970, gli emigranti internazionali costituivano pi\u00f9 del 10% della popolazione in 48 paesi. Nel 2000, il numero di paesi era salito a 70. Il dato in Global Commission on International Migration (Gcim), Migration in an interconnected world: New directions for action, Report, Ottobre 2005, pag. 42. Dallo stesso rapporto si apprende che tra il 1990 e il 2000, l\u2019immigrazione ha apportato l\u201989% della crescita della popolazione censita in Europa.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0Ci sono situazioni intensive a carattere nazionale (es. il Lussemburgo), locale ad esempio in Italia citt\u00e0 come Roma e Milano con il 10% e oltre, di quartieri o zone dove concentrazioni anche alte creano macchie o ghetti d\u2019immigrati. L\u2019esempio delle banlieues francesi e delle rivolte ivi registrate nel novembre 2005 d\u00e0 visione del fallimento di pre-concetti integrativi. Se in Francia a farsi notare \u00e8 uno spazio di periferia parigina come Clich\u00e9-sous-Bois, a Berlino \u00e8 Neuk\u0151lln a stragrande maggioranza turca. In Italia, 2 milioni e mezzo di im-migrati vivono in aree urbane.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0I Paesi Bassi registrano, tra il 1995 e il 2002, la cresci-ta del 37% in quanto a numero d\u2019immigrati.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0Come dire che si trattava di un rapporto di domanda e offerta interno alla dinamica post coloniale, piuttosto che di un rapporto di mercato tra paese d\u2019esportazione e d\u2019importazione di mano d\u2019opera. Il dato risalta evidente dal confronto tra i due paesi pi\u00f9 importanti della Comunit\u00e0 europea di quegli anni. La Germania aveva nel 1970 un numero d\u2019africani immigrati pari a 40.000 unit\u00e0. La Francia gi\u00e0 nel 1968, era a quota 652.000. Nel 1975 la Germania si era mossa a 71.000, ma la Francia era prossima a realizzare 1milione e 200.000 africani immigrati. Nel 1982 il distacco strutturale \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente perch\u00e9, bench\u00e9 la Germania abbia superato quota 100.000 africani e sia a 124.000, la Francia \u00e8 decollata oltre il milione e mezzo. Se non bastasse questo paragone, si guardi al piccolo Belgio che, grazie all\u2019importante passato coloniale, nel citato 1982 \u00e8 a quasi 144.000 immigrati africani. I dati sono riela-borazione di informazioni fornite da Eurostat, Foreign Population and Foreign Employees in the Community, 8 febbraio 1985.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Scrive la Commissione europea nel 2000:<br \/>\n\u201c\u2026\u00a0<em>(l\u2019immigrazione) era ritenuta prossima allo zero a partire dagli anni \u201970, mentre adesso con le opportunit\u00e0 economiche disponibili nell\u2019Ue non sembra pi\u00f9 essere tale. Molti migranti per motivi economici hanno tentato l\u2019ingresso attraverso procedure di asilo oppure canali illegali<\/em>\u201d. Commissione delle Comunit\u00e0 europee, Comu-nicazione della Commissione al Consiglio e al Parla-mento europeo su una Politica comunitaria in materia di immigrazione, 22 novembre 2000, COM(2000) 757 de-finitivo. Il documento pu\u00f2 essere considerato base e premessa di ogni decisione successiva delle istituzioni comunitarie in quanto a immigrazione.