{"id":1296,"date":"2003-06-01T12:00:00","date_gmt":"2003-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1296"},"modified":"2026-04-11T12:44:06","modified_gmt":"2026-04-11T12:44:06","slug":"riforma-del-welfare-il-rischio-politico","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2003\/giugno\/riforma-del-welfare-il-rischio-politico\/","title":{"rendered":"Riforma del welfare: il rischio politico"},"content":{"rendered":"<p>Dolgoff R., Feldstein D.,<em>\u00a0Understanding Social Welfare<\/em>, Boston, Pearson Education, Inc, 2003.<br \/>\nKornai J. and Eggleston K.\u00a0<em>Welfare, Choice and Solidarity in Transition<\/em>, Cambridge, Cambridge University Press, 2001.<br \/>\nBarry N.,\u00a0<em>Welfare<\/em>, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1999.<br \/>\nPierson C.,\u00a0<em>Beyond the Welfare State?<\/em>, Un. Park, Pennsylvania, The Pennsylvania State University Press, 1998.<br \/>\nGladstone, D. (Ed.),<em>\u00a0Before Beveridge, Welfare Before the Welfare State<\/em>, London, IEA Health and Welfare Unit, 1999.<br \/>\nHarris, J.,\u00a0<em>William Beveridge, A Biography<\/em>, Oxford, Clarendon Press, 1997.<\/p>\n<p>Tempi di critica al welfare. Tempi in cui le classi dirigenti dei paesi democratici giocano a ritroso sulla ruota del sociale. In passato, per trovare voti promettevano assistenza e tutela sociale. Oggi puntano a convincere l\u2019elettorato della necessit\u00e0 di smontare un giocattolo, quello delle politiche sociali, eccessivamente costoso e sempre meno efficace.<\/p>\n<p>Ad ipotecare la riforma\/conversione di un meccanismo che da Bismarck in poi, passando per Lord Beveridge e altri profeti del Welfare state, ha reso tranquille generazioni di lavoratori e cittadini, stanno due dati obiettivi: la curva demografica che invecchia le popolazioni in Occidente, la sottrazione di posti di lavoro causata dall\u2019innova-zione tecnologica della societ\u00e0 dell\u2019informazione (Is). Ambedue diminuiscono drasticamente il numero dei contributori attivi alle casse del welfare pubblico, mentre innalzano il numero dei percettori potenziali di servizi come pensione e sanit\u00e0. Fra venti quarant\u2019anni gli anziani fuori dal lavoro saranno troppi e i giovani attivi troppo pochi.<\/p>\n<p>Tanti gli interrogativi che scaturiscono da questo quadro. Chi fornir\u00e0 allo stato le risorse necessarie per dare garanzia alle politiche del welfare? Pu\u00f2 essere una soluzione, la proposta che arriva da \u201cdestra\u201d: privatizzare una funzione che sinora \u00e8 stata essenzialmente pubblica, quella della tutela della salute e del benessere? Gli elettori saranno disponibili per l\u2019irrinunciabile riforma, oppure, in nome della loro sicurezza materiale, armeranno un percorso di distacco dalla democrazia e dalla partecipazione?<\/p>\n<p>questi, si legano altri interrogativi, solo apparentemente distanti dal nucleo del problema welfare. Ad esempio: che ne sar\u00e0 delle politiche d\u2019assistenza sinora garantite dal bilancio pubblico nei confronti dei meno favoriti, come malati cronici, minoranze etniche in condizioni di arretra-tezza, immigrati? Diminuire le prestazioni verso dette sacche di malessere sociale pu\u00f2 comportare tensioni inaspettate, impossibili da gestire con gli attuali mezzi democratici e consensuali di prevenzione e repressione?<\/p>\n<p><strong>Dal rischio demografico al rischio democratico<\/strong><\/p>\n<p>Ogni tentativo di soluzione contabile ai numeri del welfare, ogni ricerca di compatibilit\u00e0 tra le cifre della demografia e quelle dei passivi di bilancio, quando si tramuta, da ipotesi di studio e di indagine sociologica o attuariale, in decisione della classe di governo, appare passibile di aprire il vaso di Pandora del rischio politico e sociale.<\/p>\n<p>E\u2019 fuori di dubbio che l\u2019assetto d\u2019equilibrio delle nostre societ\u00e0 sia fondato sul consenso verso le istituzioni, autentico collante della fiducia tra governanti e governati. Grande parte di questo consenso riposa sulla convinzione che la societ\u00e0 democratica abbia capacit\u00e0 di cauterizzare la vio-lenza generalizzata e l\u2019anarchia sociale, garantendo alla pluralit\u00e0 dei cittadini un adeguato livello di benessere materiale e spirituale.