{"id":1253,"date":"2004-06-01T12:00:00","date_gmt":"2004-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1253"},"modified":"2026-04-11T12:11:37","modified_gmt":"2026-04-11T12:11:37","slug":"la-violenza-lo-stato-la-guerra","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2004\/giugno\/la-violenza-lo-stato-la-guerra\/","title":{"rendered":"La violenza, lo stato, la guerra"},"content":{"rendered":"<p>Non c\u2019\u00e8 guerra senza violenza, se non quella tanto fredda da ridursi a semplice metafora. In essa, tuttavia, la natura dei\u00a0<em>soggetti<\/em>\u00a0in campo e la specificit\u00e0 dei\u00a0<em>fini<\/em> perseguiti determinano anche la forma della forza come mezzo: violenti sono gli individui o le bande,\u00a0mentre si \u00e8 soliti parlare di guerra, in senso tipico, solo nel caso di un \u201cconflitto armato fra due entit\u00e0 politiche indipendenti, per mezzo di forze militari organizzate e per il perseguimento di una politica tribale o nazionale\u201d\u00a0<sup>1<\/sup>. Eserciti e soldati, dunque, gli uni di fronte agli altri come in un duello. Con ci\u00f2 non si \u00e8 per\u00f2 detto ancora nulla sul ruolo dello\u00a0<em>stato<\/em>, tanto che molti uomini sono morti (e continuano a morire) per interessi appunto tribali, prima che nascessero e cozzassero fra loro quelli delle nazioni e che questi ultimi trovassero la loro cornice istituzionale tipicamente moderna. N\u00e9 si comprende perch\u00e9 rispetto alla guerra non si rinunci facilmente allo sforzo di elaborare un diritto (lungo i due filoni dello\u00a0<em>ius ad bellum<\/em>\u00a0e dello<em>\u00a0ius in bello<\/em>), o addirittura di argomentare la tesi che proprio essa pu\u00f2 diventare lo strumento della sua attuazione (in particolare per restaurarlo una volta che sia stato violato). La teorizzazione delle relazioni internazionali come relazioni essenzialmente\u00a0<em>interstatali<\/em>\u00a0e la rideclinazione su queste basi dell\u2019antica questione della guerra\u00a0<em>giusta<\/em>\u00a0possono in effetti apparire il risultato di una mera contingenza storica. Esse rinviano per\u00f2 anche ad una precisa opzione teorica, che trova nel\u00a0<em>Leviatano<\/em>\u00a0il suo esemplare, obbligato punto di riferimento.<\/p>\n<p>I termini del problema sono noti. La paura forza gli individui ad abbandonare la condizione originaria del\u00a0<em>bellum omnium contra omnes<\/em>, al fine di meglio garantire la propria sicurezza e aumentare il proprio benessere. Ci\u00f2, tuttavia, non \u00e8 pi\u00f9 possibile fra gli stati: la sovranit\u00e0 coincide con una nuova, peculiare figura dell\u2019individualit\u00e0, per la quale non valgono i limiti imposti all\u2019orgoglio, alla vendetta e all\u2019uso della spada, mentre la rapina pu\u00f2 tornare ad essere motivo del pi\u00f9 grande onore: gli stati si riserveranno sempre la pi\u00f9 assoluta libert\u00e0 di fare ci\u00f2 che riterranno pi\u00f9 rispondente al loro \u201cbeneficio\u201d e per questo vivranno \u201cnella condizione di guerra perpetua e in procinto di battersi, con le frontiere fortificate e con i cannoni puntati contro i vicini\u201d\u00a0<sup>2<\/sup>. C\u2019\u00e8 dunque un limite preciso della condizione\u00a0<em>civile<\/em>\u00a0dell\u2019umanit\u00e0, oltre il quale la\u00a0<em>natura<\/em>\u00a0torna implacabilmente a fare il suo corso o, per meglio dire, si crea una societ\u00e0 (quella internazionale) di fatto asociale per la mancanza di\u00a0<em>un<\/em>\u00a0titolare dell\u2019uso legittimo della forza. La guerra non \u00e8 semplicemente violenza perch\u00e9 rappresenta il paradosso di \u201cuno status giuridico che riconosce un eguale diritto a due o pi\u00f9 gruppi di sostenere un conflitto che richieda l\u2019uso delle armi\u201d\u00a0<sup>3<\/sup>. Ma la politica che la guerra persegue con altri mezzi \u00e8 per definizione quella \u201cdello stato\u201d\u00a0<sup>4<\/sup>\u00a0e quando non coinvolgono direttamente due di questi soggetti, che si riconoscono reciprocamente il diritto all\u2019esistenza, le guerre si definiscono imperiali precisamente perch\u00e9 in gioco c\u2019\u00e8 l\u2019eliminazione dell\u2019indipendenza e autonomia dell\u2019avversario, oppure, rispettivamente, infrastatali (civili) e infraimperiali<sup>5<\/sup>. Insomma, parafrasando Roger Caillois: lo stato, nato dalla violenza e che la contiene appropriandosene l\u2019uso in monopolio, genera la guerra<sup>6<\/sup>. E per fare la pace ci vorr\u00e0 un\u00a0<em>tavolo<\/em>\u00a0intorno al quale far sedere gli stati sovrani, tentando cos\u00ec di contenere ci\u00f2 che in linea di principio non conosce limiti e dunque regole n\u00e9 sui fini n\u00e9 sui mezzi.<\/p>\n<p>\u00c8 scontata l\u2019obiezione che quello del realismo non \u00e8 l\u2019unico profilo possibile della filosofia politica. Si pu\u00f2 per\u00f2 essere idealisti e arrivare, almeno a questo livello, allo stesso risultato. La determinazione fondamentale dello stato, la sua unit\u00e0 sostanziale, \u00e8 data allora da un rapporto nel quale ogni contenuto \u00e8 s\u00ec distinto, ma come\u00a0<em>momento<\/em>, cosicch\u00e9 le parti sono da intendersi alla stregua di \u201cmembra, momenti organici\u201d, il cui isolamento ed esistenza per s\u00e9 vale una vera e propria malattia\u00a0<sup>7<\/sup>. Anche questo recupero alla\u00a0<em>ragione<\/em>\u00a0di una dimensione istituzionale che non si limita a togliere la paura conferma tuttavia il ruolo dello stato come individualit\u00e0\u00a0<em>esclusiva<\/em>\u00a0e che come tale si relaziona alle altre individualit\u00e0 consimili. L\u2019idealit\u00e0 dell\u2019organico si dimostra cio\u00e8 e si mantiene solo all\u2019interno della compagine statale e della sua \u201ccostituzione\u201d, mentre\u00a0<em>all\u2019esterno<\/em>\u00a0resta una pluralit\u00e0 irriducibile e potenzialmente conflittuale di soggetti. Risultato: non esiste alcun \u201carbitro supremo e mediatore fra gli stati\u201d che non sia tale in modo puramente accidentale e la guerra non pu\u00f2 mai essere scartata come mezzo per\u00a0<em>decidere<\/em>\u00a0le loro controversie, fermo restando che ciascuno dei contendenti \u00e8 libero di \u201cporre la sua infinit\u00e0 e la sua dignit\u00e0\u201d in ci\u00f2 che ritiene tale, a prescindere da qualsiasi mediazione\u00a0<sup>8<\/sup>. La possibilit\u00e0 sempre reale della guerra, significativamente