{"id":1525,"date":"2006-06-01T12:00:00","date_gmt":"2006-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1525"},"modified":"2026-04-11T23:13:23","modified_gmt":"2026-04-11T21:13:23","slug":"lorigine-ideologica-delle-idee-di-mutamento-e-di-sviluppo","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2006\/giugno\/lorigine-ideologica-delle-idee-di-mutamento-e-di-sviluppo\/","title":{"rendered":"L\u2019origine ideologica delle idee di mutamento e di sviluppo"},"content":{"rendered":"<p>Solo pochi anni fa le due principali categorie che gli economisti, i sociologi, gli storici, gli antropologi, adottavano in molti frangenti della propria attivit\u00e0 intellettuale erano quelle di sviluppo e di mutamento. Si studiavano i fenomeni storici e sociali agitati dall\u2019onda delle profonde trasformazioni sociali e civili che stavano rapidamente sconvolgendo gli scenari planetari, preoccupati per l\u2019emergenza di nuovi problemi globali e di nuove minacciose questioni che potevano coinvolgere lo stesso destino del genere umano. Nacquero nuove teorie del mutamento e i metodi della pianificazione sociale, la sociologia e l\u2019economia dello sviluppo, e altri settori importanti, che hanno costruito un filone importantissimo (e celebrato) delle scienze sociali.<\/p>\n<p>E oggi? Sembrano temi passati di moda, che hanno perso la loro forza propulsiva. Fusi nel grande, e confuso, calderone concettuale del globalismo, stanno lentamente redegrendo a categorie storiche utili per comprendere un certo passato. La loro caratura operativa si \u00e8 sbiadita, lo spessore disciplinare pure.<\/p>\n<p>Questo contributo vuole mettere in rilievo il carattere ideologico che tali categorie hanno posseduto fin dalla loro origine, e con ci\u00f2 spiegare la parabola concettuale del mutamento e dello sviluppo ricorrendo all\u2019esaurimento della spinta ideologica iniziale. Come a dire: le categorie di mutamento e di sviluppo, oggi, sopravvivono a stenti, perch\u00e9 il carattere ideologico che ne aveva nutrito gli orizzonti \u00e8 tramontato. Una ideologia, la loro, che pur innestandosi su quelle sorte nel diciannovesimo secolo, aveva prodotto significati propri, prospettive nuove, che oggi, appunto, sono state soppiantate dalla globalizzazione incipiente e tracimante in ogni aspetto del pensiero contemporaneo.<\/p>\n<p><em>1. Dalla Rivoluzione proletaria alla Rivoluzione manageriale<\/em><\/p>\n<p>Ad avviso di Karl Polanyi, il diciannovesimo secolo fu uno fra i secoli pi\u00f9 tranquilli che la storia ricordi. Al di l\u00e0 di qualche insurrezione interna e di qualche conflitto localizzato, generalmente si pot\u00e8 conservare un generale livello di pace<sup>1<\/sup>. \u00c8 noto il ruolo che Polanyi assegna all\u2019alta finanza in questo gioco di equilibri geopolitici e ideologici, ed \u00e8 altrettanto noto come questa tesi di Polanyi non abbia trovato sempre consenso fra gli storici<sup>2<\/sup>. Di sicuro, ogni valutazione sul diciannovesimo secolo risente delle convulse vicende storiche del secolo successivo. Come se il diciannovesimo secolo non si ponga in altro modo se non in un\u2019ottica \u201cintroduttiva\u201d a quello che Hobsbawm definisce \u201csecolo breve\u201d, cio\u00e8 il ventesimo secolo, quello dei \u201cgrandi cataclismi\u201d. Le trasformazioni del ventesimo secolo non furono solo di natura politica, non si tratt\u00f2 solo di un\u2019epoca segnata dal crollo dei grandi imperi secolari, da due guerre mondiali, dalle grandi rivoluzioni e dalla conseguente costruzione di imperi geopolitici, da altre rivoluzioni di minore portata ma ugualmente assai significative, dalla travolgente avanzata dei regimi fascisti e dei totalitarismi. Fu anche il secolo dello spostamento del baricentro politico ed economico dall\u2019Europa al nord America e nel quale si port\u00f2 a compimento quella che spesso viene identificata come seconda rivoluzione industriale.