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Le migrazioni nette in Europa registrano annualmente, tra il 1992 e il 2003, il seguente andamento: saldo positivo di 1.200.000 immigrati all\u2019inizio del ciclo, seguito da un saldo che scende di continuo sino al 1997 (quell\u2019anno si \u00e8 a un positivo di mezzo milione) per risalire poi incessantemente superando il dato del 1992 nel 2001 e schizzare a 2 milioni nel 2003. Notare che dal 2000, gli Stati Uniti hanno un saldo positivo rego-larmente inferiore a quello europeo e che, dopo l\u2019attacco alle Torri gemelle, il distacco appare non colmabile (poco pi\u00f9 di 1 milione \u00e8 il saldo del 2003). Consi-derando i 25, e prendendo in esame il quinquennio 2000-2005, tutti i paesi membri, fatta eccezione di quattro (Baltici e Polonia) hanno realizzato saldi positivi netti. I saldi maggiori, nel quinquennio, sono stati realizzati, nell\u2019ordine, da: Spagna, Rft, Regno Unito, Italia.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Caritas-Migrantes, rapporto del novembre 2005. Contando gli irregolari, probabilmente le distanze si accorcerebbero ancora. Secondo la Gcim (v. nota n. 3) almeno 5 dei 56,1 milioni di emigranti presenti in Europa nel 2000 avevano status di irregolari: un rap-porto del 10%. Nel documento Cgcim dell\u2019ottobre 2005, si stima a mezzo milione il numero degli irregolari in arrivo ogni anno nei paesi europei.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0L. Troiani, L\u2019andamento demografico e l\u2019emigrazione nella prospettiva dell\u2019integrazione economica euro-mediterranea, in Iceps, L\u2019Italia, la Cee e il Medi-terraneo: la politica di cooperazione, Roma, 1986.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0Prima degli accordi Ceca (Comunit\u00e0 europea del carbone e dell\u2019acciaio) del 18 aprile 1951 e del trattato di Roma, un paese ricco di braccia come l\u2019Italia spediva manovalanza in Belgio perch\u00e9 lavorasse nelle locali miniere, ottenendo in cambio carbone. Un patto in questo senso fu firmato il 28 giugno 1946 tra i due governi interessati, sindacati consenzienti. Sarebbero partiti duemila italiani a settimana, in particolare calabresi e abruzzesi, e in cambio il Belgio ci avrebbe venduto 200 chili di carbone al giorno per emigrato. Furono ottantamila i connazionali che fecero quel viaggio, e non tutti tornarono. Tra questi i 136 che, nell\u2019agosto 1956, perirono a Marcinelle, in una galleria a 1035 metri di profondit\u00e0.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0Il trattato sull\u2019Unione europea recita, all\u2019art. 8: \u201c<em>E\u2019 istituita una cittadinanza dell\u2019Unione. E\u2019 cittadino dell\u2019Unione ogni persona che ha la nazionalit\u00e0 di uno Stato membro<\/em>\u201d. T. H .Marshall definisce il concetto sociologico di cittadinanza, come \u201c<em>forma di uguaglianza umana fondamentale connessa con il concetto di piena appartenenza ad una comunit\u00e0<\/em>\u201d, Cittadinanza e classe sociale, 1950.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0All\u2019art. 138 D il trattato scrive: \u201c<em>Ogni cittadino dell\u2019Unione ha il diritto di petizione davanti al Parlamento europeo<\/em>\u201d. E all\u2019art. 138 E: \u201c<em>ogni cittadino dell\u2019Unione pu\u00f2 rivolgersi al Mediatore comunitario<\/em>\u201d.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0I ministri dell\u2019interno dei paesi membri, gi\u00e0 prima del trattato di Maastricht, hanno avviato la buona pratica di consultazioni e assunzione di misure comuni nella materia. Passaggi di forte contenuto sono stati, in quest\u2019ambito, la convenzione di Schengen del 1985, e quella di Dublino sul diritto d\u2019asilo.<br \/>\n<sup>15<\/sup>\u00a0Il trattato, firmato il 2 ottobre 1997, \u00e8 entrato in vigore nel maggio 1999.