{"id":1086,"date":"2002-10-01T12:00:00","date_gmt":"2002-10-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1086"},"modified":"2026-04-09T10:16:29","modified_gmt":"2026-04-09T10:16:29","slug":"geopolitica-e-geoeconomia-del-pallone","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2002\/ottobre\/geopolitica-e-geoeconomia-del-pallone\/","title":{"rendered":"Geopolitica e geoeconomia del pallone"},"content":{"rendered":"<p>Il gioco del calcio, in gergo internazionale Football, e Soccer in ambienti statunitensi, detiene sin dagli albori connotazioni che l\u2019avvicina alle tecniche del conflitto bellico, espressione estrema della violenza legale organizzata dall\u2019autorit\u00e0 politica. La sua evoluzione ha conservato la radice storica, e molti commentatori, ancora oggi e nonostante le regole codificate e continuamente riviste dalle Federazioni competenti al fine di regolare e addomesticare\u00a0in termini civili la competizione calcistica, non mancano d\u2019evidenziare quanto il gioco calcio (dentro e fuori dal campo) abbia a che vedere con le tecniche della guerra e della politica. Inoltre il calcio muove da sempre interessi economici rilevanti. Ragionare di geopolitica e geoeconomia, con riguardo al calcio, non \u00e8 un paradosso.<\/p>\n<p>In quest\u2019ambito pu\u00f2 interessare citare due delle tante versioni che circolano sulle origini dello sport pi\u00f9 amato del mondo: curioso che, ambientate in tempi e luoghi incomparabili, raccontino storie non dissimili.<\/p>\n<p>La prima versione porta in Cina. La societ\u00e0 segreta del Loto bianco ha aiutato i Ming nella vittoria contro la dinastia mongola Yuan, ma una volta al potere, i nuovi padroni iniziano a perseguitare la setta, costringendola alla clandestinit\u00e0. Non riescono a diminuirne l\u2019influenza, tanto che la setta continua nelle sue perfide mene. Una delle diramazioni, la societ\u00e0 degli Otto Diagrammi, crea, in quest\u2019ambito, il \u201cgioco del calcio\u201d, almeno cos\u00ec racconta un cronista del Times, John Law, inviato intorno al 1820 in Cina per un servizio. Il nostro scrive di aver visto dai gradini (i maliziosi sostengono che sulla gradinata arriva dopo diverse pinte di birra e circondato da nuvolette d\u2019oppio) il dispiegarsi di un gioco rituale: \u201cDue squadre di undici persone si disputano una palla, ciascuna cercando di spingerla in un largo paniere in fondo al campo avverso\u201d. Intorno, prosegue la narrazione, c\u2019\u00e8 gente che tifa, fischia, applaude, grida il proprio entusiasmo. Peccato, dir\u00e0 un commentatore\u00a0<sup>1<\/sup>, che si tratti di una seduta di tortura \u201cterribilmente sofisticata\u201d, che le presunte grida di gioia siano di disperazione e terrore, che gli incoraggiamenti altro non rappresentino che urla assassine. Il cronista, miope, avrebbe scambiato per palla di chiffon un\u2019infelice testa umana. Comunque siano andate le cose, il nostro John Law, ignaro dell\u2019efferatezza dello spettacolo cui ha assistito, diffonde all\u2019orbe britannico la nozione del nuovo gioco. Il football avr\u00e0 bisogno di parecchi decenni per farsi conoscere ed apprezzare, poi attraverser\u00e0 la Manica per sbarcare in Europa e da l\u00ec nelle colonie.