{"id":1491,"date":"2006-02-01T12:00:00","date_gmt":"2006-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1491"},"modified":"2026-04-11T22:29:33","modified_gmt":"2026-04-11T20:29:33","slug":"come-ottenere-comportamenti-etici-da-parte-delle-imprese-in-una-societa-globalizzata","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2006\/febbraio\/come-ottenere-comportamenti-etici-da-parte-delle-imprese-in-una-societa-globalizzata\/","title":{"rendered":"Come ottenere comportamenti etici da parte delle imprese in una societ\u00e0 globalizzata?"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>Lezione inaugurale del III Master \u201cManagement e Responsabilit\u00e0 Sociale d\u2019Impresa\u201d<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Roma, 18 novembre 2005<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019espressione\u00a0<em>Responsabilit\u00e0 Sociale dell\u2019Impresa<\/em>\u00a0traduce dall\u2019inglese\u00a0<em>Corporate Social Responsibility<\/em>, dove \u00e8 l\u2019aggettivo\u00a0\u201ccorporate\u201d a non corrispondere con precisione all\u2019italiano. Infatti \u201cimpresa\u201d \u00e8 un sostantivo che si applica a qualsiasi forma di attivit\u00e0 economica condotta da un agente (imprenditore) che rischia in proprio, mentre l\u2019ag-gettivo \u201ccorporate\u201d si applica a quella particolare forma d\u2019impresa che \u00e8 la \u201ccorporation\u201d, ossia in italiano la grande impresa capitalistica. In realt\u00e0, il problema che la RSI vuole affrontare riguarda proprio la\u00a0<em>corporation<\/em>\u00a0che fin da subito \u00e8 stata estranea a quella \u201cnaturale\u201d responsabilit\u00e0 sociale che le varie altre forme d\u2019impresa (artigianali, civili, cooperative) hanno sempre dimostrato di avere, per il radicamento sul territorio che le caratterizza e anche per la loro limitata dimensione, che non consente alcun \u201cpotere di mercato\u201d.<\/p>\n<p>E\u2019, invece, la grande dimensione della\u00a0<em>corporation<\/em>, insieme con la cosiddetta \u201corganizzazione scientifica del lavoro\u201d, ossia la catena di montaggio, e con la sua presenza pluri-nazionale, che hanno contribuito a rendere la gerarchia di comando che governa la\u00a0<em>corporation<\/em>\u00a0sempre pi\u00f9 estranea non solo ai lavoratori che eseguono, ma anche al contesto territoriale che ospita la grande impresa, mentre il suo elevato grado di potere di mercato l\u2019ha spinta a vessare fornitori e amministrazioni pubbliche, piuttosto che a collaborare con essi. Quanto ai consumatori, questi vengono \u201cindotti\u201d al consumo da pubblicit\u00e0 sempre pi\u00f9 invadenti e subliminari, piuttosto che persuasi della bont\u00e0 del prodotto stesso da un\u2019informazione trasparente.<\/p>\n<p>In questo paper affronter\u00f2 dapprima gli sviluppi che hanno generato la\u00a0<em>corporation<\/em>\u00a0e le modalit\u00e0 operative che questa ha assunto. Vedremo poi quali \u201cbarriere\u201d sono state poste dalla legislazione per evitare comportamenti irresponsabili, quando non del tutto fraudolenti, da parte delle grandi imprese. Da ultimo, analizzeremo che cosa pu\u00f2 fare la RSI e infine trarremo qualche conclusione.<\/p>\n<p><strong>1. Come si sviluppa la moderna societ\u00e0 di capitali.<\/strong><\/p>\n<p>Risale all\u2019XI secolo l\u2019introduzione in Occidente (Venezia e Genova in primis)<sup>1<\/sup>\u00a0della \u201ccommenda\u201d, ossia di quella forma d\u2019impresa che poi diventer\u00e0 generalizzata che permetteva l\u2019investimento di capitale da parte di soggetti che non erano direttamente interessati all\u2019impresa, utilizzando la formula della responsabilit\u00e0 limitata<sup>2<\/sup>. A beneficiarne furono in primo luogo le imprese marittime, poi con l\u2019appellativo di accomandita il contratto a responsabilit\u00e0 limitata venne esteso anche ad altre attivit\u00e0 commerciali ed industriali<sup>3<\/sup>. Nel corso del XVI secolo nacquero in Olanda le borse<sup>4<\/sup>\u00a0e nel XVII secolo tra Olanda, Gran Bretagna e Francia le societ\u00e0 per azioni; \u00e8 in questo contesto che si verificarono i primi importanti episodi speculativi, che necessitarono dei primi interventi pubblici volti a controllare la speculazione finanziaria. Forse il pi\u00f9 curioso \u00e8 quello della \u201cmania dei tulipani\u201d che scoppi\u00f2 nella borsa di Amsterdam tra 1636 e 1637. I bulbi, importati dall\u2019Oriente, erano stati perfezionati dagli agronomi olandesi e venivano molto apprezzati e venduti a caro prezzo. Sorsero societ\u00e0 di produzione e commercio dei bulbi di tulipano, le cui azioni venivano scambiate in borsa a prezzi sempre pi\u00f9 elevati, cosicch\u00e8 chi voleva comperarle ipotec\u00f2 case e terreni. Quando nel febbraio 1637 si verific\u00f2 il crollo del corso delle azioni, le autorit\u00e0 dovettero intervenire a bloccare il panico, proclamando la moratoria dei pagamenti e l\u2019annullamento dei contratti pi\u00f9 evidentemente esagerati<sup>5<\/sup>.