contrapposta all\u2019utopia kantiana della pace perpetua, va certo a sua volta interpretata nel pi\u00f9 ampio contesto della filosofia della storia e il riconoscimento della insostituibilit\u00e0 politica di una<em>\u00a0individualit\u00e0<\/em>\u00a0che \u00e8 tale in quanto includente e escludente non \u00e8 necessariamente il veicolo di un militarismo arrembante. Ma la guerra pu\u00f2 diventare addirittura, per questa via,\u00a0<em>presupposto<\/em>\u00a0senza bisogno \u201cdi essere qualcosa di quotidiano o di normale\u201d e restando piuttosto la cartina di tornasole semplicemente pronta all\u2019uso di uno stato di cose, con funzione esplicativa di ci\u00f2 che \u00e8 e, almeno politicamente, non pu\u00f2 non essere. L\u2019unit\u00e0 presuppone un\u2019<em>altra<\/em>\u00a0unit\u00e0 e uno stato mondiale non sarebbe un\u2019unit\u00e0 politica: \u201cUn globo terrestre definitivamente pacificato sarebbe un mondo senza pi\u00f9 la distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo senza politica\u201d\u00a0<sup>9<\/sup>. Eppure sar\u00e0 proprio Schmitt, aggiornando la sua posizione alla luce della logica bipolare della prima fase dell\u2019era atomica e del nuovo rilievo assunto dalla figura del partigiano-guerrigliero<sup>10<\/sup>, a riconoscere l\u2019esigenza di un nuovo vocabolario e di una nuova comprensione. La storia si \u00e8 ormai fatta beffe di tutte le distinzioni classiche \u201cdi politica ed economia, di militare e civile, di combattenti e non combattenti\u201d\u00a0<sup>11<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019ipotesi che suggeriamo di mettere alla prova nasce da uno spunto ancora una volta hegeliano, anche se sviluppato in una direzione decisamente diversa, che ne fa uno strumento ermeneutico della crisi dello stato-nazione, anzich\u00e9 il\u00a0<em>risultato<\/em>\u00a0delle sue istituzioni sussistenti. Una volta alleggerita della zavorra di questa eticit\u00e0\u00a0<em>costituzionale<\/em>\u00a0l\u2019idea della\u00a0<em>Gesinnung<\/em>\u00a0come convinzione, sentimento, orientamento e in questo senso patriottismo politico pu\u00f2 forse adattarsi meglio ad una fenomenologia frastagliata e complessa. Non solo le guerre continuano, mentre la violenza \u00e8 praticata sempre pi\u00f9 spesso da uomini senza divisa e che non agiscono in nome e per conto di una \u201centit\u00e0 politica indipendente\u201d. La stessa finalit\u00e0 del rovesciamento di un rapporto di forza e di dominio torna a ricomprendere fattori di appartenenza che proprio la nascita dello stato moderno dai processi di secolarizzazione e dalla distinzione pubblico\/privato come risposta\u00a0<em>tollerante<\/em>\u00a0ai conflitti di religione e poi il tragico consumarsi della stagione delle ideologie, ivi compreso il mito della razza superiore, sembravano aver reso definitivamente obsoleti, come motivi di esclusione. Contemporaneamente la cosiddetta globalizzazione ha aperto vistose crepe nel tradizionale argine istituzionale che consentiva di riconoscere in\u00a0<em>p\u00f3lemos<\/em>\u00a0il \u201cpadre di tutte le cose, di tutte re\u201d, secondo la celebre definizione eraclitea del frammento 53, neutralizzandone per\u00f2 gli effetti almeno al livello di applicabilit\u00e0 del contratto che toglie il conflitto e con esso il timore (Hobbes), che \u00e8 poi lo stesso della \u201cnatura seconda\u201d della ragione (Hegel). Il pregiudizio nazionalistico che fa oltrepassare al patriottismo il confine della virt\u00f9, quelli religiosi e la confusione fra le certezze della propria fede e la verit\u00e0 nella definizione del bene e del male, le differenze infine di ceto sociale e condizioni economiche fra i \u201cborghesi benestanti\u201d e i poveri che essi disprezzano costituivano gi\u00e0 per l\u2019illuminismo delle magnifiche sorti e progressive gli ostacoli principali sulla via della costruzione di un mondo che si sarebbe finalmente potuto dire buono perch\u00e9 in esso sarebbero diventate superflue la maggior parte di quelle che comunemente si chiamano \u201cbuone azioni\u201d<sup>12<\/sup>. Oggi possiamo dire che l\u2019orizzonte della filosofia politica si \u00e8 effettivamente ampliato fino a coincidere con quello del mondo, che lo ha fatto esattamente lungo queste direttrici e che l\u2019esito di questo percorso \u00e8 il declino dello stato nazionale come unico \u201ccontenitore\u201d includente\/escludente della societ\u00e0, dei suoi attori e delle sue dinamiche<sup>13<\/sup>. E tuttavia resta perlomeno dubbia la tesi che per lo stato post-moderno proprio la globalizzazione costituisca di per s\u00e9 l\u2019occasione tanto attesa per arrivare finalmente ad un ordine internazionale di pace e di sicurezza<sup>14<\/sup>\u00a0e non, al contrario, l\u2019<em>incipit<\/em>\u00a0di un pericoloso rifluire della guerra verso la sua condizione di pura violenza, impermeabile a tutti i simulacri della giuridicizzazione costruiti intorno allo stato-soggetto e grazie ai quali gli individui restavano almeno nemici solo \u201caccidentalmente, non come uomini e nemmeno come cittadini, ma come soldati\u201d<sup>15<\/sup>. La domanda fondamentale, ricordando che anche Lessing contesta il patriottismo che\u00a0<em>cessa<\/em>\u00a0di essere una virt\u00f9 e che dunque, mantenuto nei suoi giusti limiti, pu\u00f2 ben essere tale, potrebbe essere formulata in questi termini: il cosmopolitismo rimane un\u2019astrazione solo finch\u00e9 l\u2019unica\u00a0<em>concretezza<\/em>\u00a0riconosciuta \u00e8 quella degli stati, diventando di conseguenza la sola concretezza\u00a0<em>ideale<\/em>\u00a0nel momento in cui la loro sovranit\u00e0 si disperde? Oppure c\u2019\u00e8 una qualche forma appunto di\u00a0<em>patriottismo<\/em>\u00a0che non \u00e8 il\u00a0<em>pendant<\/em>\u00a0soggettivo-sentimentale della impossibilit\u00e0 di imporre\u00a0<em>a priori<\/em>\u00a0a un popolo la sua costituzione e dunque semplice\u00a0<em>effetto<\/em>\u00a0di quest\u2019ultima, una volta che in essa si sia dispiegata la reciprocit\u00e0 di razionale e reale<sup>16<\/sup>? In caso di risposta positiva a questa domanda, evidentemente, nella\u00a0<em>consuetudine<\/em>\u00a0che rinnova e consolida una volont\u00e0 di appartenenza e si consolida in<em>\u00a0fiducia<\/em>\u00a0rifluiscono\u00a0<em>tutti<\/em>\u00a0i vettori dell\u2019inclusione che esclude, perch\u00e9 non si d\u00e0 comunque passaggio diretto dall\u2019individuale all\u2019universale, anche quando si riconosce l\u2019importanza\u00a0<em>infinita<\/em>\u00a0dell\u2019affermazione che l\u2019uomo ha valore in quanto uomo.