<\/p>\n<p>L\u2019altra storia \u00e8 meno esotica\u00a0<sup>2<\/sup>. Siamo intorno all\u2019anno 1000: gli inglesi festeggiano una sconfitta del consueto invasore danese, recidendone la testa e utilizzandola come palla da prendere a calci. Documenti testimoniano che, verso gli anni 1100, l\u2019Inghilterra celebra il gioved\u00ec grasso con gigantesche partite di calcio (Mob Football), schierando intere citt\u00e0. Ci si affronta su spazi immensi, cinquecento atleti per parte e gi\u00f9 botte da orbi per intere giornate e senza tante regole. Al punto che il Mob Football sar\u00e0 interdetto da Edoardo II nel 1314\u00a0<sup>3<\/sup>. Altre proibizioni arrivano dai regnanti nei secoli successivi, apparentemente perch\u00e9 il tempo perso dietro la passionaccia per il calcio va penalizzando la pratica del tiro con l\u2019arco, necessario a tenere in forma i cittadini in vista delle invasioni e della difesa del reame. A conferma del legame tra calcio e guerra, si procede col proibizionismo fino all\u2019epoca delle armi da fuoco. Quando cesser\u00e0 la concorrenza dell\u2019arco, saranno proprio i re a sostenere la diffusione del calcio: alla fine del XVII secolo, Carlo II si spender\u00e0 parecchio in questo senso.<\/p>\n<p>Oggi il calcio appare un formidabile \u201cinstrumentum regni\u201d. Sul calcio si sono costruite e mantenute fortune politiche. E i campionati mondiali sono stati spesso utilizzati come mezzo per l\u2019esposizione al consenso interno e\/o al riconoscimento internazionale. In Italia uomini come Berlusconi e in passato Achille Lauro devono molto al calcio e ai suoi tifosi. A livello internazionale, il Mussolini\u00a0<sup>4<\/sup>\u00a0che impone e si regala il \u201csuo\u201d campionato, come il dittatore argentino Videla che spende nel 1978 il 10 per cento del disastrato bilancio pubblico per la soddisfazione di battere il boicottaggio internazionale, il Fernando Collor de Mello che nel 1989 diventa il pi\u00f9 giovane presidente eletto del Brasile dopo essere stato a capo di una squadra di football, hanno fatto scuola. Mauricio Macri, presidente del club argentino Boca Juniors, potrebbe presto seguire l\u2019esempio, proponendosi come panacea per i mali argentini\u00a0<sup>5<\/sup>.<\/p>\n<p>Corea e Giappone hanno interpretato con sobriet\u00e0 il loro mondiale (31 maggio \u2013 30 giugno 2002): come democrazie favorevoli allo sport e al Campionato, alla promozione dell\u2019economia e della pace nel continente asiatico. Tuttavia non hanno lesinato in orgoglio e sciovinismo, adattando alle realt\u00e0 tecnologicamente avanzate dell\u2019Asia l\u2019iperbole geopolitica dello sport calcio.<\/p>\n<p>Nelle fonti ufficiali giapponesi si \u00e8 letto\u00a0<sup>6<\/sup>: \u201cI nostri giovani, nel vedere la squadra giapponese lottare strenuamente contro avversari da tutto il mondo, hanno provato un forte sentimento nazionale. In tutto il Giappone l\u2019inno nazionale, \u201c<em>kimigayo<\/em>\u201d, finora vissuto con indifferenza dai giovani, \u00e8 stato cantato da tutti, in modo naturale e spontaneo, sia negli stadi che davanti ai grandi schermi\u201d.<\/p>\n<p>In quanto alla Corea, l\u2019ottimo andamento della squadra ha cementato il senso dell\u2019appartenenza nazionale, di fronte ai fratelli separati sottomessi dai comunisti del nord. Il paese \u00e8 diventato una vasta macchia di rosso (il colore della nazionale): ad ogni partita due enormi schermi radunano nella capitale sino a un milione di persone. Man mano che ci si \u00e8 avvicinati alla semifinale, sono saliti i toni. Gli undici sono diventati i \u201cnuovi eroi\u201d, i \u201cguerrieri\u201d. In un crescendo lirico, la nazionale diviene il \u201cmiracolo coreano\u201d, la \u201cgrandezza d\u2019una nazione\u201d, il \u201ctrionfo dello spirito coreano\u201d.<\/p>\n<p>Il mondiale 2002 si \u00e8 fatto notare anche perch\u00e9 per la prima volta sono protagoniste della competizione tutte e cinque le potenze con diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa. In semifinale non n\u2019\u00e8 arrivata nessuna. Forse nel dato trova negazione la metafora del calcio come (sostituto della) guerra.