<br \/>\n<sup>16<\/sup>\u00a0Si faranno qui cenni essenziali all\u2019attivit\u00e0 della Corte europea di giustizia, bench\u00e9 si abbia consapevolezza che proprio la Corte sia stata motore dell\u2019elaborazione graduale di un efficace sistema di garanzia dei diritti fondamentali nell\u2019Unione, anche in assenza, nei trattati istitutivi, di normativa riguardante i diritti fondamentali. E\u2019 un\u2019attivit\u00e0 che, direttamente e indirettamente, ha favorito l\u2019inserimento degli immigrati e la tutela dei loro diritti. Non si sottovaluti che la giurisprudenza comunitaria prevale sempre su quella nazionale.<br \/>\n<sup>17<\/sup>\u00a0E\u2019 evidente che alcune di queste operazioni costano, e anche abbastanza. Il bilancio dell\u2019Agenzia proviene da sovvenzione comunitaria, contributo dei paesi associati a Schengen, compensi per servizi forniti, contributi volontari degli stati membri.<br \/>\n<sup>18<\/sup>\u00a0I presupposti programmatici dell\u2019Unione e la Con-venzione europea dei diritti dell\u2019uomo, rendono il diritto di vivere in famiglia tra quelli meglio protetti. Pu\u00f2 dirsi che la materia sia ormai armonizzata nelle legislazioni nazionali, bench\u00e9, come in tutta la vicenda delle mi-grazioni da paesi terzi, continuino a sussistere diffe-renziazioni anche significative tra le legislazioni dei paesi membri. Limitazioni toccano in particolare, \u00e8 il caso del Belgio, il cosiddetto ricongiungimento \u201ca cascata\u201d: il famigliare ricongiunto non pu\u00f2, a sua volta, essere attore d\u2019ulteriori ricongiungimenti. Altra diffe-renza riguarda il tempo che deve trascorrere prima che maturi il diritto al ricongiungimento.<br \/>\n<sup>19<\/sup>\u00a0Per ragioni economiche e demografiche, l\u2019Europa non pu\u00f2 fare a meno d\u2019immigrati, come si \u00e8 detto in pre-messa. La demagogia sugli \u201cingressi zero\u201d \u00e8 stata rilan-ciata da precisi gruppi e gruppuscoli politici, in occasione degli attentati di radice islamica in Europa, come parte della campagna mediatica condotta contro gli immigrati islamici.<br \/>\n<sup>20<\/sup>\u00a0Il nostro paese ha anche sue ragioni per insistere sull\u2019opportunit\u00e0 di una politica comune delle migrazioni. Come altri stati periferici rispetto al centro Europa (eloquente il caso delle relazioni tra Spagna e immigrati dal Marocco), si trova a funzionare come porta d\u2019ingresso dall\u2019Africa e dall\u2019Asia meridionale vero i mercati ricchi dell\u2019Europa centrale e settenarionale, senza disporre di particolari risorse per adempiere al sovraccarico di costi organizzativi necessari.<br \/>\n<sup>21<\/sup>\u00a0Gli sbarchi a Lampedusa e in altri punti dell\u2019estremo sud italiano, ad opera di disperati che spesso raccontano di compagni di sventura deceduti e abbandonati in mare, testimoniano quanto sia alto il carico di dispe-razione e morte accumulatosi in Mediterraneo nell\u2019ulti-mo decennio. Come rilevato nella precedente nota, identico vissuto appartiene alla Spagna, in particolare per l\u2019afflusso illegale di africani alle isole Canarie. La Commissione ha avuto nel maggio 2006 l\u2019impegno di dodici stati membri a fornire navi e aerei per il pattugliamento e l\u2019avvistamento, e assistenti per il soccorso. Solo in agosto il meccanismo si \u00e8 messo in moto, e comunque l\u2019Ue in quanto tale ha confermato di non potersi impegnare sulla materia, in quanto avrebbe bisogno del voto unanime dei 50 ministri dell\u2019interno e della giustizia: i paesi nordici pi\u00f9 la Germania sono riluttanti a conferire poteri all\u2019Unione in materia. Nel 2006, le autorit\u00e0 spagnole prevedono sbarchi illegali, via Canarie, superiori ai 20.000 immigrati, contro i 4.700 del 2005. Sempre per il 2006, le morti in mare dei clandestini sono calcolate in numero superiore alle 3.000 unit\u00e0. Frontex ha avuto a disposizione, per assistere le esigenze manifestate da parte spagnola (e italiana) non pi\u00f9 di 3 milioni di euro. Per le ragioni su cui si torner\u00e0 pi\u00f9 avanti nel testo, alla Spagna, nel corso del Consiglio di Tampere del 21 settembre 2006, sono rimproverate politiche lassiste sull\u2019immigrazione, che avrebbero stimolato l\u2019incremento dei movimenti illegali in entrata.