{"id":1259,"date":"2004-06-01T12:00:00","date_gmt":"2004-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1259"},"modified":"2026-04-11T09:46:20","modified_gmt":"2026-04-11T09:46:20","slug":"la-guerra-fattore-obsoleto-di-relazioni-internazionali","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2004\/giugno\/la-guerra-fattore-obsoleto-di-relazioni-internazionali\/","title":{"rendered":"La guerra, fattore obsoleto di relazioni internazionali"},"content":{"rendered":"<p>Per la teoria dell\u2019idealismo, l\u2019essere umano, fondamentalmente buono, deve tenere a bada voracit\u00e0 e arroganza degli stati:\u00a0la contraddizione troverebbe soluzione nella creazione di un\u2019Organizzazione internazionale in grado di tacitare e regolare la prepotenza dei governi. Per la teoria del realismo, solo l\u2019equilibrio tra le forze in campo pu\u00f2 scoraggiare dall\u2019uso della violenza stati ed individui, predisposti\u00a0<em>naturaliter<\/em>\u00a0al conflitto. Alla base dell\u2019una e dell\u2019altra teoria l\u2019identificazione dell\u2019interesse sistemico alla situazione di quiete: la pace \u00e8 bene universalmente utile e opportuno.<\/p>\n<p>Alla luce di premesse e conclusioni delle due teorie, non si resta sorpresi che il mondo continui ad essere percorso da guerre e violenze: il sistema internazionale n\u00e9 si \u00e8 dato l\u2019Organizzazione risolutiva identificata dagli idealisti, n\u00e9 ha edificato sulle rovine dell\u2019equilibrio bipolare il nuovo equilibrio di sicurezza. Le istituzioni multilaterali a carattere globale, a cominciare dalle Nazioni Unite, mancano di effettivit\u00e0. Gli affari internazionali sono controllati dalla sola iperpotenza emersa dagli sconvolgimenti post-sovietici, miseria e sottosviluppo continuano ad affliggere larghe parti della Terra, mentre i popoli appaiono incapaci di sedersi al tavolo negoziale per fornire un nuovo assetto globale al sistema internazionale.<\/p>\n<p>In questo duro<em>\u00a0incipit<\/em>\u00a0di secolo ventunesimo, il pianeta conta un numero ridotto di guerre tradizionali<sup>1<\/sup>, mentre crescono d\u2019intensit\u00e0 i conflitti armati ad intermittenza o a bassa tensione<sup>2<\/sup>, a carattere etnico e nazionalista. Intanto fa nefasto ritorno lo scontro armato di supposta matrice religiosa<sup>3<\/sup>, cui fa riferimento anche<em>\u00a0una<\/em>\u00a0delle parti della guerra globale tra terrorismo a radice islamica e ordine internazionale costituito, in corso gi\u00e0 da prima dell\u2019undici settembre 2001<sup>4<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La riflessione sulla guerra<\/strong><\/p>\n<p>Dagli inizi il pensiero umano riflette sul significato della violenza collettiva, in particolare della sua forma estrema, la guerra. La Bibbia scopre il problema della violenza fisica<sup>5<\/sup>\u00a0gi\u00e0 nella famiglia di Adamo, quasi a far toccare con mano l\u2019immediato risultato del Peccato. L\u2019assassinio di Abele da parte di Caino<sup>6<\/sup>\u00a0\u00e8 conflitto clanico, affermazione di primogenitura, supremazia del contadino stanziale sul pastore nomade. Caino che ruota nei meandri del mondo con il \u201csegno\u201d indelebile della sua colpa, \u00e8 seme generatore di ripetuta violenza e distruzione. L\u2019incanto del Giardino, l\u2019armonia dell\u2019Eden, sono infranti per sempre: l\u2019omicidio \u00e8 diventato parte consustanziale dell\u2019esperienza umana. Lo sciamare attraverso il pianeta dei figli di Caino sar\u00e0 marcato da sopraffazione, uccisioni, rovina. La Bibbia \u00e8 anche libro di guerre; \u00e8 narrazione di brutalit\u00e0 e imposizioni dei forti sui deboli, della resistenza opposta ai violenti dai deboli. Manca per\u00f2, nel Genesi, la narrazione del passaggio dalla violenza individuale a quella collettiva, pubblica; quasi che la violenza dello stato fosse parte dell\u2019esperienza psichica dell\u2019essere umano e non \u201caltra\u201d da essa. Lo stato \u00e8 anche il soggetto che fa la pace, oltre che la guerra<sup>7<\/sup>. E da allora il binomio guerra pace diventa familiare e mai abbandona la vicenda della specie umana.<\/p>\n<p>La riflessione sulla cosa pubblica, e sulla violenza dello stato, come fatti diversi dalla semplice espressione personale di violenza, appartiene ad epoca successiva.<\/p>\n<p>Eraclito (580 \u2013 480 a.C. circa), in tempi di aggressioni continue e scarso controllo della \u201ccomunit\u00e0 internazionale\u201d<sup>8<\/sup>\u00a0sulla bellicosit\u00e0 dei capi, riconosce alla guerra valore cosmico e funzione dominante nell\u2019economia dell\u2019universo, definendola \u201cmadre e regina di tutte le cose\u201d<sup>9<\/sup>. Sembra la constatazione di quanto prepotenza e aggressivit\u00e0 potessero in un mondo ancora svincolato dalla morsa dei trattati internazionali, consegnato quasi soltanto al rispetto o alla violazione della legge naturale, tanto che in altro frammento il filosofo di Efeso grida come non sempre forza e giustizia coincidano: tra \u201cguerra e giustizia \u00e8 contrasto\u201d<sup>10<\/sup>.<\/p>\n<p>Per la protocristianit\u00e0 \u201cbellare semper illicitum est\u201d, talmente distante \u00e8 la carneficina tra umani dal messaggio evangelico di amore universale.<\/p>\n<p>Sar\u00e0 Agostino di Ippona a riportare la guerra dentro le categorie della necessit\u00e0 immanente, riconoscendole la possibilit\u00e0 di inserirsi nell\u2019ordine provvidenziale fissato da Dio, e ipotizzando la liceit\u00e0 dell\u2019azione bellica.<\/p>\n<p>Il completamento di quest\u2019impostazione di metodo appartiene a Tommaso d\u2019Aquino, che elabora la dottrina della \u201cguerra giusta\u201d, discriminando tra guerre lecite e illecite.<\/p>\n<p>Nel giusnaturalismo secentesco la questione della guerra trova la massima collocazione all\u2019interno del pensiero di Huig van Groot, in particolare con il fondamentale \u201cDe iure pacis ac belli\u201d (1625). E\u2019 da Hugo Grotius e dal suo richiamo al diritto naturale, che molte teorie sulla guerra troveranno alimento. Ampliando la lezione dell\u2019Aquinate, il piglio giuridico di Grotius incasella una per una le \u201cgiuste cause\u201d di guerra, ma sopratutto evidenzia come questa non sia che l\u2019ultimo strumento adottabile per trovare risposta a problemi \u201cnaturali\u201d irrisolti a causa dell\u2019incapacit\u00e0 all\u2019autoregolazione da parte della societ\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p>Figlio dello stesso secolo, Hobbes porta all\u2019estremo il raffronto tra societ\u00e0 di natura e societ\u00e0 costituita, attribuendo alla prima lo stato di guerra permanente, alla seconda la civilizzazione e la \u201cpacificazione\u201d derivate dalle leggi e regole adottate nel percorso di uscita dallo stato di natura.