{"id":1521,"date":"2006-06-01T12:00:00","date_gmt":"2006-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1521"},"modified":"2026-04-11T22:39:49","modified_gmt":"2026-04-11T20:39:49","slug":"sommari-abstracts-giugno-2006","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2006\/giugno\/sommari-abstracts-giugno-2006\/","title":{"rendered":"SOMMARI \/ ABSTRACTS &#8211; Giugno 2006"},"content":{"rendered":"<p><strong>An Update on Islamic Banking<\/strong><\/p>\n<p><em>Athar Murtuza<\/em><\/p>\n<p>L\u2019articolo riprende la storia dal sistema bancario islamico, da dove era stata lasciata dai due contributi di Alford e Renaud nel numero di OIKONOMIA di febbraio 2003. Da allora, sviluppi importanti riguardano l\u2019entrata di alcune delle pi\u00f9 importanti banche in questo settore, il rilevante aumento di fondi disponibili e la crescita fino alla maturit\u00e0 di quella che pu\u00f2 essere chiamata l\u2019Industria Islamica di Servizi Finanziari, con il proprio istituto giurisdizionale nel Consiglio Islamico dei Servizi Finanziari con sede a Kuala Lumpur. Sebbene si possa discutere se l\u2019apposizione dell\u2019etichetta \u201cfedele alla shari\u2019a\u201d su un prodotto non sia che un\u2019astuta strategia di marketing, guardando agli aspetti positivi, le nuove forme di servizi offerte ai musulmani sia nei paesi musulmani che in Occidente aiutano ad accedere ai servizi finanziari coloro che altrimenti, spesso poveri, li rifiuterebbero per motivi religiosi. L\u2019articolo analizza una serie di strumenti finanziari che stanno crescendo di importanza, come le obbligazioni islamiche, i sukuks, e d\u00e0 un ampia descrizione dei tanti aspetti del pensiero islamico sulle pratiche economiche. Se ci fosse miglior comprensione e maggior rispetto reciproco fra i paesi occidentali e l\u2019Islam, sarebbe pi\u00f9 facile valutare l&#8217;importanza e i valori del sistema bancario islamico in modo obiettivo.<\/p>\n<p>The paper takes up the story regarding Islamic banking as it was left after the two articles by Alford and Renaud in the Feb 2003 number of OIKONOMIA. Since then, important developments include the move of some of the major banks into this sector, the big increase in funds available and the growing to maturity of what can genuinely be called as Islamic Financial Services Industry, with its own regulator in the Islamic Financial Services Board based in Kuala Lumpur. Although there is the concern that attaching the description &#8220;shari&#8217;a compliant&#8221; to a product may be little more than a marketing ploy, on the positive side, the new forms of products being offered to Muslims in both Muslim countries and in the West is that they help people who are often poor to gain access to financial services that they would otherwise refuse on religious grounds. The paper details a number of financial instruments that are growing in importance, such as Islamic bonds, sukuks<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L. J. Lebret<\/strong><\/p>\n<p><em>Jean Marie Albertini<\/em><\/p>\n<p>L.J. Lebret, gi\u00e0 ufficiale di marina, nei suoi primi vent\u2019anni di impegno come religioso domenicano ha contribuito efficacemente all\u2019organizzazione dei sindacati nel mondo della pesca in Francia e alla stesura delle relative leggi. Nel 1941 fonda Economie et Humanisme, un\u2019associazione, poi divenuta movimento, con lo scopo di studiare attraverso inchieste le realt\u00e0 economiche, sociali ed umane, di suscitare lavori scientifici che facciano comprendere come rimettere l\u2019economia al servizio dell\u2019uomo, ed, infine, di suscitare a livello regionale e delle diverse professioni dei tecnici e dei professionisti capaci di determinare concretamente le condizioni del bene comune. Dal 1947, dopo un viaggio in Brasile, Lebret ritiene i problemi dei paesi in via di sviluppo pi\u00f9 importanti di quelli dell\u2019Europa, ed in seguito svolger\u00e0 ricerche in tali paesi. Egli pu\u00f2 ben essere designato come umanista cristiano, soprattutto a causa della sua spiritualit\u00e0 radicata nell\u2019azione e per il suo intento di promuovere un cattolicesimo integrale. Anche come scienziato il suo operare ha le sua radici nell\u2019azione ma egli si \u00e8 seriamente interessato ai problemi metodologici fondamentali della ricerca sociale.<\/p>\n<p>L. J. Lebret, who previously had been an official in the Navy, contributed significantly to the organisation of unions and to the development of legislation to promote the fishing sector in France during his first twenty years as a Dominican religious. In 1941, he founded an association, &#8220;Economie et Humanisme&#8221;, which developed into a movement with the aims of studying human, social and economic problems through survey methods, of encouraging academic research that would help create an economy at the service of the human person, and, finally, of fostering the development of various technical and professional experts able to identify together the practical realisation of the common good. From 1947, after a visit to Brazil, Lebret realised that the problems of the developing countries were more important than those of Europe, and thus began researching in these countries. He can be well described as a &#8220;Christian humanist&#8221;, above all because of his spirituality, deeply rooted in action, and his integrated approach to Catholicism. As an academic, he was also oriented towards action, but not without being profoundly interested in the fundamental methodological problems of social research.