<br \/>\n<sup>22<\/sup>\u00a0Si calcolano in Germania intorno al milione e mezzo di clandestini. Gli immigrati stranieri in Germania presentano quasi 2 milioni di turchi e pi\u00f9 di tre milioni e mezzo di musulmani. Gli stranieri sono presenti soprattutto nei L\u00e4nder occidentali, e \u00bc abita nelle citt\u00e0 con pi\u00f9 di mezzo milione d\u2019abitanti. Fino al 2000 nessuno poteva divenire cittadino tedesco se non era di estrazione germanica, anche nel caso di genitori nati essi stessi in Germania. Dal 2000 lo\u00a0<em>ius soli<\/em>\u00a0viene ad avere la sua rilevanza in fatto di cittadinanza: ai figli di immigrati \u00e8 consentito di acquisire la cittadinanza attraverso il ius soli e possono mantenere la cittadinanza doppia. Otto anni di residenza nella Repubblica federale danno accesso alla cittadinanza. Una legge in vigore dal 2003, riguardante la formazione e l\u2019insegnamento, sottolinea l\u2019impegno verso l\u2019integrazione degli immigrati nella societ\u00e0. In Italia si richiedono 10 anni per accedere alla cittadinanza: risultato \u00e8 che poco pi\u00f9 di 10.000 stranieri ottengono ogni anno la cittadinanza italiana, sulla base del jus sanguinis o soli.<br \/>\n<sup>23<\/sup>\u00a0In un appello all\u2019opinione pubblica, lo scorso settembre, appena qualche mese prima delle sommosse urbane francesi ad opera di francesi con radici maghrebine, intellettuali e militanti dalla pelle scura, spalleggiati da ambienti della sinistra, si definivano \u201cgli indigeni della Repubblica\u201d, \u201c<em>discendenti di schiavi e deportati africani, figlie e figli di colonizzati e immigrati<\/em>\u201d. Mentre nelle scuole repubblicane, testi di storia interpretano in positivo la vicenda coloniale, gli esponenti delle comunit\u00e0 immigrate denunciano la marginalit\u00e0 sociale e culturale della loro vita nel territorio metropolitano, prendendosela con la \u201cmissione antislamica\u201d dei media. Significativo, in quel contesto, la pubblicazione di di Thomas Deltombe, \u201cL\u2019Islam imaginaire, La construction m\u00e9diatique de l\u2019islamo-phobie en France, 1975-2005\u201d, quattrocento pagine di accuse e scossoni al pensiero dominante.<br \/>\n<sup>24<\/sup>\u00a0Il 7 luglio 2005, esplodono a Londra 4 bombe a timer, 1 su bus, 3 su treni della metro. Ci sono altre due bombe inesplose con timer. Alla fine risultano c. 700 feriti e pi\u00f9 di 50 morti.<br \/>\n<sup>25<\/sup>\u00a0Da buona societ\u00e0 post coloniale, il Regno Unito \u00e8 organizzato secondo una scala di valori dove i gradini passano attraverso i gruppi etnici. La gerarchizzazione si esprime sul luogo di lavoro, nella ricerca dell\u2019abita-zione, nei locali del divertimento e della ristorazione.<br \/>\n<sup>26<\/sup>\u00a0Il 1 novembre 2001, a 47 anni, il controverso regista Theo Van Gogh, autore di un film sulla condizione femminile nell\u2019Islam, \u00e8 assassinato ad Amsterdam da un immigrato marocchino. Il presidente della commis-sione parlamentare olandese incaricata di riferire sull\u2019evento, definisce l\u2019assassino \u201cun tipico immigrante di seconda generazione\u201d.