<\/p>\n<p>In materia, il tempo dei lumi tende a far valere la voce critica del cosmopolitismo pacifista, dando, tra l\u2019altro, evidenza a come gli interessi dinastici utilizzino a proprio vantaggio la violenza collettiva. Si esprimeranno a favore della guerra, almeno a certe condizioni, il romanticismo e l\u2019et\u00e0 della restaurazione, anche attraverso grandi voci come Fichte ed Hegel. Quest\u2019ultimo lesse nei risultati dei conflitti il modo di far prevalere il \u201cgiudizio di Dio\u201d, attraverso il premio allo \u201cSpirito del mondo\u201d.<\/p>\n<p>Con la societ\u00e0 contemporanea, la riflessione sulla guerra compie un salto di categoria, divenendo questione centrale dei rapporti tra gli stati, e transitando nel cuore della \u201cscienza nuova\u201d della politica e delle relazioni internazionali<sup>11<\/sup>. Lo stato \u00e8 divenuto detentore esclusivo della violenza legittima nella sfera degli affari interni. Al tempo stesso l\u2019insieme degli stati assume la titolarit\u00e0, in regime di monopolio, della violenza collettiva internazionale e delle azioni di guerra che la caratterizzano. Strumento privilegiato dell\u2019esercizio della violenza legittima interna sono le polizie, di quella esterna le forze armate. Gli eserciti si trasformano, con le bandiere e l\u2019inno nazionale, in elemento identificativo degli stati nazione dei secoli XIX e XX.<\/p>\n<p>Con le due esplosioni americane sul Giappone dell\u2019agosto 1945, la guerra e i suoi rischi subiscono un cambio di natura, presentandosi come minaccia di estinzione per la specie umana, mentre ne viene anche mutando la percezione all\u2019interno di molti opinioni pubbliche.<\/p>\n<p>Gli anni di Guerra fredda (1947-1989) vedono il trionfo del realismo politico e dell\u2019equilibrio globale tra le forze schierate nei due campi opposti. Guerre e guerriglie di liberazione nazionale, l\u2019interminabile lotta palestinese per l\u2019autodeterminazione, rilanciano la \u201cnaturalit\u00e0\u201d del conflitto armato, con il corollario di tre presunte sue qualit\u00e0: necessit\u00e0, utilit\u00e0, moralit\u00e0. In seguito alle quattro guerre \u201cnuove\u201d del secolo ventesimo &#8211; contro la Repubblica spagnola, il nazi-fascismo, il comunismo, le potenze coloniali &#8211; le guerre si sono nel frattempo trasformate in accadimenti caricati di ideologia e \u201cmoralit\u00e0\u201d: per motivare e giustificare l\u2019enorme spreco di vite umane che i conflitti armati moderni, a crescente contenuto distruttivo, comportano, governanti e comandanti li presentano come \u201cnecessari\u201d, \u201cutili\u201d, \u201cmorali\u201d. Se nell\u2019antichit\u00e0 era stato \u201cbello\u201d morire pro patria, adesso \u00e8 bello morire \u201cper l\u2019idea\u201d. Si muore e distrugge per l\u2019astrazione, visto che gli \u201cinteressi\u201d in quanto tali, quelli che nella realt\u00e0 motivano sempre l\u2019azione dello stato\/comando belligerante a qualunque titolo, e delle forze sociali che lo sostengono, o sono inenunciabili, o mostrano scarsa attrazione sulle opinioni pubbliche, ammaestrate dai disastri di due conflitti mondiali e attonite di fronte al rischio nucleare.<\/p>\n<p>La subitanea conclusione del sistema bipolare affida al mercato del potere politico internazionale la creazione di un nuovo equilibrio sistemico, mentre si aprono vuoti di potere che stimolano all\u2019uso della forza rivendicazioni etniche e nazionalistiche. Le guerre balcaniche post jugoslave, quelle africane di fine millennio, si alimentano in quel brodo di frustrazioni e ambizioni.<\/p>\n<p>Ultima venuta, e siamo al corrente secolo ventunesimo, la violenza collettiva del terrorismo internazionale, che approfitta delle maglie larghe date dall\u2019economia globalizzata e dalle societ\u00e0 culturalmente aperte.<\/p>\n<p>La guerra, che sembrava alla consapevolezza dei pi\u00f9 relitto naufragato nel mare lontano della storia, e \u201cbestia\u201d comunque domabile nel contesto post bipolare, diventa pane quotidiano delle opinioni pubbliche, si infiltra nel quieto vivere delle popolazioni, tende a dettare abitudini e modi di organizzazione personale e sociale, invade il presente e il futuro dei popoli. Vi \u00e8 la percezione del rischio che societ\u00e0 definitesi del\u00a0<em>workfare<\/em>, dedite all\u2019aratro<sup>12<\/sup>\u00a0(sviluppo economico e sociale), debbano trasformarsi in societ\u00e0 del\u00a0<em>warfare<\/em>, specializzate nel gladio (militarizzazione delle leggi, espansione del<em>\u00a0castrum<\/em>\u00a0nella societ\u00e0 civile, crescita di investimenti in difesa e sicurezza).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La teoria della guerra<\/strong><\/p>\n<p>Negli studi e indagini di relazioni internazionali, la guerra \u00e8 fenomeno di osservazione consueta. Il sistema internazionale<sup>13<\/sup>, \u00e8 continuamente influenzato, modificato, trasformato, dalla guerra, strumento specifico dei rapporti tra gli stati, e tra altri soggetti attivi nella comunit\u00e0 delle nazioni. Tanto che \u00e8 stato affermato come in realt\u00e0 la scienza delle relazioni internazionali si sia venuta formando proprio al fine di rispondere al problema di come mettere fine alla guerra e creare lo stato di pace.<\/p>\n<p>In questo contesto, la definizione di guerra offerta da un classico, Carl von Clausewitz (1780-1831) \u00e8 quella di \u201cduello ingrandito\u201d<sup>14<\/sup>. Approfondendo il \u201cconcetto\u201d dell\u2019azione violenta che oppone stato a stato, schiera a schiera, il nobile prussiano scrive di \u201cun atto di forza per ridurre l\u2019avversario al nostro volere\u201d<sup>15<\/sup>. Come in un duello, la guerra \u00e8 il mezzo violento che tende ad azzerare la capacit\u00e0 dell\u2019avversario di scegliere autonomamente il proprio destino, l\u2019espressione di una forza che \u00e8 mezzo per ridurre il nemico alla propria volont\u00e0. Non vi \u00e8 animosit\u00e0 n\u00e9 ideologia in questa visione della guerra, n\u00e9 l\u2019avversario \u00e8 il perfido da annichilire: una volta disarmato, il vinto, posto alla merc\u00e9 del vincitore, non \u00e8 in grado di opporre la propria all\u2019altrui volont\u00e0. Cade ogni ragione per perpetuare lo stato di belligeranza.<\/p>\n<p>Per il padre della polemologia moderna, la guerra \u00e8 anche la forma di soluzione offerta a conflitti altrimenti irrisolvibili. Quando la politica non trova mezzi adatti per risolvere l\u2019opposizione radicale delle volont\u00e0 e degli interessi, affida la soluzione dei problemi alle armi. Ci\u00f2 significa che la guerra, ogni guerra, non \u00e8 che un mezzo della politica, e che \u00e8 \u201cgiustificata\u201d solo in quanto abbia la capacit\u00e0 di rapportarsi al raggiungimento di un fine politico.