<\/p>\n<p>Di fronte al suo svolgersi, si deve riconoscere che il ventesimo secolo segna un\u2019era nella quale l\u2019uomo si \u00e8 adoperato per diminuire le incertezze del suo futuro e, all\u2019insegna della progettazione e della pianificazione della sua vita quotidiana, ha fatto dell\u2019avvenire una specifica ragione tecnico-sociale. In modo un po\u2019 provocatorio, si potrebbe dire che i primi futurologi del ventesimo secolo sono stati i vari Taylor, Ford, Beveridge, Keynes. L\u2019avvenire, nel ventesimo secolo, si tecnicizza, diventa materia di progetto e di strategia. Abbandona l\u2019esclusivit\u00e0 della sua dimensione ideologica e politica e si trasferisce nel campo dell\u2019azione e dell\u2019organizzazione.<\/p>\n<p>La descrizione pi\u00f9 suggestiva delle trasformazioni in atto, dal punto di vista ideologico, ci \u00e8 provenuta probabilmente dal filosofo James Burnham, il quale espresse il cambiamento in atto in termini di passaggio dall\u2019ideologia rivoluzionaria alla rivoluzione manageriale<sup>3<\/sup>. Burnham propose la rivoluzione manageriale quale risposta definitiva alle vecchie contrapposizioni fra capitalismo e socialismo. La sua previsione fu la seguente: in mezzo secolo, il regime capitalista, con la sua ideologia liberale, con la divisione della societ\u00e0 secondo la contrapposizione fra proprietari e proletari, sar\u00e0 spazzato via da una pacifica e silenziosa rivoluzione che porter\u00e0 al potere una \u00abnuova classe sociale\u00bb, munita di una propria coscienza di classe e di interessi specifici: la classe dei\u00a0<em>manager<\/em>, cio\u00e8 di quei gestori del processo produttivo che, di fatto, gi\u00e0 controllano i mezzi di produzione. In effetti, Burnham aveva gi\u00e0 di fronte l\u2019esperienza sovietica, nella quale la classe dei burocrati e dei tecnocrati stava rendendo vane le attese del pi\u00f9 genuino socialismo, ma rilevante era la sua pretesa di estendere questo meccanismo anche alle societ\u00e0 capitalistiche. Le profezie di Burnham si completavano con la suddivisione delle aree del mondo in funzione del predominio delle classe manageriali nei rispettivi luoghi di influenza. L\u2019universo gestito dai manager avrebbe dovuto trovare il seguente ordine: l\u2019area di influenza degli Stati Uniti, l\u2019area della Germania, quella del Giappone (si osservi come l\u2019Unione Sovietica, nell\u2019intenzione di Burnham, avrebbe dovuto seguire una ulteriore divisione fra l\u2019area d\u2019influenza orientale, quella giapponese, e quella invece europea e tedesca).<\/p>\n<p>Questo passaggio da un avvenire \u201cpolitico\u201d a uno \u201cstrategico e manageriale\u201d \u00e8 meno brusco di quanto possa apparire. O almeno cos\u00ec spera di chiarire l&#8217;articolazione dei temi affrontati in questo capitolo.<\/p>\n<p><em>2. Lo Sviluppo e l\u2019occidentalizzazione del mondo<\/em><\/p>\n<p>Preliminarmente, si pu\u00f2 cominciare con l\u2019osservare che il concetto di sviluppo non coincide con quello di crescita. Nell\u2019idea di sviluppo \u00e8 contemplato un arrivo, un fine, una piena maturazione, che nella generale idea di crescita pu\u00f2 non essere presente. La presenza di questo elemento teleologico indica la positivit\u00e0 connessa al processo di sviluppo. Per esempio, la maturazione personale &#8211; cio\u00e8 lo\u00a0<em>sviluppo<\/em>\u00a0del comportamento &#8211; \u00e8 sempre una cosa giusta e raccomandabile. Un altro carattere dello sviluppo, pi\u00f9 o meno generalmente inteso, \u00e8 quello della continuit\u00e0. Nello sviluppo c\u2019\u00e8 una progressione, magari lenta, senza bruschi salti o gravi interruzioni. Il cambiamento avviene con continuit\u00e0 e ogni stato nuovo dipende dal precedente secondo una concatenazione metodica. La progressione pu\u00f2 essere descritta da tappe successive. In ultimo, il concetto di sviluppo spesso sottintende una certa irreversibilit\u00e0 generale del mutamento in atto.<\/p>\n<p>In questa sintetica descrizione dei caratteri dello sviluppo, riusciamo in modo visibile ad accertare il facile connubio che si stabilisce con il concetto di sistema. \u00c8 proprio del sistema procedere verso uno stadio non solo successivo, ma in un certo senso \u201csuperiore\u201d, senza che si verifichino brusche trasformazioni, per cui quasi sempre un nuovo stato di equilibrio \u00e8 stato raggiunto in conformit\u00e0 ad alcuni caratteri rinviabili allo stato d\u2019equilibrio precedente.