{"id":1227,"date":"2003-02-01T12:00:00","date_gmt":"2003-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1227"},"modified":"2026-04-11T08:40:39","modified_gmt":"2026-04-11T08:40:39","slug":"perche-si-puo-parlare-di-etica-in-economia","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2003\/febbraio\/perche-si-puo-parlare-di-etica-in-economia\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 si pu\u00f2 parlare di etica in economia?"},"content":{"rendered":"<p>Molte persone impegnate nell\u2019attivit\u00e0 economica reagiscono a questa domanda o con un sorriso di commiserazione ( \u201cMa costui dove vive?\u201d) o con espressioni facciali furbesche o di disagio (\u201cQualcuno deve pur fare questo lavoro sporco!\u201d). Anche sul piano teoretico molti studiosi contemporanei di etica sociale e filosofia politica hanno difficolt\u00e0 a trovare una risposta, che comunque vada al di l\u00e0 di un codice concordato di regole formali come: obbligo della trasparenza, negazione dell\u2019insider trading, intervento statale per impedire posizioni monopolistiche ecc.<\/p>\n<p>L\u2019approccio di questo intervento parte, per\u00f2, non dai codici di norme deontologiche, ma dalla considerazione che nessuna attivit\u00e0 umana \u00e8 esclusa dalla considerazione etica, poich\u00e9 ogni attivit\u00e0 \u00e8 espressione della persona e del suo sviluppo. L\u2019etica infatti consiste nell\u2019assunzione di responsabilit\u00e0, sia per noi che per gli altri, responsabilit\u00e0 che fin dagli albori della civilt\u00e0 occidentale i filosofi hanno affermato essere oneroso e onorevole privilegio del \u2018cittadino virtuoso\u2019. L\u2019operatore economico \u00e8 chiamato ad essere oggi sempre pi\u00f9 portatore di responsabilit\u00e0 nella societ\u00e0 e quindi ad essere \u2018uomo virtuoso\u2019 nel senso che Aristotele aveva appreso dalla vita politica delle citt\u00e0 greche del suo tempo. Con il vantaggio, per\u00f2, che noi oggi disponiamo di un potente strumento di orientamento di senso globale: i circa trecento diritti dell\u2019uomo finora codificati a livello internazionale.<\/p>\n<p>1. Se la religione \u00e8 essenzialmente costituita dal nostro rapporto con Dio, la morale ha invece al centro il rispetto della persona umana e del suo sviluppo, della sua libert\u00e0 globale all\u2019interno di ogni societ\u00e0 ed epoca (parzialmente coperti dai diritti umani). Questo rapporto con la persona umana, che siamo noi stessi e gli altri, tutti gli altri, \u00e8 pertanto una componente da tener sempre presente quando descriviamo o valutiamo il nostro comportamento. Il nostro bene e il bene degli altri \u00e8 concretamente (e storicamente) riassunto in quel concetto collettivo che noi chiamiamo dignit\u00e0 dell\u2019uomo. A dispetto delle varie teorie e dei diversi punti di vista, tutti noi vi concentriamo quelle caratteristiche ultime che competono ad ogni uomo, e che vanno rispettate sempre se vogliamo avere un atteggiamento eticamente positivo.<\/p>\n<p>La Facolt\u00e0 di Scienze Sociali della mia Universit\u00e0 ha tenuto la settimana scorsa a Roma un Convegno su \u201860 anni dal Rapporto Beveridge: attualit\u00e0 del Welfare\u2019. Gli interventi pi\u00f9 significativi saranno pubblicati dalla rivista on line OIKONOMIA (www.oikonomia.it) Sono stati rievocati i 5 giganti che Sir William Beveridge voleva combattere: il bisogno, la malattia, l\u2019ignoranza, la miseria, l\u2019indolenza. Questi indicatori di offesa sociale alla dignit\u00e0 umana furono da lui in parte ripresi dalla Carta Atlantica del 1941 formulata da Delano Roosevelt e da W. Churchill. Da essa, sempre negli anni \u201840, prender\u00e0 anche l\u2019avvio la Carta di S. Francisco e la Dichiarazione Universale dei diritti dell\u2019uomo.<\/p>\n<p>Nel mio intervento finale a quel Convegno, che abbiamo tenuto in collaborazione con il British Council e l\u2019Observatoire della Finance di Ginevra, io mi sono permesso di sottolineare come le riforme sociali, i grandi movimenti politici, hanno sempre un\u2019ispirazione ideale. Ma che per la loro realizzazione servono sia teorie applicative che formulazioni legislative, come anche, infine, un feed-back sugli effetti sociali reali. Questi ultimi hanno bisogno poi di criteri valutativi, derivati dall\u2019ispirazione ideale iniziale. In tal modo il cerchio etico si chiude ed abbiamo una visione reale di come i nostri valori morali agiscono sul nostro comportamento, come debbano guidarlo e come gli aspetti tecnici debbano essere sotto monitoraggio valoriale nelle loro conseguenze reali.