<\/p>\n<p>Dal primato della politica sulla guerra derivano non poche conseguenze.<\/p>\n<p>Cos\u00ec von Clausewitz, discettando del \u201cfine politico della guerra\u201d, scrive: \u201cLa legge radicale, l\u2019intento di disarmare il nemico, di abbatterlo, l\u2019aveva finora come riassorbito in s\u00e9&#8230; (ma) il fine politico &#8211; in quanto motivo determinante della guerra, &#8211; sar\u00e0 la misura, tanto per la meta da raggiungere mediante l\u2019attivit\u00e0 bellica, quanto per gli sforzi necessari\u201d. Aggiungendo per ulteriore chiarezza: \u201cSe dunque la meta dell\u2019azione bellica \u00e8 un equivalente del fine politico, essa in generale s\u2019abbasser\u00e0 con questo, pi\u00f9 esattamente, s\u2019abbasser\u00e0 tanto pi\u00f9 quanto pi\u00f9 questo fine apparir\u00e0 predominante: cos\u00ec si spiega come possano darsi &#8211; senza contraddizione interna &#8211; guerre di tutti i gradi di importanza e di energia, dalla guerra d\u2019annientamento fino alla semplice ricognizione armata.\u201d<sup>16<\/sup>.<\/p>\n<p>Altri, non il prussiano che gli nega ragioni, s\u2019interrogano sul legame tra l\u2019obiettivo di resa\/<em>debellatio<\/em>\u00a0dell\u2019avversario, connaturato alla guerra, e il principio di moderazione, imposto dall\u2019opportunit\u00e0 politica e dal dovere morale. Indagare sulla praticabilit\u00e0 di detto principio, significa, nel mentre si accettano necessit\u00e0 e liceit\u00e0 della guerra, chiedersi se debbano apporsi limiti al suo dispiegarsi. In molti rispondono che il discorso sui limiti non ha senso, visto che le azioni di guerra sono preordinate all\u2019ottenimento della resa del nemico,\u00a0<em>a prescindere<\/em>\u00a0da quantit\u00e0 e qualit\u00e0 della forza impiegata.<em>\u00a0Ad maiora<\/em>\u00a0non manca chi osserva<sup>17<\/sup>\u00a0come l\u2019esigenza sia errata negli \u00a0stessi presupposti, sopratutto in tempi che mettono a disposizione dei belligeranti una panoplia distruttiva in grado di azzerare sul pianeta Terra<sup>18<\/sup>\u00a0la stessa vita.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 per\u00f2 chi osserva come, negli stessi termini clausewitziani, una volta profilata la riduzione dell\u2019avversario al proprio volere, il \u201cduello ingrandito\u201d venga ad esaurire le sue ragioni, che l\u2019immissione in campo di ulteriori dosi di forza appaia inutile se non dannosa.<\/p>\n<p>Inoltre, se annichilimento e conquista del nemico \u00e8 parte del\u00a0<em>disegno politico<\/em>\u00a0che sta dietro ad ogni guerra, detto disegno politico\u00a0<em>non pu\u00f2 non<\/em>\u00a0includere anche ci\u00f2 che dopo la guerra va fatto del e con il nemico, visto che il sistema internazionale continua a funzionare durante e dopo l\u2019azione bellica. A meno che, con il Leporello del Don Giovanni mozartiano che fa capolino da sotto la tavola, non ci si rassegni a biascicare: \u201cAh! padron&#8230; siam tutti morti&#8230;\u201d<sup>19<\/sup><\/p>\n<p>Se l\u2019uso della forza \u00e8 un dato politico<sup>20<\/sup>, esso \u00e8 tale in quanto tende a stabilire (o ristabilire) un certo equilibrio, un certo ordine nella famiglia degli stati. La gradazione nell\u2019uso della forza \u00e8 appunto funzione della politicit\u00e0 di questa. Se la guerra \u00e8 rimedio, cura, per quanto amara, di situazioni non altrimenti risolvibili, essa deve comunque essere graduata in funzione dell\u2019obiettivo politico del dopo. Detto altrimenti, se la guerra \u00e8 lo stato di natura nel quale il potere dei leader, nella peggiore delle ipotesi per istinto di sopraffazione nella migliore per principio d\u2019ordine, tendono ad accovacciarsi, la pace \u00e8 l\u2019obiettivo che va ricercato e voluto.<\/p>\n<p>La guerra, in tale contesto, diventa fattore critico di sistema, manifestazione del passaggio da un punto all\u2019altro dell\u2019equilibrio<sup>21<\/sup>\u00a0dinamico che regge il sistema dei rapporti tra gli stati, effetto delle azioni che stati (o soggetti come movimenti di liberazione, schiere di insorti, gruppi religiosi guerrieri, etc.) insoddisfatti dell\u2019equilibrio vigente realizzano in vista della tutela di propri interessi, insoddisfatti dall\u2019equilibrio\/ordine vigente.<\/p>\n<p>E\u2019 ovvio che a difesa dell\u2019ordine dominante si schierino gli attori sistemici che quel certo ordine hanno costituito, o da quel certo ordine traggono vantaggi. Altrettanto ovvio che contro detto ordine si schierino gli attori non soddisfatti, o gli attori esclusi, o gli attori i cui interessi non sono rappresentati adeguatamente dal sistema internazionale cos\u00ec come esso \u00e8 in una certa fase storica, o coloro che trovano troppo \u201ccostoso\u201d operare all\u2019interno dei dati fissati dalla situazione d\u2019equilibrio e ricercano, attraverso la guerra, di mutarne i rapporti di potere consolidati.<\/p>\n<p>I candidati \u201cnaturali\u201d a scatenare i conflitti bellici, i protagonisti delle crisi violente e delle rotture armate dell\u2019equilibrio, sono gli attori di sistema che si ritengono fuori dagli interessi protetti dall\u2019equilibrio vigente o puntano alla ricomposizione di equilibri comunque pi\u00f9 interessanti per i loro interessi. Il che solo raramente accade per i detentori del potere, per gli attori che reggono il punto d\u2019equilibrio, stati e\/o forze che hanno creato l\u2019ordine e lo governano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Una teoria della guerra per il XXI secolo<\/strong><\/p>\n<p>I fenomeni sociali vanno affrontati in via concettuale, quindi rapportati alla realt\u00e0, ovvero ad un luogo e a un tempo. Per non eccedere in astrazione, \u00e8 indispensabile storicizzare definizioni e giudizio sui fenomeni sottoposti ad analisi teorica. Un esercizio di questo tipo applicato alla teoria della guerra, comporta l\u2019immediata percezione che la natura feroce<sup>22<\/sup>\u00a0del conflitto armato, sommata alle attuali capacit\u00e0 tecnologiche, pone ai nostri tempi precisi interrogativi politici sulla possibilit\u00e0 di considerare\u00a0<em>ancora<\/em>\u00a0la guerra strumento attuale di politica internazionale.