<\/p>\n<p>Spesso si pensa che il concetto di sviluppo sia sorto nel ventesimo secolo, e in particolar modo nel secondo dopoguerra, quando l&#8217;ordine internazionale, le forme di interazione economica e l&#8217;estensione dei mercati, crearono condizioni nuove per il cambiamento sociale. In realt\u00e0, l&#8217;origine delle concezioni sullo sviluppo, tenendo comunque presente la distinzione dai concetti di progresso, crescita, modernizzazione, \u00e8 ben radicata nel diciannovesimo secolo<sup>4<\/sup>. Storicamente, nel diciannovesimo secolo lo sviluppo \u00e8 pensato unicamente in termini immanentistici, secondo il modello esemplare del caso indiano. Si fa notare che John Stuart Mill scrisse il suo<em>\u00a0Logic and Principles of Political Economy<\/em>, una pietra miliare per la formulazione del concetto di sviluppo, mentre era impiegato delle British East India Company. Lo sviluppo del capitalismo indiano fu il risultato dell&#8217;abbattimento di una struttura di valori sociali tradizionali e, sulle forme etiche e sociali da riscrivere daccapo, si inserirono i semi del nascente e progrediente capitalismo borghese. Ovviamente, si tratta quindi di un concetto immanente che rivela, per\u00f2, una precisa dimensione di \u00abtutela\u00bb (<em>trusteeship<\/em>) politica ed economica, assicurata da una realt\u00e0 politica ed economica (il sistema inglese nel caso specifico indiano) che aveva i mezzi per autodefinirsi sviluppata e per esercitare il potere del proprio sviluppo: \u00ab<em>without trusteeship there is no devllopment doctrine<\/em>\u00bb<sup>5<\/sup>. \u00c8 l&#8217;origine del significato spesso ideologico che il concetto di sviluppo ha assunto e si \u00e8 trovato, in alcune circostanze, a mantenere ancora oggi.<\/p>\n<p>Probabilmente, spetta a Walt W. Rostow il titolo di caposcuola dei teorici dello sviluppo. \u00abTutte le societ\u00e0, per le loro caratteristiche economiche, possono essere classificate in una di queste cinque categorie: la societ\u00e0 tradizionale, la fase delle condizioni preliminari per il decollo, il decollo, il passaggio alla maturit\u00e0 e il periodo del grande consumo di massa\u00bb<sup>6<\/sup>. Il programma teorico di Rostow \u00e8 ben illustrato da questo suo celebre schema dello sviluppo storico. In pratica, tutti i sistemi socio-economici hanno un divenire segnato dallo sviluppo, pensato stadio per stadio, metaforicamente assimilato alle fasi del decollo di un aeroplano, fino alla conclusione ideale di un benessere scandito dal consumo. L\u2019opera si costruisce su di una ricca e completa documentazione di carattere storico e statistico, la quale gli consente di condurre un\u2019analisi comparata dello sviluppo di societ\u00e0 industriali differenti, fra Europa e America del Nord, l\u2019India, la Cina, il Giappone e anche l\u2019America Latina.<\/p>\n<p>La visione di Rostow \u00e8 quanto mai sociocentrica<sup>7<\/sup>. Probabilmente, risente del clima di confronto fra il sistema occidentale e quello sovietico, che Rostow si ostina a chiamare russo. Innanzitutto, le societ\u00e0 tradizionali, quelle precedenti a qualsiasi discorso di sviluppo, sembrano rappresentare in Rostow il punto zero di qualsiasi condizione storica. Esse sono dominate dalla scarsit\u00e0 e da una certa immobilit\u00e0 che sembra farne delle societ\u00e0 in perenne stato di coma civile. Queste societ\u00e0 non hanno che l\u2019aspirazione di trovare quell\u2019impulso organizzativo, scientifico o di chiss\u00e0 che altro tipo, in grado di consentire un aumento della produzione. Eppure, gli studi antropologici hanno da tempo messo in rilievo come questa condizione non sia affatto reale e fra le societ\u00e0 tradizionali si riconosce non un impedimento oggettivo alla crescita della produzione ma un rifiuto culturale all\u2019accumulazione<sup>8<\/sup>. Proseguendo nello schema dello sviluppo di Rostow, durante il periodo nel quale si realizzano le condizioni preliminari per il decollo \u00absi diffonde [\u2026] l\u2019idea che il progresso economico non solo sia possibile, ma che esso sia una condizione necessaria per qualche altro scopo, ritenuto