<\/p>\n<p>L\u2019economia non ha funzionato come\u00a0<em>medium<\/em>\u00a0della pacificazione mondiale. Questa speranza era nata con la rivoluzione industriale, per poi giocarsi fra il massimalismo di chi concludeva senz\u2019altro che \u201cl\u2019effetto naturale del commercio \u00e8 di portare alla pace\u201d<sup>17<\/sup>\u00a0e la pi\u00f9 modesta fiducia che l\u2019industria, la conoscenza e l\u2019umanit\u00e0, proprio perch\u00e9 destinate a crescere insieme, avrebbero reso almeno le rivoluzioni \u201cmeno tragiche\u201d e le guerre \u201cmeno crudeli\u201d<sup>18<\/sup>. Su questo ottimismo convergeranno la prospettiva sociologica del passaggio da una societ\u00e0 militare a quella in cui, raggiunto finalmente lo stadio<em>\u00a0positivo<\/em>\u00a0dell\u2019evoluzione dell\u2019uomo, la guerra semplicemente sparir\u00e0\u00a0<sup>19<\/sup> e la rivisitazione del motivo tucidideo dell\u2019utile, con l\u2019amore per la gloria e la paura uno dei tre istinti fondamentali che condurrebbero alla guerra, sotto il segno appunto dell\u2019opzione per una via diversa e pi\u00f9 efficace della conquista con le armi per arrivare a \u201cpossedere ci\u00f2 che si desidera\u201d<sup>20<\/sup>. Siamo sulla linea di Clausewitz, che aveva sottolineato precisamente l\u2019analogia fra la guerra e il commercio come conflitto di interessi e attivit\u00e0 umane, ma per dichiarare conclusa, sotto l\u2019impulso del secondo, la storia della prima. A questa prospettiva di pace si contrappone per\u00f2 la sottolineatura delle motivazioni essenzialmente, insuperabilmente economiche della guerra, che sarebbe in primo luogo, al di l\u00e0 delle giustificazioni di difesa nazionale o di crociata, partigiane o dinastiche, \u201c<em>sempre<\/em>\u00a0questione di propriet\u00e0 dei mezzi di produzione fondamentali, a partire dalla\u00a0<em>terra<\/em>\u00a0come \u201cmezzo generale\u201d e come \u201ccondizione oggettiva\u201d della produzione sociale [\u2026] Il che significa, in altri termini, che fino a quando esisteranno problemi di appropriazione, in forma pi\u00f9 o meno esclusiva, di mezzi di produzione fondamentali, la guerra sar\u00e0 sempre possibile\u201d<sup>21<\/sup>. Cos\u00ec come essa \u00e8 sempre stata per i sostenitori anche non crudamente neo-darwiniani del suo fondamento naturale, che senza inclinare necessariamente verso la celebrazione della vertiginosa sacralit\u00e0 di \u201cuna prova che fortifica e che esalta\u201d, perch\u00e9 \u201cla guerra e il coraggio hanno operato cose pi\u00f9 grandi che l\u2019amore del prossimo\u201d<sup>22<\/sup>, o l\u2019apologia della lotta come estremo rifugio della bellezza e \u201csola igiene del mondo\u201d<sup>23<\/sup>, prendono atto di una\u00a0<em>funzione<\/em>\u00a0tipicamente umana dell\u2019aggressivit\u00e0, che \u00e8 precisamente quella per la quale essa serve ai gruppi \u201cper disputarsi la terra e le risorse\u201d<sup>24<\/sup>. Giova peraltro ricordare come proprio Kant vedesse la\u00a0<em>garanzia<\/em>\u00a0della pace perpetua nell\u2019azione della grande artefice Natura, capace di far germogliare la concordia da quell\u2019istinto della guerra seguendo il quale i pi\u00f9 forti cacciano i deboli dalle terre pi\u00f9 ricche, con il risultato che vengono abitate e coltivate regioni che resterebbero altrimenti abbandonate e i popoli si costituiscono in stati, appunto per far fronte alla minaccia che proviene loro dai vicini: la guerra, questa \u201cimpresa sconsiderata degli uomini (suscitata dalle loro passioni sfrenate), forse nasconde profondamente qualche disegno della saggezza suprema\u201d<sup>25<\/sup>. Disegno che pu\u00f2 magari secolarizzarsi all\u2019interno di una filosofia della storia, fino all\u2019interpretazione rivoluzionaria dell\u2019imperialismo come fase suprema del capitalismo: proprio perch\u00e9 il capitale ha ormai raggiunto la fase conclusiva del suo sviluppo si sono create \u201cle premesse obiettive per l\u2019attuazione del socialismo\u201d e la \u201cguerra civile\u201d contro la borghesia nella quale trasformare quella imperialista per l\u2019asservimento di nazioni straniere al fine di depredarne le ricchezze pu\u00f2 essere davvero l\u2019ultima, dopo la quale si dovr\u00e0 \u201cnecessariamente realizzare la completa democrazia\u201d<sup>26<\/sup>.<\/p>\n<p>Nella guerra non ci sono sempre e soltanto mezzi di produzione da appropriarsi, scarsit\u00e0 da compensare o eccessi di accumulazione di capitale umano da bilanciare giocando sull\u2019alternativa di conquista e sacrificio<sup>27<\/sup>. Viceversa, \u00e8 fin troppo chiaro non solo che il mercato globale non ha affatto tolto le distanze materiali che comunque facilmente alimentano prima il risentimento, poi l\u2019odio e infine il conflitto. \u00c8 vero che negli ultimi decenni la povert\u00e0 in termini assoluti si \u00e8 ridotta anche nei paesi che occupano gli ultimi posti nella scala della ricchezza, ma sono appunto aumentate le disuguaglianze: per la distribuzione del reddito pro capite fra le venti economie pi\u00f9 ricche e le venti pi\u00f9 povere, per esempio, dal 1960 ad oggi il differenziale \u00e8 raddoppiato<sup>28<\/sup>. La logica industriale si \u00e8 nel frattempo dimostrata capace di integrarsi pienamente con quella militare, trovando anzi in essa una delle maggiori e pi\u00f9 stabili fonti di profitto. Se un effetto c\u2019\u00e8 stato (e non necessa-riamente moderatore), esso va cercato proprio nello spiazzamento degli stati-nazione ad opera di una spinta che rompe inesorabilmente le loro strette cornici e realizza un\u2019internazionalizzazione della vita economica \u201cnella quale non soltanto l\u2019esportazione delle merci, ma anche l\u2019esportazione di capitali ha la massima importanza sostanziale\u201d\u00a0<sup>2<\/sup><sup>9<\/sup>. Per Lenin si prepara cos\u00ec, come abbiamo detto, l\u2019avvento del socialismo. Ma anche la fede intransigentemente liberista di Cobden aveva chiesto \u201cmeno relazioni possibili tra i governi, quanti pi\u00f9 rapporti possibili tra le\u00a0<em>nazioni<\/em>\u201d\u00a0<sup>30<\/sup>. Da questi rapporti sarebbe infatti nata spontaneamente quella