<\/p>\n<p>In questa direzione va un realista come Hans Morgenthau, e non da oggi: \u201cWhile at all times the promotion of the national interests of the United States as a power among powers has been the main concern of American foreign policy, in an age that has seen two world wars and has learned how to wage total war with nuclear weapons the preservation of peace has become the prime concern of all nations. (&#8230;) around the two concepts of power and peace. These two concepts are central to a discussion of world politics in the final decades of the twentieth century, when an unprecedented accumulation of destructive power gives to the problem of peace an urgency it has never had before\u201d<sup>23<\/sup>. L\u2019etologo Konrad Lorenz non \u00e8 da meno, escludendo, dopo il nucleare, la \u201cfunzionalit\u00e0\u201d della categoria della guerra nella storia dell\u2019uomo<sup>24<\/sup>.<\/p>\n<p>Guerra \u00e8 quella combattuta con la clava nella preistoria, con spada e lancia nell\u2019era del ferro, quella di cui \u00e8 protagonista la prima polvere da sparo. Guerra \u00e8 il conflitto contemporaneo che ha sullo sfondo strumenti per la distruzione di massa e missili a testata nucleare multipla. Guerra \u00e8 quella descritta da Tucidide quando racconta le battaglie del Peloponneso, cos\u00ec come l\u2019Armageddon o Mad (<em>Mutually Assured Destruction<\/em>) disegnato dai dottor. Stranamore<sup>25<\/sup>\u00a0degli stati maggiori delle difese statunitense e sovietica negli anni del confronto bipolare. Possono questi conflitti, a livello analitico e teoretico, essere trattati nello stesso modo? I loro effetti politici, umani, ambientali, di civilt\u00e0, sono davvero da considerarsi tutti identici a prescindere dall\u2019epoca storica, quindi dalle minori o maggiori capacit\u00e0 di distruzione rese disponibili all\u2019umana specie? Detto in altro modo: pu\u00f2 oggi e qui ragionarsi in astratto sulla guerra, come se si stesse ragionando di un qualsiasi confronto armato dei secoli andati?<\/p>\n<p>Il ventesimo secolo ha fatto 110 milioni di morti per guerra, una media di 1 milione 100 mila uccisi ogni anno da violenza collettiva, pi\u00f9 di 3.000 per ogni giorno del Novecento. \u00c8 un tetto assoluto e spaventoso nella storia umana, un lavacro che ha trovato inaugurazione nel secondo decennio del secolo con i nove milioni di vittime della Prima guerra mondiale.<\/p>\n<p>Di fronte a questi numeri, al massacro continuo dei tremila uccisi quotidiani (che non vede in elenco feriti, mutilati, e distruzioni di altro genere) pu\u00f2 avere senso discettare sulla guerra come fattore di relazioni internazionali? Non sar\u00e0 forse il caso di ridiscutere, nella nostra epoca, il ruolo che la guerra ha rivestito nelle relazioni internazionali?<\/p>\n<p>Tanto pi\u00f9 che la proliferazione degli stati, intervenuta nei continenti nuovi attraverso il processo di decolonizzazione e nel vecchio continente con la caduta dell\u2019impero sovietico, ha fatto crescere a dismisura il numero dei paesi indipendenti e sovrani, rendendo obiettivamente pi\u00f9 complesso il governo del sistema internazionale, generando di conseguenza pi\u00f9 numerose ragioni di conflitto armato a cavallo delle frontiere. Le guerre internazionali in corso nel 2004 vanno verso le 35 unit\u00e0, confermando l\u2019alta disponibilit\u00e0 a confliggere della comunit\u00e0 degli stati nell\u2019epoca d\u2019instabilit\u00e0 seguita alla fine del bipolare, testimoniata dalle 48 guerre registrate nel 1990, le 28 del 1996, le 31 del 1998. Si pensi che nel 1950, in piena guerra fredda si era a sole 12 guerre guerreggiate.<\/p>\n<p>L\u2019obiezione classica \u00e8 che, a fronte di \u201cpaci ingiuste\u201d ci sar\u00e0 sempre chi riterr\u00e0 che la \u201cguerra giusta\u201d possa costituire la soluzione<sup>26<\/sup>. Ma quale \u201cgiustizia\u201d potr\u00e0 trovarsi in guerre che \u00a0non vengono pi\u00f9 dirette contro i leader avversi o le loro truppe, ma puntano direttamente contro la popolazione civile; guerre che sono diventate azioni di terrore sulle popolazioni delle citt\u00e0 e delle campagne pi\u00f9 che strumento per battere l\u2019avversario schierato in campo! Da sempre i civili soffrono gli effetti dei colpi inferti dal nemico, ma questi sono rimasti, sino agli anni trenta del secolo ventesimo (guerra civile spagnola), fenomeno secondario, annesso inevitabile degli obiettivi intrinsecamente bellici. Dallo scontro ispanico in poi, invece, le vittime civili delle guerre, per la natura delle armi utilizzate e i mutamenti nelle strategie delle operazioni belliche, sono cresciute in modo incommensurabile. Se le guerre d\u2019inizio Novecento facevano vittime tra i civili per il 5% del totale, a fine secolo siamo al 90%<sup>27<\/sup>.<\/p>\n<p>Si \u00e8 inoltre smarrita, dagli anni di guerra fredda in poi, la pratica della guerra \u201ccavalleresca\u201d, quella regolata da leggi scritte e non, che ad esempio prevedeva la \u201cdichiarazione ufficiale\u201d prima dello scatenamento delle forze in campo. La questione \u00e8 meno banale di quanto sembri, perch\u00e9 le guerre non dichiarate consentono ai confliggenti di sfuggire al\u00a0<em>corpus<\/em>\u00a0di regole con potest\u00e0 giuridica vincolante, fissate dal diritto internazionale sulla base dello\u00a0<em>jus gentium<\/em>\u00a0o diritto naturale. E\u2019 questa una situazione che fa salire notevolmente \u00a0il numero delle violazioni ai trattati e alle convenzioni internazionali, mettendo nell\u2019angolo l\u2019azione di soggetti come la Croce rossa internazionale e le stesse agenzie delle Nazioni Unite. I misfatti che la Russia sta commettendo in Cecenia costituiscono un buon esempio di dove si possa spingere l\u2019autonomia degli stati, non contenuta dalle regole sulla guerra fissate dalla comunit\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p>Questi ed altri elementi spingono nella nostra epoca opinioni pubbliche e comunit\u00e0 degli stati a porsi la questione non tanto di come utilizzare la guerra nelle relazioni tra gli stati e i popoli, quanto di come evitarla, come cancellarla dall\u2019elenco degli strumenti che la politica utilizza per dare soluzione alle crisi internazionali e stabilire i nuovi equilibri necessitati dai mutamenti di sistema. Nel contesto attuale, la guerra pu\u00f2 forse essere riguardato come strumento desueto, i cui danni certi risulterebbero superiori ai benefici incerti, sostituibile, per queste valutazioni, da altro strumento pi\u00f9 efficace e meno costoso per l\u2019umano genere. Non si tratta di ragionare in modo astratto e utopico sulla cancellazione dell\u2019uso della violenza dalla storia umana, quanto di interrogarsi sull\u2019accantonamento di\u00a0<em>questa specifica<\/em>\u00a0violenza, la violenza collettiva chiamata guerra.