<\/p>\n<p>Ma sicuramente l\u2019episodio speculativo pi\u00f9 noto per i suoi estesi effetti macroeconomici e per la legislazione che provoc\u00f2 fu quello legato a John Law (1716-1720), emerso nello snodo tra il finanziamento delle grandi Compagnie per il commercio con l\u2019America, l\u2019Asia e l\u2019Africa, l\u2019immissione di circolazione cartacea e il collocamento di debito pubblico. L\u2019originale nesso che John Law costru\u00ec fra i diversi flussi finanziari sopra citati fin\u00ec in un colossale crollo che si propag\u00f2 dalla piazza originaria (Parigi) attraverso tutti gli altri centri finanziari europei, un po\u2019 per l\u2019impianto troppo avveniristico del sistema di Law, un po\u2019 per la mancanza di controlli sulla costituzione di nuove societ\u00e0 per azioni e sulla loro quotazione in borsa<sup>6<\/sup>. Fu soprattutto in Gran Bretagna che con il\u00a0<strong>Bubble Act<\/strong>\u00a0del 1720 tali controlli iniziarono ad essere resi stringenti, pur senza poter sconfiggere definitivamente n\u00e9 la speculazione n\u00e9 le crisi finanziarie<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>Nella seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento assistiamo ad un altro anello significativo dell\u2019evoluzione della societ\u00e0 per azioni, che ha luogo negli Stati Uniti, un paese che raccoglie e rilancia in un modo tutto particolare l\u2019eredit\u00e0 europea. Muovendosi in un\u2019area geografica immensa, ma sottopopolata e priva di strutture di mercato, i soggetti imprenditoriali americani tesero fin da subito a creare grossi complessi produttivi che mettevano la dimensione al primo posto, rivelando forti tendenze monopolistiche che dovettero essere contrastate attraverso provvedimenti legislativi. Fu cos\u00ec che gi\u00e0 dal 1890 con il primo Sherman Act la\u00a0<em>Corporation<\/em>\u00a0americana si trov\u00f2 di fronte ad un legislatore deciso a non permettere un esito letale per la concorrenza \u2013 ossia la nascita di monopoli \u2013 anche se non incline a contrastare radicalmente l\u2019ascesa dimensionale delle imprese produttive, come aveva fatto invece con le banche attraverso il Banking Act del 1864. In quest\u2019ultimo caso, infatti, la legge americana si era spinta ad imporre la piccola dimensione, impedendo la proliferazione di sportelli da parte della stessa banca e mantenendo quindi un sistema bancario fortemente frammentato<sup>8<\/sup>. Non potendo dunque esaurire in un singolo settore la sua ansia di crescita dimensionale, la\u00a0<em>corporation<\/em>\u00a0inizi\u00f2 a integrarsi verticalmente, poi a crescere per linee laterali pi\u00f9 o meno complementari diventando un congelomerata, quindi ad espandersi all\u2019estero multinazinalizzandosi. Questo modello di impresa si afferm\u00f2 con difficolt\u00e0 in Europa e Giappone, dove pi\u00f9 a lungo resistettero le piccole imprese familiari e i sistemi di impresa organizzati in\u00a0<em>cluster<\/em>\u00a0locali o in gruppi pi\u00f9 o meno coesi (famosi sono gli\u00a0<em>zaibatsu<\/em>, poi\u00a0<em>keiretsu<\/em>\u00a0giapponesi). Il suo controllo divenne sempre pi\u00f9 problematico e dunque si svilupp\u00f2 un sistema stratificato di managers che formano una gerarchia ben strutturata e funzionale, la quale ha comunque fatto sorgere una serie di problematiche di controllo non indifferenti<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019ultimo anello della catena che ha portato la societ\u00e0 di capitali alla loro configurazione attuale \u00e8 costituito nella seconda met\u00e0 del Novecento dalla globalizzazione e finanziarizzazione del mercato internazionale. Con la globalizzazione, le grandi imprese diventano da multinazionali a transnazionali: se la multinazionale replicava il proprio impianto produttivo all\u2019interno di ciascun paese in cui era presente, minimizzando gli scambi internazionali e obbedendo alle legislazioni nazionali, con la transnazionale il processo produttivo viene articolato su livello mondiale, con l\u2019obiettivo di porre le legislazioni nazionali al servizio dell\u2019impresa, la quale colloca i processi a pi\u00f9 alta intensit\u00e0 di lavoro nei paesi dove il lavoro costa meno, i processi a pi\u00f9 alta intensit\u00e0 di capitale nei paesi dove il capitale \u00e8 pi\u00f9 a buon mercato ed \u00e8 meno tassato e cos\u00ec via, perseguendo la propria logica di massimizzazione del profitto attraverso un intenso commercio internazionale di prodotti intermedi trasferiti spesso a prezzi di comodo<sup>10<\/sup>\u00a0fino ad arrivare sui mercati di consumo con prezzi altamente concorrenziali. Il governo di simili transnazionali \u00e8 diventato ancora pi\u00f9 complesso, nella misura in cui l\u2019intero processo produttivo \u00e8 scomposto in passaggi realizzati in pi\u00f9 nazioni con legislazioni differenti, mentalit\u00e0, usi e costumi differenti.<\/p>\n<p>Quanto alla finanziarizzazione, l\u2019abbandono del sistema di Bretton Woods nei primi anni 1970 e l\u2019adozione di tassi di cambio flessibili hanno fatto piombare il mondo in un vortice speculativo che non poteva verificarsi con il\u00a0<em>gold standard<\/em>, sia pur in presenza di controlli assai pi\u00f9 sofisticati che non in passato e di una collaborazione tra banche centrali mai sperimentata prima, che hanno finora evitato crisi mondiali. Questo nuovo assetto dei pagamenti internazionali, in passato esistito solo in periodi di guerra (in cui gli stati attivavano altri controlli amministrativi) ha determinato il duplicarsi dei mercati finanziari fra transazioni a pronti e transazioni a termine (<em>spot and future markets<\/em>), con la nascita di servizi finanziari di copertura dei rischi (<em>hedging<\/em>). Su questa base si sono innestate le \u201cinnovazioni finanziarie\u201d, sostanzialmente basate sulla cartolarizzazione (<em>securitization<\/em>) dei debiti<sup>11<\/sup>, sui derivati (<em>derivatives<\/em>) e sulle operazioni\u00a0<em>over the counter<\/em>\u00a0(oppure anche dette\u00a0<em>off balance-sheet<\/em>, che sono plafond di impegni di pagamento non registrati in bilancio da utilizzare in caso di bisogno). Sono cos\u00ec di molto aumentate le occasioni per far soldi a mezzo di soldi con la mobilitazione di capitali a breve termine (<em>hot money<\/em>) in operazioni di arbitraggio, accompagnata dall\u2019uso delle cosiddette innovazioni finanziarie e delle transazioni<em>\u00a0off-shore<\/em>\u00a0nei \u201cparadisi fiscali\u201d, dove i movimenti di capitale hanno una tassazione nulla o vicina allo zero e non sono richiesti di trasparenza informativa, potendo quindi facilmente occultare un riciclaggio di capitali guadagnati illecitamente o degli artifici contabili truffaldini. La finanza, che \u00e8 storicamente nata per aiutare i poveri ad uscire dalla loro indigenza (si pensi ai Monti di Piet\u00e0, alle Casse di Risparmio, alle banche popolari e alle cooperative di credito) e per convogliare i risparmi a scopi produttivi a beneficio dell\u2019intera societ\u00e0, \u00e8 diventata largamente autoreferenziale.