buono, si chiami esso dignit\u00e0 nazionale, profitto privato, benessere generale, o una vita migliore per i figli\u00bb<sup>9<\/sup>. In pratica, assaporato il profumo della modernit\u00e0, ogni societ\u00e0 politica assume un unico scopo: completare il percorso, prendere il volo, decollare verso lo sviluppo. Il decollo (<em>take off<\/em>, e tale concetto ebbe subito una grande fortuna nel linguaggio dei teorici dello sviluppo): \u00ab\u00e8 l\u2019intervallo in cui le vecchie remore e resistenze a un deciso sviluppo sono definitivamente superate. Le forze tendenti al progresso economico, che avevano prodotto solo limitate eruzioni e isole di attivit\u00e0 moderna, si espandono e giungono a dominare l\u2019intera societ\u00e0. Lo sviluppo ne diviene condizione normale. L\u2019interesse composto viene per cos\u00ec dire incorporato nel costume e nella struttura istituzionale\u00bb<sup>10<\/sup>. Si osservi come il passaggio al costume e alla struttura istituzionale riproponga nello schema di Rostow la condizione materialistica del pensiero marxista dell\u2019anticipo logico (se non cronologico) fra la struttura economica e le sovrastrutture. Lo sviluppo, cio\u00e8, investe tutte le dimensioni dell\u2019agire umano-sociale e, a questo punto, niente potr\u00e0 pi\u00f9 essere come prima e la nuova modernit\u00e0 soppianta, e rinnega, la tradizione. Infine, si ha la maturazione del processo iniziato cos\u00ec da lontano, cio\u00e8 il periodo del grande consumo di massa, caratterizzato dal fordismo americano, cio\u00e8 dalla re-distribuzione ai lavoratori degli aumenti di produttivit\u00e0 al fine di accrescere il consumo, con annesso sistema previdenziale.<\/p>\n<p>Attorno al pensiero di Rostow si accese una polemica notevole. I limiti della sua impostazione sono evidenti. Egli tratta le civilt\u00e0 come fossero delle libere e indipendenti organizzazioni che devono trovare al proprio interno la sollecitazione allo sviluppo. Il \u00abritardo\u00bb di una rispetto ad un\u2019altra, in questo senso, sembra essere solo imputabile a motivi interni alla sua struttura sociale. \u00c8 esclusa, quindi, la spiegazione forse pi\u00f9 appropriata alle differenze nel livello di sviluppo, cio\u00e8 quella che vuole l\u2019arretratezza di alcune civilt\u00e0 imputabile all\u2019arricchimento senza scrupoli di altre. Fra l\u2019altro, se l\u2019obiettivo di Rostow era quello di costruire una teoria politico-economica alternativa a quella di Marx, di fatto il suo tentativo ha forse solo ribaltato simmetricamente la prospettiva marxista conservandone tuttavia i difetti principali. Vale a dire che nella teoria di Rostow c\u2019\u00e8 una filosofia della storia di matrice fordista invece che materialista, \u00e8 contemplata la missione storico mondiale dell\u2019industria invece che del proletariato, il consumo di massa subentra alla lotta di classe, il mercato al partito comunista internazionale, ecc.<\/p>\n<p>\u00c8 ovvio che la modernizzazione pensata da Rostow non \u00e8 altro che una sorta di occidentalizzazione del mondo. Senza alcun dubbio, il divenire delle societ\u00e0 tradizionali \u00e8 ancora oggi parecchio sollecitato dai modelli di sviluppo delle realt\u00e0 occidentali modernizzate. \u00c8 tuttavia pi\u00f9 consono discutere di \u00abibridazione dello sviluppo\u00bb<sup>11<\/sup>, nel senso che si constata l\u2019emergere di un sincretismo complesso, nel quale societ\u00e0 modernizzate dal punto di vista economico non lo sono dal punto di vita civile o politico, con il gran numero di varianti a questa distonia presentati dai fenomeni storici contemporanei.<\/p>\n<p>Il ritorno a certe forme ideologiche di concezione dell\u2019avvenire ha potuto assumere tratti assai evidenti nelle opere di intellettuali successivi a Rostow. In particolare, piano piano \u00e8 divenuta chiara la posizione che i \u201cmigliori\u201d, i \u201cprimi\u201d, esercitano la propria supremazia avanzando la pretesa di dominare il futuro. Per esempio, questa limitante pretesa \u00e8 espressa bene da Jan Tinbergen, quando afferma che \u00abuna popolazione piuttosto povera, come media generale, non sapr\u00e0 prevedere lontano e quindi sar\u00e0 interessata a profitti immediati. Essa si accontenta di vivere alla giornata e ogni suo componente penser\u00e0 a se stesso\u00bb<sup>12<\/sup>. Vale a dire, forzando un po\u2019 il discorso, che l\u2019avvenire \u00e8 roba per ricchi, gli altri possono solo stare a guardare, aspettando che qualcuno gli dica cosa succeder\u00e0 loro.