{"id":1243,"date":"2003-02-01T12:00:00","date_gmt":"2003-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1243"},"modified":"2026-04-11T12:11:37","modified_gmt":"2026-04-11T12:11:37","slug":"gian-antonio-stella-lorda-quando-gli-albanesi-eravamo-noi-rizzoli-milano-2002-pp-277","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2003\/febbraio\/gian-antonio-stella-lorda-quando-gli-albanesi-eravamo-noi-rizzoli-milano-2002-pp-277\/","title":{"rendered":"Gian Antonio Stella, L\u2019orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano, 2002, pp. 277"},"content":{"rendered":"<p>Gian Antonio Stella ha recentemente pubblicato un libro il cui contenuto ha contribuito a fornire nuovi spunti di riflessione sul delicato problema dell\u2019immigrazione. La complessa materia viene avvicinata da una prospettiva controversa e spigolosa, quella della xenofobia. La lettura del testo, pertanto, risulta assai attuale in un momento in cui il tema dell\u2019accoglienza del migrante e del rifugiato \u00e8 diventato una primaria istanza del dibattito\u00a0culturale e politico del nostro presunto villaggio globale.<\/p>\n<p>Appare chiaro che, se il fenomeno dell\u2019integrazione dell\u2019umanit\u00e0 nel proprio mondo aumenta in misura esponenziale sotto il profilo dell\u2019economia e della cultura, questo non accade per i movimenti migratori delle persone. Il sempre pi\u00f9 rapido sviluppo tecnologico, unito con la maturazione della consapevolezza della necessit\u00e0 della mobilit\u00e0 fisica e intellettuale, infatti, ha abbreviato tutte le distanze territoriali, ma rischia di scavare un profondo solco tra coloro i quali partecipano allo sviluppo e di esso ne godono i frutti e coloro i quali ne sono, invece, esclusi.<\/p>\n<p>I risvolti politici e sociali, che accompagnano il fenomeno della globalizzazione, stanno ridisegnando il concetto di stato-nazione, mettendo in crisi il concetto di dominio esclusivo del territorio da parte di una comunit\u00e0. Nella difficolt\u00e0 di affermare un istituto giuridico sostitutivo, emerge, allora, in misura preoccupante come la cifra etnica possa diventare l\u2019unica in grado di fondare un nuovo confine capace tanto di legittimare l\u2019esclusione dell\u2019altro per usufruire delle chance offerte dalla sviluppo economico, quanto di garantire al tempo stesso un limite \u201cinvalicabile\u201d alla esclusione che incombe proprio in virt\u00f9 di quella partecipazione.<\/p>\n<p>Viene, per questa via, imposta una trasformazione del ruolo e del significato del confine territoriale dello stato \u2013 nazione, sottoponendolo ad una sempre pi\u00f9 invasiva interpretazione etnica. Si pu\u00f2, infatti, assistere come, in molte societ\u00e0 del mondo occidentale, l\u2019impatto dei fenomeni migratori venga tradotto nella diffusione di un\u2019idea che tende a legittimare la cittadinanza e, quindi, la piena inclusione con la comune appartenenza etnica; e, su questa base, a ridisegnare le delimitazioni di un confine politico e sociale. La matrice neoliberista dell\u2019affermazione del mercato globale finisce, in maniera paradossale con l\u2019acuire il bisogno di controllo sui movimenti delle persone, producendo nuove e profonde fratture sociali che ricevono anche una proiezione spaziale.<\/p>\n<p>Sempre di pi\u00f9 il confine non pi\u00f9 solo territoriale, ma soprattutto politico e sociale si trovano investiti della richiesta, da parte del cos\u00ecdetto cittadino \u201cvincente\u201d nella sfida economica imposta dalle \u201cregole\u201d del modello capitalistico imperante, di garantire immunizzazione, di prevenire il contatto con un\u2019alterit\u00e0 percepita tanto diversa, quanto minacciosa. La globalizzazione, infatti , come ha felicemente intuito Bauman\u00a0<sup>1<\/sup>\u00a0induce ad un ripiegamento autoconservativo ed autodifensivo essenzialmente nei riguardi delle persone, percepite sia come concorrenti \u2013 competitori in una corsa in cui, soltanto, chi vince sopravvive; sia come vincoli, impedimenti al pieno dispiegarsi della libert\u00e0 individuale finalmente conquistata di muoversi, di spendere, di vivere al riparo dell\u2019impatto inquietante con problemi sociali ormai derubricati a questioni private, lontane, troppo spesso sentite come estranee.