{"id":1360,"date":"2004-10-01T12:00:00","date_gmt":"2004-10-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1360"},"modified":"2026-04-11T14:27:53","modified_gmt":"2026-04-11T14:27:53","slug":"la-responsabilita-sociale-delle-imprese-limpegno-delle-imprese-per-lo-sviluppo-sostenibile","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2004\/ottobre\/la-responsabilita-sociale-delle-imprese-limpegno-delle-imprese-per-lo-sviluppo-sostenibile\/","title":{"rendered":"La responsabilit\u00e0 sociale delle imprese: l\u2019impegno delle imprese per lo sviluppo sostenibile"},"content":{"rendered":"<p>La centralit\u00e0 della globalizzazione nella societ\u00e0 contemporanea ha portato, con l\u2019estensione della competizione dei mercati,\u00a0ad un effettivo trasferimento di poteri degli Stati ai mercati.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero che esiste un rapporto tra norme sociali, norme giuridiche e mercato, non si pu\u00f2 non condividere l\u2019opinione di molti analisti per i quali la globalizzazione produce effetti significativi anche nella sfera istituzionale, intendendo riferirsi sia a quella statale propriamente detta, sia a quella giuridica latamente intesa. In questo contesto rileva la perdita di esclusivit\u00e0 del soggetto statale rispetto al suo classico ruolo di \u201claw-maker\u201d e acquistano rilievo alcune \u201cistituzioni\u201d di fatto della globalizzazione.<sup>1<\/sup><\/p>\n<p>Si tratta di soggetti \u201cprivati\u201d: da un lato le grandi imprese transnazionali che si sono trovate investite, anche al di l\u00e0 della loro stessa volont\u00e0, di responsabilit\u00e0 di carattere istituzionale, dovute al loro potere di modificare le condizioni non solo di lavoro ma anche di vita di un grande numero di persone, influenzandone il modo di comunicare e di comportarsi; dall\u2019altro le Non Governamental Organizations (NGOS) che la globalizzazione e l\u2019espandersi del mercato hanno portato ad una dimensione transnazionale per rispondere ad istanze di pubblico interesse sullo scenario mondiale. Sembra dunque che il \u201cwelfare state\u201d, basato sull\u2019assunto che tutto ci\u00f2 che \u00e8 pubblico debba attenere alla sfera statuale, debba aprirsi a questi nuovi scenari.<\/p>\n<p>Nelle pagine a seguire concentreremo la nostra attenzione sulla responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa che, in quanto \u201cistituzione\u201d di fatto della globalizzazione, non pu\u00f2 sottrarsi a contribuire positivamente ad un nuovo ordine globalizzato.<\/p>\n<p>Se, infatti, il contributo delle Non Governamental Organizations (NGOS), a livello internazionale, \u00e8 fondamentale e non \u00e8 in discussione, basandosi su una tradizione consolidata che precede la stessa classificazione di NGOS, rifacendosi alla tradizione di enti impegnati nel sociale, tra i quali \u00e8 antesignana la stessa Croce Rossa Internazionale, la responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa \u00e8, invece, un risultato relativamente recente e dimostra che \u00e8 oggi possibile conseguire nel mercato anche obiettivi di natura pubblica, ovvero di solidariet\u00e0.<sup>2<\/sup><\/p>\n<p>E\u2019 vero dunque che l\u2019impresa si presenta di fatto come nuova \u201cistituzione\u201d e quindi come compartecipe di scelte che influenzano direttamente o indirettamente il \u201cdiritto dei mercati\u201d, ma \u00e8 altrettanto vero che siamo, al tempo stesso, in presenza di soggetti economici, i consumatori, che cercano sempre pi\u00f9 nelle loro scelte, non solo la massimizzazione di un paniere di beni ma anche una consonanza e un riscontro sulla base delle proprie convinzioni morali e religiose.<\/p>\n<p>E\u2019 noto che Max Weber sosteneva che l\u2019humus, da cui si \u00e8 potuto sviluppare il capitalismo moderno, non pu\u00f2 che essere legato alla cultura cristiana e calvinista in particolare. E\u2019 una lettura che coglie quasi inconsapevolmente il segno dei tempi in un passaggio epocale con le sue premesse di benessere diffuso e anche i suoi difficili equilibri sociali. Siamo ad oggi ad un altro snodo fondamentale della nostra storia, talch\u00e8 non pare azzardato rilevare una forte antinomia nella sfida della globalizzazione: da un lato il rischio di una dittatura del mercato come paradigma delle relazioni sociali, dall\u2019altro l\u2019emergere di una risposta potenzialmente diffusa e democratica che nella \u201cpersona\u201d, rilevata dalla tradizione ebraico-cristiana come superamento dell\u2019\u201dindividuo\u201d, trova comportamenti che permettono di esprimere scelte anche economiche che rispecchiano \u201cpersonalit\u00e0\u201d e valori.<\/p>\n<p>Se, dunque, occorre richiamare l\u2019impresa a nuove responsabilit\u00e0 sociali non pi\u00f9 eludibili dato l\u2019incedere di crisi planetarie, \u00e8 allo stesso tempo necessario incoraggiare scelte sempre pi\u00f9 consapevoli del consumatore, ormai destinato ad essere cittadino del mondo, in quanto \u201cpersona\u201d in relazione con il suo \u201cprossimo\u201d anche il pi\u00f9 distante.<\/p>\n<p>Siamo, da quest\u2019ultimo punto di vista, in una fase nella quale non si pu\u00f2 che ricorrere a scelte anche etiche poich\u00e9 \u00e8 ancora lontana una soddisfacente codificazione di quelli che sono stati chiamati i \u201cnuovi diritti\u201d, che prendono le mosse proprio dalle lotte degli anni sessanta e settanta del movimento ecologico e del movimento dei consumatori contro le grandi compagnie industriali e che hanno oggi condotto alla definizione di molti dei diritti umani di \u201cterza generazione\u201d.<\/p>\n<p>Sono sempre degli anni sessanta i primi documenti della Chiesa cattolica che affrontano il tema dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, dell\u2019esplosione dei consumi delle merci dei Paesi pi\u00f9 industrializzati e, pi\u00f9 in generale, dell\u2019equilibrio e dell\u2019equit\u00e0 dei mercati internazionali.<\/p>\n<p>In effetti, se \u00e8 vero che non \u00e8 stata ancora prodotta una enciclica sulla \u201cquestione ambientale\u201d, l\u2019insegnamento sociale della Chiesa<sup>3<\/sup>\u00a0pu\u00f2 essere, per molti versi, considerato precorritore dello stesso concetto di \u201csostenibilit\u00e0\u201d, unanimemente ormai riconosciuto, come vedremo pi\u00f9 avanti, quale cardine della politica dello sviluppo. A questo proposito il forte richiamo della Chiesa che \u201cil distruggere o sciupare beni che sono indispensabili ad esseri umani per sopravvivere \u00e8 ledere la giustizia e l\u2019umanit\u00e0\u201d, gi\u00e0 presente nell\u2019enciclica \u201cMater et Magistra\u201d (1961), anticipa significativamente il concetto dello \u201csviluppo sostenibile\u201d della dichiarazione dell\u2019ONU alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992. Seguiranno i documenti del Concilio Vaticano II tra cui la \u201cGaudium et spes\u201d (1965) e le encicliche \u201cPacem in terris\u201d (1963) e \u201cPopulorum progressio\u201d (1967). Proprio quest\u2019ultima enciclica pone l\u2019accento sullo squilibrio della crescita economica nel mondo, rappresentando la necessit\u00e0 di programmi concertati e integrati nel segno di una solidariet\u00e0 che superi l\u2019emergenza e che individui come obiettivo, oltre la semplice consapevolezza dell\u2019interdipendenza economica, l\u2019impegno per il \u201cbene comune\u201d, inteso come \u201cil bene di tutti e di ciascuno, perch\u00e9 tutti siano veramente responsabili di tutti\u201d. In questa stessa ottica dell\u2019etica della responsabilit\u00e0, un\u2019altra enciclica l\u2019\u201cHumanae vitae\u201d (1968) esprimeva il punto di vista del Papa sul tema della difesa della vita e del controllo della popolazione che, in quegli anni, lo studio ispirato dal Club di Roma \u201cLimits to growth\u201d, aveva posto all\u2019attenzione dell\u2019opinione pubblica, proponendo di porre dei limiti alla crescita della popolazione, dell\u2019estrazione di materiali e risorse dalla natura, della produzione agricola e industriale. Tesi che il mondo cattolico critic\u00f2 ritenendo che esprimessero eminentemente logiche maltusiane.