<br \/>\n<sup>27<\/sup>\u00a0L\u2019Italia ha inserito nella legge del 1998 sugli stranieri residenti, il diritto di voto locale, ma solo la riforma costituzionale ne consente la pratica. Gli stranieri con cittadinanza estera possono votare alle elezioni muni-cipali di Danimarca, Finlandia, Irlanda, Norvegia (non Ue), Olanda, Regno Unito, Svezia. L\u2019Irlanda \u00e8 stato il primo paese a garantire, fin dal 1963, il diritto di voto a tutti gli immigrati in posizione regolare, indipen-dentemente dalla nazionalit\u00e0. In Svezia, dal 1975, \u00e8 consentito votare dopo tre anni di permanenza continua, per elezioni comunali e regionali, e per i referendum. In Gran Bretagna il diritto di voto vale per i cittadini Ue o Commonwealth. In Islanda possono votare i soli scandinavi. In Portogallo: peruviani, brasiliani, argen-tini, uruguaiani, norvegesi, israeliani. In Svizzera il diritto al voto alle amministrative \u00e8 riconosciuto a tutti gli stranieri in tre cantoni su 26.<br \/>\n<sup>28<\/sup>\u00a0Si noti che i leader delle comunit\u00e0 ispaniche negli Stati Uniti, hanno sollecitato maggiori dosi di inglese nelle scuole, spaventati dalla possibile discriminazione di fatto che i figli avrebbero sofferto da grandi, per un\u2019eventuale ignoranza della lingua e della cultura anglosassone.<br \/>\n<sup>29<\/sup>\u00a0Friso Roscam Abbing, portavoce Ue, Conferenza stampa del 12 febbraio 2005, riportata nel verbale pubblicato in Internet, www.stranieriinitalia.it.<br \/>\n<sup>30<\/sup>\u00a0SN 200\/99 (Conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo di Tampere, 15 &amp;16 ottobre 1999).<br \/>\n<sup>31<\/sup>\u00a0Commissione delle Comunit\u00e0 europee, cit. in nota n. 7.<br \/>\n<sup>32<\/sup>\u00a0\u201c<em>Per regolare con successo i flussi migratori e quindi per ridurre l\u2019immigrazione illegale, l\u2019Ue deve adottare una impostazione coordinata, che tenga conto di tutti i vari aspetti interconnessi del sistema migratorio, ed operare attraverso il partenariato con i paesi di origine e transito<\/em>\u201d. Commissione delle Comunit\u00e0 europee, cit. in nota n. 7, pag 13 dell\u2019edizione italiana.<br \/>\n<sup>33<\/sup>\u00a0In un\u2019altra comunicazione (\u201c<em>Verso una procedura comune in materia di asilo e uno status uniforme per la concessione dell\u2019asilo valido in tutta l\u2019Unione<\/em>\u201d) della stessa epoca, la Commissione affronta specificamene la questione dell\u2019asilo. La parola definitiva sull\u2019asilo ar-river\u00e0 il 1 dicembre 2005, con l\u2019approvazione, da parte del Consiglio per la Giustizia e gli Interni, della Direttiva sulle Procedure dell\u2019Asilo. Da un lato si vuole garantire il livello minimo di protezione in tutti gli stati membri per le persone che hanno davvero bisogno della protezione internazionale, e prevenire comportamenti fraudolenti. L\u2019Italia, con circolare del ministero degli Interni del 22 ottobre 2005 in applicazione del Decreto Legislativo 30 maggio 2005 n. 140, aveva proceduto ad incorporare la direttiva 2003\/9\/CE, con le norme minime attinenti l\u2019accoglienza dei richiedenti asilo nell\u2019Ue.<br \/>\n<sup>34<\/sup>\u00a0Tra le agenzie della Comunit\u00e0 europea, viene a trovare posto l\u2019Eumc, Osservatorio europeo dei feno-meni di razzismo e xenofobia, con sede a Vienna, istituito con regolamento (CE) n. 1035\/97 del Consiglio del 2 giugno 1997, che ha iniziato ad operare nel 1998. La sua rete informativa (Rem) raccoglie dati e infor-mazioni, anche attraverso uffici nazionali nei paesi mebri.<br \/>\n<sup>35<\/sup>\u00a0COM (200) 167, \u201c<em>Quadro di controllo per l\u2019esame dei progressi compiuti nella creazione di uno spazio di \u2018libert\u00e0, sicurezza e giustizia\u2019 nell\u2019Unione europea<\/em>\u201d.