\u00a0<sup>2<\/sup><\/p>\n<p>Chi pu\u00f2 scegliere di viaggiare nel mondo per affari o per turismo si vede sempre pi\u00f9 agevolato nelle proprie aspirazioni, chi, invece, \u00e8 costretto a spostarsi per sopravvivere e costruire un futuro per la propria famiglia incontra sempre pi\u00f9 limiti ed impedimenti. La globalizzazione, mentre accelera ed esalta la libert\u00e0 di trasferimento di beni e capitali, sembra ostacolare i movimenti della maggioranza delle persone, soprattutto di quelle che , provenendo da certe aree geografiche e culturali, sono portatrici di specifiche istanze. E\u2019, questa, una manifestazione tipica della cosiddetta \u201csindrome di Johannesburgh\u201d, secondo la quale i ricchi devono iniziare a difendersi dai poveri, riducendo od ostacolando i loro spostamenti.<\/p>\n<p>Una nuova retorica si va cos\u00ec diffondendo a livello culturale: i migranti come responsabili delle crisi sociali e delle nuove paure collettive e come minaccia seria alla salvaguardia delle identit\u00e0 nazionali. Come a dire che l\u2019ideale che si vuole propugnare \u00e8 un assetto socio politico nel quale gli immigrati siano visibili agli occhi dei residenti mentre operano nel mercato del lavoro, soprattutto di quello irregolare, per scomparire dalla vista, e dunque non risultare pi\u00f9 meritevoli di attenzione ai fini della cittadinanza, non appena gli stessi cerchino di entrare nelle altre sfere di vita.\u00a0<sup>3<\/sup>\u00a0Un nuovo concetto di frontiera, imposto da chi pu\u00f2 scegliere di liberalizzare l\u2019accesso ad una comunit\u00e0, diventa strumentale ai fini della diffusione della consapevolezza di una presunta diversit\u00e0 e di una necessaria estraneit\u00e0.<\/p>\n<p>Ripercorrere la storia dell\u2019emigrazione italiana all\u2019estero, quindi, diventa anche un fare i conti con se stessi, con le proprie radici, ma, quindi, anche con il proprio futuro. Lo stile narrativo di Gian Antonio Stella \u00e8, per tali ragioni, semplicemente brutale, cos\u00ec come possono gettare nello sconforto alcune descrizioni dei nostri avi emigranti, prese da articoli di giornale, estratti di provvedimenti amministrativi, saggi ed interventi di intellettuali. Siamo stati protagonisti di tutto ci\u00f2 che noi oggi addebitiamo con sdegno agli immigrati extracomunitari; ci siamo macchiati anche noi degli stessi reati di cui li accusiamo, e che li rendono ai nostri occhi, cos\u00ec assolutamente diversi.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia gi\u00e0 stato rinfacciato, un secolo fa od anche solo pochi anni fa, a noi stessi da coloro i quali si consideravano gli altri, le nazioni ospitanti, le popolazioni dove emigravamo. \u201cLoro\u201d sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: in numero tale che i consolati dei paesi confinanti incessantemente ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste per monitorare le partenze dei nostri avi. Ed i nostri passeur sulle Alpi avevano la tradizione di sbattere gi\u00f9 dai burroni i connazionali che, dietro lauto pagamento anticipato, avrebbero dovuto guidare all\u2019estero. Esattamente come gli scafisti magrebini o albanesi oggi. Non si deve nemmeno pensare che i fatti risalgano esclusivamente all\u2019inizio del secolo; nel dopoguerra passavano clandestinamente la frontiera del Col di Tenda quasi cento italiani al giorno. Al punto che i francesi furono costretti ad allestire a Mentone un centro di accoglienza, la cui descrizione allora riportata dal Nice Matin fa apparire gli attuali centri degli alberghi di lusso. Chiaramente le organizzazioni malavitose che gestivano questo traffico non potevano che essere italiane. Queste, con la copertura di anonime societ\u00e0 commerciali, spiega un rapporto del dipartimento francese delle Alpi Marittime, avevano filiali a Savona, Sanremo, Ventimiglia, Monaco e Marsiglia; mandavano rastrellatori di emigranti in giro per tutta la penisola e fornivano ai clandestini, a carissimo prezzo, tutto il necessario.