<\/p>\n<p>Si tratta, d\u2019altro canto, di portare proprio l\u2019azienda a superare una visione meramente microeconomica e capitalistica che ha inteso, il pi\u00f9 delle volte, spostare nel tempo e nello spazio i problemi che la produzione porta con s\u00e9. Devono, dunque, essere necessariamente superate le soluzioni basate sul presupposto che esistano Paesi poveri che possano da un lato offrire mano d\u2019opera a basso costo, nonch\u00e9 spazi per i rifiuti e le scorie delle aziende dei Paesi pi\u00f9 sviluppati.<sup>4<\/sup><\/p>\n<p>Non a caso uno degli slogan dell\u2019ecologismo degli anni sessanta riprendeva una frase di Saint-Exupery per il quale \u201cla terra ci \u00e8 stata data in prestito dai nostri figli\u201d. Ma dovettero passare molti anni per poter ritrovare questa \u201cfilosofia\u201d d\u2019approccio al problema, declinata nella formula di \u201cSviluppo sostenibile\u201d, quale concetto chiave della Conferenza ONU su Ambiente e sviluppo, svoltasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992. In verit\u00e0, la definizione di sviluppo sostenibile \u00e8 gi\u00e0 contenuta originalmente nel Rapporto della Commissione Mondiale sull\u2019Ambiente e Sviluppo (Commissione Burtland) del 1987. Con tale espressione, occorre ricordare, si rappresenta la necessit\u00e0 che le decisioni pubbliche nei pi\u00f9 svariati settori tengano anche conto delle preoccupazioni ambientali. Le condizioni perch\u00e9 lo sviluppo sia ambientalmente sostenibile riguardano sia il principio del rendimento sostenibile, per cui non possiamo depauperare di risorse l\u2019ambiente ad una velocit\u00e0 superiore a quella necessaria per ripristinarle; sia il principio della capacit\u00e0 di assorbimento, per cui non dobbiamo rilasciare nell\u2019ambiente sostanze in quantit\u00e0 tali da non poter essere assorbite in tempi ragionevolmente brevi.<\/p>\n<p>Questo ragionamento ci riconduce al concetto di responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa che \u00e8 opportuno, in premessa, cercare di chiarire declinando il significato dei termini:<br \/>\n&#8211; \u201cresponsabilit\u00e0\u201d: comporta la presenza di nuovi ambiti di discrezionalit\u00e0 nel perseguire le finalit\u00e0 istituzionali dell\u2019azienda, prevedendo, quindi, l&#8217;esistenza di gradi di libert\u00e0 nel decidere ambiti e modalit\u00e0 d\u2019azione. L&#8217;azienda, dunque, \u00e8 responsabile delle proprie scelte ed \u00e8 chiamata a rispondere di esse e dei risultati ottenuti nei riguardi dei propri interlocutori (stakeholder).<br \/>\n&#8211; \u201csociale\u201d: \u00e8 l\u2019attributo della responsabilit\u00e0 che indica che questa non deve limitarsi a evocare istanze proprie della collettivit\u00e0, ma intende rispondere non solo alle attese degli investitori, con la rimunerazione del capitale, ma anche dei clienti, con crescenti livelli di qualit\u00e0 e servizio competitivi, dei lavoratori, con l\u2019attenzione alla qualit\u00e0 del lavoro, e delle istituzioni, con il condividere responsabilit\u00e0 collettive. In tal senso si vuole qui rimarcare la necessit\u00e0 di considerare in modo \u201colistico\u201d gli impatti economici, ambientali e sociali delle scelte dell\u2019azienda.<\/p>\n<p>Un&#8217;azienda dunque pu\u00f2 definirsi socialmente responsabile quando il suo comportamento \u00e8 rivolto a soddisfare le legittime attese, economiche e non, di tutti gli stakeholder. Pertanto, un&#8217;impresa socialmente responsabile \u00e8 volta a stabilire un dialogo costruttivo e un rapporto di reciproca fiducia con tutti i propri interlocutori, interni ed esterni.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica di scelte consapevoli va letta l\u2019importanza delle certificazioni etiche. Siamo di fronte ai primi tentativi di dare evidenza, comunicazione, comparabilit\u00e0 ad un nuovo modo di \u201cpensare\u201d l\u2019impresa, responsabile ed anche portatrice di interessi pubblici che ormai fanno parte dell\u2019\u201cagire\u201d e delle responsabilit\u00e0 non pi\u00f9 eludibili da parte degli attori del mercato, dove i consumatori si dimostrano interessati non solo a massimizzare la quantit\u00e0 dei prodotti del proprio paniere, ma pure alla loro intrinseca \u201cqualit\u00e0\u201d, anche etica, di produzione.<\/p>\n<p>Se la gestione per la \u201cqualit\u00e0\u201d viene definita come l\u2019insieme delle attivit\u00e0 coordinate per guidare e tenere sotto controllo un\u2019organizzazione dal punto di vista delle capacit\u00e0 di soddisfare le esigenze o le aspettative dei clienti, sempre pi\u00f9 aziende sono indotte ad adottare a tal fine la cosiddetta \u201ctriple bottom line\u201d: il sistema di rendicontazione su tre livelli, economico, sociale e ambientale. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di fornire in maniera pi\u00f9 sistematica ai loro stakeholder (investitori, clienti, fornitori, collaboratori) informazioni sulle proprie performance oltre che economiche, anche sociali e ambientali.<\/p>\n<p>Infatti, l\u2019evoluzione della certificazione delle aziende dopo le Iso 9000 (sistema qualit\u00e0) e le Iso 14000 (rispetto dell\u2019ambiente) ha riguardato gli standard internazionali Sa 8000 che misurano la \u201csocial accountability\u201d cio\u00e8 il grado etico e di responsabilit\u00e0 sociale di un\u2019azienda.<\/p>\n<p>Nei prossimi paragrafi analizzeremo specificatamente l\u2019evoluzione della certificazione che, partita dall\u2019esigenza di rispondere e dare evidenza all\u2019attenzione e all\u2019impegno delle imprese al fenomeno del crescente inquinamento, legato all\u2019intenso sviluppo economico, ha allargato il suo interesse alle tematiche sociali. Non a caso la fine del nostro percorso ci porter\u00e0 a esaminare approcci di certificazione che integrano in un unico rapporto i tre fondamentali elementi della sostenibilit\u00e0: quello economico, ambientale e sociale. Il fine \u00e8 l\u2019elaborazione e l\u2019adozione di un unico \u201crapporto di sostenibilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><strong>Modelli di certificazione ambientale<\/strong><\/p>\n<p>Il quadro di riferimento per la redazione di rendiconti e certificazioni ambientali risulta piuttosto articolato in quanto riguarda non solo normative di natura comunitaria e nazionale, ma anche standard volontari di matrice nazionale ed internazionale.