<\/p>\n<p>La finanza ha assunto aspetti di vero e proprio gioco d\u2019azzardo (<em>gambling<\/em>) con l\u2019utilizzo, iniziato da Michael Milken negli anni 1980, dei cosiddetti\u00a0<em>junk bonds<\/em>\u00a0(titoli spazzatura), obbligazioni di societ\u00e0 con merito di credito basso, ma rendimenti elevati per compensare l\u2019elevato rischio di\u00a0<em>default<\/em>. Si \u00e8 dimostrato che su una media pluriennale, pur scontando i tassi di default, i rendimenti medi di fondi basati sui\u00a0<em>junk bonds<\/em>\u00a0sono stati superiori a quelli di fondi composti da obbligazioni \u201cnormali\u201d. Si \u00e8 dunque venuto a creare a livello mondiale un \u201ccastello\u201d finanziario sempre pi\u00f9 imponente e sempre pi\u00f9 distante dalla base reale dell\u2019economia. Anche le societ\u00e0 produttive sono state costrette ad esercitarsi sui mercati finanziari, per allargare la platea dei loro finanziatori, per impiegare il\u00a0<em>cash flow<\/em>, per sostenere la redditivit\u00e0 dell\u2019azienda, finendo talora stritolate dagli eccessi speculativi degli uffici finanziari loro o altrui.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 ricordare in questo contesto il famoso caso capitato all\u2019ENI nel luglio 1985. Era nell\u2019aria una svalutazione della lira, ma l\u2019ENI non sapeva che Bankitalia l\u2019aveva programmata per il luned\u00ec 22 luglio. Il venerd\u00ec mattina precedente, 19 luglio, il direttore finanziario dell\u2019ENI Mario Gabbrielli ordin\u00f2 di acquistare al fixing 125 milioni di $ per il rimborso di un prestito attraverso la Banca San Paolo. Bankitalia insistette con il funzionario (senza che Gabrielli potesse essere avvertito perch\u00e9 in viaggio senza telefono) affinch\u00e8 l\u2019operazione fosse rinviata al luned\u00ec successivo, ma la Banca San Paolo procedette, acquistando dollari a 2200 lire per $ invece che a 1900 (il luned\u00ec successivo, la lira fu svalutata a 1950 lire per $). L\u2019ENI sbors\u00f2 35 mld lire in pi\u00f9<sup>12<\/sup>, ma intent\u00f2 causa al San Paolo, vincendola in Cassazione nel 1998 ed ottenendo il risarcimento. Gabbrielli dovette per\u00f2 lasciare la direzione finanziaria dell\u2019ENI, sull\u2019onda delle accuse a lui rivolte. In una recente intervista<sup>13<\/sup>, Gabbrielli non solo chiarisce la sua innocenza rispetto al caso in questione, ma rivela che nei dodici mesi precedenti con opportune operazioni sui cambi aveva fatto risparmiare all\u2019ENI ben 250 mld lire, il che, nel contesto della presente argomentazione, serve a chiarire quanto una societ\u00e0 produttiva pu\u00f2 guadagnare o perdere per motivi meramente legati alla fluttuazione dei cambi.<\/p>\n<p>Ma persino fondi amministrati con criteri \u201cscientifici\u201d da illustri e specchiate personalit\u00e0 possono rivelare rischi paurosi. E\u2019 il caso del fondo LTCM (<em>Long Term Capital Management<\/em>), creato nel 1994 con 1,3 mld $ da soci di elevata professionalit\u00e0 fra cui due premi Nobel, che avevano pensato di applicare modelli matematici di previsione dell\u2019andamento del mercato basati sull\u2019assunto di riduzione progressiva dei divari fra i prezzi sui vari mercati. Attraverso il leverage (ossia la leva finanziaria, anche detta indebitamento) e le operazioni\u00a0<em>over the counter<\/em>, il fondo aument\u00f2 a dismisura il suo giro d\u2019affari. In alcuni momenti l\u2019indebitamento fu pari a 40-50 volte il capitale, ma gli affari sembravano fiorire, persuadendo anche molte istituzioni ad investire nel fondo. Nel 1995 si ottenne un tasso di rendimento del 43%, nel 1996 del 41% e nel 1997 del 17%. La crisi asiatica e quella russa del 1998 diedero per\u00f2 un colpo fatale al fondo, che cerc\u00f2 di liquidare le proprie posizioni maggiormente speculative, facendo ulteriormente diminuire il prezzo dei titoli, di cui deteneva una larga fetta. Per evitare un crack di proporzioni incalcolabili, la Federal Reserve americana riun\u00ec nel settembre del 1998 i principali creditori, che ricapitalizzarono l\u2019LTCM, esautorando i precedenti proprietari del fondo, i quali persero tutti i loro capitali<sup>14<\/sup>.<\/p>\n<p><strong>2. Il controllo della corporation.<\/strong><\/p>\n<p>Nella\u00a0<em>corporation<\/em>\u00a0in linea di principio i managers hanno il potere di controllare l\u2019amministrazione dell\u2019azienda e la propriet\u00e0 nomina i managers. Ora, questa separazione fra propriet\u00e0 e controllo, tanto discussa dalla letteratura e per lungo tempo giudicata positivamente<sup>15<\/sup>, ha presentato col tempo seri problemi, in gran parte connessi con il predominio dei managers, che hanno oscurato le capacit\u00e0 di supervisione dei managers da parte della propriet\u00e0<sup>16<\/sup>. I managers, infatti, hanno cercato di influire sempre pi\u00f9 pesantemente nella nomina dei consiglieri di amministrazione, per avere dei rappresentanti della propriet\u00e0 a loro favorevoli, vanificando dunque il potere di controllo sui managers da parte dei consigli di amministrazione<sup>17<\/sup>. Inoltre, vantando una\u00a0<em>asset specificity<\/em>\u00a0sempre maggiore, hanno dato la stura ad una escalation dei loro compensi, che si \u00e8 portata dietro una escalation dell\u2019intero sistema di incentivi monetari su cui la gerarchia manageriale \u00e8 basata<sup>18<\/sup>. Fra questi incentivi, da notare particolarmente sono le\u00a0<em>stock options<\/em>, che fanno diventare i managers stessi proprietari delle imprese e dunque singolarmente interessati alla valorizzazione delle loro azioni.