cooperazione, quasi una sorta di governance endogena ai mercati finanziari e commerciali, che doveva rappresentare la risposta autenticamente cosmopolita dell\u2019economia ai paladini dell\u2019imperialismo. Resta il dubbio che, se \u00e8 vero che quest\u2019ultimo era stato generato dalla necessit\u00e0 per la borghesia moderna di oltrepassare le tradizionali frontiere della sovranit\u00e0 politica\u00a0<sup>31<\/sup>, essa potrebbe semplicemente essersi adattata al suo tramonto. Il \u201cnodo tuttora irrisolto dei limiti d\u2019azione dello stato nazionale nell\u2019epoca dell\u2019economia e della comunicazione \u00abglobali\u00bb\u201d\u00a0<sup>32<\/sup>, coinciderebbe allora con il rischio che interessi che sono appunto ormai ben altro che<em>\u00a0nazionali<\/em>, sottraendosi ad ogni circuito di rappresentanza e visibilit\u00e0 istituzionali, finiscano col muoversi al di fuori di ogni controllo. Gli stati continuerebbero insomma a mettere in campo gli eserciti, ma le\u00a0<em>ragioni<\/em>\u00a0sarebbero ormai di altri.<\/p>\n<p>Il percorso dei diritti umani non appare meno accidentato. Proprio il fatto che l\u2019organizzazione pi\u00f9 importante nata con ambizioni sovranazionali con lo scopo di garantire la pace abbia cercato prima di tutto di arrivare ad un riconoscimento\u00a0<em>universale<\/em>\u00a0di tali diritti\u00a0<sup>33<\/sup>\u00a0dimostra come non ci sia cosmopolitismo istituzionale che possa prescindere da una qualche forma di legittimazione morale. Di qui una lunga serie di problemi fin troppo noti e discussi, che riguardano da una parte le questioni connesse alla effettiva\u00a0<em>giustiziabilit\u00e0<\/em>\u00a0delle controversie in questa materia davanti a un tribunale mondiale al quale affidare l\u2019ipotesi kelseniana di un giudice senza legislatore, senza cio\u00e8 l\u2019immediato, traumatico risucchio verso l\u2019alto di tutti i parametri della sovranit\u00e0, dall\u2019altra la definizione di ci\u00f2 che\u00a0<em>deve<\/em>\u00a0essere tutelato in presenza di concezioni del bene che non sempre consentono margini di sovrapposizione per consenso operativamente utili. Quali, in primo luogo, le forme e i limiti dell\u2019eventuale ingerenza umanitaria da parte della comunit\u00e0 internazionale o di alcuni dei suoi membri? Almeno alcuni regimi democratici possono alla resa dei conti risultare diffidenti non meno di quelli totalitari, come ben dimostra il caso recente della Corte criminale internazionale, nei confronti di operazioni che comunque comportano una messa in circolo dei rapporti di forza, ai quali pi\u00f9 facilmente si appoggiano la difesa dell\u2019identit\u00e0 e la tentazione del dominio. Anche senza entrare nel difficile dibattito sulla possibilit\u00e0 o meno di considerare la guerra uno strumento legittimo per arrivare ad una pace giusta, non si pu\u00f2 inoltre non prendere atto della attuale, strutturale asimmetria delle condizioni di applicabilit\u00e0 di un principio equivalente all\u2019azione della polizia giudiziaria negli ordinamenti giuridici nazionali. La mancanza di una credibile forza militare delle Nazioni unite \u00e8 l\u2019effetto non meno che la causa di quella permanente dislocazione sugli stati della potenza di azione e reazione che resta la migliore assicurazione d\u2019impunit\u00e0 per violazioni anche sistematiche dei diritti umani, che un inevitabile realismo \u00e8 per questo costretto a considerare come motivi certo necessari, ma mai sufficienti, per un intervento armato. L\u2019apologia del bene, insomma, pu\u00f2 paradossalmente costituire il pi\u00f9 forte incentivo al riarmo di chi ancora non si sente abbastanza forte. Nel frattempo, per quanti hanno raggiunto questa condizione, la tutela degli imprescrittibili diritti dell\u2019uomo resta una scelta di politica interna.<\/p>\n<p>E ancora: ogni volta che si individua uno stato-canaglia si fa evidentemente appello all\u2019antica certezza appunto morale che, senza giustizia, i regni non sono altro che grandi brigantaggi, cos\u00ec come le bande di briganti non sono altro che piccoli regni\u00a0<sup>34<\/sup>, ma la giustizia che si reclama non \u00e8 mai una questione semplicemente procedurale e dunque chi pu\u00f2 garantire che il suo contenuto sostanziale non resti oggetto di divergenze e conflitti? Che sono pi\u00f9 gravi e pericolosi quando, proprio fissando il limite dell\u2019assolutamente intollerabile, la giustizia riconosce di non potersi fondere con l\u2019ideale della pace perpetua. Ritorna per questa via, evidentemente, il motivo del diritto di resistenza, fino al sacrificio di s\u00e9 e forse oltre. E allora \u201cprima di tutto la giustizia, fino al sangue, al nostro sangue. Poi si vedr\u00e0\u201d\u00a0<sup>35<\/sup>. E allora la crisi di tutti coloro che arrivano a rimproverarsi amaramente di non aver capito per tempo che c\u2019era un male troppo grande per non essere combattuto,\u00a0<em>ad ogni costo<\/em>\u00a0<sup>36<\/sup>. Ma ci\u00f2 non significa illudersi che la democrazia imposta con la forza debba necessariamente suscitare in chi la subisce una reazione diversa da quella delle vittime della guerra che per Aristotele era naturalmente giusta, perch\u00e9 condotta contro quegli uomini che, nati per essere schiavi ed obbedire, rifiutavano di sottomettersi\u00a0<sup>37<\/sup>. Il bene e il male si definiscono sempre all\u2019interno di\u00a0<em>patrie<\/em>\u00a0morali e cos\u00ec ogni forma di cosmopolitismo che salti la difficolt\u00e0 di trasformare i valori in diritti \u00e8 destinata a scivolare nel paternalismo interculturale che pretende, magari in buona fede, \u201cdi imporre uno stile di vita nel suo complesso a chi non l\u2019abbia ereditato per tradizione e storia\u201d\u00a0<sup>38<\/sup>. E non c\u2019\u00e8 bisogno, perch\u00e9 la differenza si espliciti, che la patria si caratterizzi per un particolare grado di omogeneit\u00e0 etnica, culturale e religiosa, che pure la rende certamente pi\u00f9 esposta al rischio di chiusura e intolleranza\u00a0<sup>39<\/sup>. Tradizione e storia sono tutto ci\u00f2 che mantiene l\u2019identit\u00e0 localizzata in una cultura, personalizzata in una rete di relazioni fiduciarie, ritualizzata nello stile e nei gesti di una quotidianit\u00e0 diffusa\u00a0<sup>40<\/sup>. Patria, in questo senso, pu\u00f2 essere anche quella in cui si impara ad apprezzare il libero sviluppo della personalit\u00e0 come il primo bene da perseguire, a diffidare dell\u2019opinione e del sentimento dominante, a proteggersi dalla tendenza della societ\u00e0 a costringere tutti gli individui a conformarsi ad un modello dato\u00a0<sup>41<\/sup>. Come si pu\u00f2 pensare, per\u00f2, una giustizia immanente all\u2019orizzonte strutturalmente plurale dei soggetti che coinvolge? Questa immanenza non vale forse la rinuncia ad ogni pretesa normativa e dunque la ricerca sempre solo di fatto delle convergenze possibili?