<\/p>\n<p>Proprio questa linea di impegno volontario e di \u201ctrasparenza\u201d incoraggia il recente\u00a0<strong>Sesto programma di azione comunitaria per l&#8217;ambiente che definisce obiettivi e priorit\u00e0 della politica ambientale dell&#8217;Unione Europea fino al 2010<\/strong>. Infatti, &#8220;Ambiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta&#8221; \u00e8 il titolo del programma che intende indicare la necessit\u00e0 di una &#8220;scelta&#8221; che, oggi pi\u00f9 di ieri, superi la mera azione legale, intendendo l&#8217;Unione Europea assumere come iniziativa strategica, un approccio il pi\u00f9 possibile condiviso, che faccia leva su vari strumenti e provvedimenti per influenzare il processo decisionale, non solo negli ambiti politici e imprenditoriali, ma anche in quelli dei consumatori e dei cittadini.<\/p>\n<p>In quest&#8217;ottica di ricerca di collaborazione con il \u201cmercato\u201d, il programma d&#8217;azione richiama la centralit\u00e0 e l&#8217;importanza di &#8220;incoraggiare una pi\u00f9 ampia adozione del programma comunitario di ecogestione e audit (<strong>EMAS- Enviromental Management and Audit Scheme<\/strong>)&#8221;che \u00e8 stato introdotto dal\u00a0<strong>Regolamento CEE n.1836\/93<\/strong>\u00a0e recentemente innovato nella portata e nelle implicazioni dal\u00a0<strong>Regolamento CE n.761\/2001<\/strong>\u00a0del 19 marzo 2001.<\/p>\n<p>L&#8217;applicazione del sistema EMAS si pone come obiettivo quello di favorire la credibilit\u00e0 e l&#8217;affermarsi dei sistemi di gestione delle imprese che intendono interiorizzare volontariamente gli aspetti ambientali della produzione ed ha il pregio di costituire un punto di riferimento normativo per la definizione di uno schema consolidato di rappresentazione dell\u2019informativa ambientale che, malgrado sia volontaria, necessita comunque di una certificabilit\u00e0 per risultare attendibile e di una comparabilit\u00e0 per essere di facile lettura e utilizzo.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica \u00e8 noto che l\u2019EMAS ha mutuato gran parte delle norme ISO quale riferimenti del sistema gestionale ambientale, tanto che gi\u00e0 nel 1997 la Commissione europea si \u00e8 espressa formalmente sulla validit\u00e0 della norma ISO 14001. Adesso il nuovo regolamento EMAS riconosce ufficialmente che detto sistema di gestione ambientale sia attuato conformemente alla norma EN ISO 14001, riportata nell\u2019Allegato I al punto A dello stesso regolamento CE n.761\/2001.<\/p>\n<p>Va precisato inoltre, che il Regolamento CEE n.1836\/93 era applicabile solamente al settore industriale manifatturiero e che la registrazione EMAS riguardava il singolo &#8220;sito&#8221; e non l\u2019organizzazione industriale che lo controlla. Attualmente, invece, l\u2019estensione del campo di applicazione prevista dal nuovo regolamento del 2001, ha posto il problema di rivisitare questo concetto. E\u2019 stato dunque sostituito nel testo del nuovo regolamento il termine \u201csito\u201d con quello di \u201corganizzazione\u201d, non risultando applicabile in alcuni settori non industriali nel cui ambito hanno rilevanza principalmente impatti ambientali indiretti, come quelli presenti ad esempio lungo la &#8220;filiera&#8221; di approvvigionamento ( servizi, fornitori ecc.).<\/p>\n<p>Utilizzando il concetto di \u201corganizzazione\u201d \u00e8 risultato comunque che si perdono alcune caratteristiche peculiari del regolamento EMAS. Infatti, l\u2019analisi ambientale iniziale del &#8220;sito&#8221;, primo passo procedurale per ottenere l\u2019attuale registrazione EMAS, \u00e8 cosa differente dall\u2019analisi ambientale iniziale dell\u2019organizzazione.<\/p>\n<p>La stessa definizione di \u201corganizzazione\u201d, in realt\u00e0, presenta una molteplicit\u00e0 di casi possibili, tale da risultare di difficile definizione. Sono, infatti, in via di elaborazione delle linee guida, affidate dall&#8217;Unione Europea a un gruppo di lavoro guidato dall&#8217;Italia, che hanno il compito di individuare le tipologie di \u201corganizzazione\u201d che possono accedere alla registrazione.<\/p>\n<p>A questo proposito si registra, senza dubbio, interesse non solo da parte dell\u2019industria ma anche da altri importanti settori finora esclusi dalla certificazione quali i servizi e i trasporti.<\/p>\n<p>In effetti, la fondamentale garanzia che distingue EMAS rispetto alle altre certificazioni volontarie \u00e8 la verifica degli elementi del sistema, svolta da un verificatore accreditato da un\u2019istituzione pubblica (il Comitato per l\u2019ecolabel e l\u2019ecoaudit) che deve convalidare anche la dichiarazione ambientale. E\u2019 opportuno ricordare a proposito della \u201cufficialit\u00e0\u201d del sistema EMAS, che a seguito della verifica, l\u2019impresa pu\u00f2 richiedere all\u2019\u201corganizzazione competente\u201d la sua registrazione in apposito elenco, che deve essere trasmesso alla Commissione europea e pubblicato annualmente sulla Gazzetta ufficiale delle Comunit\u00e0 europee.<\/p>\n<p>E\u2019 indubbio che, comunque, l\u2019accreditamento EMAS mantiene un carattere prettamente volontaristico superando logiche di controllo verticale, rivelatesi in passato non efficaci e pu\u00f2 portare a delle effettive razionalizzazioni.<\/p>\n<p>Tra i provvedimenti previsti nel nuovo regolamento EMAS vi \u00e8, inoltre, l\u2019invito agli Stati membri a predisporre incentivi che assicurino alle imprese, in quanto \u201corganizzazioni\u201d registrate EMAS, un\u2019applicazione pi\u00f9 favorevole delle procedure di autorizzazione e di controllo ambientale, nonch\u00e9 incentivi economici in special modo per favorire la certificazione di piccole e medie imprese.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica rileva in Italia la<strong>\u00a0legge del 1994 n.70<\/strong>\u00a0che contiene norme per la semplicificazione degli adempimenti in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza pubblica, nonch\u00e9 per l\u2019attuazione del sistema di ecogestione e audit ambientale.<\/p>\n<p>Alla luce di queste agevolazioni vanno valutati i dati della certificazione ambientale: se infatti, sulla scia di un consolidato successo delle certificazioni internazionali di qualit\u00e0 UNI 9000, i siti italiani certificati ISO 14001 hanno raggiunto nel 2002 quota 2117, con un aumento del 51% rispetto all\u2019anno precedente, proporzionalmente analogo successo riguarda la \u201cnuova\u201d registrazione EMAS che conta 123 siti convalidati.<\/p>\n<p>E\u2019 opportuno ricordare, inoltre, che sono apprezzati anche\u00a0<strong>standard<\/strong>\u00a0italiani pubblicati dalla\u00a0<strong>Fondazione ENI Enrico Mattei<\/strong>\u00a0che ha portato avanti studi per la ricerca di indicatori ambientali e di criteri per la costruzione di un sistema di contabilit\u00e0 ambientale e la redazione del bilancio ambientale<sup>5<\/sup>. A questo proposito sono state redatte delle linee guida per la preparazione del \u201crapporto ambientale d\u2019impresa\u201d. Tale documento \u00e8 strutturato in due parti: una qualitativa, cio\u00e8 di commento, e l\u2019altra quantitativa riguardante la presentazione delle principali variabili che descrivono le relazioni tra l\u2019impresa e l\u2019ambiente.