<\/p>\n<p>La riforma del welfare non pu\u00f2 tradursi nella caduta dei livelli di prestazioni sociali pubb-liche, tale da accrescere le sacche di malcontento, diffondere rifiuto e anomia. Al contrario, essa va operata ricercando l\u2019approvazione di chi nel welfare ha riposto aspettative che non possono essere deluse.<\/p>\n<p>In casa europea, questi termini della questione risultano con chiarezza, tanto che, al tavolo della riforma, i ministri degli affari sociali dei Quindici continuano a ricercare soluzioni che siano in linea con dette premesse. Pi\u00f9 complessa la questione in altre democrazie, segnatamente negli Stati Uniti. Qui lo stato sociale \u00e8 concetto meno pregnante che nella tradizione europea.<\/p>\n<p>Il Ventesimo secolo del vecchio continente ha sperimentato quattro grandi filoni di pensiero politico e di governo, espressi in altrettanti raggruppamenti partitici: social-democratici, fascisti\/nazionalsocia-listi, democristiani, comunisti. Le risposte fornite alle questioni sociali da questi raggruppamenti, durante le loro esperienze di potere, sono state certamente diverse, ma nei confronti del welfare tutti hanno rifiutato il\u00a0<em>benign neglect<\/em>, adottando sistemi interventisti. Sono stati edificati sistemi pubblici a carattere obbli-gatorio, dedicati alla generalit\u00e0 della popolazione, articolati sul territorio per una multiformit\u00e0 di prestazioni.<\/p>\n<p>Non pu\u00f2 dirsi che lo stesso sia accaduto negli Stati Uniti, anche perch\u00e9 la potenza americana non ha risentito in modo significativo di nessuna delle quattro grandi correnti politiche del Novecento europeo, orien-tando il proprio sviluppo politico sui canoni del liberalismo Ottocentesco, storicamente piuttosto lontano dalle esigenze del welfare moderno. Le innovazioni a questa pratica (si pensi al \u201cNew Deal\u201d di Franklin D. Roosevelt negli anni Trenta, o alla \u201cNuova Societ\u00e0\u201d di Lyndon B. Johnson negli anni Sessanta) non hanno intaccato una concezione filosofica e politica che ha guardato al Welfare pubblico come ad una pratica vicina ai valori perso-nali della \u201ccompassione\u201d umana, della \u201ccarit\u00e0\u201d e dell\u2019\u201cassistenza\u201d filantropica, lontana dalla visione europea che ha fatto del welfare il completamento in chiave sociale della democrazia formale: un irrinunciabile dovere dello stato democratico contemporaneo, un diritto dei cittadini.<\/p>\n<p>Siccome gli Stati Uniti sono la potenza dominante della nostra epoca, non pu\u00f2 essere indifferente la loro posizione in materia. Leggere ci\u00f2 che circola nella cultura statunitense in chiave di riforma del welfare, \u00e8 indispensabile per capire la direzione che, in particolare in sede di Ocse e G7, potr\u00e0 assumere la revisione delle attuali misure sociali nella pi\u00f9 parte delle democrazie occidentali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La versione Usa del Welfare<\/strong><\/p>\n<p>Assistono in questo compito, alcune pubblicazioni, che affrontano il problema da punti di vista diversi e per uditori diversi.<\/p>\n<p><em>Understanding Social Welfare<\/em>\u00a0\u00e8 un testo che circola in molti campus di scienze sociali statunitensi. Uno dei suoi autori, Feldstein, opera nel Council of Jewish Federations. L\u2019altro a Baltimora, nell\u2019Universit\u00e0 del Maryland. Ambedue vantano una lunga e onorata carriera nell\u2019assistenza sociale. Come si vedr\u00e0 con gli altri autori, la visione personalistica e \u201ccompassionevole\u201d del welfare appare evidente. Nella prefazione, il cenno alla situa-zione internazionale e all\u2019impegno ameri-cano nella \u201cguerra al terrorismo\u201d, non introduce la critica alla spesa per armamenti in quanto ovvia antitesi della spesa per i \u201cbisogni sociali\u201d (\u201cO il burro o i cannoni\u201d si diceva un tempo), quanto il lamento perch\u00e9 i tempi non consentiranno \u201culteriori sforzi per migliorare i servizi sociali e umani\u201d. La visione macrofinanziaria sui \u201ctrust fund\u201d e sul loro destino in tempi di guerra, \u00e8 di tipo privatistico, nel senso che sconta le difficolt\u00e0 del mercato a prescindere da ogni intervento pubblico di sostegno e indirizzo.