<\/p>\n<p>E\u2019 gi\u00e0 accaduto a livello regionale delle relazioni internazionali, che il negoziato istituzionalizzato abbia sostituito la guerra, risultando strumento pi\u00f9 efficace e meno dispendioso per la soluzione delle controversie: si guardi all\u2019esperienza dell\u2019Unione europea, Ue, nel mezzo secolo che separa dai suoi inizi. Cos\u2019altro \u00e8 l\u2019Ue se non un negoziato permanente che ha sostituito alla pratica bellica di millenni di guerre intestine europee, il negoziato istituzionalizzato e organi comuni di governo delle crisi?<sup>28<\/sup><\/p>\n<p>Guardarsi intorno e constatare che della guerra sembra non riusciamo a fare a meno neppure nel nostro secolo, apertosi tra decine di conflitti armati a livello locale e il grande scontro globale che va sotto il nome di \u201cguerra al terrorismo\u201d, non significa dare ragione a chi rifiuta il metodo del negoziato, che al contrario continua a trovare adesioni crescenti<sup>29<\/sup>. Perch\u00e9 le guerre contemporanee non stanno mostrando capacit\u00e0 di soluzioni: le crisi che le hanno generate restano aperte, e richiamano nuovi conflitti, nuove morti e distruzioni. Cos\u00ec in Kosovo, in Iraq, in Cecenia; cos\u00ec in Palestina e Israele; cos\u00ec nel combattimento di tutti contro tutti generato dal terrorismo di matrice islamica.<\/p>\n<p>La risposta alle crisi \u00e8 probabilmente affare pi\u00f9 complesso della\u00a0<em>sola<\/em>\u00a0risposta militare, richiedendo capacit\u00e0 di intervento che utilizzino anche la vasta gamma delle soluzioni politiche, culturali, economiche, messe a disposizioni dalla storia delle relazioni internazionali.<\/p>\n<p>Occorre, probabilmente, riprendere alcune delle lezioni che ci vengono dai classici, ad esempio rispetto all\u2019opportunit\u00e0 di dare soluzione definitiva all\u2019<em>anarchia<\/em>\u00a0in cui versa il sistema internazionale, al bisogno che questo sia regolato da\u00a0<em>legge e ordine<\/em>.<\/p>\n<p>E\u2019 certo che minore sar\u00e0 l\u2019anarchia sistemica, maggiori saranno le opportunit\u00e0 per limitare la guerra e organizzare la pace. Chi vieta che il concetto di sicurezza, oggi interpretato sopratutto in chiave di capacit\u00e0 a difesa e offesa dei singoli stati sovrani o di loro ristrette alleanze, non possa transitare nella sfera collettiva, dove sicurezza significhi\u00a0<em>attribuzione sistemica<\/em>\u00a0dei compiti di repressione o prevenzione della violenza ingiusta, di contenimento della sopraffazione del violento sul pi\u00f9 debole? Non \u00e8 questo ci\u00f2 che gi\u00e0 accade nel foro interno, quanto la polizia reprime il crimine, e un giudice, applica i principi di<em>\u00a0law and order<\/em>?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il modello di interdipendenza cooperativa\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Nella ricerca di sicurezza gli stati e la comunit\u00e0 internazionale utilizzano quattro strumenti: il bilanciamento dei poteri, la diplomazia, il diritto internazionale, la guerra.<\/p>\n<p>Nel contesto politico e giuridico qui proposto, l\u2019amministrazione della violenza collettiva o guerra resterebbe modalit\u00e0 residuale per lo stabilimento\/ristabilimento dell\u2019ordine, rispetto alle altre tre modalit\u00e0 di regolamento di conflitti.<\/p>\n<p>Condizione imprescindibile per un modello siffatto, \u00e8 che tenda ad essere istituzionalizzato il concetto di interdipendenza tra gli stati, ovvero che si avviino strumentazioni effettive di\u00a0<em>interdipendenza cooperativa sistemica<\/em>\u00a0nella comunit\u00e0 internazionale. L\u2019interdipendenza economica, politica e di sicurezza, verrebbe ad accrescere le ragioni della pace.<\/p>\n<p>Si tratterebbe di dare corso alla convinzione che il primato della politica, affermato da Clausewitz e apparentemente di universale consenso, debba essere accresciuto, alla luce delle lezioni della storia contemporanea, di un limite e di un qualificativo. Il limite \u00e8 dato dagli effetti potenziali della forza, in specie sotto il profilo della capacit\u00e0 di distruzione di massa. Il qualificativo dalla necessit\u00e0 che il principio della politica divenga principio della politica\u00a0<em>legittima e condivisa<\/em>\u00a0(quindi non imposta da potenza esterna alla sovranit\u00e0 statuale).<\/p>\n<p>Della capacit\u00e0 distruttiva della forza nell\u2019epoca contemporanea si \u00e8 detto. Merita ulteriore approfondimento la questione riguardante le modalit\u00e0 per l\u2019esercizio del\u00a0<em>power<\/em>.<\/p>\n<p>Si parta dalla seguente considerazione: \u201cGli stati restano fortemente attaccati al concetto di sovranit\u00e0 e indipendenza. In questo si comportano non diversamente, si passi il paragone, dalla famiglia patriarcale storica dove il potere paterno imperava senza tema di smentite, attendendo di essere spazzato via dalle innovazioni del pensiero e del costume del secolo ventesimo. Dove porter\u00e0 gli stati questa convinzione pervicace sulla virt\u00f9 del proprio incontrollato potere, nonostante tutti i disastri mostrati dall\u2019anarchia internazionale?\u201d<sup>30<\/sup>. Ci\u00f2 detto, difficile sostenere la tesi che all\u2019anarchia si possa rispondere<em>\u00a0imponendo<\/em>\u00a0ordine, perch\u00e9 l\u2019imposizione genera resistenza e quindi nuovo disordine. Occorre, al contrario, creare le condizioni perch\u00e9 le modalit\u00e0 di superamento dell\u2019anarchia, quindi della cessione di quote di singole sovranit\u00e0 all\u2019autorit\u00e0 comune, siano condivise e ritenute convenienti dagli stati sovrani.<\/p>\n<p>Solo la libera condivisione pu\u00f2 attribuire legittimit\u00e0 ed effettuabilit\u00e0 al modello d\u2019interdipendenza cooperativa. Inoltre un modello siffatto, se si vuole che non resti sospeso nel campionario dei buoni sentimenti ma diventi proposta di effettiva organizzazione politica, ha bisogno della paternit\u00e0 di una o pi\u00f9 potenze garanti, sufficientemente forti da assumersi la responsabilit\u00e0 del suo funzionamento, anche attraverso l\u2019uso della forza legittima e condivisa. E\u2019 per questo che ogni esercizio imperiale del potere rende inapplicabile il modello, mentre al suo sviluppo risulta indispensabile l\u2019esercizio dell\u2019egemonia<sup>31<\/sup>, senza il cui\u00a0<em>enforcement<\/em>\u00a0il modello non potrebbe essere costituito n\u00e9 esercitato.