<\/p>\n<p>Quando poi fra i proprietari si sono fatti largo i fondi pensione e una quantit\u00e0 di altri soggetti non imprenditoriali, interessati ai flussi di rendimento monetario annui pi\u00f9 che alla salute a lungo termine delle imprese, i managers hanno incominciato a sposare il cosiddetto \u201ccortotermismo\u201d, ossia una filosofia di alti rendimenti sul breve termine, raggiunti con tutti gli strumenti disponibili: rinviare costi e ammortamenti al futuro, tagliare drasticamente i rami d\u2019azienda (al momento poco fiorenti, acquisire o vendere scatole pi\u00f9 o meno vuote allo scopo di ottenere guadagni di arbitraggio, tagliare selvaggiamente il personale (downsizing), finendo col governare l\u2019impresa non pi\u00f9 interessandosi a sviluppare i suoi prodotti salvaguardando la dignit\u00e0 di chi vi lavora, ma badando esclusivamente a raggiungere rendimenti finanziari interessanti (attraverso i\u00a0<em>capital gains<\/em>) per gli azionisti (<em>rule by numbers<\/em>\u00a0oppure\u00a0<em>by ratios<\/em>). Se la tendenza \u00e8 questa, si pu\u00f2 comprendere come sia spianata ai managers la strada che li spinge verso il baratro dei comportamenti illeciti, senza che dall\u2019interno dell\u2019azienda vi siano sufficienti \u201canticorpi\u201d per fermarli. Se gli azionisti, dunque, vengono tenuti all\u2019oscuro o vengono solo parzialmente informati o sono conniventi, e cos\u00ec anche i sindaci delle imprese, quali sono oggi le barriere esistenti per bloccare la strada dei comportamenti nelle societ\u00e0 di capitali?<\/p>\n<p>Una prima barriera pu\u00f2 essere fornita dalle societ\u00e0 di revisione\/certificazione, quando vengono opportunamente utilizzate. Porter\u00f2 un esempio assai interessante, emerso nel corso del mio lavoro di ricerca per ricostruire la storia dell\u2019Italcementi<sup>19<\/sup>. Nel mese di febbraio 1992, Giampiero Pesenti, che era da tempo alla ricerca di internazionalizzare la sua florida azienda cementiera nazionale, venne a sapere che Paribas, la quale deteneva la maggioranza delle azioni dell\u2019azienda francese Ciments Fran\u00e7ais, seconda azienda cementiera francese, ampiamente multinazionalizzata, era disponibile alla vendita. Iniziarono le trattative, nel corso delle quali si venne ad evidenziare l\u2019elevato indebitamento dell\u2019azienda francese, che forniva il motivo ufficiale per cui Paribas ne favoriva l\u2019alienazione. Dopo vari ripensamenti, il 26 aprile 1992 l\u2019Italcementi ne decise l\u2019acquisizione, pattuendone il prezzo, con la clausola di poter far verificare tutti i conti dell\u2019azienda nel corso dell\u2019anno successivo all\u2019accordo.<\/p>\n<p>Nell\u2019estate del 1992 l\u2019Italcementi invi\u00f2 la societ\u00e0 di revisione Kpmg Peat Marwick per fare un\u2019audit sui conti del 1991. Questi scoprirono varie operazioni irregolari, che coprivano altro indebitamento. Paribas e l\u2019intero Consiglio di amministrazione di Ciments Fran\u00e7ais proclamarono di non saperne nulla e la responsabilit\u00e0 ricadde sul presidente-direttore generale Pierre Conso, che si dovette dimettere e in seguito subire procedimenti ammnistrativi. Paribas dovette riconoscere ad Italcementi un consistente indennizzo, successivamente (1994) quasi raddoppiato in sede di accordo definitivo. Quello che vi \u00e8 da notare in questa vicenda \u00e8 che la societ\u00e0 di revisione che lavor\u00f2 per conto di Italcementi era particolarmente motivata ad approfondire i conti di Ciments Fran\u00e7ais; non altrettanto si pu\u00f2 dire quando le societ\u00e0 di revisione eseguono il controllo sui conti della stessa azienda che paga la loro parcella. Possono semplicemente essere superficiali, perch\u00e8 considerano l\u2019azienda per cui lavorano al di sopra di ogni sospetto; oppure possono anch\u2019esse venire \u201caddomesticate\u201d, come i recenti scandali finanziari americani ed europei dimostrano.<\/p>\n<p>Una seconda barriera che potrebbe fare argine alla corruzione delle societ\u00e0 di capitali pu\u00f2 essere costituita dalle banche finanziatrici, che dovrebbero disporre di informazioni di prima mano sullo stato delle imprese e dovrebbero chiudere i rubinetti del credito quando il \u201cmerito di credito\u201d raggiunge parametri inaccettabili, segnalando all\u2019impresa stessa e ai mercati che l\u2019azienda ha bisogno di un ridirezionamento, prima che sia troppo tardi e i danni si siano moltiplicati. Ora, in questo campo il comportamento delle banche ha seguito nella storia due grandi filoni<sup>20<\/sup>, legati a due sistemi bancari diversi: il sistema orientato al mercato (USA), dove le banche giocano un ruolo marginale, e il sistema orientato alla banca (Germania, Giappone), dove invece la banca svolge un ruolo importante fino ad essere, in certi casi, il centro del sistema delle imprese. In un sistema orientato alla banca le banche sono in genere \u201cuniversali\u201d (o miste), pronte ad offrire alle imprese ogni sorta di servizio \u201cdalla culla alla bara\u201d, ossia dal collocamento delle azioni all\u2019inizio delle attivit\u00e0 all\u2019eventuale liquidazione o salvataggio in situazione di difficolt\u00e0. Per meglio conoscere dall\u2019interno lo stato delle imprese, le banche universali erano use piazzare qualche loro rappresentante nei consigli di amministrazione delle imprese, dando luogo a partecipazioni incrociate che sono un tratto distintivo dei sistemi orientati alla banca. In generale, il sistema di banca universale attiva una forte responsabilizzazione delle banche nei confronti non solo del finanziamento, ma della perforance delle imprese.