<\/p>\n<p>Quando poi il libro passa a scorrere i diversi argomenti, gi\u00e0 la terminologia e i concetti utilizzati, evocano la differenziazione dalla cultura sociale europea. Si parla di \u201daltruismo e aiuto mutuo\u201d, della \u201cmotivazione umana dell\u2019economia\u201d, della \u201cvisione moderna dell\u2019umanit\u00e0\u201d, e cos\u00ec via. Interessante il capitolo sull\u2019evoluzione del pensiero e dell\u2019attuazione \u201csociale\u201d nel corso della storia, anche se certe ingenuit\u00e0 riferite alle politiche sociali nelle societ\u00e0&#8230; schiaviste d\u2019Egitto e Meso-potamia possono giustamente far sorridere. Il problema vero per libri come questo, non molto diverso nella sua impostazione di fondo da altri testi (peggiori) utilizzati nelle universit\u00e0 statuni-tensi, \u00e8 che per \u201csociale\u201d e \u201cwelfare\u201d si intendono quasi esclusivamente le politiche per gli \u201cesclusi\u201d, l\u2019ingente massa di\u00a0<em>drop-out<\/em>\u00a0ai quali finiscono per rivolgersi le politiche di assistenza e sussistenza messe in piedi dalla buona coscienza dell\u2019upper class di potere. La definizione che il testo d\u00e0 di \u201csocial welfare\u201d \u00e8 la seguente: \u201c&#8230; those non profit functions of society, public or voluntary, that are clearly aimed at alleviating distress and poverty\u201d.<\/p>\n<p>Senz\u2019altro da salvare, in questa struttura culturale, l\u2019accento sulle politiche volontarie di assistenza e sollievo umano: non casualmente un intero capitolo del libro \u00e8 dedicato al \u201cNonprofit e Private Social Welfare\u201d. Altrettanto interessanti le ipotesi che, a fine volume, tendono a correggere l\u2019attu-ale tendenza negativa delle politiche sociali, con scenari sul futuro che rivestono qualche interesse. Resta il problema di fondo, la concettua-lizzazione del welfare, che per\u00f2 appartiene al contesto pi\u00f9 che agli autori: il Welfare viene a riguardare esclusivamente la povert\u00e0 e la sua \u201cminimization\u201d.<\/p>\n<p>Sulla stessa lunghezza d\u2019onda il testo di Pierson, bench\u00e9 pi\u00f9 avvertito sul piano della metodologia dell\u2019indagine e sull\u2019opportunit\u00e0 di dare corpo a ipotesi storico-politiche plurali. In \u201c<em>Beyond the Welfare State?<\/em>\u201d si evidenzia l\u2019urgenza della revisione e insieme l\u2019inerzia dei gruppi dirigenti, incapacitati ad assumere decisioni necessariamente impopolari. Le posizioni, storiche e attuali, delle maggiori correnti di pensiero politico e filosofico (dal marxismo al liberismo reaganiano e thatcheriano) sono confrontate con le stringenti necessit\u00e0 dell\u2019attualit\u00e0: segnatamente curva demografica, progresso tecnologico, deficit pubblici. Viene correttamente analizzato il diverso ruolo che finanza pubblica e finanza privata devono giocare nel contesto del welfare contemporaneo. Pierson teme che il \u201cwelfare\u201d possa cadere vittima del suo stesso successo, nel senso che un eccesso di domanda di welfare possa rendere critica la situazione dell\u2019offerta pubblica. Al tempo stesso la spinta al \u201cmatrimonio\u201d di \u201cgiustizia ed efficienza\u201d viene offerta come la soluzione da perseguire per non gettare via un\u2019esperienza sociale che l\u2019autore reputa tuttora valida. Torna anzi nell\u2019autore, in linea con la cultura della sinistra laburista britannica, la richiesta di una Basic Income che lo stato dovrebbe garantire ad ogni cittadino, a prescindere da et\u00e0 e reddito complessivo presunto. Echeggiando, in questo modo, una delle misure sociali che alla societ\u00e0 contemporanea venne offerta, sessant\u2019anni fa, da Lord Beveridge nel suo celebrato rapporto.<\/p>\n<p>Su quel contributo, in attesa che Oikonomia pubblichi stralci del Convegno su Beveridge, organizzato recentemente dall\u2019Universit\u00e0 Pontificia San Tommaso, fanno testo il dovizioso volume biografico della Harris,\u00a0<em>William Beveridge, A Biography<\/em>, e la collezione di saggi brevi firmata da Gladstone,<em>\u00a0Before Beveridge, Welfare Before the Welfare State<\/em>, profonda fonte di informazioni sulla salute dello stato sociale prima dell\u2019azione del grande riformista britannico.