<\/p>\n<p>Nella societ\u00e0-mondo il vettore economico ha scardinato le appartenenze territoriali e davvero in Borsa si parla un unico linguaggio e \u201cl\u2019ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l\u2019un l\u2019altro come se fossero della stessa religione\u201d\u00a0<sup>42<\/sup>. Eppure questa forma di liberazione dal gioco reciproco di inclusione ed esclusione \u00e8 illusoria non meno di quell\u2019oblio della distanza fra come si vive e come \u201csi doverebbe vivere\u201d che \u00e8 la causa sicura della rovina dell\u2019uomo buono \u201cfra tanti che non sono buoni\u201d\u00a0<sup>43<\/sup>. La tensione di identit\u00e0 e alterit\u00e0 \u00e8 ineliminabile, non fosse altro perch\u00e9, come ci insegna la fenomenologia del desiderio, l\u2019uomo, desiderando intensamente, non sa esattamente cosa desidera e \u201cattende dall\u2019altro che gli dica ci\u00f2 che si deve desiderare, per acquistare tale essere\u201d\u00a0<sup>44<\/sup>. Per questo lo stesso diritto riesce a proteggere una comunit\u00e0 dalla violenza che sempre la minaccia solo attraverso una strategia di immunizzazione, grazie cio\u00e8 al fatto che esso la porta conficcata \u201cnel cuore stesso del proprio funzionamento\u201d: il sistema giudiziario prosciuga la violenza nel momento in cui la pratica impedisce cos\u00ec il reduplicarsi all\u2019infinito del bisogno di vendetta\u00a0<sup>45<\/sup>. A questo livello, probabilmente, si trova gi\u00e0 uno spunto anche per comprendere perch\u00e9 l\u2019esigenza di\u00a0<em>giuridicizzare<\/em>\u00a0la guerra si sia mostrata nel tempo almeno altrettanto forte di quella della sua giustificazione morale\u00a0<sup>46<\/sup>. Ma soprattutto si percepisce come nella solitudine del cittadino globale, sballottato nel flusso di immagini che hanno scompaginato frontiere e memorie collettive e pronto ad attaccarsi anche alle \u201ccomunit\u00e0-gruccia\u201d che durano lo spazio di un mattino\u00a0<sup>47<\/sup>, possa incunearsi la seduzione di quei surrogati della trasformazione \u201cdell\u2019altruismo personale in un egoismo nazionale\u201d\u00a0<sup>48<\/sup>\u00a0che dal grande dizionario di metafore della guerra riprendono la pratica della sovversione dell\u2019ordine quotidiano come necessaria premessa per aprire almeno un varco verso l\u2019unit\u00e0 e l\u2019ideale che la modernit\u00e0 ha disperso, letteralmente\u00a0<em>liquefatto<\/em>. Questo varco \u00e8 spesso quello della festa, del ritrovarsi in piazza per scambiarsi il gesto inclusivo della comunione. Quando questo gesto manca la ricerca della purezza pu\u00f2 per\u00f2 rendere l\u2019identit\u00e0\u00a0<em>armata<\/em>\u00a0non meno della paura, spingendola a \u201cschiacciare, far scomparire dall\u2019orizzonte l\u2019alterit\u00e0\u201d, a rifiutare di riconoscere che essa \u00e8 fatta anche di quest\u2019ultima e la incorpora nei propri \u201cprocessi formativi e metabolici\u201d. Con l\u2019effetto di mancare sempre l\u2019obiettivo, perch\u00e9 l\u2019alterit\u00e0, per quanto respinta, riaffiora\u00a0<sup>49<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019alleggerimento dello stato \u00e8 probabilmente inevitabile, ma una frettolosa rinuncia ad esso potrebbe aprire scenari potenzialmente pi\u00f9 inquietanti e soprattutto meno governabili di quelli dai quali proveniamo. Anche la psicoanalisi, seguendo la traccia della freudiana deflessione all\u2019esterno dell\u2019istinto di morte, ha riconosciuto appunto nello stato \u201cuna strana agenzia di import-export di distruzione\u201d, con la quale scaricare su un pezzo di mondo esterno angosce interiori che possono cos\u00ec essere aggredite e del tutto impropriamente curate. Proprio il potenziamento della minaccia reale fino alla prospettiva pantoclastica dell\u2019era atomica avrebbe tuttavia messo in crisi questo meccanismo (paranoico) di stabilizzazione dell\u2019identit\u00e0, imponendo l\u2019abolizione della sovranit\u00e0 dello stato come attributo precipuamente legato all\u2019istituzione guerra e il ritorno ai singoli individui della aggressivit\u00e0 che essi vi avevano depositato come in una banca; lo stato deve essere liberato dall\u2019ingorgo della violenza privata da esso \u201cmonopolizzata, capitalizzata ed eventualmente atomizzata\u201d\u00a0<sup>50<\/sup>. Tale monopolio della violenza pu\u00f2 certo essere vissuto come atto d\u2019amore inconfutabile e indimostrabile, dunque assoluto e mortale: \u201cIo amo la Germania e voglio per questo che viva\u201d\u00a0<sup>51<\/sup>. Ma questo amore, in quanto corrisponde ad un\u2019energia comunque da investire, difficilmente rester\u00e0 senza oggetto e l\u2019improvvisa chiusura della\u00a0<em>banca<\/em>\u00a0potrebbe non bastare a rendere gli investitori pi\u00f9 razionali. Molti potrebbero anzi orientarsi su titoli ad alto rendimento, ma a rischio altrettanto elevato. Non c\u2019\u00e8 dubbio, d\u2019altra parte, che la difficolt\u00e0 principale nelle relazioni internazionali \u00e8 legata in questo momento proprio all\u2019impossibilit\u00e0 di far fronte a gran parte delle crisi in atto \u2013 prima fra tutte quella aperta dall\u2019azione terroristica dell\u201911 settembre2001 \u2013 lavorando sulle opzioni ancorate all\u2019identificazione di sovranit\u00e0 e potenza. Non funziona il vecchio modello dell\u2019<em>equilibrio<\/em>, che presuppone il reciproco, almeno temporaneo riconoscimento del diritto ad esistere e il calcolo utilitaristico della differenza fra i vantaggi di un ordine pi\u00f9 o meno concertato e i costi del conflitto sempre possibile e che proprio per questo, come equilibrio del terrore, ha garantito un lungo periodo di pace: quel saldo era sempre negativo, una volta computata sulla colonna dei costi la minaccia della distruzione totale e azzerato il carattere contingente e variabile delle relazioni di forza. Oggi anche la pi\u00f9 devastante capacit\u00e0 di risposta militare ad un attacco pu\u00f2 non proteggere dalla frustrazione della pi\u00f9 grande impotenza, quando il nemico \u00e8 infinitamente pi\u00f9 piccolo, ma semplicemente non si lascia vedere (con la giustificazione che la guerriglia e lo stesso terrorismo sono la risorsa estrema di fronte all\u2019impossibilit\u00e0 di affrontare la battaglia in campo aperto per manifesta superiorit\u00e0 dell\u2019avversario). Per lo stesso motivo anche l\u2019impero ha i piedi d\u2019argilla, con l\u2019aggravante che l\u2019inclusione pu\u00f2 essere facilmente avvertita come un\u2019esclusione mascherata, che non pu\u00f2 pi\u00f9 essere esternalizzata e dunque non lascia spazi di fuga fra l\u2019omologazione e la ribellione.