<\/p>\n<p><strong>Campo da gioco, campo di battaglia<\/strong><\/p>\n<p>Nel 1801 gli inglesi cominciano a redigere gli elementi fondamentali del calcio. Nel 1863, quando all\u2019universit\u00e0 di Cambridge si fissano le regole quadro che vigono tuttora, il processo di codificazione pu\u00f2 dirsi concluso. Sono ancora i tempi in cui gli europei prediligono squartarsi tra di loro in continue battaglie, facendo a pezzi quanto riescono l\u2019ardimentosa giovent\u00f9 di cui dispongono. Le classi dirigenti chiamano: i giovani rispondono con entusiasmo. In tal modo se ne vanno in successione svariate generazioni di europei, a nord come a sud, a est come ad ovest, senza che la carneficina sembri potersi arrestare: tedeschi contro francesi sempre, scandinavi per secoli tra loro e con i vicini, semi-asiatici con i semi-europei di Russia fino alla sopraffazione bianca, polacchi contro russi tedeschi contro polacchi a fasi alterne. Ci sono territori che sembrano creati dal buon Dio per essere invasi da chiunque e sempre (l\u2019Italia non sfigura nell\u2019elenco). Ci sono nazioni che sembra non possano resistere alla pulsione di violentare popoli vicini e lontani (la tedesca tanto per citarne una).<\/p>\n<p>Nel periodo si sviluppano nuovi gadget al supermarket dell\u2019orrore: le guerre civili e il terrorismo. Evidentemente ammazzare il proprio vicino o parente d\u00e0 pi\u00f9 soddisfazione, evidentemente al gusto macabro della sorpresa (gli autori del\u00a0<em>beau geste<\/em>\u00a0devono ritenere che trucidare senza preavviso eviti alla vittima la sofferenza dell\u2019attesa) non si resiste.<\/p>\n<p>Un\u2019altra novit\u00e0 del continuo spararsi e azzannarsi, \u00e8 che di preferenza ci si esercita sulle popolazioni civili: da qualche parte ci deve essere pur stato qualche accordo segreto tra cancellerie o stati maggiori avversi, che sicuramente salter\u00e0 fuori dagli archivi alla prima occasione. Altrimenti non si capisce come le tecniche di guerra utilizzate nella prima met\u00e0 del secolo XX (e anche dopo, anche dopo), dagli alti gradi delle tre Forze armate di ogni e qualunque paese in conflitto, coincidano tanto da totalizzare, nel corso dei conflitti, un numero di vittime cos\u00ec elevato d\u2019innocenti civili rispetto a quelle immolate dai soldati, peraltro sempre pi\u00f9 spesso volontari e professionisti di guerra, che per ammazzare ed essere ammazzati ricevono denaro e medaglie\u00a0<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>Passa quasi un secolo dai documenti di Cambridge in materia di football. Gli europei scampati alle due carneficine belliche mondiali della prima met\u00e0 del Novecento, scoprono, grazie anche alla lezione di Carl Schmitt\u00a0<sup>8<\/sup>, la rilevanza dello spazio (der Raum), rispetto alle illusioni legate al tempo (Zeit-Illusionen). Stipulano il pi\u00f9 importante contratto di pace mai immaginato sul continente, e ne pongono le premesse attraverso la comunanza parziale di spazio e istituzioni. Cominciano con sei stati, tra cui l\u2019Italia.<\/p>\n<p>Da un lato si decide di far nascere la Comunit\u00e0 europea come superamento\/integrazione degli stati nazionali; dall\u2019altro si decide che&#8230; gli unici luoghi dove sia lecito continuare a darsele e perpetuare il combattimento tra nazioni\u00a0<sup>9<\/sup>, restino i campi da gioco, in particolare quelli rettangolari di calcio. Ceca e Cee, le prime comunit\u00e0 europee, sono uno spazio, operano in uno spazio, proprio come il campo di calcio \u00e8 uno spazio, e nel suo spazio si tiene il gioco della nuova Europa.