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019origine ideologica delle idee di mutamento e di sviluppo<\/strong><\/p>\n<p><em>Alberto Lo Presti<\/em><\/p>\n<p>Nella seconda met\u00e0 del ventesimo secolo alcune categorie concettuali hanno avuto un grande ruolo nelle scienze socio-politiche. Si tratta delle ben note categorie di progresso e di sviluppo. La loro rilevanza si \u00e8 espressa, per fare qualche esempio, in progetti politici, in discussioni intellettuali, fino alla costruzione di nuovi campi disciplinari (teorie e sociologie dello sviluppo economico e sociale). Oggi, l\u2019influenza delle teorie del progresso e dello sviluppo sembra essere venuta meno, probabilmente soppiantata dalle nuove teorie della globalizzazione. Il saggio cerca di ripercorrere le tappe salienti di questo cambiamento. La tesi \u00e8 che non vi \u00e8 stata la forzata sostituzione di un approccio nuovo (globalizzazione) a uno sorpassato (sviluppo), piuttosto i due paradigmi fanno parte dello stesso processo di analisi sociale. E difatti, nel saggio si dimostra come in uno dei suoi aspetti fondamentali, cio\u00e8 il contenuto ideologico, la continuit\u00e0 fra teorie dello sviluppo e teorie della globalizzazione si dia in modo assai evidente.<\/p>\n<p>In the second half of the twentieh century, two concepts have had a particularly important role in the socio-political sciences. These concepts are &#8220;progress&#8221; and &#8220;development&#8221;. Their importance is expressed, for example, through political projects and intellectual debates, even to the point of creating whole new disciplines (such as &#8220;theories of economic development&#8221;). Today, the influence of theories of progress and development seems on the wane, probably because they have been supplanted by theories of globalisation. In this study, the author aims to chart the stages of this change. The argument is made that there has been no forced substitution of an older approach (development) by an newer one (globalisation), but rather the two paradigms are part of the same process of social analysis. The study shows that at least on one fundamental dimension, their ideological content, the continuity between theories of development and those of globalisation is clear.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Neo-populismo e globalizzazione<\/strong><\/p>\n<p><em>Antonio Riccio<\/em><\/p>\n<p>Si pu\u00f2 parlare di populismo nell\u2019epoca dei mass-media? U. Eco propone il \u201cberlusconismo\u201d come neo-populismo contemporaneo. Il populismo nasce come rifiuto dell\u2019industrialismo e quale ritorno alla terra come alternativa al capitalismo agrario, ma utilizzando tecnologie industriali. Anche il populismo post-moderno, rifiuta l\u2019immigrazione e la globalizzazione quali scenari culturali contemporanei ma al tempo stesso li sfrutta come provvidenziali opportunit\u00e0 imprenditoriali e commerciali per risorse lavorative a basso costo e nuovi mercati. Il richiamo neo-populistico allo sviluppo ed al benessere \u00e8 incompatibile con politiche di accoglienza e condivisione, perch\u00e9 mette tra parentesi la persona; fa dell\u2019immigrato merce da utilizzare. Rivela il riemergere dell\u2019etnocentrismo e di istanze personalistiche o particolaristiche, in contrasto con una societ\u00e0 incamminata verso cittadinanze sempre pi\u00f9 globali ed inclusive. Occorre quindi promuovere una maggiore consapevolezza del nostro \u2018bisogno dell\u2019altro\u2019 come realt\u00e0 necessaria per diventare \u201ccittadini del mondo\u201d.<\/p>\n<p>Can we speak about populism in the era of mass media? Umberto Eco has proposed the idea of &#8220;berlusconism&#8221; as a form of contemporary neo-populism. Populism arises out of a reaction against industrialism and a return to the land as an alternative to agricultural capitalism, but all the while, still using industrial technology. Similarly, postmodern populism rejects the contemporary cultural situation with its immigration and globalisation, but at the same time, exploits these phenomena as providential business and commercial opportunities for access to low-cost workers and new markets. The neo-populist call to development and wellbeing is incompatible with policies of openness and inclusion, because &#8220;it puts the person on one side; the immigrant is treated as a product to be used&#8221;. It reveals the re-emergence of ethnocentrism and claims based on closed and particular situations, in contrast with a society on the road towards a more global and inclusive type of citizenship. Promoting greater awareness of our &#8220;need for the other&#8221; is essential, as a necessary part of becoming &#8220;citizens of the world&#8221;.