<\/p>\n<p>Un altro esempio di quanto voglio dire sui valori etici e sul modo della loro applicazione reale ci pu\u00f2 venire dall\u2019esame di alcuni tratti tipici della globalizzazione:<\/p>\n<p>La ricerca di luoghi sempre pi\u00f9 a buon mercato per la produzione, di mercati sempre pi\u00f9 redditizi e di impieghi di denaro sempre pi\u00f9 remunerativi, la trasmissione di sempre maggior numero di informazioni in sempre minor tempo, di per s\u00e9 non sono un male, al contrario. Anzi sono l\u2019anima dello sviluppo economico del mondo. Si ottengono cos\u00ec l\u2019aumento dei beni e dei servizi a prezzi migliori. Questo per\u00f2 vale solo come affermazione di principio. Perch\u00e9 infatti tutti sappiamo che nei quattro settori sono venuti alla luce eccessi inauditi.<\/p>\n<p>Prendiamo un esempio ben noto, dove la ricerca di lavoratori a basso salario, di controlli ambientali bassi ed in genere di autorit\u00e0 compiacenti con l\u2019investitore ha portato allo spostamento continuo dei centri di produzione.<\/p>\n<p>Roberto Savio in una conferenza del 1998 per la ACCRI (Associazione di Cooperazione Cristiana Internazionale) ci propone un esempio scioccante, quello delle fabbriche di scarpe XY, scarpe da ginnastica molto belle che tutti usiamo.\u201dLa XY, che \u00e8 propriet\u00e0 di una compagnia diretta da un signore che si chiama ZT, aveva le sue fabbriche negli Stati Uniti. Ad un certo punto per\u00f2, il signor ZT ha chiuso tutte le fabbriche del Nord America e le ha trasferite in Indonesia, dove pagava agli operai lo stipendio minimo di due dollari e dieci centesimi al giorno lavorato. Due dollari e dieci centesimi sono con il cambio attuale della lira sulle tremilaseicento lire. Quando il ministro della famiglia dell&#8217;Indonesia ha detto che due dollari e dieci rappresentano l&#8217;82% del livello di sussistenza, e che pertanto bisognava portare lo stipendio minimo da due dollari e dieci a due dollari e trentasette, il signor ZT ha detto: &#8220;Non c&#8217;\u00e8 nessun problema: io chiudo le fabbriche in Indonesia e le porto tutte in Vietnam&#8221;, cosa che poi effettivamente ha fatto. Quindi, per una differenza di ventisette centesimi al giorno che sono grossomodo 400 lire, avete un&#8217;impresa la quale con tutta tranquillit\u00e0 chiude tutto, e si trasferisce in un altro Paese, che \u00e8 il Vietnam attuale, dove paga i lavoratori un dollaro al giorno. Sul giornale di ieri c&#8217;era tra l&#8217;altro scritto che dopo alcuni anni di lavoro questi lavoratori vietnamiti sono stati licenziati, con un indennizzo di dodici dollari per persona, che sono diciottomila lire attuali. Le fabbriche XY vendono le scarpe qui in Europa sulle 140\/180.000 lire. Allora uno va alla XY e dice: &#8220;Ma questo \u00e8 uno sfruttamento indegno!&#8221;; ma l&#8217;impresa risponde: &#8220;No, noi abbiamo delle spese di marketing e oggi le spese di marketing rappresentano da sole l&#8217;80% delle spese di un prodotto, le spese di produzione equivalgono soltanto al 20%.&#8221; E allora uno va a controllare e vede che la XY ha fatto un contratto con un giocatore di basket, M.J., di 20 milioni di dollari. Il pagamento di tutti gli operai che durante un intero anno avevano prodotto tutte le scarpe XY era di 12 milioni e mezzo di dollari: un contratto di pubblicit\u00e0 con uno dei personaggi pubblicitari \u00e8 costato 20 milioni di dollari.\u201d Lasciamo all\u2019autore la responsabilit\u00e0 dei dettagli dell\u2019esempio, ma ci\u00f2 che vuole mostrare \u00e8 incontrovertibile: \u00e8 avvenuto qualche cosa di umanamente perverso!