<\/p>\n<p>Come \u00e8 noto<sup>21<\/sup>, l\u2019Italia ha sempre avuto un sistema orientato alla banca, ma non sempre un sistema di banche universali. In particolare, con la legge bancaria del 1936 che decretava la fine dell\u2019adesione italiana alla banca universale si \u00e8 messo in esistenza un peculiare sistema bancario in cui la banca era specializzata nel credito a breve termine (banche commerciali) o nel credito a lungo termine (istituti di credito speciale, di propriet\u00e0 pubblica, di cui i pi\u00f9 importanti furono IMI e Mediobanca<sup>22<\/sup>). Questo sistema fin\u00ec con l\u2019attivare una prassi contraria all\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 da parte delle banche italiane nei confronti delle imprese, che si manifest\u00f2 con tre fenomeni inquietanti. Il primo \u00e8 noto come\u00a0<em>pluriaffidamento<\/em>, emerso negli anni 1950 come effetto sia della legislazione del 1936 sia del \u201cmiracolo economico\u201d che sosteneva le fortune delle imprese industriali, letteralmente \u201crincorse\u201d dalle banche che offrivano credito. La prassi di avvalersi di pi\u00f9 di una banca per le richieste di finanziamento, fornendo il minimo di informazioni, si generalizz\u00f2 al punto da provocare una vera e propria estraneit\u00e0 delle banche rispetto ai progetti industriali delle imprese, cui veniva richiesto un collaterale immobiliare, spesso di dubbia liquidabilit\u00e0<sup>23<\/sup>.<\/p>\n<p>Il secondo fenomeno \u00e8 quello della cosiddetta\u00a0<em>doppia intermediazione<\/em>, che si manifest\u00f2 negli anni 1970, quando con l\u2019inflazione il pubblico non si rivel\u00f2 pi\u00f9 desideroso di acquistare le obbligazioni a tasso fisso degli ICS, per finanziare i quali la Banca d\u2019Italia impose alle banche commerciali di assorbire le obbligazioni degli ICS. Come scrive Piluso: \u201cil doppio passaggio dei fondi intermediati non si associava, nei due momenti in cui ci\u00f2 sarebbe potuto avvenire, con alcun vaglio del merito di credito dei destinatari reali dei finanziamenti\u201d<sup>24<\/sup>. Infine, il terzo fenomeno \u00e8 quello del\u00a0<em>credito agevolato e della programmazione<\/em>, che si fecero largo in Italia tra fine anni 1950 e anni 1960, inizialmente per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno, ma poi proliferati fino a coprire svariati ambiti. Era lo stato che assumeva su di s\u00e9 le decisioni di sostenere certi investimenti e forniva a varie imprese (per lo pi\u00f9 pubbliche, ma non solo) la legittimazione a ricorrere al credito bancario, soprattutto presso gli ICS, vanificando qualsiasi \u201cpretesa\u201d di questi ultimi di giudicare sul merito di credito.<\/p>\n<p>La privatizzazione delle banche (con la loro crescita dimensionale) ed il ritorno alla banca universale iniziate dalla riforma bancaria Amato del 1993, in un contesto di innovazioni tecnologiche e finanziarie (si pensi alle cartolarizzazioni e all\u2019estensione dei servizi bancari) non hanno riportato in auge quelle forme di<em>\u00a0relationship banking<\/em>\u00a0connesse con la banca universale. Con Basilea 1 e Basilea 2 si \u00e8 provveduto ad un abbattimento dei rischi, ma soprattutto attraverso la loro ripartizione, favorendo lo spostamento dell\u2019attenzione dei banchieri \u201cdalla valutazione delle imprese alla gestione del rischio, rinunciando a selezionare direttamente le imprese e i progetti di investimento innovativi\u201d<sup>25<\/sup>. La \u201ccentrale dei rischi\u201d, inoltre, ossia il database dei bilanci delle imprese italiane attivato nel corso degli anni 1980, non include le posizioni debitorie con intermediari non italiani.<\/p>\n<p>E\u2019 cos\u00ec che si \u00e8 arrivati a casi limite ben noti. La ristrutturazione della Ferruzzi &#8211; Montedison iniziata nel 1993<sup>26<\/sup>\u00a0accert\u00f2 nel 1992 un indebitamento di oltre 32.000 mld lire (quasi 17 mld Euro), suddiviso in ben 311 banche. Ancora pi\u00f9 paradigmatico \u00e8 il caso Parmalat. Le oltre 250 societ\u00e0 del gruppo, molte delle quali estere, erano affidate da 120 banche, fra cui tutte le maggiori italiane e molte primarie banche estere (Bank of America, Citigroup, Santander, Abn Amro, Barclays, Deutsche Bank), con un indebitamento che dopo il crack super\u00f2 i 14 mld Euro. L\u2019occultamento dei dati nascondeva anche artifici contabili truffaldini, che per\u00f2 non potevano sfuggire alle banche se queste avessero veramente esercitato il controllo, tanto \u00e8 vero che il commissario della Parmalat Bondi ha citato, oltre alle societ\u00e0 di certificazione, anche alcune banche per correit\u00e0.