{"id":1487,"date":"2006-02-01T12:00:00","date_gmt":"2006-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1487"},"modified":"2026-04-11T20:08:57","modified_gmt":"2026-04-11T20:08:57","slug":"il-carcere-specchio-della-nostra-civilta","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2006\/febbraio\/il-carcere-specchio-della-nostra-civilta\/","title":{"rendered":"Il carcere, specchio della nostra civilt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Ogni tanto, sporadicamente, si ritorna a parlare di carcere e di carcerati. Di recente \u00e8 avvenuto con il problema dell\u2019amnistia. E la classe politica italiana, ancora una volta, \u00e8 riuscita a smentire se stessa. Nonostante le voci favorevoli all\u2019amnistia, o almeno all\u2019indulto, fossero state numerosissime durante l\u2019iniziativa di Giovanni Paolo II, nonostante ancora poco tempo fa in molti si sono dichiarati ancora intenzionati al provvedimento, tutto \u00e8 crollato sotto i colpi dei veti incrociati, dell\u2019inerzia, della campagna elettorale in atto. E, ancora una volta, il carcere \u00e8 rimasto uno spazio \u201cextra-territoriale\u201d, dove le sue mura non servono tanto a contenere i ristretti dentro, ma soprattutto a lasciare la societ\u00e0 civile fuori.<\/p>\n<p>Bisogna cambiare atteggiamento, invertire la rotta. Se non si \u00e8 potuta realizzare il provvedimento dell\u2019amnistia, deve tuttavia aprirsi questo mondo nascosto. Si devono accendere i riflettori sul mondo della detenzione e devono essere portate alla luce le condizioni disumane con le quali i detenuti vivono.<\/p>\n<p>La nostra Facolt\u00e0 ha preso sul serio questa sfida, e si \u00e8 messa alla ricerca del problema pi\u00f9 difficile fra quelli carcerari: la condizione dei detenuti straneri nelle carceri italiane. Ne \u00e8 uscito anche un libro, firmato Alford e Lo Presti, che ha riscosso un discreto successo, interviste radiofoniche con l\u2019emittente di Stato italiana e con la versione anglofona di Radiovaticana.<\/p>\n<p>Come mai tutto questo interesse? Di fatto, la mondializzazione ha scardinato il mondo vitale dell\u2019attore quotidiano. D\u2019altronde, negli ultimi anni sono state numerose le iniziative educative volte alla creazione di una cultura di riconoscimento e dialogo, tolleranza e convivenza, in grado di formare cittadini che, forse con troppa enfasi, fossero educati alla mondialit\u00e0. E i risultati sono visibili: effettivamente la perdita del pregiudizio centrista e una disponibilit\u00e0 minima verso la diversit\u00e0 etnica e culturale sono largamente pi\u00f9 diffusi rispetto alla condotta razzista o al pregiudizio centrista (ancora pericolosamente presenti). Ma, incredibilmente, questo \u00e8 traguardo \u00e8 stato in parte raggiunto al livello della societ\u00e0 civile, mentre \u00e8 scarsamente operativo al livello delle grandi istituzioni sociali. I flussi migratori attuali sollecitano, oggi, soprattutto le grandi strutture sociali alla multiculturalit\u00e0. \u00c8 alle scuole, agli ospedali, alle carceri, alle caserme che si deve chiedere di fare proprio il dato multiculturale, soprattuto loro sono chiamati ad una erogazione di servizi differenziati in funzione di appartenenze culturali diverse. \u00c8 un processo in avviamento. Per esempio, nelle scuole e negli ospedali si comincia sempre pi\u00f9 spesso a tenere conto delle specificit\u00e0 culturali che vanno dall&#8217;alimentazione (pensiamo alla particolare macellazione della carne per gli ebrei, o alle diverse forme di vegetarianismo buddista e induista), a tutte quelle pratiche che coinvolgono il senso del pudore (come \u00e8 noto nel mondo islamico vige una forte riservatezza in ambito sessuale che limita i contatti di ogni genere tra uomo e donna, per cui in ospedale compiere una visita ginecologica a una paziente islamica pu\u00f2 essere un po&#8217; pi\u00f9 complicato del normale, e gli ospedali predispongono la presenza del marito e un isolamento ambientale pressoch\u00e9 totale).<\/p>\n<p>Fra tutte queste istituzioni pubbliche, il carcere \u00e8 davvero quella un po\u2019 pi\u00f9 speciale, perch\u00e9 il vissuto di ogni detenuto, in tutte le sue dimensioni, interagisce coattivamente con quello degli altri e con l\u2019istituzione penitenziaria. In carcere, non ci si pu\u00f2 nascondere, non si pu\u00f2 fingere, n\u00e9 si pu\u00f2 eludere il problema della intersecazione di abitudini, credenze, linguaggi e sistemi simbolici diversi.