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 obiettare che il modello dell\u2019interdipendenza cooperativa sia stato gi\u00e0 proposto al tavolo delle trattative successive alla Prima guerra mondiale dal presidente statunitense Woodrow Wilson, campione della teoria liberale, e che sia naufragato miseramente nella crisi della League of Nations, della guerra di Spagna, dei totalitarismi nazi-fascisti e comunisti. Resta da capire cosa avrebbe potuto essere quel sistema se, contrariamente a quanto accadde, il Senato di Washington avesse ratificato l\u2019impegno assunto dal presidente. A parte quest\u2019interrogativo, \u00e8 certo che per la prima volta nella storia umana si ebbe al tavolo di Versailles il tentativo di far transitare la \u00a0questione della pace e della guerra dal piano individualistico o morale o del singolo stato, al piano delle relazioni internazionali e dei rapporti tra stati. Cos\u00ec come per la prima volta si ricerc\u00f2 un modello scientifico, codificato, che dotasse il mondo di un riferimento per azioni in favore della pace e contro la guerra.<\/p>\n<p>E comunque il modello del \u201cl\u2019interdipendenza cooperativa\u201d, non intende recuperare quella lezione, il cui bilancio \u00e8 negativo, ma piuttosto, come accennato, portare alle conseguenze estreme l\u2019esperienza del regionalismo cooperativo, la cui pratica risulta di forte interesse rispetto alla soluzione pacifica delle controversie, visto che tiene conto, facendo tesoro della lezione del realismo, degli interessi degli stati a cominciare dal loro spasmodico bisogno di sicurezza, dalla loro necessit\u00e0 di porsi in equilibrio rispetto agli altri stati concorrenti. In questo si \u00e8 in compagnia del neo-realismo di Waltz, che pur non potendo tenere conto<sup>32<\/sup>\u00a0della lezione dell\u2019Unione europea, evidenzia come l\u2019anarchia del sistema internazionale possa essere curata solo attribuendo autorit\u00e0 internazionale a un soggetto esterno alle singole sovranit\u00e0 degli stati.<\/p>\n<p>Il limite della teoria realista, ma anche della teoria liberale, sta nell\u2019incapacit\u00e0 a distinguere tra natura dello stato (degli stati) e della societ\u00e0 internazionale. Il sistema internazionale non \u00e8 semplice giustapposizione, sommatoria degli interessi nazionali, confronto-scontro tra questi, ma soggettivit\u00e0 sistemica autonoma, proprio come un tutto non \u00e8 soltanto la sommatoria delle parti. L\u2019interdipendenza cooperativa fonda le sue ragioni sul riconoscimento dell\u2019autonoma specificit\u00e0 del sistema internazionale, basato non soltanto sugli stati ma su altri rapporti espressi dal consorzio dell\u2019umana natura, irriducibile alla sola soggettivit\u00e0 statuale. Si pensi alla soggettivit\u00e0 delle Ong, delle religioni, dei fattori culturali. Si pensi alla soggettivit\u00e0 di tutti gli attori non riconducibili a specificit\u00e0 statali, come le comunit\u00e0 nazionali non riconosciute in stato, gli apolidi, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Agostino e Niebuhr affermano che la guerra nasce nell\u2019uomo. Richard Cobden<sup>33<\/sup>\u00a0e Wilson attribuiscono responsabilit\u00e0 al potere autocratico, come Marx a quello \u00a0plutocratico. Rousseau, e altri dopo di lui, mettono alla radice della guerra la mancanza di governo nella comunit\u00e0 degli stati, la situazione di anarchia del sistema internazionale. L\u2019interdipendenza cooperativa, il modello di governo condiviso e democratico pu\u00f2 ridurre il tasso di anarchia sino ad azzerarlo, contribuendo a rendere la guerra fattore obsoleto di relazioni internazionali.<\/p>\n<p>In attesa che ci\u00f2 accada, valgano le parole del Concilio: \u201cLa guerra non \u00e8 purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoch\u00e9 esister\u00e0 il pericolo della guerra e non ci sar\u00e0 un\u2019autorit\u00e0 internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilit\u00e0 di un pacifico accomodamento, non si potr\u00e0 negare ai governi il diritto di una legittima difesa. \u00a0&#8230; Ma una cosa \u00e8 servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni.<sup>34<\/sup><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Per guerra (gr. \u03c0\u03cc\u03bb\u03b5\u03bc\u03bf\u03c2, lat. Bellum, ted. Krieg, ingl. War) tradizionale s\u2019intende il conflitto armato combattuto tra stati sovrani, per lo pi\u00f9 in base a regole e comportamenti pubblicistici propri degli stati. Una forma spuria di guerra tradizionale \u00e8 la guerra civile, che avviene tra fazioni interne a uno stesso stato.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0Si includono in quest\u2019espressione i conflitti che non comportino lo schema classico di confronto armato tra stati, quali insurrezioni guidate da fronti di liberazione nazionali, rivolte contro l\u2019ordine costituito guidate da capi religiosi, etnici, clanici etc. Sono fenomeni di violenza collettiva e organizzata che non assumono le dimensioni politiche e giuridiche proprie della guerra, pur documentando effetti in termini di violazione di diritti dell\u2019uomo e di distruzione talvolta superiori alla guerra classica.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>\u00a0Una delle cause ricorrenti dei conflitti sta nell\u2019affermazione della diversit\u00e0 rispetto all\u2019avversario; una delle diversit\u00e0 pi\u00f9 frequentemente richiamate dai soggetti collettivi che si confrontano in conflitto \u00e8 quella religiosa. Il che non autorizza all\u2019uso dell\u2019espressione \u201cguerra religiosa\u201d, dato che di religioso in conflitti di questa fatta non c\u2019\u00e8 proprio nulla, anche quando nei proclami di chi guida le azioni belliche corre il richiamo al \u201cLibro\u201d. Almeno da Cristo in poi sulla separazione tra la sfera di Cesare e quella di Dio non dovrebbero esservi esitazioni. Ges\u00f9 non \u00e8 Messia guerriero e politico, \u00e8 liberatore dello spirito, ordina di rinfoderare la spada a chi lo difende nel Gets\u00e8mani (Matteo, 26, 51-52), separa nettamente il \u201cregno del mondo\u201d dal \u201cregno di Dio\u201d.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0Restano in pochi a dubitare che da parte di settori islamici sia in atto, da circa un decennio, l\u2019organizzazione e il fomento, attraverso il sostegno ideale e finanziario, di atti di guerra contro l\u2019ordine internazionale seguito alla fine del sistema bipolare, garantito dagli Stati Uniti d\u2019America. Dette azioni hanno espresso l\u2019acme con gli avvenimenti dell\u201911.09.2001, e sviluppi ulteriori attraverso attentati come quelli di Istanbul nel novembre 2003 e Madrid nel marzo 2004. La difficolt\u00e0 degli alleati a catturare il vertice di Al Qaeda, lo scadimento dei rapporti tra governo israeliano e Autorit\u00e0 palestinese, le difficolt\u00e0 della coalizione d\u2019occupazione nella gestione dell\u2019Iraq post Saddam, contribuiscono a peggiorare la capacit\u00e0 della comunit\u00e0 internazionale a ricercare, anche attraverso le Nazioni Unite, risposta adeguata alla minaccia.