<\/p>\n<p>Accusiamo gli immigrati di essere disposti ad accalcarsi in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L\u2019abbiamo fatto anche noi, al punto che, a New York, il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che \u201cgli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi\u201d. Anzi aggiunge che\u201d dove l\u2019uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l\u2019italiano ingrassa.\u201d Abbiamo riempito di giovani ragazze i postriboli delle citt\u00e0 del nord Africa, dove queste arrivavano pensando di andare a fare le cameriere ed in breve si trovavano vendute ai ricchi locali che le cercavano soprattutto bionde e di esile corporatura. Tutto ci\u00f2 aggravato dalla complicit\u00e0 delle autorit\u00e0 preposte al rilascio dei visti per l\u2019espatrio, come risulta dalla furente denuncia di Raniero Paolucci de Calboli, il delegato italiano alla Conferenza di Parigi del 1902 sulla \u201ctratta delle bianche\u201d, il quale si scaglia contro quel \u201closco ufficio d\u2019emigrazione napoletano\u201d che faceva \u201ctratta regolare di ragazze per l\u2019Egitto\u201d.<\/p>\n<p>N\u00e9 tanto meno ci siamo astenuti dal costringere i nostri figli a lavorare in condizioni disumane. Anche noi abbiamo venduto i bambini per fame, li mettevamo in mano a negrieri che li affamavano ancora di pi\u00f9 per stiparli meglio nelle navi. Nei primi anni del secolo, tra i marmisti del Canton Ticino, i nostri minorenni erano il 18% del totale della manodopera; a San Paolo del Brasile, ove la popolazione operaia era quasi totalmente italiana, l\u2019uso dei bambini nel tessile era cos\u00ec sistematico, anche il 38% degli occupati, che alcuni stabilimenti avevano macchinari appositamente ridotti.<\/p>\n<p>Anche le accuse di importare la criminalit\u00e0 nel nostro paese devono essere rilette alla luce di quanto noi abbiamo commesso nei paesi che ci ospitavano. Nel 2001, stando ai dati del nostro Ministero di Grazia e Giustizia, gli immigrati extracomunitari in Italia hanno commesso il 38% di tutti i reati denunciati e hanno rappresentato circa un terzo dei 53.000 detenuti nelle carceri della penisola. Alcuni deputati nostrani considerano gli immigrati slavi \u201cgeneticamente avvezzi alle efferatezze\u201d, e portano a fondamento delle loro assurdit\u00e0 xenofobe il fatto che il 31% degli stranieri ospiti delle carceri nazionali \u00e8 albanese. Non \u00e8 questa la sede per addentrarsi in spiegazioni di matrice statistica, anche perch\u00e9 dovrebbe essere palese, alla menti lucide ed oneste, che una comunit\u00e0 di immigrati recenti \u00e8 composta in stragrande maggioranza da maschi adulti senza quegli individui, quali anziani, donne e bambini che fanno abbassare ogni media di devianza tra la popolazione di casa. In cifre assolute, nel 1904 nelle galere americane erano detenuti per omicidio, tra gli stranieri immigrati, 26 austriaci, compresi gli slavi che facevano parte dell\u2019impero asburgico, 22 canadesi, 6 francesi, 9 inglesi, 16 irlandesi, 13 polacchi, 10 russi, 13 svedesi, 33 tedeschi, 7 ungheresi e 96 (!) italiani. Una sproporzione assoluta confermata dai carcerati per tentato omicidio: 175, pari alla somma di tutti gli appartenenti alle altre etnie messe insieme. N\u00e9 tantomeno possiamo eludere le responsabilit\u00e0 che ci vengono attribuite in merito ai nostri legami con la criminalit\u00e0 organizzata. Uno studio del 1996 della McCann-Erickson, fatto analizzando per sei mesi sessanta giornali di Usa, Gran Bretagna, Svizzera, Germania, Francia e Spagna, tutti paesi, tranne l\u2019ultimo, ad alta immigrazione italiana, dimostra che la parola pi\u00f9 usata all\u2019estero in abbinamento all\u2019Italia non \u00e8 amore, pizza, spaghetti o moda, ma ancora oggi mafia. Perfino l\u2019accusa pi\u00f9 nuova dopo l\u201911 settembre, quella che lega l\u2019immigrazione al terrorismo trova nella nostra storia una triste anticipazione. Mario Buda, un anarchico fanatico romagnolo, a mezzogiorno circa del 16 settembre 1920, fece esplodere una bomba in Wall Street, innanzi agli uffici della Morgan &amp; Stanley, provocando 33 morti, oltre 200 feriti e danni per due milioni di dollari dell\u2019epoca.