<\/p>\n<p>Il sistema penitenziario ha recepito questo tratto urgente della nostra contemporaneit\u00e0. Il nuovo regolamento penitenziario &#8211; d.p.r. 230\/2000 &#8211; contiene diverse modifiche generali rispetto ai precedenti, e in particolare introduce alcune novit\u00e0 che dovrebbero tenere conto degli stranieri in carcere. Per esempio, nel tenere conto delle difficolt\u00e0 linguistiche e culturali, \u00e8 stata introdotta la figura del mediatore culturale (spesso realizzata con convenzioni con organismi e associazioni di volontariato), e si \u00e8 posta una nuova attenzione rispetto alle differenze religiose; per esempio per quanto riguarda l&#8217;alimentazione si deve tener conto delle<br \/>\ndiverse prescrizioni religiose.<\/p>\n<p>Ma i problemi sono assai pi\u00f9 radicali. Non si tratta solo di capire se l\u2019istituto penitenziario riesce a rispettare i contorni culturali dei detenti stranieri, piuttosto il problema concerne gli obiettivi di base del sistema carcerario. Non dimentichiamo, infatti, che il diritto fondamentale del cittadino straniero in carcere \u00e8 quello di essere rieducato e reinserito. \u00c8 una questione grande, che per i detenuti stranieri mette in discussione le fondamentali certezze manualistiche. Il carcere, in tal senso, dovrebbe riassumere con la sua azione istituzionalizzata la funzione di privazione della libert\u00e0 del soggetto che ha violato la legge e la funzione rieducativa del soggetto, attraverso dei programmi di correzione, al fine di riabilitarne la figura sociale. \u00c8 per tale ordine di motivi che attorno alla funzione del carcere il linguaggio giuridico e sociologico oggi preferisce usare il titolo di trattamento penitenziario, inteso quale complesso di norme e di attivit\u00e0 che regolano ed assistono la privazione della libert\u00e0 personale per l\u2019esecuzione di una sanzione penale.<\/p>\n<p>Ebbene, \u00e8 inutile girare attorno alla risposta: per i detenuti stranieri, tali premesse non valgono. In questo senso, fra repressione e correzione si pu\u00f2 dire che il momento carcerario per il detenuto immigrato \u00e8 un momento soprattutto repressivo. Vale a dire, \u00e8 il momento nel quale la societ\u00e0 italiana si difende escludendo socialmente i cittadini immigrati criminali dalla vita associata. In pratica, il carcere per i detenuti stranieri sembra essere una sorta di \u00abdiscarica sociale\u00bb, dove cio\u00e8 l&#8217;esclusione da sociale (quindi pre-esistente alla condizione carceraria) si trasforma in giuridica (ecco il carcere).<\/p>\n<p>I detenuti stranieri che la ricerca ha intervistato confermano una situazione di profonda emarginazione linguistica, giuridica, lavorativa, sociale. Uno su tre dei detenuti \u00e8 vissuto in Italia conoscendo per nulla o pochissimo la lingua italiana, due su tre non avevano le carte in regola (clandestini e irregolari), uno su due non viveva in condizioni stabili con un nucleo familiare o parentale dato. \u00c8 impressionante soprattutto il dato relativo alla convivenza con conoscenti occasionali, si tratta del 30% degli intervistati, mentre a vivere da soli sono il 27%. Solo il 18% viveva con la propria famiglia, in un nucleo stabile. Il lavoro \u00e8 stato una chimera per quasi tutti: chi possedeva un lavoro in nero e saltuario poteva dirsi fortunato: si tratta del 37% degli intervistati, uguale percentuale \u00e8 quella rappresentata da chi non lavorava affatto. In pratica, a lavorare pi\u00f9 o meno regolarmente \u00e8 stato solo il 26% dei detenuti intervistati. Il detenuto straniero, con ci\u00f2, viveva prima di entrare in carcere una condizione assai precaria, di emarginazione e di sbandamento. Ma la cosa sorprendente, l&#8217;abbiamo scoperta successivamente all&#8217;ingresso in carcere. Una volta entrato in carcere, le cose continuano allo stesso modo. Spesso il detenuto straniero vive una sorta di esclusione sostanziale anche in carcere. Non partecipano alle attivit\u00e0 ricreative, non riescono a lavorare, non possono godere dei benefici previsti dalla legge, non conoscono la lingua e, di fatto, vivono un\u2019emarginazione aggiuntiva anche dentro al carcere. In pratica, esiste un\u2019altra prigione, dentro il carcere, riservata ai detenuti stranieri. Nessuna riabilitazione, in questo sistema, \u00e8 possibile. E le profonde contraddizioni del caso emergono con una forza davvero dirompente.