<\/p>\n<p>Sempre sul versante della certificazione di tipo contabile, un ulteriore notazione riguarda l\u2019iniziativa della Commissione Europea che ha approvato il 30 maggio 2001 la \u201c<strong>Raccomandazione relativa alla rilevazione, valutazione e divulgazione di informazioni nei conti annuali e nelle relazioni sulle gestioni della societ\u00e0<\/strong>\u201d. Detto provvedimento riguarda le societ\u00e0 che rientrano nel campo di applicazione della Quarta e Settima Direttiva, nonch\u00e9 alle banche, istituti finanziari e imprese di assicurazioni, comprese rispettivamente nelle Direttive 86\/635\/CEE e 91\/674\/CEE. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di assicurare che i conti annuali e la relazione sulla gestione contengano dati di natura ambientale, indipendentemente dalle informazioni fornite nei report volontari delle aziende.<\/p>\n<p><strong>Modelli di rendicontazione e di bilancio sociale<\/strong><\/p>\n<p>Allo stato attuale non esiste, n\u00e9 a livello comunitario n\u00e9 a livello nazionale, alcuna normativa che codifichi forma e contenuto del bilancio sociale, n\u00e9 che indichi tipologie di certificazione e modelli di divulgazione. E\u2019 pertanto opportuno partire da una breve digressione storica per delineare le tappe dell\u2019evoluzione e le prospettive di sviluppo dei bilanci sociali.<\/p>\n<p>Dopo le prime esperienze degli anni \u201960 negli Stati Uniti, sono gli anni \u201970 in Europa il periodo che registra la maggiore attenzione alla comunicazione dei risultati sociali delle imprese, dando vita ad alcune tipologie di approcci, alcuni dei quali, per\u00f2, rimasero sostanzialmente degli isolati esperimenti. Ricordiamo tra questi il \u201ctotal impact reporting\u201d che si proponeva di sintetizzare in un\u2019unica entit\u00e0 numerica tutte le interazioni sociali di un\u2019impresa. Si trattava, cio\u00e8, di esprimere in un valore finanziario, talch\u00e9 risultava facilmente comparabile con i dati del bilancio, il valore dei miglioramenti o peggioramenti procurati dall\u2019impresa alle persone e all\u2019ambiente con cui interagiva.<\/p>\n<p>E\u2019 inoltre del 1997 la legge francese n. 769 che prevede obbligatoriamente la redazione del bilancio sociale, in riferimento agli aspetti dell\u2019occupazione e della gestione delle risorse umane, per le imprese con pi\u00f9 di trecento dipendenti. Una esperienza anche questa che \u00e8 rimasta sostanzialmente isolata e non ha avuto seguito, essendo il vincolo di legge spesso giudicato come un freno al processo di sperimentazione spontanea nel mondo delle imprese.<\/p>\n<p>Successivamente, dopo un periodo caratterizzato dalla flessione di interesse verso la redazione del bilancio sociale rispetto ai rendiconti ambientali, sono gli anni \u201990 che, con l\u2019emergere del fenomeno della globalizzazione e dell\u2019apertura dei mercati, portano alla ribalta l\u2019interesse verso gli strumenti di comunicazione sociale. Detti strumenti, infatti, in questi anni perdono la peculiarit\u00e0 di risposta episodica rispetto ad esigenze di carattere commerciale e di immagine, per dare seguito e, via via uniformarsi ad iniziative e modelli, primariamente internazionali, che definiscono metodi e contenuti dei bilanci sociali e ambientali prodotti.<\/p>\n<p>Si tende, cio\u00e8, a sistematizzare e a rendere pi\u00f9 verificabili e comparabili le informazioni per sottrarre all\u2019arbitrio delle aziende la stesura dei rendiconti sociali e ambientali.<\/p>\n<p>Partendo da queste premesse riportiamo di seguito gli standard ed i modelli di bilancio sociale pi\u00f9 diffusi a livello nazionale ed internazionale.<\/p>\n<p><strong>Modelli di rendicontazione e di bilancio sociale italiani<\/strong><\/p>\n<p>Un modello di bilancio sociale, cui le imprese italiane possono uniformare i propri documenti, \u00e8 quello messo a punto nel 1990 dall\u2019<strong>Istituto Europeo per il Bilancio Sociale (IBS)<\/strong>\u00a0ed applicato per la prima volta nel 1992 per la redazione del bilancio sociale delle Ferrovie dello Stato<sup>6<\/sup>. Elementi di novit\u00e0 introdotti con il modello dell\u2019IBS, riguardano la \u201ccarta dei valori dell\u2019impresa\u201d, comprendente una lista di principi e valori di riferimento che l\u2019impresa deve fare propri per perseguire finalit\u00e0 di natura sociale, e la struttura del bilancio sociale, articolato in quattro sezioni:<\/p>\n<p>&#8211; l\u2019identit\u00e0 dell\u2019azienda, sintetizza la \u201cmission\u201d, le linee di politica aziendale e il disegno strategico dell\u2019azienda;<br \/>\n&#8211; il valore aggiunto, esprime il calcolo del valore aggiunto e la sua distribuzione;<br \/>\n&#8211; la relazione sociale riporta un\u2019analisi descrittiva della gestione e sviluppo delle risorse umane rispetto ad alcuni indicatori sociali;<br \/>\n&#8211; la contabilit\u00e0 sociale, esprime in modo qualitativo e numerico le spese e i ricavi sociali dell\u2019azienda.<\/p>\n<p>Con l\u2019introduzione della \u201cCarta dei valori d\u2019impresa\u201d e del bilancio sociale, l\u2019Istitute of social and Ethical Accountability propone dunque un modello di bilancio sociale che non solo persegue finalit\u00e0 di natura informativa, d\u2019immagine, strategica e valutativa, ma che pu\u00f2 essere utilizzato dalle imprese come strumento di monitoraggio dei risultati aziendali rispetto agli stakeholders e come sistema di rilevazione delle politiche aziendali per verificare la coerenza tra comunicazione e strategie.<\/p>\n<p>Nel 1998 \u00e8 stato costituito il\u00a0<strong>Gruppo di studio per la statuizione dei principi di redazione del Bilancio Sociale (GBS)<\/strong>\u00a0composto da esperti del bilancio sociale appartenenti sia al mondo accademico che a quello degli ordini professionali e delle societ\u00e0 di revisione e consulenza<sup>7<\/sup>. Il GBS ha l\u2019obiettivo di preparare un modello standard di bilancio sociale, a valenza nazionale e internazionale. L\u2019elemento fondamentale del bilancio sociale, come nel modello IBS, sono i valori dell\u2019impresa e la loro coerenza con le scelte di gestione.<\/p>\n<p>La struttura del bilancio sociale proposta dal GBS si compone di 3 parti:<br \/>\n1.Identit\u00e0 aziendale;<br \/>\n2. Produzione e distribuzione valore aggiunto;<br \/>\n3. Relazione sociale.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le caratteristiche del bilancio sociale \u00e8 proposto un modello che presenti un documento autonomo di bilancio, redatto annualmente e reso pubblico agli interlocutori sociali interessati.<\/p>\n<p>Detto bilancio deve essere approvato dall\u2019organo di governo dell\u2019azienda e la sua redazione deve essere conforme ai principi generali di redazione che possono essere riassunti in 2 grandi tipologie:<\/p>\n<p>&#8211; etico-comportamentali: responsabilit\u00e0, identificazione, trasparenza, inclusione, coerenza, neutralit\u00e0;<br \/>\n&#8211; contabile-ammnistrativo: competenza di periodo, prudenza, comparativit\u00e0, comprensibilit\u00e0, periodicit\u00e0 e ricorrenza, omogeneit\u00e0, utilit\u00e0, significativit\u00e0 e rilevanza, attendibilit\u00e0 e fedele rappresentazione, autonomia delle terze parti.