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>Per un approccio ermeneutico al consumo simbolico nella post-modernit\u00e0<\/strong><\/em><\/p>\n<p><em>Paolo Contini<\/em><\/p>\n<p>La societ\u00e0 contemporanea, variamente definita dalla letteratura sociologica, si connota, tra il resto, quale \u201csociet\u00e0 dell\u2019informazione\u201d o \u201csociet\u00e0 della comunicazione\u201d. La comunicazione si sostanzia di relazioni di reciprocit\u00e0. Comunicazione \u00e8, stricto sensu, \u201ccommunio facere\u201d. Se esiste un consumo corretto ed un consumo esasperato, un consumo egoistico ed un consumo altruistico, verrebbe da chiedersi se non possa esistere anche nel campo della comunicazione, un\u2019esasperazione, un consu\u00admismo della comunicazione. La risposta, ad un interrogativo che si pone pi\u00f9 come retorico che come problematico, appare scontata: non solo esiste un consumismo della comunicazione, ovvero una comunicazione privata della sua ragion d\u2019esser e che vive senza comunicarci nulla, semplicemente per unirci, ma addirittura possiamo riconoscere questo tipo di comunicazione proprio nella \u201ccomunicazione di parte\u201d, come \u00e8 la pubblicit\u00e0. La similitudine fra consumismo nel consumo e nella comunicazione, per\u00f2, termina qui, infatti mentre esiste un consumo puro, che non \u00e8 intriso di consumismo, al contrario non pu\u00f2 esistere una comunicazione pura, privata di consumismo della comunicazione.<\/p>\n<p>Contemporary society, variously defined in the sociological literature, is often thought of as the &#8220;information society&#8221; or the &#8220;communication society&#8221;. Communication takes place through reciprocal relations, and is, stricto sensu, &#8220;communio facere&#8221;. If there can be responsible, exaggerated, egoistic and altruistic consumption, one may ask if there could not exist in the field of communications a kind of over-consumption or consumerism. The reply seems obvious: not only is there consumerism with regard to communications, or rather a kind of autoreferential communication that communicates nothing but is aimed just at making connections, but also, we can recognise this kind of &#8220;one-sided&#8221; communication in the field of advertising. The similarity between consumerism in consumption and communication stops here, however, for while there can be healthy consumption, not infected by consumerism, on the contrary, there cannot be a &#8220;pure communication&#8221;, free of the effects of consumerism.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il concetto di capitale sociale<\/strong><\/p>\n<p><em>Stefania Di Giacomo<\/em><\/p>\n<p>L\u2019idea di capitale sociale ha suscitato un interessante confronto tra sociologi, economisti, politologi, antropologi che hanno formulato vari studi e definizioni. Molto rilevante \u00e8 l\u2019approccio strumentale degli economisti: il capitale sociale pu\u00f2 migliorare le performance economiche. In ambito produttivo, le relazioni sociali non sono solo un input nella funzione di produzione, ma, come la tecnologia, un fattore in grado di rafforzare l\u2019efficienza dell\u2019intera funzione di produzione. Per questo tanti studi sono portati avanti da istituzioni nazionali ed internazionali per misurare questa dimensione e correlarla ad altri fattori di sviluppo. Tra questi il rapporto OCSE sul benessere delle nazioni (2001) sottolinea come il capitale sociale contribuisca a spiegare non solo differenze nell\u2019organizzazione produttiva e nello sviluppo economico, ma anche disparit\u00e0 in altri settori della vita sociale (quali la salute, l\u2019abitazione, ecc.).<\/p>\n<p>The idea of social capital has generated an interesting dialogue between sociologists, economists, political scientists and anthropologists, all of whom have studied and defined it in various ways. The instrumental approach of economists has emerged as particularly important, maintaining as it does that social capital can improve economic performance. In the field of production, social relations are not only an input to the production function, but, as is the case with technology, are able to improve the efficiency of the whole production function itself. For this reason, many studies have been carried out by national and international institutes in order to measure this dimension and correlate it with other development factors. Among these, the 2001 report of the OECD, &#8220;The Wellbeing of Nations&#8221;, emphasises how social capital contributes to the explanation not only of differences in productive organisation and in levels of economic development, but also of disparities in other areas of social life (such as health, housing etc).<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[],"fascicolo":[107],"class_list":["post-1521","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","fascicolo-giugno-2006"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - SOMMARI \/ ABSTRACTS - Giugno 2006<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Redazione, pubblicato nel numero di Giugno 2006. 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