<\/p>\n<p>Il successo riscosso dalla concezione della modernizzazione del ventesimo secolo deve molto alle teorie dello sviluppo, soprattutto nella prima fase della loro elaborazione. D\u2019altronde, in un certo senso con quelle teorie si mettevano d\u2019accordo tutti. Per i paesi gi\u00e0 sviluppati del mondo occidentale si trattava di continuare a credere nel ritmo di crescita interno e nella collaborazione internazionale, in particolare rivolta ad ostacolare il diffondersi del marxismo. Per i paesi in via di sviluppo, invece, si concretizzava un\u2019aspirazione particolarmente visibile nelle nuove classi dirigenti, le quali diffondevano i segnali di un progressivo stile occidentale nelle loro realt\u00e0 tradizionali. L\u2019avvenire, in pratica, sembrava soddisfare tutti, anche se presto si attu\u00f2 una decisa reazione a questo ottimismo ideologico. In particolare, furono alcuni studiosi di orientamento marxista nel mondo occidentale e alcuni intellettuali dei paesi in via di sviluppo a mettere in rilievo le contraddizioni implicite nel programma di modernizzazione basato sullo sviluppo. Paul A. Baran e Paul M. Sweezy pubblicarono, nel 1966,\u00a0<em>Monopoly Capital<\/em>, illustrando con concetti diversi il rapporto fra i paesi in via di sviluppo e le potenze occidentali. Recuperando alcune teorie che gi\u00e0 Lenin e R. Luxemburg avevano avuto modo di esporre, gli intellettuali statunitensi misero in rilievo come il XX secolo sia di fatto caratterizzato dalla progressiva formazione dell\u2019egemonia nordamericana, la quale soppianta, in termini di rapporto di potere e di dominio politico ed economico, il colonialismo europeo. In tale situa-zione, il capitalismo concorrenziale cede il passo al capitalismo monopolistico il quale, confermando con ci\u00f2 le previsioni di Lenin<sup>13<\/sup>, \u00e8 basato sull\u2019as-sociazione del capitale industriale con quello finan-ziario. Attraverso il gioco delle concentrazioni, queste societ\u00e0 controllano il mercato e, di con-seguenza, controllano pure i prezzi. Questi ultimi, nonostante i notevoli aumenti di produttivit\u00e0, non diminuiscono e permettono l\u2019accumulazione di enormi surplus. La questione principale, quindi, \u00e8 l\u2019assorbimento di questo surplus, poich\u00e9 il capitalismo monopolistico \u00e8 incapace di creare una domanda effettiva sufficiente ad assicurare la piena occupazione del lavoro e del capitale<sup>14<\/sup>. Un sistema siffatto, in pratica, rischierebbe di cadere in una fase di stagnazione, producendo in modo sempre meno redditizio beni che fruttano un profitto sempre maggiore. La soluzione risiede in un triplice intervento: la propaganda pubblicitaria che deve sollecitare il pubblico a un consumo sempre maggiore, l\u2019intervento dello Stato per creare sempre nuove opportunit\u00e0 di consumo (per esempio la costruzione di migliori vie di comunicazione in grado di accrescere la domanda di mezzi di trasporto) e, infine, lo sviluppo ad opera dello Stato del settore militare-industriale. Nelle parole di Ba-an e Sweezy: \u00abSe si assume la stabilit\u00e0 del capi-alismo monopolistico, con la sua provata incapacit\u00e0 di fare uso razionale per scopi umani e pacifici del suo enorme potenziale produttivo, \u00e8 necessario de-idere se si preferisce la disoccupazione di massa e l\u2019irreparabilit\u00e0 caratteristiche della grande depres-sione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari degli anni quaranta e cinquanta\u00bb<sup>15<\/sup>. Per tale via, dalla denuncia delle contraddizioni implicite allo sviluppo del sistema capitalistico nordame-ricano i nostri autori passano all\u2019esortazione di una rivoluzione mondiale operata non dal proletariato, ma dai paesi del sud del mondo.