<\/p>\n<p>Tenuto conto delle due precedenti esperienze di classificazione sociale test\u00e8 ricordate, anche l\u2019<em><strong>Associazione Bancaria Italiana (ABI)<\/strong><\/em>\u00a0nel 2000 si \u00e8 impegnata a definire un &#8220;modello di redazione del bilancio sociale per il settore del credito&#8221;, finalizzato a offrire una modalit\u00e0 di classificazione per i dati qualitativi e quantitativi sulle operazioni svolte dalle banche per finalit\u00e0 sociali e fornire informazioni che permettano di valutare le performance sociali delle banche stesse. Detto modello di bilancio sociale, realizzato nel 2001 dal gruppo di studio dell\u2019ABI sulla base dello schema IBS e degli standard GBS, \u00e8 articolato in cinque parti fondamentali: 1 introduzione descrittiva dell\u2019identit\u00e0 dell\u2019azienda; 2 rendiconto (produzione e distribuzione del valore aggiunto); 3 relazione (di scambio) sociale; 4 sistema di rilevazione; 5 proposta di miglioramento (orientamento per la futura gestione).<\/p>\n<p>Dette fasi, precedute da una Premessa metodologica sui principi di redazione del bilancio sociale, sono seguite poi da un\u2019Attestazione di conformit\u00e0 procedurale consistente in una relazione sul bilancio sociale.<\/p>\n<p><strong>Modelli di \u201csocial accountability\u201d a livello internazionale<\/strong><\/p>\n<p>A livello internazionale, i principali modelli di riferimento per la realizzazione di un modello di social accountability sono:<\/p>\n<p>Lo standard\u00a0<strong>Social Accountability 8000 (SA8000)<\/strong>, pubblicato nel 1998 dal Cepaa &#8211; Council for Economic Priorities Accreditation Agency- un\u2019organizzazione non governativa costituita appositamente per sovrintendere alla realizzazione del SA 8000, riguarda la certificazione della cosiddetta &#8220;social accountability&#8221;, ossia del&#8221;grado&#8221; etico e di responsabilit\u00e0 sociale di un\u2019impresa.<\/p>\n<p>Il Cepaa riunisce 21 membri in rappresentanza di organizzazioni sindacali, delle ONG, di associazioni che tutelano i diritti umani e dell\u2019infanzia, di imprese che investono in modo socialmente responsabile, delle societ\u00e0 di certificazione.<\/p>\n<p>Questo standard di certificazione sociale internazionale riguarda:<\/p>\n<p>&#8211; Rispetto dei diritti umani<br \/>\n&#8211; Rispetto dei diritti dei lavoratori<br \/>\n&#8211; Tutela contro lo sfruttamento dei minori<br \/>\n&#8211; Garanzie di tutela e salubrit\u00e0 sul posto di lavoro.<\/p>\n<p>Il sistema di certificazione risulta cos\u00ec articolato:<\/p>\n<p>&#8211; Standard che rendono controllabili le attivit\u00e0 delle imprese che adottano lo SA 8000.<br \/>\n&#8211; Standard relativi al sistema di gestione e di implementazione del SA 8000. Per l\u2019elaborazione dei requisiti di detti standard si fa riferimento a quelli sviluppati da organizzazioni multilaterali e da talune convenzioni internazionali quali l\u2019ILO (International Labour Organization), la Dichiarazione universale dei diritti dell\u2019uomo, la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo.<br \/>\n&#8211; Una guida per l\u2019interpretazione e l\u2019implementazione del SA 8000.<br \/>\n&#8211; L\u2019accreditamento di organizzazioni qualificate da parte del Cepaa per il processo di audit del SA 8000.<\/p>\n<p>Lo standard\u00a0<strong>AccountAbility 1000 (AA1000)<\/strong>, sviluppato nel 1999 dall\u2019ISEA &#8211; Institute of Social and Ethical Accountability- si prefigge il miglioramento continuo del sistema di rendicontazione di tipo sociale e della performance d\u2019impresa, con particolare riguardo al dialogo e al confronto tra l\u2019impresa e gli stakeholders.<\/p>\n<p>L\u2019AA1000 pu\u00f2 essere utilizzato sia come una valutazione, finalizzata a rafforzare la qualit\u00e0 degli standard di responsabilit\u00e0, sia come un processo autonomo per gestire e comunicare bilancio e performance sociali ed etiche.<\/p>\n<p>L\u2019adozione dello standard AA1000 non \u00e8 solamente finalizzata ad una certificazione ma consiste nella condivisione di uno strumento per incoraggiare l\u2019innovazione su alcuni principi fondamentali della qualit\u00e0. La sua peculiarit\u00e0 riguarda la consultazione in modo sistematico degli stakeholders con i quali rimane in contatto durante tutte le fasi del processo di qualit\u00e0, al fine di ottenerne la loro adesione fornendo opportune garanzie.<\/p>\n<p>Il\u00a0<strong>Global Reporting Iniziative (GRI)<\/strong>\u00a0\u00e8 un progetto ideato nel 1997 da alcune istituzioni europee con il concorso di imprese, enti e organizzazioni non governative<sup>8<\/sup>. E\u2019 volto a realizzare un sistema di &#8220;sustainability reporting&#8221; per le imprese che volontariamente si impegnano a produrre report sia ambientali che sociali. L\u2019obiettivo \u00e8 quello della redazione di un rapporto che, appunto, sintetizzi nella dimensione dello sviluppo sostenibile, i tre profili aziendali che la rappresentano, quello economico, quello ambientale e quello sociale, pur prevedendo al tempo stesso una struttura del rapporto che consenta comunque una separata identificazione dei tre aspetti della cosiddetta \u201ctriple bottom line\u201d.<\/p>\n<p>Le linee guida elaborate dal GRI, adottate su base volontaria, possono essere applicate da organizzazioni di ogni dimensione e tipologia e prevedono per il \u201crapporto di sostenibilit\u00e0\u201d la seguente articolazione:<\/p>\n<p>&#8211; Dichiarazione dell\u2019amministratore delegato<br \/>\n&#8211; Profilo dell\u2019organizzazione<br \/>\n&#8211; Sommario ed indicatori chiave<br \/>\n&#8211; Visione e strategia<br \/>\n&#8211; Politiche, strutture di governo e sistema di management<br \/>\n&#8211; Performance<\/p>\n<p><strong>Considerazioni sui rendiconti e i bilanci sociali<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo brevemente riportato i principali modelli di bilancio sociale a livello italiano e internazionale, tra questi l\u2019ultimo presentato il \u201cGlobal reporting iniziative \u201c (GRI) rappresenta lo sforzo pi\u00f9 organico di considerare non solo gli aspetti sociali dell\u2019impegno dell\u2019impresa ma tutte le dimensioni della sostenibilit\u00e0: quella economica che riguarda la capacit\u00e0 di produrre reddito, profitti e lavoro; quella sociale intesa come la capacit\u00e0 di garantire condizioni di benessere e crescita equa e solidale nel rispetto dei diritti dell\u2019uomo e del lavoro; quella ambientale, volta a garantire qualit\u00e0 e riproducibilit\u00e0 delle risorse naturali.<\/p>\n<p>Proprio per queste peculiarit\u00e0, cos\u00ec rilevanti nell\u2019ottica della globalizzazione dei mercati, il \u201cSuxstainability report \u201c, proposto dal GRI, \u00e8 stato adottato da importanti multinazionali.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, \u00e8 da rilevare la tendenza di molte importanti imprese che hanno comunque preferito superare la distinzione tra bilanci ambientali e sociali cominciando sempre pi\u00f9 a convergere verso la predisposizione di bilanci socioambientali, che tenessero, cio\u00e8, conto dei due aspetti.