<\/p>\n<p>Della sicurezza sociale e un salario equo e soddisfacente ne parla la Dichiarazione Universale dei Diritti dell\u2019uomo del 1948:<br \/>\n\u201cart. 22 Ogni individuo, in quanto membro della societ\u00e0, ha diritto alla sicurezza sociale, nonch\u00e9 alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l\u2019organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignit\u00e0 e al libero sviluppo della sua personalit\u00e0;<br \/>\nart. 23, 3 Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente, che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignit\u00e0 umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.\u201d<\/p>\n<p>Mi si dir\u00e0: ma queste sono utopie; non si potr\u00e0 mai realizzare un simile stato paradisiaco di benessere minimo per tutti a livello mondiale; a questo debbono pensarci il governo e le organizzazioni internazionali. Ed \u00e8 tutto vero, ma \u00e8 altrettanto vero che non \u00e8 accettabile che un operatore economico agisca senza curarsi della conseguenze sugli altri.<\/p>\n<p>Tutti ricordiamo la distinzione di Max Weber, nella sua lezione\u00a0<em>La Politica come Professione<\/em>, tra l\u2019etica della convinzione e dei principi e quella della responsabilit\u00e0 delle conseguenze. Weber accusava i sostenitori della prima posizione di essere immorali, anche se pensavano di essere persone per bene. Penso che in un certo modo anche nell\u2019economia, nella finanza, nella politica economica sia necessario applicare sia un\u2019etica della convinzione (secondo i nostri principi morali) ma anche quella della considerazione delle sue conseguenze.<\/p>\n<p>2.\u00a0<em>The Economist<\/em>, la Bibbia mondiale delle \u00e9lites economiche e politiche, sui diritti dell\u2019uomo sostiene una strana teoria, strana in quanto assolutizzata. Bisogna avere rapporti con i paesi che non rispettano i diritti umani, come la Cina, perch\u00e9 una volta che si sia ottenuta la loro apertura economica si otterr\u00e0 anche la loro apertura politica e sociale. E quindi tali stati in futuro rispetteranno i diritti umani. Il punto debole del ragionamento \u00e8 quello di essere innanzi tutto\u00a0<em>Cicero pro domo sua<\/em>, quindi di scaricare gli operatori attuali da qualsiasi responsabilit\u00e0, ma soprattutto di non considerare la corte di<strong>\u00a0tutte quelle persone<\/strong>\u00a0che per un\u2019apertura futura vedranno la loro dignit\u00e0 calpestata ancora per anni. Infatti ai diritti umani fondamentali non si pu\u00f2 applicare il criterio utilitarista della maggior quantit\u00e0 di un bene per il maggior numero possibile di individui. I diritti umani fondamentali sono indivisibili. Valgono sempre e per tutti!<\/p>\n<p>Lo stesso settimanale britannico, quando i Vescovi cattolici della GB presentarono un documento sul Bene Comune (<em>The Common Good and the Catholic Church&#8217;s Social Teaching 1996<\/em>), con sufficienza lo squalific\u00f2 in un editoriale come una\u00a0<em>petitio principi<\/em>: Nessun infatti non vuole il bene comune, quindi i cattolici debbono smetterla di sbandierare questo concetto vuoto, in quanto lapalissiano. Ma questo \u00e8 un sofisma. Il concetto di bene comune come lo formul\u00f2 Pio XII e il Concilio Vaticano II infatti afferma: \u201cDall&#8217;interdipendenza sempre pi\u00f9 stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune cio\u00e8 l&#8217;insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione pi\u00f9 pienamente e pi\u00f9 speditamente oggi vieppi\u00f9 diventa universale, investendo diritti e doveri che riguardano l&#8217;intero genere umano.\u201d (GS 26)<\/p>\n<p>Ora il criterio di verifica se una politica, un\u2019azione economica, un movimento sociale va verso la giusta direzione, va verso il bene comune, sono il rispetto e lo sviluppo del diritti umani. Come quelli che abbiamo citati sopra.<\/p>\n<p>Non \u00e8 che io non mi renda conto che quanto ho detto fin\u2019ora possa suonare ad un auditorio come il loro come un appello vuoto, astratto, per nulla realistico e quindi non interessante. O peggio: noi lavoriamo, rischiamo, paghiamo, e questo (e altri predicatori sociali) parlano e vivono di quello che noi produciamo.<\/p>\n<p>Non credo di essere ingenuo: sono stato per sei anni Preside di una Facolt\u00e0 di Scienze Sociali, piccola ma internazionale, dove l\u2019economia e l\u2019etica sono la materia principale. E tra l\u2019altro sono figlio di un piccolo consulente fiscale: ricordo l\u2019introduzione dell\u2019IGE (importo generale sull\u2019entrata) ma soprattutto ricordo quanto rispetto avesse mio padre, e me lo ha trasmesso fin da bambino, per chi lavora duro, in proprio, dannandosi la vita e, se i predicatori hanno ragione, anche l\u2019anima.