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0Vi era stata violenza (e che violenza!) anche nell\u2019azione del serpente, ma aveva avuto natura meramente psichica. E\u2019 una violenza che non riguarda l\u2019analisi qui condotta, vincolata al riferimento esclusivo alla violenza collettiva che si esprime attraverso l\u2019uso di armi. Per questo non si terr\u00e0 conto delle cosiddette \u00a0guerre \u201ceconomiche\u201d, \u201cculturali\u201d, etc.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0Gen. 4, 8-15.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Un trattato di pace in testo cuneiforme, ritrovato ad Ebla, \u00e8 datato 2300 a.C. Il primo trattato di pace scritto di cui si abbia testimonianza, si riferisce a un conflitto del 1285 a.C.: si combatte la battaglia di Qadesh, tra ittiti ed egizi, ed \u00e8 la fine d\u2019innumerevoli anni di guerre tra le parti. Verso il 1280 a.C. si firma il pi\u00f9 antico trattato di pace di cui resti traccia: alla base ci sono relazioni diplomatiche, scambi di delegati e missive, ecc., con tavolette in accadico reperite a Amarna e Ugarit.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0L\u2019espressione identifica l\u2019insieme delle azioni degli stati e degli altri soggetti di relazioni internazionali,\u00a0<em>fuori da<\/em>\u00a0quelle inerenti la loro attivit\u00e0 interna. La comunit\u00e0, o sistema, internazionale diventa fatto sempre pi\u00f9 attivo e complesso, via via che si sviluppano ruolo e funzioni degli stati sovrani moderni, ma non pu\u00f2 escludersi l\u2019operativit\u00e0 del concetto gi\u00e0 in epoca arcaica, vista la lunga serie di trattati e accordi \u201cinternazionali\u201d documentati presso le popolazioni antiche.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0In Abbagnano N.,\u00a0<em>Dizionario di Filosofia<\/em>, Utet, 1971, p. 446, che richiama ai Frammenti 53, Diels.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>\u00a0Abbagnano, ib. Fr. 80, Diels.<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>\u00a0Non \u00e8 che la filosofia abbia smesso di riflettere sul corso della cosa pubblica. E\u2019 che il Novecento elabora forme \u201cscientifiche\u201d di approccio alla complessa attivit\u00e0 umana della \u201cpolitica\u201d. A livello interno questa nuova scienza adotta il nome di politologia. A livello esterno il nome di Relazioni internazionali o International Politics. La prima cattedra di Relazioni Internazionali della quale si abbia notizia viene aperta nel 1919 a Aberystwyth, University College del Galles, grazie all\u2019iniziativa dello statunitense A. Carnegie. Le lezioni sono tenute da A. Zimmern, studioso di storia greca antica, che avrebbe poi prestato la sua opera nella nascente Societ\u00e0 delle Nazioni. La guerra \u00e8 talmente questione centrale della nuova scienza, che le Relazioni internazionali sono state anche definite Scienza della pace e della guerra.<\/p>\n<p><sup>12<\/sup>\u00a0E\u2019 un processo contrario a quello descritto nel Libro: \u201cCon le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prender\u00e0 pi\u00f9 le armi contro un altro popolo, n\u00e9 si eserciteranno pi\u00f9 per \u00a0la guerra\u201d (Is 2, 4). Nell\u2019antichit\u00e0 classica, la figura retorica dell\u2019aratro e del gladio, descrivevano l\u2019opzione politica posta alla base del processo di fusione: in societ\u00e0 fondamentalmente agricole, dalla colata si batteva in epoca di pace il ferro per l\u2019aratro, in epoca di guerra il ferro per spade e lance in difesa della propria terra o per la conquista di terra altrui. In termini moderni, potremmo dire che, a seconda che i tempi siano di pace o di guerra, il bilancio pubblico destiner\u00e0 pi\u00f9 o meno risorse alla difesa\/sicurezza. C\u2019\u00e8 dell\u2019altro: quando una societ\u00e0 civile si trova confrontata ai rischi di guerra, tende a mutare comportamenti e cultura, leggi, regole di comportamento. Cambia, ad esempio, la percezione dello \u201cstraniero\u201d. Un esempio: quando, nel corso del conflitto mondiale, gli Usa combattono le tre nazioni nazi-fasciste, procedono ad arresti selettivi nei confronti di statunitensi di origini giapponese, tedesca, italiana, arrivando ad internarli in appositi campi di concentramento.<\/p>\n<p><sup>13<\/sup>\u00a0Pu\u00f2 qui essere definito come il complesso dei rapporti interstatuali, e non solo, che stabilisce relazioni di dipendenza reciproca tra gli stati e gli altri soggetti di azione internazionale, ai fini della sopravvivenza della specie umana.<\/p>\n<p><sup>14<\/sup>\u00a0von Clausewitz C.,<em>\u00a0Pensieri sulla guerra<\/em>, Sansoni, 1943, p. 5.<\/p>\n<p><sup>15<\/sup>\u00a0von Clausewitz, ib. p. 5.<\/p>\n<p><sup>16<\/sup>\u00a0\u00a0von Clausewitz, ib. p. 16.<\/p>\n<p><sup>17<\/sup>\u00a0Ad esempio Michael Walzer, discutendo la difficolt\u00e0, se non l\u2019impossibilit\u00e0 di verificare se e quando azioni di guerra siano \u201csuperflue\u201d e \u201cinutilmente dannose\u201d, ovvero quanta utilit\u00e0 e\/o proporzionalit\u00e0 sia verificabile, afferma: \u201cOgni storia militare \u00e8 una storia di violenza e distruzione al di fuori di qualsiasi riferimento alle necessit\u00e0 del combattimento: massacri su entrambi i fronti, battaglie mal pianificate e dispendiose che sono poco meno che massacri.\u201d Walzer M.,\u00a0<em>Guerre giuste e ingiuste<\/em>, Liguori, 1990, p. 177.<\/p>\n<p><sup>18<\/sup>\u00a0Scrive Luigi Bonanate, a conclusione di\u00a0<em>La Guerra<\/em>, Laterza, 1998, p. 131: \u201c&#8230; da pochissimi anni il mondo sembra diventato tutt\u2019uno; ogni terra \u00e8 stato e ha rapporti con quasi ogni altro sul pianeta; prima ancora, aveva iniziato a prendere piede e a svilupparsi una cultura diffusa della pace, indotta inizialmente dal timore della guerra nucleare, e poi trasformata in precoci elementi di una vera e propria opinione pubblica internazionale pacifica, che ha ormai dato mille prove della sua consistenza, sia negli studi sia nella vita politica e sociale. Nulla di simile si era mai visto prima nella storia\u201d. E comunque il rifiuto della guerra come strumento \u201cerrato\u201d di soluzione al confliggere delle volont\u00e0 collettive, non appartiene soltanto ai nostri tempi. Grotius, affrontando la difficolt\u00e0 intrinseca al belligerante di rispettare le leggi di guerra e \u201cproporzionare\u201d crudelt\u00e0 e distruzioni, scrive: \u201cAntigonus senex irrisit hominem qui sibi urbes alienas oppugnanti commentarium de iustitia adferebat. Et Marius negabat prae armorum strepitu leges a se posse exaudiri. Ipse ille oris tam verecundi Pompeius, ausus est dicere : Armatus leges ut cogitem? In Christianis scriptoribus plurima eius sensus occurrunt ; pro multis unum Tertulliani\u00a0sufficiat. Dolus, asperitas, iniustitia, propria negotia praeliorum\u201d. De Iure Belli ac Pacis,, in Grotius H.,\u00a0<em>I fondamenti del diritto<\/em>, Editoriale scientifica, pp. 368-369. E Michel de Montaigne (1553-1592): \u201cQuanto alla guerra, che \u00e8 la pi\u00f9 grande e pomposa delle azioni umane, mi piacerebbe sapere se vogliamo servircene come prova di qualche nostra prerogativa o, al contrario, come testimonianza della nostra debolezza e imperfezione; poich\u00e9 invero sembra che la scienza di distruggerci e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa specie, non abbia molto di che farsi desiderare dalle bestie che non la posseggono\u201d (<em>Saggi<\/em>, Adelphi, 1992, II, XII, p. 614).