<br \/>\n<sup>36<\/sup>\u00a0In questo contesto, si noti che l\u2019Unione, con gli anni 2000 inizia ad elaborare e finanziare regolarmente progetti collegati ai flussi di migrazione, destinati a rafforzare lo sviluppo nei paesi di provenienza, scegliendo di \u201ctrattare responsabilmente\u201d gli effetti dei flussi migratori sui paesi d\u2019origine. Strumento privilegiato della scelta diverr\u00e0, nel corso del tempo, l\u2019attenzione alle rimesse finanziarie, come volano di sviluppo. Il reddito pro capite, nelle situazioni meno gravi rappresentate dalle nazioni dell\u2019Europa centro-orientale e dalla Turchia, appare mediamente inferiore di tre, quattro volte a quello dell\u2019Ue-15. Nelle situazioni estreme, Africa e Asia, s\u2019incontrano dati peggiori. Se si riflette che spesso l\u2019immigrato arriva dalle zone pi\u00f9 arretrate del paese di provenienza, la forbice di reddito mostra divaricazioni d\u2019ulteriore grandezza. L\u2019esempio pi\u00f9 vicino, Mediterraneo e dintorni, un circondario che da solo esprime oltre il 70% dei movimenti globali d\u2019emigrazione transito e immigrazione, documenta che il prodotto interno lordo (Pil) nella sponda nord (Ue-15) supera di circa dieci volte quello registrato dalla sponda meridionale. Le rimesse di valuta dall\u2019estero, in termini di movimenti finanziari verso i paesi in via di sviluppo (Pvs) hanno raggiunto nel mondo una cifra pari al totale degli investimenti diretti esteri (Ide) nei Pvs. Nel 2005, secondo la Banca mondiale, gli immigrati dai paesi poveri hanno spedito a casa, attraverso i canali di trasferimento istituzionali come banche servizi postali e money transfer, pi\u00f9 di 167 miliardi di dollari, superando di due volte l\u2019importo atteso dalle politiche d\u2019aiuto. Lo stesso rapporto informa che una stima di quanto si muove nei canali informali di trasferimento, consiglia di far lievitare la somma delle rimesse di un ulteriore 50 per cento. Altra fonte d\u2019attenzione per le istituzioni Ue, il rischio di fuga dei cervelli derivante da eccessivo assorbimento da parte dei paesi membri di risorse intellettuali e scientifiche dei pvs. Aa. Vv., Banca Mondiale, Rapporto n. 33988, 21 ottobre 2005.<br \/>\n<sup>37<\/sup>\u00a0GU C 116 del 24 aprile 2000, versione modificata COM (2000) 624.<br \/>\n<sup>38<\/sup>\u00a0Il diritto alla riunificazione famigliare trova accordo politico tra i membri, nella direttiva del Consiglio del 27 febbraio 2003. Vi si riconosce il diritto alla riuni-ficazione per i cittadini di stati terzi in possesso di permesso di soggiorno di un anno o pi\u00f9, con prospettive ragionevoli di ottenere residenza permanente. Gli stati membri avranno titolo a richiedere, per l\u2019esercizio del diritto, che i paesi terzi siano in regola con le misure di integrazione in accordo con la legge nazionale.<br \/>\n<sup>39<\/sup>\u00a0Si tenga presente che solo tre paesi gi\u00e0 membri dell\u2019Unione, Regno Unito Svezia e Irlanda, hanno dato libero accesso alla forza lavoro proveniente dai Dieci divenuti membri dell\u2019Unione nel maggio 2004. Come risultato 175.000 immigrati dall\u2019est Europa sono entrati nel Regno Unito per lavoro, 85.000 in Irlanda, 22.000 in Svezia. La Francia ha emesso soltanto 1.660 permessi di lavoro per polacchi negli 11 mesi successivi all\u2019ampliamento. Roger Blitz, London\u2019s allure: European Arrivals find hope and glory in a global metropolis, Financial Times, 27 October 2005, pag. 11.<br \/>\n<sup>40<\/sup>\u00a0Commissione delle Comunit\u00e0 europee, v. nota 7.