<\/p>\n<p>Un altro aspetto emergente riguarda, invece, la diffusione delle informazioni contenute nei bilanci sociali. Dette informazioni nel tempo hanno sempre pi\u00f9 riguardato la comunicazione esterna, superando le perplessit\u00e0 riguardanti l\u2019opportunit\u00e0 di divulgare informazioni su attivit\u00e0 d\u2019impresa che riguardano processi strategici sia in termini di gestione delle risorse umane, sia degli impatti socio-ambientali.<\/p>\n<p>Ma la forte esigenza di \u201cdialogo\u201d con tutti gli interessati alle tematiche socio-ambientali ha convinto le imprese a prendere nuove iniziative<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>Fin dal 1992 per quanto riguarda il bilancio ambientale e fin dal 1995, per quanto riguarda quello sociale, \u00e8 stato istituito annualmente in Italia il premio \u201c<strong>Oscar di bilancio<\/strong>\u201d che premia le imprese che hanno preparato i bilanci nel rispetto di alcuni principi fondamentali di carattere sociale e ambientale. A livello europeo, invece, si attribuiscono gli\u00a0<strong>\u201cEuropean Environmental Reporting Awards\u201d (EERA)<\/strong>, che premiano ogni anno i migliori bilanci ambientali europei, rispetto alla qualit\u00e0 delle informazioni fornite.<\/p>\n<p>Per quanto attiene poi alla verifica delle informazioni e dei dati forniti dai bilanci sociali, solo negli ultimi anni detti bilanci hanno cominciato ad essere corredati di rapporti di verifica. Un documento, cio\u00e8, che contenga il rapporto di verifica propriamente detto e i principi cui hanno fatto riferimento i verificatori del bilancio stesso.<\/p>\n<p>Si tratta di una prassi che introdotta per i bilanci ambientali, sta trovando seguito e diffusione anche nella stesura dei bilanci sociali, per cercare di accrescere la credibilit\u00e0 delle informazioni fornite. In effetti, se da un lato si registra la mancanza di linee guida per la procedura di revisione dei bilanci sociali, dall\u2019altro all\u2019interno dei bilanci sociali sono sempre pi\u00f9 presenti riferimenti agli standard SA 8000, ai principi GRI o a quelli proposti da IBS e GBS.<\/p>\n<p>Pertanto sembra logico che la verifica del bilancio debba avere come punti di riferimento anche la conformit\u00e0 a tali linee guida.<\/p>\n<p>In definitiva, ai fini di una migliore comparabilit\u00e0, sembra opportuno auspicare che i bilanci sociali rispettino non solo determinati principi di redazione prestabiliti, ma che questi indirizzino il contenuto degli strumenti di rendicontazione sociale in senso non solamente retrospettivo ma anche prospettico.<\/p>\n<p>L\u2019attendibilit\u00e0 dei bilanci sociali dovr\u00e0 comunque essere data non solo dal rispetto degli standard sopra richiamati, al fine di evitare che l\u2019impresa si limiti a comunicare soltanto gli aspetti che costituiscono fattori di successo, ma \u00e8 anche auspicabile che i bilanci vengano sottoposti ad una procedura di auditing da parte di organismi indipendenti.<\/p>\n<p>Un numero crescente di imprese rende noto ,dunque, bilanci sulle proprie attivit\u00e0 sociali. La rilevanza del fenomeno ha indotto l\u2019Unione Europea, come vedremo nel successivo paragrafo, a monitorarlo e ad attrezzarsi per l\u2019elaborazione di una propria politica in tale ambito. L\u2019ultimo dato ufficiale, dal quale occorre partire, riguarda una cinquantina di importanti societ\u00e0 che hanno aderito alla rete \u201cCSR Europe\u201d (Corporate Social Responsability Monitor), finalizzata a promuovere lo scambio delle migliori prassi e lo sviluppo di strumenti per la gestione della responsabilit\u00e0 sociale delle imprese. Inoltre, una recente inchiesta \u201cPMI europee e Responsabilit\u00e0 sociale ed ambientale\u201d, promossa dalla Commissione europea, tra pi\u00f9 di 7.000 piccole e medie imprese di 19 paesi europei, rileva nel \u201cRapporto per il 2002\u201d che quasi met\u00e0 di queste societ\u00e0 sono attivamente coinvolte in attivit\u00e0 di impegno sociale, quali sponsorizzazioni e donazioni.<\/p>\n<p><strong>L\u2019impegno dell\u2019Europa nella promozione della responsabilit\u00e0 sociale delle imprese<\/strong><\/p>\n<p>Nel momento in cui l\u2019Unione Europea si sta impegnando ad adottare una \u201ccarta dei diritti fondamentali\u201d che definisca valori comuni europei, un numero sempre maggiore di imprese riconosce la propria responsabilit\u00e0 sociale, contribuendo spontaneamente a migliorare la societ\u00e0 e a rendere pi\u00f9 pulito l\u2019ambiente, considerando tali impegni come parte rilevante della propria identit\u00e0 d\u2019impresa.<\/p>\n<p>In questo ambito il\u00a0<strong>Libro verde della Commissione europea \u201cPromuovere un quadro europeo per la responsabilit\u00e0 sociale delle imprese\u201d del 18 luglio 2001<\/strong><sup>10<\/sup>\u00a0ha aperto un serio dibattito sui vantaggi di tale responsabilit\u00e0 sociale, sviluppando gli intendimenti emersi con il Summit europeo di Lisbona del Marzo 2000. In quella occasione i governanti europei hanno richiamato l\u2019importanza della responsabilit\u00e0 sociale delle imprese che riguarda aree ritenute, anche dai governi europei, strategiche, quali: la formazione continua, l&#8217;organizzazione del lavoro, le pari opportunit\u00e0, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile.<\/p>\n<p>Proprio quest\u2019ultimo aspetto si collega poi agli impegni presi al summit di Goteborg nel giugno 2001, nell&#8217;ambito della pi\u00f9 ampia strategia di sviluppo sostenibile. Anche in quella sede \u00e8 stato ribadito che, nel lungo termine, la crescita economica, la coesione sociale e la tutela dell&#8217;ambiente vanno di pari passo (la \u201ctriple bottom line\u201d), dunque che le imprese, per quanto di loro pertinenza, sono incoraggiate ad adottare una dimensione \u201csociale\u201d<sup>11<\/sup>.<\/p>\n<p>In effetti il Libro verde della Commissione europea si impegna a dimostrare che \u00e8 nello stesso interesse dell&#8217;azienda assumere impegni \u201csociali\u201d, anche al di l\u00e0 degli specifici obblighi di legge, ricevendone in tal modo un forte ritorno in termini di credibilit\u00e0 imprenditoriale e di risposta positiva da parte del mercato, premiando in definitiva una condotta responsabile sotto il profilo sociale ed ambientale, nell&#8217;interesse di tutti e, dunque, non solo degli stakeholder interessati. Tra questi ultimi, i rapporti con le comunit\u00e0 locali rivestono una particolare importanza, rappresentando mercati di riferimento e di fonti importanti di manodopera. Non sorprende quindi che vi sia una consolidata tradizione di responsabilit\u00e0 sociale delle PMI locali che, spesso, sponsorizzano manifestazioni di carattere sociale. Le aziende locali che esprimono capacit\u00e0 di accumulare \u201ccapitale sociale\u201d, riescono infatti ad estendere i contatti e di stabilirne di nuovi con altre imprese del contesto economico, sociale e ambientale che le circonda, traendone benefici anche economici.