<\/p>\n<p>La via d\u2019uscita dal modello Westfalia, che l\u2019Europa ha esportato con successo per alcuni secoli, passa allora per l\u2019ingresso di altri soggetti e soprattutto di pi\u00f9 complessi e policentrici livelli di aggregazione sulla scena delle relazioni internazionali. Occorre per\u00f2 imparare a sganciare il cosmopolitismo delle regole dalla sua ipoteca morale, includendo in esso uno spazio flessibile e sufficientemente aperto per il patriottismo (il gruppo), oltre che per il politeismo (l\u2019individuo) dei valori. Gli stati diventano transnazionali, cio\u00e8 aperti alla coesistenza di diversificati codici identitari e capaci di \u201cdividersi le lealt\u00e0 dei loro cittadini, da un lato con altre autorit\u00e0 regionali ed espresse dalla societ\u00e0 mondiale, dall\u2019altro con autorit\u00e0 substatali, subnazionali. Questa \u201cnuova medievalit\u00e0\u201d significa che le identit\u00e0 e i legami sociali e politici devono essere sovrapponibili, pensando a punti di riferimento e a progetti d\u2019azione globali, regionali, nazionali e locali\u201d\u00a0<sup>52<\/sup>. L\u2019esigenza di superare il deficit di democraticit\u00e0 dei poteri che si formano nella globalizzazione dei mercati e dei saperi apre d\u2019altronde alla costruzione di una dimensione politica\u00a0<em>interna<\/em>\u00a0mondiale, in grado di sottrarsi ai fantasmi di un\u2019umanit\u00e0 ad una dimensione proprio grazie all\u2019articolazione di un nuovo e flessibile livello istituzionale\u00a0<em>universale<\/em>\u00a0<sup>53<\/sup>. \u00c8 chiaro che alla definizione di quest\u2019ultimo pu\u00f2 senz\u2019altro giovare &#8211; posto che la guerra \u00e8 l\u2019antitesi del diritto\u00a0<sup>54<\/sup>, ma il diritto \u00e8 come abbiamo visto lo strumento pi\u00f9 efficace per la terapia della violenza &#8211; l\u2019allargamento anche progressivo e graduale della giuridicizzazione delle relazioni attraverso le quali una societ\u00e0 che era nata anarchica perch\u00e9 funzionalmente indifferenziata e giocata su rapporti di forza fra soggetti formalmente riconosciuti di pari dignit\u00e0 riorienta quei rapporti al principio del dialogo e del consenso\u00a0<sup>55<\/sup>, verificando l\u2019ipotesi che una sovranit\u00e0 condivisa non comporta una riduzione dei propri margini di sicurezza. La cautela \u00e8 per\u00f2 d\u2019obbligo, perch\u00e9 il \u201cpacifismo istituzionale\u201d sconta come abbiamo visto un eccesso di idealismo, se non di ingenuit\u00e0, nello stabilire un\u2019analogia troppo stretta fra l\u2019evoluzione dei sistemi giuridici arcaici e quella del sistema internazionale\u00a0<sup>56<\/sup>.<\/p>\n<p>Retrocedere dagli stati e tornare ai<em>\u00a0popoli<\/em>\u00a0pu\u00f2 essere un modo per sottolineare e difendere l\u2019idea che la causa della giustizia non si colloca fra sovranit\u00e0 chiuse, ma fra appartenenze che sono, nella loro\u00a0<em>particolarit\u00e0<\/em>, culturali e morali, oltre che istituzionali. Purch\u00e9 non si coltivi la pretesa di distribuire con troppa facilit\u00e0 patenti di\u00a0<em>decenza\u00a0<\/em><sup>57<\/sup>\u00a0o addirittura quella di un dispotismo dei valori che costituirebbe l\u2019eco appena ingentilita di quello politico che si autoproclamava legittimo quando il fine era il progresso e si aveva a che fare con razze considerate ancora minorenni\u00a0<sup>58<\/sup>. Cos\u00ec si alimenterebbe solo il fondamentalismo di tradizioni assediate, \u201cfiglio della globalizzazione, a cui reagisce e di cui nello stesso tempo si serve\u201d\u00a0<sup>59<\/sup>. La\u00a0<em>legge<\/em>\u00a0di questi popoli deve restare una forma di relazione senza sussunzione e per questo eminentemente politica, come tale probabilmente costretta, in qualche occasione, a tornare a cercare l\u2019equilibrio prima della giustizia e a farlo utilizzando una tastiera pi\u00f9 ampia di quella della forza che scoraggia l\u2019aggressione a viso aperto, ma pu\u00f2 poco contro la violenza in abiti civili. Certo, perch\u00e9 ci\u00f2 che \u00e8 realisticamente ragionevole non rimanga ostaggio della costellazione empirica e intrecciata delle appartenenze occorrer\u00e0 mantenere perlomeno la tensione a ci\u00f2 che, anche nelle relazioni internazionali, pu\u00f2 proporsi come incondizionatamente meritevole di essere realizzato. Si tratter\u00e0 per\u00f2 di una valenza normativa che poggia meno sulla universalit\u00e0 dei principi e pi\u00f9 sulla\u00a0<em>esemplarit\u00e0<\/em>\u00a0di relazioni capaci di stabilizzare il riconoscimento reciproco e quindi il consenso ad istituzioni comuni\u00a0<sup>60<\/sup>. Fra la patria e il mondo c\u2019\u00e8 sempre una discontinuit\u00e0, che per\u00f2 pu\u00f2 diventare catalizzatore dinamico di integrazione e dunque virt\u00f9. Discontinuit\u00e0, perch\u00e9 il mondo contiene le differenze degli interessi, delle culture e delle fedi nella forma della negazione, posto che tale resta ogni determinazione e l\u2019identit\u00e0 \u00e8 una determinazione. E tuttavia potenzialmente virtuosa, perch\u00e9 nessuna di quelle differenze \u00e8 in grado di assolversi dal suo significato essenzialmente interlocutorio, riflesso dell\u2019idea regolativa della giustizia nell\u2019unica forma che, a questo livello, pu\u00f2 portarci ad una almeno parziale immunizzazione dal male oscuro della storia.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Cfr. R. Aron,\u00a0<em>La politica, la guerra, la storia<\/em>, ed. it. a cura di A. Panebianco, Bologna, il Mulino, 1992, p. 410. La definizione \u00e8 ripresa da Malinowski e Pear.