<\/p>\n<p>Se gli azionisti non controllano, le societ\u00e0 di certificazione non fanno il proprio mestiere e le banche si chiamano fuori, come si collocano rispetto alle barriere poste ai comportamenti irresponsabili delle imprese le autorit\u00e0 indipendenti? Secondo quanto \u00e8 stato anche recentemente ribadito<sup>27<\/sup>, il disegno istituzionale delle autorit\u00e0 esistenti in Italia non \u00e8 unitario, essendo queste state promosse alla spicciolata dal 1974<sup>28<\/sup>\u00a0in poi sull\u2019onda di bisogni diversi e dunque la risposta non pu\u00f2 essere univoca. Quello che si pu\u00f2 in generale affermare \u00e8 che il loro obbiettivo \u00e8 nella grande maggioranza dei casi diverso rispetto a quello di contrastare la corruzione finanziaria. Soltanto la vigilanza della Banca d\u2019Italia sulle banche e quella analoga dell\u2019ISVAP sulle assicurazioni esercitano in linea di principio un controllo sulla gestione tecnica, finanziaria, patrimoniale e contabile, mentre tutte le altre agenzie si concentrano su particolari aspetti dell\u2019attivit\u00e0 economica delle aziende sottoposte al loro controllo: pubblicit\u00e0 ingannevole, fusioni ed incorporazioni, correttezza nell\u2019applicazione delle leggi regolative del mercato. Anche la Consob, che \u00e8 preposta al controllo delle aziende quotate, lo esercita in relazione alla trasparenza del mercato borsistico (obblighi informativi, opa, ordinato svolgimento delle negoziazioni, insider trading, aggiotaggio) pi\u00f9 che con obiettivi di monitoraggio dell\u2019andamento delle aziende stesse. In pi\u00f9 va ricordato che, in ogni caso, le aziende quotate sottoposte alla Consob sono un\u2019esigua minoranza delle aziende italiane.<\/p>\n<p>Un crack come quello di Parmalat si \u00e8 dunque potuto verificare anche perch\u00e9 la Consob si accontenta di una correttezza \u201cformale\u201d dei bilanci, mentre la Banca d\u2019Italia dichiar\u00f2 che non le spettava il controllo delle aziende affidate dalle banche. Ricapitolando quanto fin qui detto con applicazione alla Parmalat, si \u00e8 registrata la seguente sequenza di falliti controlli:<\/p>\n<p>a) gli azionisti di controllo della Parmalat (ossia la famiglia Tanzi) furono essi stessi ad ordinare ai managers di truccare i bilanci per coprire i buchi soprattutto di un\u2019espansione internazionale e di gruppo disordinata, gi\u00e0 fin dai primi anni 1990, forse sperando in qualche inversione di tendenza della spirale dell\u2019indebitamento, che puntualmente non si verific\u00f2;<br \/>\nb) le societ\u00e0 di certificazione furono accomodanti;<br \/>\nc) le banche, molte delle quali non potevano non sapere e alcune delle quali erano state \u201cammorbidite\u201d da Tanzi, si trinceravano dietro il rischio sopportabile a causa del pluriaffidamento, con l\u2019avallo di Bankitalia, che non vedeva motivi di instabilit\u00e0 nel sistema;<br \/>\nd) la Consob non aveva identificato motivi formali di sanzione;<br \/>\ne) nessuno aveva sotto controllo la parte internazionale dell\u2019indebitamento di Parmalat, dove si verificarono le falsificazioni pi\u00f9 clamorose<sup>29<\/sup>.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, furono gli analisti di R&amp;S di Mediobanca nel luglio del 2003 ad esprimere le prime valutazioni pubbliche allarmate sul futuro del gruppo Tanzi, a cui Mediobanca aveva gi\u00e0 rifiutato credito in precedenza, a causa dell\u2019opacit\u00e0 dei bilanci. Questo conferma quanto da molti studiosi ritenuto, ossia che Mediobanca sia stata l\u2019unica vera banca d\u2019affari italiana. La sequenza sopra riportata chiarisce, dunque, che non esistono oggi barriere insuperabili per fermare la corruzione finanziaria delle societ\u00e0 di capitali, quando proviene dal suo stesso interno. Le imprese che imboccano la strada della corruzione possono continuare per molti anni a fronteggiare le barriere frapposte dalla legislazione e dalla corretta prassi aziendale, facendo uso di qualche misura volta ad ottenere comportamenti collusivi da parte di vari \u201ccontrollori\u201d, ma soprattutto avvalendosi dei \u201cbuchi\u201d informativi permessi dalla prassi del pluriaffidamento e dalla mancanza di un sistema di controlli su scala mondiale.<\/p>\n<p><strong>3. La Responsabilit\u00e0 Sociale dell\u2019Impresa<\/strong><\/p>\n<p>Visto che le barriere legislative esterne ai comportamenti illeciti ed irresponsabili delle imprese non stanno dando risultati sufficienti, e che oltre ai problemi sopra elencati di illeciti sanzionabili dal potere giudiziario, molti altri ancora sono i comportamenti censurabili da parte delle imprese, si sta oggi provando a fare leva su quella che, se applicata, \u00e8 la barriera \u201cnaturale\u201d, ossia il comportamento socialmente responsabile. Oggi si parla dunque tanto di Responsabilit\u00e0 Sociale dell\u2019Impresa (RSI o CSR,\u00a0<em>corporate social responsibility<\/em>)<sup>30<\/sup>\u00a0proprio perch\u00e9 tale comportamento socialmente responsabile trova maggiore difficolt\u00e0 che nel passato ad essere la norma, particolarmente nelle grandi imprese, ma un po\u2019 dovunque. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto essenzialmente per quattro motivi: a) l\u2019individualismo esasperato che spinge i detentori di profitti a tenerli per s\u00e9, invece di metterli a servizio del \u201cbene comune\u201d (in passato erano pi\u00f9 diffusi gli imprenditori \u201csociali\u201d; b) il prevalere della cosiddetta \u201cteoria dei due tempi\u201d: la produzione massimizza i profitti con qualsiasi mezzo, senza riguardo a considerazioni etiche, e successivamente la distribuzione dei profitti pu\u00f2 incorporare considerazioni etiche; c) lo sradicarsi dell\u2019impresa da un ambiente sociale a cui doveva rendere conto a causa dei fenomeni di delocalizzazione e multinazionalizzazione; d) lo scollegarsi della finanza dall\u2019aspetto reale dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Tuttavia, il richiamo alla RSI si verifica molto spesso sull\u2019onda di una rivolta di consumatori e dipendenti nei confronti di comportamenti amorali, quando non immorali, in relazione a: a) trattamento della forza lavoro, soprattutto