<\/p>\n<p>Altro aspetto del concetto di responsabilit\u00e0 sociale delle imprese \u00e8 quello della dimensione internazionale che acquista sempre maggiore rilevanza con l\u2019estendersi della globalizzazione, via via che le imprese scoprono nuovi mercati. In quest\u2019ottica, rileva il Libro Verde, sempre pi\u00f9 imprese adottano codici di condotta relativi alle condizioni di lavoro, ai diritti dell&#8217;uomo e alla tutela dell&#8217;ambiente, rivolti anche ai propri fornitori e subappaltatori, per garantire sotto il profilo sociale tutta la filiera produttiva interessata.<\/p>\n<p>L&#8217;etichettatura sociale, pertanto, \u00e8 una risposta alla pressante richiesta dei consumatori rispetto alle garanzie degli standard del lavoro, anche se, osserva il Libro verde, sarebbe necessario introdurre dei metodi efficaci di verifica degli impegni sociali contenuti nelle etichette.<\/p>\n<p>L\u2019invito poi a investire in \u201c fondi etici\u201d, cio\u00e8 in aziende che si attengono a determinati criteri sociali esprime una tendenza, ancora di nicchia, che necessita comunque di resoconti societari pi\u00f9 trasparenti sotto questo profilo e standardizzati.<\/p>\n<p>Sotto quest\u2019ultimo aspetto il Libro verde raccomanda, pi\u00f9 in generale, una maggiore uniformit\u00e0 sul tipo di informazioni che le aziende dovrebbero essere disposte a fornire, presentando in maniera pi\u00f9 esaustiva la contabilit\u00e0, la revisione dei conti ed i resoconti societari.<\/p>\n<p>Successivo alle \u201craccomandazioni\u201d del Libro verde della Commissione europea per promuovere l\u2019impegno sociale delle imprese \u00e8 la Comunicazione del 2 luglio 2002\u00a0<strong>\u201cResponsabilit\u00e0 sociale delle imprese &#8211; un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile\u201d<\/strong>, nella quale la Commissione, proprio sulla base della consultazione durata un anno per raccogliere le reazioni al predetto Libro verde, ha messo a punto una strategia comune per promuovere il contributo delle imprese al progresso economico ed ambientale.<\/p>\n<p>E\u2019 emersa l&#8217;esigenza di criteri e parametri comuni per valutare e promuovere la responsabilit\u00e0 sociale delle imprese, riducendo la confusione dovuta a differenti criteri, formulari e metodi di classificazione utilizzati in Europa.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in particolare le aziende europee hanno comunque espresso preferenza sul mantenere invariato il carattere volontario della responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa, auspicando allo stesso tempo soluzioni globali che evitino, per\u00f2, una standardizzazione eccessiva, giudicata a loro avviso, controproducente e troppo vincolante. Ritengono inoltre che le responsabilit\u00e0 dei governi e delle organizzazioni multilaterali, nel promuovere la responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa, risultino in definitiva fondamentali, soprattutto fuori dall&#8217;Europa.<\/p>\n<p>Le organizzazioni sindacali, invece, ritengono che la responsabilit\u00e0 sociale delle imprese non debba sostituire le normative ma affiancarle, e comunque esprimendo la necessit\u00e0 di punti di riferimento in un ambito legislativo o contrattuale, per regolamentarne l\u2019ambito di applicazione. La globalizzazione, sostengono i sindacati, rafforza la necessit\u00e0 di regole sulla responsabilit\u00e0 sociale.<\/p>\n<p>Le Organizzazioni non governative insistono sul coinvolgimento di tutte le parti interessate nella definizione di schemi di responsabilit\u00e0 sociale delle imprese e sulla necessit\u00e0 che le imprese prendano impegni verificabili in materia di responsabilit\u00e0 sociale, attraverso l\u2019individuazione di obiettivi concreti e di standard internazionali applicabili e verificabili a livello mondiale.<\/p>\n<p>Ulteriori elementi di conoscenza sono venuti dal\u00a0<strong>forum europeo multilaterale sulla responsabilit\u00e0 sociale delle imprese<\/strong>, promosso dalla citata Comunicazione della Commissione europea del luglio 2002. L\u2019obiettivo del forum \u00e8 proprio quello di favorire lo scambio di esperienze e di buone prassi esistenti in tema di responsabilit\u00e0 sociale delle imprese e di tendere ad un approccio comune nelle iniziative intraprese su scala europea. Entro la met\u00e0 del 2004 il forum dovr\u00e0 tirare delle conclusioni concordando linee direttive a livello comunitario per migliorare la trasparenza e la convergenza delle pratiche e degli strumenti della responsabilit\u00e0 sociale delle imprese, quali i codici di condotta, i marchi di garanzia e la redazione di resoconti. E\u2019 il caso di ricordare comunque che la Comunicazione della Commissione europea non propone misure normative in materia di responsabilit\u00e0 sociale delle imprese e, pertanto, permane volontario il ricorso ai predetti strumenti attuativi.<\/p>\n<p>Il forum \u00e8, tra l\u2019altro, impegnato sui seguenti temi: la responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa e la competitivit\u00e0, la responsabilit\u00e0 sociale delle imprese nei paesi in via di sviluppo, le specifiche problematiche delle PMI nella responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa, i marchi di certificazione sociale, gli standard applicativi della responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa.<\/p>\n<p>Il primo rapporto sull\u2019attivit\u00e0 svolta dal forum verr\u00e0 pubblicato entro l&#8217;estate del 2004. La Commissione ne valuter\u00e0 i risultati, esaminando l&#8217;opportunit\u00e0 o meno di adottare altre iniziative per promuovere ulteriormente la responsabilit\u00e0 sociale, di concerto con le imprese e con le altre parti interessate.<\/p>\n<p><strong>Osservazioni conclusive<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Unione Europea sta, dunque, tentando di influenzare il comportamento delle imprese, promovendo e implementando la responsabilit\u00e0 sociale delle imprese, utilizzando il suo potere di influenza sia sui media e l\u2019opinione pubblica, sia a livello politico-internazionale adoperandosi per favorire la crescita delle istituzioni di \u201cgovernance globale\u201d<sup>12<\/sup>.<\/p>\n<p>Questo pu\u00f2 risultare non sufficiente. E\u2019 probabile che il \u201cmercato\u201d necessiti direttamente di stimoli che l\u2019Unione Europea pu\u00f2, per il suo potere finanziario e legislativo, attivare affinch\u00e9 la responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa divenga vincolo a cui subordinare la conclusione di contratti di approvvigionamento e di servizi.<\/p>\n<p>Partendo da questa esigenza di implementazione, se da un lato risulta necessario per le aziende mantenere fermo il carattere di volontariet\u00e0 della responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa, questa esigenza non elimina la necessit\u00e0 altrettanto sentita di chiare scelte di certificazione come evidenza e stimolo ai comportamenti virtuosi delle aziende<sup>13<\/sup>.<\/p>\n<p>Sotto quest\u2019ultimo profilo in Italia l\u2019unico tentativo di legificazione \u00e8 il disegno di legge del 22 luglio 1981, n.1517, presentato in Senato e che poi non ha avuto seguito. Detto disegno di legge riguardava norme sul rendiconto sociale e sulla costituzione dei Consigli di vigilanza.