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0T. Hobbes,\u00a0<em>Leviatano<\/em>, Firenze, La Nuova Italia, 1976, p. 210.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Q. Wright,<em>\u00a0A Study of War<\/em>, Chicago 1942, I, p. 8.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0C. von Clausewitz,\u00a0<em>Della guerra<\/em>, ed. it. a cura di G.E. Rusconi, Torino, Einaudi, 2000, p. 9.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0Cfr. R. Aron,\u00a0<em>Paix et guerre entre les nations<\/em>. Trad. it. Pace e guerra fra le nazioni, Milano, Edizioni di Comunit\u00e0, 1970.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0\u201cSe lo stato \u00e8 nato dalla guerra, esso le rende la pariglia, generandola a sua volta. I loro progressi vanno di pari passo\u201d (R. Caillois,\u00a0<em>La vertigine della guerra<\/em>, Roma, Edizioni Lavoro, 1990, p. 106).<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Cfr. G.W.F. Hegel,<em>\u00a0Lineamenti di filosofia del diritto<\/em>, trad. it. di F. Messineo, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 275 (\u00a7 278).<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Ivi, pp. 207 (\u00a7 209) e 324-325 (\u00a7\u00a7 333-334).<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0C. Schmitt,<em>\u00a0Le categorie del politico<\/em>, ed. it. a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 116-118 e 137.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0L\u2019incarnazione dell\u2019opposizione autoctona all\u2019invasore straniero aveva peraltro sollecitato l\u2019attenzione dello stesso Clausewitz. \u00c8 la \u201cguerra di popolo\u201d condotta in Spagna contro Napoleone a fornire l\u2019esempio di una particolare forma di ampliamento e intensificazione \u201cdell\u2019intero processo di fermento che chiamiamo appunto guerra\u201d, ferma restando l\u2019insostituibilit\u00e0 di un esercito e dunque la necessit\u00e0 per lo svolgimento di queste operazioni di non materializzarsi mai in un corpo compatto che il nemico potrebbe facilmente distruggere e di seguire piuttosto l\u2019esempio di quelle nuvole minacciose dalle quali pu\u00f2 improvvisamente scoccare \u201cun fulmine potente\u201d (C. von Clausewitz,\u00a0<em>op. cit<\/em>., pp. 183 e 187).<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0C. Schmitt, op. cit., pp. 99-100. La\u00a0<em>Theorie des Partisanen<\/em>\u00a0esce nel 1963 (trad. it. Milano, il Saggiatore, 1981), lo stesso anno della riedizione de<em>\u00a0Il concetto di \u201c politico\u201d<\/em>.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0Cfr. G.E. Lessing,\u00a0<em>Ernst e Falk. Dialoghi per massoni, in La religione dell\u2019umanit\u00e0<\/em>, ed. it. a cura di N. Merker, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 106-7 e 99.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0Cfr. per esempio U. Beck,\u00a0<em>Che cos\u2019\u00e8 la globalizzazione<\/em>, Roma, Carocci 1999, che distingue per questo il\u00a0<em>globalismo<\/em>\u00a0del mercato mondiale, la globalit\u00e0 della societ\u00e0-mondo e la\u00a0<em>globalizzazione<\/em>\u00a0che\u00a0<em>apre<\/em>\u00a0i confini dello stato nazionale.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0Come sostenuto per esempio, prima dell\u201911 settembre, in R. Cooper,<em>\u00a0The Postmodern State and the World Order<\/em>, London, Demos, 2000.<br \/>\n<sup>15<\/sup>\u00a0J.J. Rousseau,<em>\u00a0Del contratto sociale<\/em>, in Opere, ed. it. a cura di P. Rossi, Milano, Sansoni, 1993, p. 282.<br \/>\n<sup>16<\/sup>\u00a0Cfr. G.W.F. Hegel.\u00a0<em>op. cit<\/em>., pp. 207, 251 e 273 (\u00a7\u00a7 209, 268 e 274).<br \/>\n<sup>17<\/sup>\u00a0C. de Montesquieu,\u00a0<em>Lo spirito delle leggi<\/em>, Torino, Utet, 1952, p. 528.<br \/>\n<sup>18<\/sup>\u00a0D. Hume,\u00a0<em>Of Refinement in the Arts<\/em>, in\u00a0<em>The Philosophical Works<\/em>, edd. T.H. Green e T.H. Grose, vol. III, Aalen 1964, p. 303.<br \/>\n<sup>19<\/sup>\u00a0Cfr. A. Comte,\u00a0<em>Corso di filosofia positiva<\/em>, Torino, Utet, 1967, p. 427.<br \/>\n<sup>20<\/sup>\u00a0B. Constant,\u00a0<em>De l\u2019esprit de conqu\u00eate et de l\u2019usurpation<\/em>, in \u0152uvres, Paris, Gallimard, 1979, p. 959. Citato, come Montesquieu e Comte, da L. Bonanate,\u00a0<em>La guerra<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 1998.<br \/>\n<sup>21<\/sup>\u00a0<em>Guerra<\/em>, in\u00a0<em>Enciclopedia del Novecento<\/em>, p. 1008.<br \/>\n<sup>22<\/sup>\u00a0Cfr. R. Caillois,\u00a0<em>op. cit<\/em>., p. 91 e F. Nietzsche,\u00a0<em>Cos\u00ec parl\u00f2 Zarathustra<\/em>, Milano, Mursia, 1978 (8), p. 49.<br \/>\n<sup>23<\/sup>\u00a0F.T. Marinetti,\u00a0<em>Manifesti del futurismo<\/em>, cit. da S. Guglielmino,\u00a0<em>Guida al Novecento<\/em>, Milano, Principato Editore, 1971, II, 99.<br \/>\n<sup>24<\/sup>\u00a0I. Eibl-Eibesfeldt,\u00a0<em>Etologia della guerra<\/em>, Torino, Boringheri, 1983, p. 191.<br \/>\n<sup>25<\/sup>\u00a0I. Kant,<em>\u00a0Per la pace perpetua, in Scritti politici<\/em>, ed. it. a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu, Torino, Utet, 1965, p. 306 e\u00a0<em>Critica del giudizio<\/em>, ed. it. a cura di V. Verra, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 310.<br \/>\n<sup>26<\/sup>\u00a0Lenin,\u00a0<em>La guerra imperialista<\/em>, trad. it. di F. Platone, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 175 e 18.<br \/>\n<sup>27<\/sup>\u00a0Il ruolo primario del fattore demografico \u00e8 sostenuto da G. Bouthoul,\u00a0<em>Le guerre. Elementi di polemologia<\/em>, Milano, Longanesi, 1982 (1961).<br \/>\n<sup>28<\/sup>\u00a0Cfr. L. Becchetti e L. Paganetto,<em>\u00a0Finanza etica. Commercio equo e solidale<\/em>, Roma, Donzelli, 2003, pp. 28-45.<br \/>\n<sup>29<\/sup>\u00a0Lenin, op. cit., p. 20.<br \/>\n<sup>30<\/sup>\u00a0R. Cobden,\u00a0<em>The Political Writings<\/em>, London-New York 1867, vol. I, pp. 282-283.<br \/>\n<sup>31<\/sup>\u00a0Cfr. H. Arendt,<em>\u00a0Le origini del totalitarismo<\/em>, Milano, Edizioni di Comunit\u00e0, 1976, pp. 171 sgg.<br \/>\n<sup>32<\/sup>\u00a0G. Sadun Bordoni,\u00a0<em>La crisi politica della modernit\u00e0<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 16.<br \/>\n<sup>33<\/sup>\u00a0Solo cercato, visto che alcuni paesi, come l\u2019Arabia Saudita, significativamente non accettarono la Dichiarazione\u00a0<em>occidentale<\/em>\u00a0del 1948.