<br \/>\n<sup>41<\/sup>\u00a0Philippe de Bruycker (supervisione), Regularisations of illegal immigrants in the European Union, Collection of the Law Faculty, Free University of Brussels, 2000.<br \/>\n<sup>42<\/sup>\u00a0C\u2019\u00e8 bisogno di \u201c<em>un approccio fresco all\u2019immigrazione come un mezzo per assicurare che alti livelli di occupazione e produttivit\u00e0 possano essere mantenuti nei decenni futuri. Al cuore di ogni approccio, ci deve essere la migliore integrazione dei migranti \u2013 che sono spesso in grado di offrire un sostanziale contributo all\u2019imprenditoria \u2013 nella societ\u00e0, prendendo al tempo stesso in conto l\u2019impatto dell\u2019immigrazione sui paesi da dove arrivano i migranti<\/em>\u201d. Commissione europea, Rapporto al Consiglio europeo di primavera del 21 marzo 2003 sulla strategia di rinnovamento economico sociale e ambientale\u201d, COM (2003)5 del 14 gennaio 2003: \u201c<em>Scegliendo la crescita: conoscenza, innovazione e occupazione in una societ\u00e0 coesa<\/em>\u201d.<br \/>\n<sup>43<\/sup>\u00a0Per l\u2019Africa, la questione \u00e8 analizzata in M. Casper Operee, La diaspora pu\u00f2 aiutare lo sviluppo dell\u2019Africa, Amicizia, 2005, pag. 17-18. Per i pvs in genere, A. Stocchiero, La migrazione delle persone con alte qualificazioni, Amicizia, dicembre 2005, pag. 10-16.<br \/>\n<sup>44<\/sup>\u00a0In Italia si contano almeno 70mila imprenditori immigrati: in testa slavi e marocchini.<br \/>\n<sup>45<\/sup>\u00a0Ci sono ritorni \u201cdefinitivi\u201d, \u201ctemporanei\u201d, \u201cvirtuali\u201d (attraverso i sistemi di information technology e l\u2019uso delle tecnologie della comunicazione e dell\u2019information society) come quelli previsti dai programmi\u00a0<em>Return Action Programme e Aeneas<\/em>.<br \/>\n<sup>46<\/sup>\u00a0Commission of the European Communities, Communication from the Commission to the Council, the European Parliament, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions, First Annual Report on Migration and Integration, Brussels, 16 July 2004, COM (2004) 508 final, pag. 4.<br \/>\n<sup>47<\/sup>\u00a0La Commissione si riferisce al documento COM (2004) 412.<br \/>\n<sup>48<\/sup>\u00a0Nel Regno Unito gli studenti esteri fanno entrare ogni anno \u20ac119 milioni. Nel 2002 risultavano presenti nelle Universit\u00e0 dei paesi membri quasi 450.000 studenti esteri, la maggioranza asiatici e africani. Altri dettagli sulla misura prevista, Sarah Laitner,\u00a0<em>Eu could offer citizenship to top students from overseas<\/em>, Financial Times, 14 dicembre 2005. L\u2019Italia, recettore di flussi di immigati a bassa qualificazione, risulta essere l\u2019unico paese occidentale a non offrire facilitazioni di ingresso e cittadinanza per immigrati di qualit\u00e0, neppure nelle qualifiche professionali di cui il paese abbisogna.<br \/>\n<sup>49<\/sup>\u00a0La Fondazione ha avviato, dal 1999, un Osservatorio sull\u2019opinione pubblica in quanto a rapporto tra immi-grazione e cittadinanza in Europa.<br \/>\n<sup>50<\/sup>\u00a0\u201cIn Italia l\u2019immigrazione \u00e8 vista soprattutto come una fonte di insicurezza personale e di disordine pubblico. In pratica, quattro persone su dieci vedono nella presenza dell\u2019immigrato il rischio di una possibile crescita dei tassi di criminalit\u00e0. Questo timore calato di oltre 10 punti percentuali dal 1999 al 2004, nell\u2019ultimo anno ha invertito il trend ed \u00e8 tornato ad aumentare. I timori connessi alla propria sicurezza sono avvertiti maggior-mente al Nord e in particolare nel Nord Est, dove esistono 160 etnie. Gli italiani restano diffidenti soprat-tutto nei confronti degli arabi, dei turchi e dei balcanici\u201d. v. www.ilPassaporto.it, 21 novembre 2005.