<\/p>\n<p>Sotto il profilo dell\u2019implementazione della responsabilit\u00e0 sociale delle aziende, qualcosa, invece, si sta concretamente muovendo almeno a livello di legislazione regionale. Rileva la legge n.21\/2002 della regione Umbria che \u00e8 l\u2019unica a prevedere la creazione di un elenco di imprese certificate a livello regionale. In questa banca dati, infatti, potranno essere iscritte, a richiesta, le imprese certificate presenti nel territorio regionale, incluse quelle che hanno aderito ai requisiti della certificazione di responsabilit\u00e0 sociale SA 8000, risultando l\u2019iscrizione in quest\u2019albo motivo per l\u2019assegnazione di concessioni autorizzative o per gli appalti di opere e servizi, compatibilmente con la normativa comunitaria e nazionale in vigore. Sono previsti, inoltre, contributi finanziari per le imprese umbre fino al 50% del costo necessario per certificare il proprio sistema, fra l\u2019altro, alla norma SA8000.<\/p>\n<p>E\u2019 un primo passo, ma \u00e8 necessario fare di pi\u00f9 sia nell\u2019ambito della promozione che della certificazione della responsabilit\u00e0 sociale delle imprese. Forse, in una prospettiva di lungo periodo, sar\u00e0 necessario che gli stessi processi di contabilit\u00e0 nazionale\u00a0vengano modificati in modo che sia proprio il mercato a stimolare l\u2019acquisizione di responsabilit\u00e0 sociali da parte delle aziende a mezzo di incentivi e di finanziamenti ad hoc.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica, la stessa definizione del citato Libro Verde della Commissione europea del 2001, che individua la responsabilit\u00e0 sociale dell\u2019impresa come \u201cla decisione volontaria da parte delle imprese di contribuire alla creazione di una societ\u00e0 migliore e ad un ambiente pi\u00f9 pulito\u201d, dovr\u00e0 essere rivista in funzione di un superamento del concetto \u201caccessorio\u201d di responsabilit\u00e0 sociale di impresa, rispetto ad una sua funzione integrata a pieno titolo nelle scelte delle imprese.<\/p>\n<p>In definitiva, dovr\u00e0 essere sempre pi\u00f9 chiaro per le aziende che il perseguire profitti \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 indivisibile dalla protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori, nonch\u00e9 dalla protezione della societ\u00e0 e dell\u2019ambiente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>G. Azzone, U. Bertel\u00e8,\u00a0<em>La dimensione ambientale nella strategia e nella gestione di impresa<\/em>, Consorzio Mip Politecnico di Milano, Milano, 1996.<\/p>\n<p>M. Bartolomeo (a cura di),\u00a0<em>La contabilit\u00e0 ambientale d\u2019impresa<\/em>, Il Mulino, Bologna, 1997.<\/p>\n<p>M. Bartolomeo, R. Malaman, M. Pavan, G. Sammarco,<em>\u00a0Il bilancio ambientale d\u2019impresa<\/em>, Il sole 24 ore editore, Milano, 1995.<\/p>\n<p>D. Bianchi, D. Mauri, G. Sammarco,\u00a0<em>Dal bilancio sociale al bilancio di sostenibilit\u00e0: metodologie ed esperienze a confronto<\/em>, Fondazione ENI Enrico Mattei, Milano, 2001.<\/p>\n<p>J.Y. Calvez,<em>\u00a0Il vangelo nel sociale. Nuove dimensioni della giustizia<\/em>, Citt\u00e0 Nuova, Roma, 1988.<\/p>\n<p>F. Chiesi, A. Martinelli,\u00a0<em>Il bilancio sociale<\/em>, Il sole 24 ore editore, Milano, 1999.<\/p>\n<p>C. Chirieleison (2002)<em>\u00a0Le strategie sociali nel governo dell\u2019azienda<\/em>, Giuffr\u00e8, Milano, 2002.<\/p>\n<p>Commissione delle Comunit\u00e0 europee (2001) Comunicazione relativa al\u00a0<em>Sesto programma di azione per l\u2019ambiente, intitolato \u201cAmbiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta\u201d<\/em>, 24.1.2001 COM (2001) 31 def.<\/p>\n<p>Commissione delle Comunit\u00e0 europee (2001) Comunicazione relativa al\u00a0<em>Libro Verde. Promuovere un quadro europeo per la responsabilit\u00e0 sociale<\/em>, Bruxelles, 18.7.2001 COM (2001) 366 def.<\/p>\n<p>Commissione delle Comunit\u00e0 europee (2002) Comunicazione relativa alla\u00a0<em>Responsabilit\u00e0 sociale delle imprese: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile<\/em>, Bruxelles, 2.7.2002 COM (2002) 347 def.<\/p>\n<p>L De Biase,\u00a0<em>In nome del popolo mondiale. La globalizzazione dopo l\u201911 settembre<\/em>, Fazi, Roma,2001.<\/p>\n<p>J. Elkingston,\u00a0<em>Cannibals with forks: the triple bottom line of 21st century business<\/em>, Oxford, 1997.<\/p>\n<p>M. R. Ferrarese,\u00a0<em>Le istituzioni della globalizzazione. Diritto e diritti nella societ\u00e0 transnazionale<\/em>, Il Mulino, Bologna, 2000.<\/p>\n<p>M. Frey,\u00a0<em>Evoluzione organizzativa e gestione del rapporto impresa-ambiente<\/em>, Franco Angeli, Milano,1995.<\/p>\n<p>L. Hinna (a cura di),<em>\u00a0Il bilancio sociale<\/em>, Il sole 24 ore editore, Milano, 2002.<\/p>\n<p>J. Jacobelli (a cura di),<em>\u00a0Il pensiero verde tra utopia e realismo<\/em>, Laterza, Roma-Bari, 1989.<\/p>\n<p>M. Magatti , M. Monaci,\u00a0<em>L\u2019impresa responsabile<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1998.<\/p>\n<p>F. Manfredi, \u201c<em>La comunicazione sociale d\u2019impresa ed il ruolo delle aziende non profit<\/em>\u201d in\u00a0<em>\u201cNon profit\u201d<\/em>, 1998, n.1, pp.61-86.<\/p>\n<p>F. Manni,\u00a0<em>Responsabilit\u00e0 sociale e informazione esterna d\u2019impresa. Problemi, esperienze e prospettive del \u201cBilancio sociale\u201d<\/em>, Giappichelli, Torino, 1998.<\/p>\n<p>L. M. Mari,\u00a0<em>Impresa cooperativa. Mutualit\u00e0 e bilancio sociale<\/em>, Giappichelli, Torino, 1994.<\/p>\n<p>F. Ranghieri,<em>\u00a0La comunicazione ambientale e l\u2019impresa<\/em>, Il Mulino, Bologna, 1998.<\/p>\n<p>D. Rupo,\u00a0<em>La variabile ambientale nella comunicazione d\u2019impresa<\/em>, Giappichelli, Torino, 2001.<\/p>\n<p>S. Zamagni (a cura di),<em>\u00a0Il non profit italiano al bivio<\/em>, Egea editore, Milano, 2002.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0M.R. Ferrarese (2000), p. 101.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0Ibid., p.117.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0J.Y. Calvez (1998), p. 67.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0L. De Biase (2001), p. 19.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0F. Ranghieri (1998) , p. 55.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0Ibid., p. 180.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0D. Rupo (2001), p. 176.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Ibid., p. 179.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Ibid., p. 201.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0Commissione delle Comunit\u00e0 Europee (2001), p. 4.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0Ibid., p. 16.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0D. Bianchi, D. Mauri, G. Sammarco (2001), p. 3.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0Ibid., p. 13.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1041],"fascicolo":[85],"class_list":["post-1360","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-francesco-dalessandro","fascicolo-ottobre-2004"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - La responsabilit\u00e0 sociale delle imprese: l\u2019impegno delle imprese per lo sviluppo sostenibile<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Francesco D&#039;Alessandro, pubblicato nel numero di Ottobre 2004. 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