<\/p>\n<p>L\u2019autore scrive la sua opera ricorrendo alle storie deducibili dai resoconti dei casellari giudiziari o riassumendo alcuni articoli di giornale. \u00c8 chiaro, quindi, che il lavoro \u00e8 vulnerabile dal punto di vista metodologico sulla condizione di vita degli immigrati italiani agli inizi del ventesimo secolo. In particolare, \u00e8 ovvio che da tali fonti non potranno mai risultare quelle biografie, ricche e appassionanti, che hanno significato il riscatto eccezionale che milioni di nostri connazionali hanno dimostrato di possedere, e l\u2019incidenza del loro lavoro nell\u2019economia del Paese di emigrazione. Ma anche l\u2019obiettivo dell\u2019autore non \u00e8 scientifico, \u00e8 piuttosto polemico. L\u2019opera di Stella intende, infatti, esibire le vicissitudini miserevoli e criminali e gli stereotipi ignobili e superficiali, diversi fra loro ma comuni a tutti i popoli e a tutte le etnie, che hanno l\u2019evidente scopo di contribuire ad affermare ai saccenti che, quando gli &#8220;albanesi&#8221; eravamo &#8220;noi&#8221;, gli altri si comportavano nello stesso modo con\u00a0cui oggi una parte di opinione pubblica italiana giudica l\u2019immigrazione clandestina e l\u2019invasione dei &#8220;vu cumpr\u00e0&#8221; nelle vie centrali delle citt\u00e0 del nostro Paese. Descrivere, tuttavia, le vicissitudini di una componente negativa minoritaria, che \u00e8 presente in misura fisiologica in ogni societ\u00e0 umana, in ogni gruppo etnico, pu\u00f2 rappresentare un utile strumento di riflessione per chi si impegni nel tentativo di elaborare un nuovo concetto di appartenenza negli anni della globalizzazione. Soprattutto per evitare le odiose ed ugualmente discriminanti soluzioni che in misura tanto superficiale quanto populistica sembrano emergere nell\u2019attuale dibattito politico e culturale: quella della differenziazione tra cittadini a pieno titolo e stranieri residenti stabilmente in un territorio, liberi di lavorare, ma privi o limitati nella piena titolarit\u00e0 dei diritti civili e politici; oppure quello di una diseguale segmentazione dello status giuridico della cittadinanza, in cui l\u2019individuo oltre ai propri diritti individuali possa beneficiare di un surplus di privilegi, a lui attribuiti solo per la sua appartenenza ad una minoranza culturale ed etnica.\u00a0<sup>4<\/sup>\u00a0Due affermazioni con un difetto originario in comune, la presunzione di diversit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><br \/>\n<sup>1<\/sup>\u00a0Z. Bauman,\u00a0<em>Voglia di comunit\u00e0<\/em>, ed. Laterza, Bari, 2001.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0D. D\u2019Andrea,\u00a0<em>Globalizzazione e metamorfosi dello spazio<\/em>\u00a0in Culture e confitti della globalizzazione, a cura di E. Batini e R. Ragionieri, Quaderni della Fondazione Carlo Marchi, Citt\u00e0 di Castello, 2002. \u201cIl ghetto, la marginalit\u00e0 sociale e territoriale etnicamente legittimata, \u00e8 espressione di un bisogno di immunit\u00e0 e sicurezza che si radica proprio nell\u2019aumento esponenziale dell\u2019insicurezza economica e sociale legata alla forma neo liberista della globalizzazione economica contemporanea\u2026 La marginalizzazione spaziale degli immigrati nelle metropoli ricche dell\u2019Occidente sono la proiezione di un confine sociale costruito da chi sta fuori dal ghetto a difesa di una condizione di inclusione la cui precariet\u00e0 viene puntellata proprio dal ricorso alla cifra etnica\u201d.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0S. Zamagni,\u00a0<em>Migrazioni, multiculturalit\u00e0 e politiche dell\u2019identit\u00e0<\/em>\u00a0in Multiculturalismo e identit\u00e0, a cura di C.Vigna e S. Zamagni, ed. Vita e Pensiero, Milano, 2002.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0G. Sartori,<em>\u00a0Pluralismo,multiculturalismo e estranei<\/em>, ed. Rizzoli, Milano, 2000.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[1023],"fascicolo":[64],"class_list":["post-1243","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luca-mencacci","fascicolo-febbraio-2003"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Gian Antonio Stella, L\u2019orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano, 2002, pp. 277<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luca Mencacci, pubblicato nel numero di Febbraio 2003. 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