nei paesi in via di sviluppo; b) pubblicit\u00e0 ingannevole; c) territori di insediamento maltrattati (inquinati, resi insicuri, abbandonati); d) contraffazione dei prodotti e prezzi artificialmente alti. Si tratta, dunque, di un richiamo \u201cimposto\u201d dall\u2019esterno, che induce da parte dell\u2019impresa reazioni del tutto strumentali, aggiungendo qualche vincolo in pi\u00f9 (oltre alla legislazione vigente) all\u2019obiettivo di massimizzazione dei profitti, ma che non cambia in profondit\u00e0 le prassi aziendali. Cos\u00ec strumentale \u00e8 a volte l\u2019uso della RSI che il bilancio sociale, deputato a dar conto dei livelli di RSI raggiunti da un\u2019impresa, viene stilato ex-post da un consulente esterno, senza alcun coinvolgimento n\u00e9 dei processi decisionali, n\u00e9 dei managers dell\u2019impresa<sup>31<\/sup>. Comportamenti socialmente responsabili, anche se \u201cimposti\u201d dall\u2019esterno e adottati strumentalmente, sono sempre preferibili a comportamenti irresponsabili, ma il loro carattere \u201cestrinseco\u201d non ne garantisce la continuit\u00e0 nel tempo. La sostenibilit\u00e0 non \u00e8 garantita, perch\u00e9 in tutte le situazioni di conflitto fra i legittimi interessi dei molteplici agenti coinvolti in un processo di produzione la soluzione \u201cgiusta\u201d pu\u00f2 andare in rotta di collisione con la massimizzazione del profitto da distribuire agli azionisti e dunque non sar\u00e0 adottata se non ricorrendo ad una fermezza di convinzioni capace di far superare le ragioni della convenienza immediata.<\/p>\n<p>Anche l\u2019ancoraggio all\u2019etica della responsabilit\u00e0, che sta alla base della teoria dell\u2019impresa come multi-stakeholder, \u00e8 insufficiente. Infatti, su tale etica della responsabilit\u00e0 si pu\u00f2 stilare un \u201ccontratto sociale\u201d condiviso fra tutti gli stakeholders dell\u2019impresa, contratto che fissa i canoni di comportamento collettivamente condivisi e li formalizza in un \u201ccodice etico\u201d. Ma chi garantisce che questi canoni vengano poi effettivamente praticati? In parte pu\u00f2 essere utilizzato a questo scopo il meccanismo della \u201creputazione\u201d, ma anche questa pu\u00f2 essere una carta limitata dalla grave incapacit\u00e0 di molti stakeholders di conoscere adeguatamente ci\u00f2 che l\u2019impresa effettivamente fa o potrebbe fare.<\/p>\n<p>Se dunque tutti i sistemi di\u00a0<em>enforcement<\/em>\u00a0esogeno (inclusa l\u2019etica della responsabilt\u00e0) si rivelano inadeguati, solo una motivazione intrinseca ad adottare il codice di comportamento concordato pu\u00f2 assicurare il risultato; occorre cio\u00e8 un ancoraggio della RSI all\u2019etica delle virt\u00f9. La soluzione al problema del comportamento socialmente responsabile delle imprese non \u00e8 quella di costringerle a guadagnare di meno attraverso la fissazione di un vincolo in pi\u00f9 (la RSI, oltre ai vincoli gi\u00e0 legalmente vigenti), ma quella di offrire all\u2019impresa una pi\u00f9 completa visione del suo bene, attraverso la dimostrazione teorico-pratica che un\u2019impresa socialmente responsabile \u00e8 un\u2019impresa civile e civilizzante, ossia un\u2019impresa che aumenta il grado di civilt\u00e0 di una societ\u00e0 e contribuisce a renderla sostenibile nel tempo, perch\u00e9 pi\u00f9 integralmente \u201cumana\u201d.<\/p>\n<p>A questo scopo, occorre che le istituzioni intervengano sull\u2019assetto istituzionale della societ\u00e0 in modo che questo incoraggi la diffusione delle virt\u00f9 civiche attraverso l\u2019educazione e il sostegno alle iniziative che danno vita ad imprese socialmente\u00a0responsabili. Occorre sviluppare standard condivisi per la redazione dei bilanci sociali e allargare l\u2019utilizzo delle societ\u00e0 di certificazione di buone pratiche aziendali (che sono societ\u00e0 diverse da quelle di certificazione dei bilanci tradizionali, come ad esempio quelle per la certificazione ambientale). Ma, soprattutto, occorre che le persone non abbiano paura di sostenere le imprese \u201ccivili\u201d, impegnandovisi direttamente e studiando le modalit\u00e0 per meglio farle funzionare, perch\u00e9 solo dall\u2019esempio molti potranno imparare.<\/p>\n<p>Un master come quello dell\u2019Angelicum su \u201cManagement e responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa\u201d pu\u00f2 essere una punta di diamante nella direzione di diffondere le conoscenze necessarie e nel formare lo spirito giusto, capace di mantenere (o restituire) al mercato e all\u2019impresa la loro dimensione autenticamente umana.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0\u00c8 probabile che tale contratto venisse gi\u00e0 usato in precedenza nei commerci arabi e bizantini.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0G. Felloni,\u00a0<em>Profilo di storia economica dell\u2019Europa dal medioevo all\u2019et\u00e0 contemporanea<\/em>, Torino, 1997.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Si veda P.Malanima,<em>\u00a0Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo<\/em>, Milano, 1995, pp. 451 e ss.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0G. Borelli,\u00a0<em>Temi e problemi di storia economica europea<\/em>, Verona, 1993. La prima borsa fu quella di Anversa del 1531.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0C.P. Kindleberger,<em>\u00a0Storia della finanza nell\u2019Europa occidentale<\/em>, Cariplo-Laterza, 1981.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0A.E. Murphy,<em>\u00a0John Law<\/em>.<em>\u00a0Economic theorist and policy maker<\/em>, Oxford, OUP, 1997.