<\/p>\n<p>No, il mio intento non \u00e8 savonaroliano, accusatorio. L&#8217;aspetto etico dell&#8217;economia, della finanza, della politica monetaria non la possono sviluppare che i gruppi di addetti al lavoro con l&#8217;appoggio e la critica degli etici. Nel libro\u00a0<em>Managing As If Faith Mattered<\/em>, scritto da una docente inglese della mia universit\u00e0 insieme ad un collaboratore degli Stati Uniti, \u00e8 interessante vedere i risultati di un&#8217;indagine su 2000 managers negli Stati Uniti che si consideravano cristiani. Pi\u00f9 dell\u201980% diceva che la propria fede influiva sul loro comportamento sul lavoro, ma quando furono poste domande precise su se, secondo loro, la morale cristiana influirebbe su una decisione di chiudere o aprire una fabbrica, la percentuale scendeva al 16%. Un&#8217;etica degli affari costruita senza gli addetti al lavoro rischia di diventare astratta e utopistica, ma una creata solamente da tali addetti rischia di diventare miope e monca, limitata al livello del comportamento personale. Invece, un&#8217;etica delle virt\u00f9 e del bene comune, che coinvolge i principi della sussidiariet\u00e0, la solidariet\u00e0 e la partecipazione, ha molto da dire sulle strutture e sulle politiche dell&#8217;impresa; per\u00f2 per agganciare tale etica al livello delle politiche (di marketing, di risorse umane, di pianificazione finanziaria ecc) ci vuole una riflessione approfondita fra esperti nei due campi, come nell&#8217;ambiente di una scuola di business. Sembra che oggi la vera sfida sia di costruire un&#8217;etica dell&#8217;impresa che prende in mano e sul serio l&#8217;aspetto organizzativo e non resta al livello del comportamento personale.<\/p>\n<p>3. \u2018<strong>Persone eccellenti capaci di grandi passioni<\/strong>\u2019. E\u2019 il motto che appare sulla Home Page del sito Profingest. E\u2019 ben scelto, non c\u2019\u00e8 dubbio. Il manager deve avere delle capacit\u00e0 di spicco, che lo elevino al di sopra del quotidiano banale, affinch\u00e9 possa avere una visione pi\u00f9 amplia soprattutto per il futuro, per poter speculare, vedere con attenzione. E deve fare questo con piacere (passioni). Ma secondo Aristotele il piacere \u00e8 la risonanza soggettiva di un bene oggettivo raggiunto, secondo l\u2019attuazione delle nostre capacit\u00e0. Il manager quindi ha piacere nel successo del proprio progetto che consiste nell\u2019inventare, prevedere, essere adattabile, guidare altri uomini alla meta. Per questo deve anche essere eccellente e avere passione per la persona umana, capire pi\u00f9 degli altri i suoi bisogni, essere un umanista, un filantropo, come in realt\u00e0 molti grandi manager ad una certa et\u00e0 sono diventati.<\/p>\n<p>Mi auguro che gli allievi della Profingest tendano a diventare cos\u00ec fin dall\u2019inizio, per iniziare la loro avventura imprenditoriale, che si ricopre con la loro stessa vita, in modo umanamente eccellente. Un manager italiano nel mondo non dovrebbe distinguersi per le sue cravatte o le sue scarpe, ma per il suo stile di vita e di operare.<\/p>\n<p>Ricordandosi delle nostre figure rinascimentali di manager\/imprenditori, come Francesco Datini (mercante europeo e fondatore dell\u2019Ospedale del Ceppo di Prato) ed un certo Cosimo de\u2019 Medici, banchiere e mecenate in Firenze.<\/p>\n<p>Intervento al Convegno:\u00a0<em>Valore senza valori? Comportamenti e autoregolazione in economia<\/em>\u00a0organizzato dalla Profingest, Management School, e dal Centro S. Domenico al Palazzo degli Affari a Bologna il 30.11.2002<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[872],"fascicolo":[64],"class_list":["post-1227","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-francesco-compagnoni","fascicolo-febbraio-2003"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Perch\u00e9 si pu\u00f2 parlare di etica in economia?<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Francesco Compagnoni, pubblicato nel numero di Febbraio 2003. 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