<\/p>\n<p>L\u2019opzione europea viene condivisa con le nazioni degli altri continenti, all\u2019epoca legate da rapporti coloniali, e\/o post coloniali con il vecchio continente. Gli Stati Uniti nel calcio non avevano (e la situazione felicemente permane) voce in capitolo: cos\u00ec non poterono mettersi a ponzare su quanto sarebbe stato pi\u00f9 efficace e sano continuare a combattere sul serio o, in alternativa, accettare di rendere un pizzico pi\u00f9 violente le regole, peraltro gi\u00e0 sufficientemente maschie visto che erano (e sono) figlie delle palestre bellicose di Cambridge. L\u2019atmosfera era di guerra fredda; a Berlino stavano per costruire un muro di cinta per una galera grande quanto mezz\u2019Europa, per\u00f2 il calcio and\u00f2 avanti lo stesso. Il buon esempio poteva essere persino contagioso.<\/p>\n<p>Si andr\u00e0 in guerra in pantaloncini corti, calzettoni e maglietta; saranno ammessi tacchetti sotto le scarpe, ma guai a chi li utilizzer\u00e0 sulla testa altrui. S\u2019incanala l\u2019aggressivit\u00e0 dove fa meno danni, ricercando anzi che frutti in termini d\u2019immagine, economia, influenza politica. A difesa della prosecuzione della famiglia, tenuto conto dei primi annunci sulla caduta della curva della natalit\u00e0 in Europa, si evita che gli scontri tra nazioni producano vedove e orfani. Alla clava (al moschetto) si sostituisce la palla, c\u2019\u00e8 un arbitro che regola la tenzone come negli antichi duelli medioevali. I giornali smettono di foraggiare le compagnie assicurative con polizze infortunio\/vita, sostituendo ai corrispondenti di guerra (notoriamente hanno la dannata vocazione a perdere arti e ahim\u00e8 anche la vita tra schegge e colpi di mortaio) cronisti sportivi.<\/p>\n<p>I preliminari delle partite (inni, gagliardetti, \u201ccapitani\u201d, assetto di ruoli e funzioni, insulti tra opposte tifoserie, sanguigne coreografie aggressive) serviranno a sottolineare che nazioni e guerre continuano, ma in altra forma. Si studiano \u201cdifese\u201d e \u201cattacchi\u201d, si ergono \u201cbarriere al centro del campo\u201d per contrastare le \u201cfolate di attaccanti nemici sulle fasce\u201d. In realt\u00e0 \u00e8 una presa in giro gigantesca: la gente per\u00f2 fa finta di non accorgersene e si organizza di conseguenza, con scontri tra tifoserie dentro e fuori gli stadi, festeggiamenti delle vittorie, scoramenti e pianti dei perdenti. Non difettano i danni al patrimonio e la perdita di vite umane, ma \u00e8 una contabilit\u00e0 tutto sommato ridotta. Qualche defunto da pallone, qualche distruzione di vetrine o automobili, \u00e8 un guadagno rispetto ai disastri della guerra vera.<\/p>\n<p>Ci si pu\u00f2 chiedere perch\u00e9 proprio il calcio. Perch\u00e9, ad accogliere l\u2019eredit\u00e0 della guerra e della lotta politica sanguinolenta non sia il baseball o il rugby, o i Giochi Olimpici che riassumono l\u2019intera cifra sportiva? Il calcio \u00e8 la meno provinciale delle specializzazioni sportive; le sue regole sono facilmente comprensibili; \u00e8 spettacolare e \u201ccolorato\u201d, esprimendosi in grandi spazi aperti e prestandosi a costruire un proprio\u00a0<em>star system<\/em>\u00a0con campioni ed eroi da offrire all\u2019adorazione o al disprezzo di fazioni l\u2019un contro l\u2019altra armate\u00a0<sup>10<\/sup>. Questi e altri fattori ne fanno un gioco diffuso ed esportabile, popolare nel senso stretto dell\u2019aggettivo.<\/p>\n<p>Inoltre, per il calcio vale un altro pezzo della lezione di Schmitt, che va a completare quella su Raum e Zeit: la teoria dei pirati e dei partigiani\u00a0<sup>11<\/sup>. Dato come intuitivo che i pirati appartengano all\u2019elemento marittimo, resta da vedere se e come i partigiani si colleghino al rettangolo calcistico, elemento tellurico. I calciatori sono combattenti come i partigiani, e irregolari quanto loro. Ma sono mercenari (tutti mercenari, ahim\u00e8, cari tifosi lettori). Il calciatore professionista, a differenza del partigiano non ha idea n\u00e9 ideale, a meno che non s\u2019intendano come tali i premi partita e le laute prebende concordate dai procuratori con il malcapitato presidente di turno. In questo senso nulla di pi\u00f9 distante dal partigiano, salvo che quando il calciatore mercenario veste la maglia della sua nazionale, si purifica. I colori della bandiera sublimano la scorza di professionista della pedata. Il calciatore, cos\u00ec pretende la mitologia sportiva, recupera in nazionale la dimensione di partigiano e annulla quella di mercenario.