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Sulla ricorrenza quasi decennale delle crisi finanziarie negli anni 1551-1866, si veda C.P. Kindleberger,\u00a0<em>Euforia e panico. Storia delle crisi finanziarie<\/em>, Bari, Laterza, 1981. In seguito, le crisi si diradarono, ma la loro virulenza non diminu\u00ec, fino alla grande crisi internazionale del 1929-33, che port\u00f2 ad interventi legislativi ancora pi\u00f9 drastici.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0V. Zamagni,<em>\u00a0Dalla rivoluzione industriale all\u2019integrazione europea<\/em>, Bologna, Il Mulino, 1999, cap. 5.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Ibidem, cap. 6.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0Cosa possibile, perch\u00e9 si tratta di trasferimenti all\u2019interno della medesima impresa, anche se registrati dalle statistiche import-export perch\u00e9 attraversano confini nazionali.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0Che permette lo smobilizzo di capitali reimpiegabili. Se il tasso di rendimento atteso dai nuovi impieghi supera lo sconto effettuato con la cartolarizzazione, l\u2019operazione \u00e8 attiva.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0Si veda F. Briatico,\u00a0<em>Ascesa e declino del capitale pubblico in Italia. Vicende e protagonisti<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 508-510.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0A. Bernacchi, \u201cCos\u00ec la lira naufrag\u00f2\u201d, in<em>\u00a0Il Sole-24 Ore<\/em>, 5 agosto 2005.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0L. Bini Smaghi,\u00a0<em>Chi ci salva dalla prossima crisi finanziaria. I vantaggi, le incognite, i rischi della globalizzazione<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2000.<br \/>\n<sup>15<\/sup>\u00a0Si veda per tutti A. D. Chandler,\u00a0<em>Strategia e struttura<\/em>, Milano, Angeli, 1976.<br \/>\n<sup>16<\/sup>\u00a0Si veda a questo proposito l\u2019interessante lavoro di M.J.Roe,\u00a0<em>Strong managers weak owners. The political root of American corporate finance<\/em>, Princeton, PUP, 1994 (trad. it.\u00a0<em>Manager forti azionisti deboli. Economia, finanza e scelte politiche alla radice della corporate governance<\/em>, Milano, 1997).<br \/>\n<sup>17<\/sup>\u00a0Nelle societ\u00e0 italiane a controllo familiare \u00e8 piuttosto vero il viceversa (\u00e8 la propriet\u00e0 ad annullare l\u2019autonomia sia degli altri consiglieri di amministrazione, sia dei managers).<br \/>\n<sup>18<\/sup>\u00a0Al contempo approfondendo il gap tra stipendi dei managers e salari dei lavoratori, salito negli USA a livelli davvero preoccupanti.<br \/>\n<sup>19<\/sup>\u00a0V. Zamagni,\u00a0<em>Italcementi. Dalla leadership nazionale all\u2019internazionalizzazione<\/em>, Bergamo, 2005.<br \/>\n<sup>20<\/sup>\u00a0V. Zamagni (a cura di),\u00a0<em>Finance and the enterprise<\/em>, Londra, Academic Press, 1992.<br \/>\n<sup>21<\/sup>\u00a0V. Zamagni,\u00a0<em>Dalla periferia al centro<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2005.<br \/>\n<sup>22<\/sup>\u00a0Si veda S. La Francesca,\u00a0<em>Storia del sistema bancario italiano<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2004.<br \/>\n<sup>23<\/sup>\u00a0M. De Cecco e G. Ferri,<em>\u00a0Le banche d\u2019affari in Italia<\/em>, Bologna, Il Mulino, 1996.<br \/>\n<sup>24<\/sup>\u00a0G. Piluso,<em>\u00a0Il banchiere dimezzato. Finanza e impresa in Italia<\/em>, Venezia, Marsilio, 2004, p. 102.<br \/>\n<sup>25<\/sup>\u00a0Piluso, cit., p. 129.<br \/>\n<sup>26<\/sup>\u00a0E terminata con la dissoluzione e la vendita a pezzi di Montedison.<br \/>\n<sup>27<\/sup>\u00a0M. Clarich,<em>\u00a0Autorit\u00e0 indipendenti. Bilancio e prospettive di un modello<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2005. Si veda anche F. Merusi e M. Passaro, Le autorit\u00e0 indipendenti, Bologna, Il Mulino, 2003.<br \/>\n<sup>28<\/sup>\u00a0Anno di introduzione della Consob. In precedenza, era stata attivata solo la vigilanza sulle banche, affidata, dopo alcune tergiversazioni iniziali, alla Banca d\u2019Italia.<br \/>\n<sup>29<\/sup>\u00a0V. Malagutti,<em>\u00a0Buconero spa. Dentro il crack Parmalat<\/em>, Roma-Bari, Laterza , 2004.<br \/>\n<sup>30<\/sup>\u00a0Il pi\u00f9 recente lavoro che in 50 contributi per un totale di oltre 800 pagine offre uno sguardo complessivo sull\u2019elaborazione in tema di RSI \u00e8 quello di L. Sacconi (a cura di),\u00a0<em>Responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa<\/em>, ABI, Roma, 2005.<br \/>\n<sup>31<\/sup>\u00a0Si pensi che la Parmalat redigeva un bilancio sociale! Si pu\u00f2 dire che il modo di affrontare la RSI sia la questione che oggi discrimina fra le imprese veramente \u201cetiche\u201d e quelle che fanno dell\u2019etica un uso solo strumentale. Come ebbe a dire il presidente di Granarolo Luciano Sita in una recente intervista: \u201cUn buon codice etico dev\u2019essere applicato, controllato e vissuto in prima persona dal management. Perch\u00e9 non sia una foglia di fico va elaborato e condiviso insieme agli stakeholder e non pu\u00f2 essere affidato a societ\u00e0 di consulenza\u201d. F. Tamburini, \u201cL\u2019etica rafforza le leggi\u201d, in\u00a0<em>Il Sole-24 Ore<\/em>, 7 maggio 2005.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1055],"fascicolo":[103],"class_list":["post-1491","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-vera-zamagni","fascicolo-febbraio-2006"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Come ottenere comportamenti etici da parte delle imprese in una societ\u00e0 globalizzata?<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Vera Zamagni, pubblicato nel numero di Febbraio 2006. 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