<\/p>\n<p>Spesso, il detenuto straniero dopo la detenzione o viene rimpatriato o riprende un percorso di illegalit\u00e0 e clandestinit\u00e0. Cos\u00ec parlano le statistiche. La legge Bossi-Fini del 2002 rende molto difficile che un cittadino straniero in carcere possa poi riprendere una vita normale nel nostro territorio, possa reinserirsi socialmente. Anzi, l&#8217;espulsione \u00e8 pensata come misura alternativa e il magistrato di sorveglianza dovrebbe espellere di sua iniziativa tutti quei detenuti stranieri irregolari che siano stati identificati e che abbiano meno di due anni da scontare. Qui si aprono snodi giuridici complessi che denunciano una completa differenza di trattamento fra detenuti italiani e quelli stranieri.<\/p>\n<p>Dal punto di vista politico, ci troviamo di fronte ad un impasse sostanziale: \u00e8 chiaro che se non applichiamo il trattamento penitenziario, la logica conseguenza \u00e8 che il detenuto straniero se ne torni a casa. Mentre qualora al detenuto straniero fosse insegnata la lingua, un lavoro, le nostre regole della convivenza civile, sarebbe davvero paradossale rimandarlo a casa dopo aver cercato di recinserirlo nella nostra cultura. Le contraddizioni del caso sono agli occhi di tutto. Mi preoccupa una certa ipocrisia, cio\u00e8 uno scollamento netto fra obiettivi e mezzi dell&#8217;istituzione penitenziaria, che tutta questa vicenda sembra assumere.<\/p>\n<p>Fra l&#8217;altro, la ricerca ha chiesto esplicitamente ai detenuti stranieri cosa sapessero del proprio destino, cio\u00e8 se pensavano di essere rimpatriati, di rimanere in Italia, o che altro. Ebbene, solo il 15% \u00e8 a conoscenza che probabilmente sar\u00e0 espulso, mentre il 60% non lo sa, e il resto \u00e8 sicuro di poter rimanere. Secondo le statistiche ufficiali, fra l&#8217;altro ottenute con fatica perch\u00e9 sono dati depositati fra il Ministero dell&#8217;Interno e quello di Grazia e Giustizia, i detenuti stranieri hanno speranze mal riposte. Come mai? \u00c8 solo la proiezione di una loro speranza che fa dire a qualcuno che rimarr\u00e0 in Italia quando non \u00e8 vero, oppure anche qui c&#8217;\u00e8 un discorso di chiarezza, di rispetto del suo diritto ad avere un quadro giuridico il pi\u00f9 possibile trasparente della sua condizione che va avviato? Di fatto, un detenuto che ha speranza di rimanere, da libero, in Italia, potrebbe adottare un atteggiamento pi\u00f9 docile rispetto al trattamento penitenziario.<\/p>\n<p>In conclusione, mi sembra che non ci troviamo solo di fronte a un problema della nostra sicurezza sociale, dell&#8217;ordine pubblico e della criminalit\u00e0; e non possiamo dire neanche che siamo di fronte a una questione unicamente riferibile alle politiche migratorie che intendiamo attuare.<\/p>\n<p>La questione \u00e8 assai pi\u00f9 vasta: fa riferimento alle libert\u00e0 e ai diritti umani, al significato che in generale una societ\u00e0 d\u00e0 alla questione della convivenza sociale e degli sforzi che devono essere fatti per consentire a chiunque, anche a chi ha sbagliato, di farne parte.<\/p>\n<p>\u00c8 il pensiero non pu\u00f2 che andare a quel testimone esemplare di questo connubio esistente fra carcere e civilt\u00e0: Alexis de Tocqueville, il quale si rec\u00f2 in America per studiare il sistema penitenziario, e comprese invece che la domanda fondamentale che il carcere gli poneva davanti agli occhi era una domanda di civilt\u00e0 e di diritti, di democrazia e di libert\u00e0.<\/p>\n<p>Il carcere, quindi, quale specchio della civilt\u00e0 e di un ordine civile: altro che discarica sociale. Oggi, il grido dei detenuti stranieri ci invita, senza indugi, a ripensare la questione. I diritti e le condizioni dei detenuti stranieri riguardano direttamente le basi del nostro vivere civile.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[823],"fascicolo":[103],"class_list":["post-1487","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-alberto-lo-presti","fascicolo-febbraio-2006"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il carcere, specchio della nostra civilt\u00e0<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Alberto Lo Presti, pubblicato nel numero di Febbraio 2006. 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