<\/p>\n<p>Didascalico il volumetto di Norman Barry, alla seconda edizione. Il \u201c<em>Welfare<\/em>\u201d descritto dal l\u2019autore, appare soprattutto come una misura contraria all\u2019eccesso dell\u2019individualismo, e ai mali che l\u2019egoismo procura alle societ\u00e0. Pur convinto che il welfare come noi lo conosciamo sia destinato a scomparire (\u201cIt is unlikely that the welfare state in most Western democracies will survive in its present form\u201d), Barry tende a predicare agli americani l\u2019opportunit\u00e0 di assumere alcune delle tradizioni che, in materia, caratterizzano la diffe-renza tra vecchio e nuovo continente, basando sul principio della \u201cgiustizia redistributiva\u201d la sua chiamata politica. In quest\u2019ambito, percorre esperienze concettuali quali \u201cutilitarismo\u201d, \u201canti-individualismo\u201d, \u201cminimalismo statale\u201d, \u201clibera-lismo\u201d. Alle conclusioni arriva su base storica: la caduta del comunismo internazionale ha messo in competizione i metodi socio-politici di Stati Uniti e Unione Europea, e questo \u00e8 risultato vero anche per le politiche del welfare. Il limite del modello europeo di welfare \u00e8 di essere stato previsto per una struttura di piena occupazione: non pu\u00f2 funzionare in tempi di scarsit\u00e0 demografica e disoccupazione. Resta tuttavia pi\u00f9 attraente di quello statunitense.<\/p>\n<p><strong>Sposare pubblico e privato<\/strong><\/p>\n<p>Fa eco a queste conclusioni, il volume,\u00a0<em>Choice and Solidarity in Transition<\/em>, tradotto nella serie delle Federico Caff\u00e8 Lectures, di J\u00e1nos Kornai e Karen Eggleston, professori ad Harvard. Le societ\u00e0 dell\u2019est Europa, pur avendo una profonda attrazione per la cultura democratica statunitense, guardano all\u2019Unione europea per la materia sociale. Il volume analizza in particolare la situazione della sanit\u00e0 pubblica e rileva quanto sia necessario salvaguardarne la funzionalit\u00e0 e l\u2019effi-cacia. Mano, stile e intelligenza di Kornai sono ben evidenti nel ragionamento che si dipana nelle quasi quattrocento pagine di testo. Abituato a destreggiarsi nelle difficolt\u00e0 e contraddizioni economiche dei sistemi di socialismo realizzato, il padre del riformismo ungherese non intende gettare il welfare solo perch\u00e9 occorre riformarlo. Il mercato, sembra dire Kornai, non ha accumulato fallimenti minori dello stato, e quindi mercato e stato devono apprendere a convivere, specie quando si tratta di fare l\u2019interesse della gente, e soddisfare i suoi bisogni di salute e benessere primario.<br \/>\nLo sforzo degli autori si concentra in particolare nella formulazione di una proposta credibile, in termini di politiche economiche e finanziarie. L\u2019assicurazione sanitaria privata complementare (alla quale sondaggi visionati dagli autori attribuiscono sino al 44% del supporto popolare), potrebbe essere uno dei mezzi per conciliare interessi ed equilibri di finanza pubblica e finanza privata.<\/p>\n<p>Proprio un pi\u00f9 vasto equilibrio tra pubblico e privato pu\u00f2 probabilmente salvare il welfare, in attesa di irrinunciabili modifiche alla sua presente struttura. Concepito in epoca in cui il \u201cprivato\u201d rappresentava una fetta minore, rispetto ad oggi, della ricchezza nazionale, il welfare pu\u00f2 avvantaggiarsi dell\u2019accresciuta disponibilit\u00e0 di risorse circolanti nel mercato.<\/p>\n<p>Annotazioni economiche a parte, \u00e8 anche un problema di democrazia: lo stato non pu\u00f2 \u201cinvadere\u201d oltre un certo limite una sfera, quella della competizione nel campo dei servizi di welfare, nella quale deve poter recitare il suo ruolo anche il capitale privato.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[68],"class_list":["post-1296","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-giugno-2003"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Riforma del welfare: il rischio politico<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Giugno 2003. 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