<\/p>\n<p><sup>19<\/sup>\u00a0Da Ponte L., Don Giovanni, Ricordi, 1980, p. 90.<\/p>\n<p><sup>20<\/sup>\u00a0In alternativa \u00e8 un dato esclusivamente criminale e come tale va perseguito dai tribunali, a cominciare dal Tribunale penale internazionale.<\/p>\n<p><sup>21<\/sup>\u00a0Il concetto di equilibrio viene ripreso dalla scienza economica e, proprio come in economia, risulta sempre instabile e dinamico. \u201cThe concept of \u2018equilibrium\u2019 as a synonym for \u2018balance\u2019 is commonly employed in many sciences \u2013 physics, biology, economics, sociology, and political science. It signifies stability within a system composed of a number of autonomous forces. Whenever the equilibrium is disturbed either by an outside force or by a change in one or the other elements composing the system, the system shows a tendency to re-establish either the original or a new equilibrium\u201d. Morgenthau Hans J.,\u00a0<em>Politics among Nations<\/em>, Alfred A. Knopf, Inc., ed. 1985, pp. 187-188.<\/p>\n<p><sup>22<\/sup>\u00a0\u00a0\u201c&#8230; \u00e8 la violenza l\u2019elemento di scandalo della guerra; \u00e8 nella violenza che l\u2019uomo si riconosce, ma \u00e8 anche in rapporto a essa che egli sente quanto sia necessario cambiar indole\u201d. Cardini F.,\u00a0<em>Quella antica festa crudele<\/em>, Arnoldo Mondadori, 1997, p. 441.<\/p>\n<p><sup>23<\/sup>\u00a0Morgenthau H. J., cit. p. 27<\/p>\n<p><sup>24<\/sup>\u00a0\u201cKonrad Lorenz ha visto nelle armi nucleari una discriminazione assoluta rispetto alla funzionalit\u00e0 della guerra come forma di rapporto umano: quindi un fattore destabilizzante che ha radicalmente modificato il fenomeno guerra rendendolo non pi\u00f9 funzionale (e quindi privo di eticit\u00e0) nel mondo nel quale attualmente viviamo\u201d. Cardini F., cit., p. 441.<\/p>\n<p><sup>25<\/sup>\u00a0Nel film di Stanley Kubrick,\u00a0<em>Dr. Strangelove or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb<\/em>, 1964.<\/p>\n<p><sup>26<\/sup>\u00a0\u201cE\u2019 noto a tutti che esiste una teoria teologico-giuridica della \u2018guerra giusta\u2019: ci\u00f2 ha scandalizzato e ha fatto discutere. Per sciogliere i malintesi relativi a essa (o, se si vuole, per scandalizzare fino in fondo), si deve ricordare che essa non potrebbe stare in piedi se non partisse dal presupposto che la pace non \u00e8 giusta in quanto tale, che essa deve a sua volta rassegnarsi a esser considerata un valore relativo, e che insomma esiste anche una dimensione di \u2018pace ingiusta\u2019 \u201c. Cardini F., cit. p. 5.<\/p>\n<p><sup>27<\/sup>\u00a0Fonte,<em>\u00a0United Nations Development Program<\/em>, Undp, 1998.<\/p>\n<p><sup>28<\/sup>\u00a0\u201cSe \u00e8 vero che il modello di cooperazione economica a carattere regionale non dispone di strumenti diretti di difesa e di sicurezza, esso per\u00f2 innesca moduli tali di cooperazione intergovernativa esplicitamente o implicitamente politica, che finisce per contribuire abbastanza distintamente alla conformazione di un\u00a0<em>ambiente<\/em>\u00a0cooperativo a carattere globale, evidentemente inclusivo degli aspetti di sicurezza. &#8230; Il caso pi\u00f9 autorevole, attraverso il quale esaminare la relazione tra regionalismo economico e sicurezza, resta l\u2019Unione europea. &#8230; \u00a0E\u2019 certo che bench\u00e9 gli stati rimangano la pietra angolare del sistema internazionale, bench\u00e9 senza gli stati nessuna soluzione durevole ed efficace sia possibile reperire per i problemi dello sviluppo economico e dell\u2019equilibrio di sicurezza, occorra con pi\u00f9 convinzione esplorare come gli strumenti del regionalismo e dell\u2019universalismo possano dare un contributo efficace al raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo economico e della pace\u201d. Troiani L.,\u00a0<em>Regionalismi economici e sicurezza<\/em>, F. Angeli, 2000, rispettivamente pp. 165, 167, 181-182<\/p>\n<p><sup>29<\/sup>\u00a0Gi\u00e0 Giovanni XXIII notava: \u201cSi diffonde sempre pi\u00f9 tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato\u201d,\u00a0<em>Pacem in Terris<\/em>, 126.<\/p>\n<p><sup>30<\/sup>\u00a0Troiani L., cit., pp. 179-180.<\/p>\n<p><sup>31<\/sup>\u00a0Spiega bene Michael Walzer: \u201cL\u2019egemonia \u00e8 qualcosa di differente dall\u2019impero&#8230; la nozione di impero comporta l\u2019esistenza di strutture di controllo e dominio, di continuit\u00e0 &#8230; L\u2019egemonia implica che qualcuno deve rendere conto al gruppo sul quale esercita la propria egemonia, ovvero implica una sorta di equilibrio basato sul fatto che il pi\u00f9 forte accetti di compiere dei sacrifici di natura collettiva. Questa \u00e8 una definizione di supremazia che non implica dominio, una definizione di leadership che non \u00e8 imperialismo.\u201d Walzer M.,\u00a0<em>La libert\u00e0 e i suoi nemici<\/em>, Laterza, 2003, citato in Corriere della Sera, 4 ottobre 2003. Walzer deduce da dette premesse che gli Stati Uniti possono essere un potere egemonico, non un potere imperiale.<\/p>\n<p><sup>32<\/sup>\u00a0Waltz K. N.,\u00a0<em>Man, The State and War, a Theoretical Analysis<\/em>, Columbia Un. Press, 1959. La Comunit\u00e0 economica europea \u00e8 fondata nel 1957.<\/p>\n<p><sup>33<\/sup>\u00a0Uomo politico inglese (1804-1865), liberista, contrario ai dazi doganali sulle importazioni del grano.<\/p>\n<p><sup>34<\/sup>\u00a0Costituzione \u201cGaudium et Spes\u201d, 79,<em>\u00a0I documenti del Concilio Vaticano II<\/em>, Edizioni Paoline, 1983, p. 272<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[81],"class_list":["post-1259","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-giugno-2004"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - La guerra, fattore obsoleto di relazioni internazionali<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Giugno 2004. 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