<br \/>\n<sup>34<\/sup>\u00a0Agostino,\u00a0<em>La Citt\u00e0 di Dio<\/em>, Torino, Einaudi, 1992, p. 147.<br \/>\n<sup>35<\/sup>\u00a0E. Mounier,\u00a0<em>Rivoluzione personalista e comunitaria<\/em>, Milano, Edizioni di Comunit\u00e0, 1955, p. 283. Fermo restando naturalmente che la spada dello spirito alla quale qui Mounier si riferisce \u00e8 quella della forza non dell\u2019aggressivit\u00e0, ma della generosit\u00e0.<br \/>\n<sup>36<\/sup>\u00a0Come Simone Weil, che dopo aver scritto nel 1938 che l\u2019eventualit\u00e0 di una guerra le faceva preferire l\u2019ipotesi di un\u2019egemonia della Germania in Europa, che poteva, \u201cin fin dei conti, non essere una sventura\u201d, riconobbe qualche anno dopo che perseguire la distruzione di Hitler, con o senza speranza di successo, era in realt\u00e0 l\u2019unica cosa da fare: \u201cForse ho assunto questo atteggiamento troppo tardi. Credo che sia cos\u00ec e me ne rimprovero amaramente\u201d (S. Weil,\u00a0<em>Sulla guerra<\/em>, Milano, Nuova Pratiche Editrice, 1998, pp. 92 e 19-20).<br \/>\n<sup>37<\/sup>\u00a0Cfr. Aristotele,\u00a0<em>Politica<\/em>, ed. it. a cura di C.A. Viano, Milano, Rizzoli, 2002, p. 105.<br \/>\n<sup>38<\/sup>\u00a0S. Maffettone,<em>\u00a0Etica pubblica. La moralit\u00e0 delle istituzioni nel terzo millennio<\/em>, Milano, il Saggiatore, 2001, p. 309.<br \/>\n<sup>39<\/sup>\u00a0Le patrie, per intenderci, alle quali non intenderebbe ispirarsi il neo-patriottismo repubblicano. Cfr. M. Viroli,\u00a0<em>Repubblicanesimo<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 80-81.<br \/>\n<sup>40<\/sup>\u00a0Cfr. F. Casetti e C. Giaccardi,\u00a0<em>Tradizione e comunicazione nell\u2019era della globalit\u00e0<\/em>, in<em>\u00a0Globalizzazione. Comunicazione. Tradizione<\/em>, \u201cQuaderni della Segreteria generale Cei\u201d, VI (2002), nr. 21, p. 36.<br \/>\n<sup>41<\/sup>\u00a0Cfr. J.S. Mill,<em>\u00a0Saggio sulla libert\u00e0<\/em>, Milano, il Saggiatore, 1999, p. 7.<br \/>\n<sup>42<\/sup>\u00a0Voltaire,<em>\u00a0Lettere filosofiche<\/em>, in\u00a0<em>Scritti politici<\/em>, a cura di M. Fubini, Torino, Utet, 1964, p. 234.<br \/>\n<sup>43<\/sup>\u00a0N. Machiavelli,\u00a0<em>Il Principe<\/em>, in<em>\u00a0Opere<\/em>, vol. I, Torino, Einaudi, 1997, p. 159.<br \/>\n<sup>44<\/sup>\u00a0R. Girard,\u00a0<em>La violenza e il sacro<\/em>, Milano, Adelphi, 1980, p. 193.<br \/>\n<sup>45<\/sup>\u00a0Cfr. R. Esposito,\u00a0<em>Immunitas. Protezione e negazione della vita<\/em>, Torino, Einaudi, 2002, pp. 12-13 e 48.<br \/>\n<sup>46<\/sup>\u00a0Per la quale \u201cci\u00f2 che la maggior parte di noi vuole, persino in guerra, \u00e8 agire o dare l\u2019impressione di agire moralmente; e il motivo per cui lo vogliamo \u00e8, semplicemente, che sappiamo cosa significa moralit\u00e0 \u2013 almeno sappiamo cosa generalmente si ritiene che sia\u201d (M. Walzer,\u00a0<em>Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche<\/em>, Napoli, Liguori, 1990, p. 36).<br \/>\n<sup>47<\/sup>\u00a0Cfr. Z. Bauman,\u00a0<em>La solitudine del cittadino globale<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2000, Voglia di comunit\u00e0, Roma-Bari, Laterza, 2001 e Modernit\u00e0 liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.<br \/>\n<sup>48<\/sup>\u00a0R. Niebhur,\u00a0<em>Uomo morale e societ\u00e0 immorale<\/em>, Milano, Jaca Book, 1968, p. 23.<br \/>\n<sup>49<\/sup>\u00a0Cfr. F. Remotti,\u00a0<em>Contro l\u2019identit\u00e0<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2003 (1996), pp. 61-63.<br \/>\n<sup>50<\/sup>\u00a0F. Fornari,\u00a0<em>Psicoanalisi della guerra<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1988 (3), p. 21.<br \/>\n<sup>51<\/sup>\u00a0G. Simmel,\u00a0<em>Sulla guerra<\/em>, a cura di S. Giacometti, Roma, Armando, 2003, p. 63.<br \/>\n<sup>52<\/sup>\u00a0U. Beck,<em>\u00a0op. cit<\/em>., p. 137.<br \/>\n<sup>53<\/sup>\u00a0Cfr. J. Habermas,\u00a0<em>La costellazione postnazionale<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2000.<br \/>\n<sup>54<\/sup>\u00a0Cfr. N. Bobbio,\u00a0<em>Il problema della guerra e le vie della pace<\/em>, Bologna, il Mulino, 1979, p. 111.<br \/>\n<sup>55<\/sup>\u00a0Cfr. K. Waltz,\u00a0<em>Teoria della politica internazionale<\/em>, Bologna, il Mulino, 1987, cap. V e H. Bull e A. Watson, L\u2019espansione della societ\u00e0 internazionale, Milano, Jaca Book, 1994, p. 3. Di Bull si veda anche lo studio ormai classico su\u00a0<em>The Anarchical Society<\/em>.<em>\u00a0A Study of Order in World Politics<\/em>, London, Macmillan, 1977.<br \/>\n<sup>56<\/sup>\u00a0Cfr. per esempio le osservazioni sulla proposta sviluppata da Kelsen in\u00a0<em>La pace attraverso il diritto<\/em>, Torino, Giappichelli, 1990, di P.P. Portinaro,<em>\u00a0Il realismo politico<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 120-124.<br \/>\n<sup>57<\/sup>\u00a0Su\u00a0<em>The Law of Peoples di Rawls<\/em>, sullo sfondo appunto di una rilettura dei paradigmi della giustizia internazionale e del dibattito fra cosmopolitismo e nazionalismo come forma della pi\u00f9 generale controversia fra primato dell\u2019individuo e del gruppo cfr. F. Viola,\u00a0<em>Problemi filosofici di giustizia internazionale<\/em>. A proposito di\u00a0<em>The Law of Peoples<\/em>\u00a0di John Rawls, in \u201c<em>Ars Interpretandi<\/em>\u201d, 2001, nr. 6, pp. 115-155.<br \/>\n<sup>58<\/sup>\u00a0Cfr. J.S. Mill,\u00a0<em>op. cit<\/em>., p. 13.<br \/>\n<sup>59<\/sup>\u00a0A. Giddens,\u00a0<em>Il mondo che cambia<\/em>, Bologna, il Mulino, 2001, p. 65.<br \/>\n<sup>60<\/sup>\u00a0Cfr. A. Ferrara,\u00a0<em>Neutralit\u00e0 e giustificazione politica nel liberalismo degli anni Novanta tra perfezionismo, proceduralismo e ragione pubblica<\/em>, in AA.VV.,\u00a0<em>Libert\u00e0, giustizia e bene in una societ\u00e0 plurale<\/em>, a cura di C. Vigna, Milano, Vita e Pensiero, 2003, pp. 350-353.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[980],"fascicolo":[81],"class_list":["post-1253","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-stefano-semplici","fascicolo-giugno-2004"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - La violenza, lo stato, la guerra<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Stefano Semplici, pubblicato nel numero di Giugno 2004. 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