<\/p>\n<p>In conclusione, \u00e8 stata condotta una rivisitazione strumentale delle teorie dello sviluppo alle origini di questo ricco filone di studi, al fine di porre in rilievo soprattutto il carattere vetero-ideologico delle stesse. Il riciclo della \u00abfalsa coscienza\u00bb, come Marx definiva l\u2019ideologia (pur rimanendone vittima la sua stessa dottrina), \u00e8 visibile ancora nelle contemporanee tendenze del dibattito sull\u2019ordine internazionale, i rischi e le opportunit\u00e0 globali, gli scenari politici continentali e mondiali. Ancora una volta, se pure ve ne dovesse essere ancora bisogno di ripeterlo, l\u2019ideologia \u00e8 meglio prevenirla, che curarla.<\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0K. Polanyi,<em>\u00a0The Great Transformation<\/em>, Holt, Rinehart &amp; Winston, New York, 1944; tr. it., La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974, pp. 7 e ss.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0Cf. S. Guarracino,\u00a0<em>Il Novecento e le sue storie<\/em>, Bruno Mondadori, Milano, 1997.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Cf. il cap. XII di J. Burnham,\u00a0<em>The Managerial Revolution: What is happening in the World<\/em>, John Day Co., New York, 1941. L\u2019analisi di Burnham ha avuto successivi approfondimenti, fra i pi\u00f9 importanti, e recenti, si segnala P. F. Drucker,\u00a0<em>Managing in a Time of Great Change<\/em>, Talley Books, New York, 1995; tr.it.,\u00a0<em>Il grande cambiamento<\/em>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 1996.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0Si veda il capitolo 1 del fondamentale M.P. Cowen, R.W. Shenton,\u00a0<em>Doctrines of Development<\/em>, Routledge, London, New York, 1996.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0Ibid., p. 57.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0W.W. Rostow,\u00a0<em>The Stages of Economic Growth. A Non-Communist Manifesto<\/em>, Cambridge University Press, Cambridge, 1960; tr. it.,\u00a0<em>Gli stadi dello sviluppo economico<\/em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 33.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Cf. G. Rist,\u00a0<em>Le D\u00e9veloppement. Histoire d\u2019une croyance occidentale<\/em>, Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, Paris, 1996; tr. it.,\u00a0<em>Sviluppo. Storia di una credenza occidentale<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Cf. M. Sahlins,<em>\u00a0Stone Age Economics<\/em>, Aldine Atherton, Chicago and New York, 1972; tr. it.,<em>\u00a0Economia dell\u2019et\u00e0 della pietra<\/em>, Bompiani, Milano, 1980.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0W.W. Rostow,\u00a0<em>Gli stadi dello sviluppo economico<\/em>, cit., p. 36.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0Ibid., pp. 37 e ss.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0G. Rist,\u00a0<em>Sviluppo. Storia di una credenza occidentale<\/em>, cit., p. 105.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0J. Tinbergen,\u00a0<em>Ontwikkelingsplannen<\/em>, Kindler, M\u00fcnchen, 1967; tr. it.,\u00a0<em>Sviluppo e pianificazione<\/em>, il Saggiatore, Milano, 1967, p. 19.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0V. Lenin,<em>\u00a0L\u2019imperialismo come fase suprema del capitalismo<\/em>, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1948.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0P. A. Baran, P.M. Sweezy,\u00a0<em>Monopoly Capital. An Essay on the American Economic and Social Order<\/em>, Monthly Review Press, New York, 1966; tr.it.,\u00a0<em>Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana<\/em>, Einaudi, Torino, 1968, pp. 68 e ss.<br \/>\n<sup>15<\/sup>\u00a0Ibid., p. 174.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[823],"fascicolo":[107],"class_list":["post-1525","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-alberto-lo-presti","fascicolo-giugno-2006"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - L\u2019origine ideologica delle idee di mutamento e di sviluppo<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Alberto Lo Presti, pubblicato nel numero di Giugno 2006. 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