<br \/>\n<sup>51<\/sup>\u00a0Charlemagne, Minority reports, Where Europe fails in its treatment of minorities compared with America, The Economist, 12 novembre 2005.<br \/>\n<sup>52<\/sup>\u00a0E qui sta una delle dolenti note del confronto tra Ue e Usa. Commentando gli eventi francesi del novembre 2005, tutti i commentatori hanno sottolineato che si trattava di un evento sociale non etnico-religioso, bench\u00e9 avesse come protagonisti i figli di immigrati maghrebini di religione islamica. In Francia la disoccupazione \u00e8 intorno al 10%: tra gli immigrati e i figli d\u2019immigrati \u00e8 almeno doppio e talvolta sino a quattro volte tanto. Se si va a guardare alla disoccupazione tra gli immigrati negli Stati Uniti, il fenomeno risulta praticamente inesistente, a causa della flessibilit\u00e0 della struttura lavorativa americana. In un dossier pubblicato da Le Monde nei giorni della rivolta delle banlieues, risulta evidente che i giovani di seconda generazione con origine extracomuitaria sono quelli con pi\u00f9 scarsa possibilit\u00e0 di lavorare, rispetto ai colleghi comunitari come italiani, spagnoli, portoghesi. I maschi italiani e spagnoli hanno la seguente situazione: occupati 88,6%, disoccupati 10,3%, inattivi 1,1%. Gli algerini per le voci corrispondenti: 74,6%, 23,2%, 2%. Marocchini e tunisini 79%, 19,4%, 1,6%. I turchi 74,4%, 21,2%, 4,4%. La povert\u00e0 relativa delle famiglie risente di questa situazione occupazionale: \u00e8 povero il 15% delle famiglie formate da immigrati, mentre \u00e8 povero solo il 5,6% delle famiglie composte da non immigrati. Tra gli immigrati le percentuali di povert\u00e0<br \/>\ndelle famiglie, rispetto ai distinti raggruppamenti, risultano come segue: europei 9,5%, maghrebini 22,6%, altri paesi 16%. V. Le Monde del 15 novembre 2005, Economie, Dossier, Les chiffres qui expliquent la rivolte des enfants d\u2019immigr\u00e9s, pagg. I-IV. La tabella cui si fa riferimento \u00e8 a pag. III a corredo dell\u2019articolo di Francine Aizicovici, Des conditions de vie difficiles et beaucoup plus pr\u00e9caires.<br \/>\n<sup>53<\/sup>\u00a0\u201c\u2026<em>a Milano, per esempio, pare che circa un terzo dei mutui erogati dagli istituti di credito venga concesso a immigrati. A livello nazionali, il 21% dei servizi di microfinanza si rivolge oggi a immigrati<\/em>.\u201d Giuliano da Empoli, Nomadi globali, risorsa trascurata, Il Sole 24 Ore, 27 novembre 2005.<br \/>\n<sup>54<\/sup>\u00a0Laetitia Van Eeckhout, Sarkozy peine \u00e0 refermer la pol\u00e9mique sur les sans-papiers, Le Monde, 20 settembre 2006, pag. 1<br \/>\n<sup>55<\/sup>\u00a0\u201c<em>How can we believe, and make people believe, that we can efficiently fight terrorism by gathering together a learned assembly of 50 interior and justice ministers, giving them 2 minutes each to speak and then demanding that they decide unanimously<\/em>\u201d, in Cooperation Elusive on EU Immigration, International Herald Tribune, 1 settembre 2006.<br \/>\n<sup>56<\/sup>\u00a0Sarah Laitner e Fidelius Schmid,\u00a0<em>Madrid under fire for policy on migrants<\/em>, Financial Times, 22 settembre 2006, pag. 4.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[111],"class_list":["post-1555","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-ottobre-2006"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Politiche dell\u2019immigrazione in Europa<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Ottobre 2006. 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