<\/p>\n<p>Partigiano, si faccia attenzione, non milite regolare, perch\u00e9 al calciatore si chiede mobilit\u00e0, intensit\u00e0 dell\u2019impegno \u201cpolitico\u201d, una certa irregolarit\u00e0 (si pensi alla fallosit\u00e0 di ogni calciatore, alla propensione a far scena, a sfuggire alle regole recitando parti adatte a guadagnare falli e cartellini favorevoli sino ad esibirsi come cascatore in area avversaria e utilizzare mani clandestine per muovere la palla\u00a0<sup>12<\/sup>.<\/p>\n<p>Un altro elemento interessante nella lezione di Schmitt \u00e8 il concetto di Grenze, il confine: chi conosce le regole del calcio sa quanto siano importanti le righe sul terreno, quanto l\u2019attaccare e il difendersi, il superare la \u201cpropria\u201d area, o esservi rinchiusi, significhi in termini di risultato dello scontro in campo.<\/p>\n<p>Le medesime considerazioni non sono sempre applicabili ad altri sport, n\u00e9 alle Olimpiadi: i giochi d\u2019acqua, ad esempio, nell\u2019analisi di Schmitt, richiamerebbero l\u2019analogia con pirati e corsari. Convincente, in quest\u2019ambito, il suggello offerto all\u2019argomentazione dall\u2019umorismo del citato Paul Aster, che cos\u00ec riassume la trasformazione epocale che ha spostato le guerre dai campi di battaglia a quelli da gioco: \u201cSembra che i combattenti abbiano finalmente deposto le armi. Questo non significa che si amino n\u00e9 che il nazionalismo sia meno ardente di quanto non fosse in passato, ma sembra che gli europei abbiano trovato un modo per odiarsi senza farsi a pezzi. Questo miracolo va sotto il nome di calcio\u201d.<\/p>\n<p>Ai campionati mondiali di Corea e Giappone, la matassa di nazionalismi, cosmopolitismo, regionalismi, si \u00e8 mostrata in tutta la sua ricchezza di contraddizioni. Senso dell\u2019appartenenza, pulsioni d\u2019aggressivit\u00e0, razionalit\u00e0, comunanze culturali, conflittualit\u00e0 d\u2019interessi, hanno mischiato i loro umori nella testa e nel cuore degli spettatori. Dal groviglio della matassa sono usciti episodi gustosi, deludenti, esaltanti. Ma anche tragici\u00a0<sup>13<\/sup>: perch\u00e9 il calcio, per l\u2019appunto, non \u00e8 solo un gioco.<\/p>\n<p>Si prenda il rapporto di amore-odio che lega da sempre il triangolo del potere europeo: isole britanniche, Francia, Germania. Senza scomodare i Nelson, i Bismarck i Napoleone, si guardi ai Zidane e Beckam, ai Rudi V\u0151ller e Sven Goran Eriksson\u00a0<sup>14<\/sup>. Si prenda il caso della Nazionale di calcio italiana, che viene presa a paradigma dei vizi e dei pregi degli abitanti della penisola, con la sua (la loro) incapacit\u00e0 ad osare, la propensione allo spreco del talento, l\u2019atteggiamento difensivistico, etc. Si allevano, attraverso episodi calcistici che sedimentano negli anni, correnti fondamentaliste di simpatia e antipatia tra cugini continentali. Spagnoli e italiani solidarizzano. Gli inglesi non hanno amici perch\u00e9 risultano antipatici a tutti (fatta eccezione degli inglesi stessi), anche a causa dei loro hooligan. I tedeschi sono sopportati per lo strapotere e la forza\u00a0<sup>15<\/sup>\u00a0che esprimono, ma non possono essere amati: gli inglesi, in particolare, cercano ogni modo per saldare il conto dei bombardamenti subiti dall\u2019aviazione nazista durante la prima parte della seconda guerra.<\/p>\n<p>Nella pratica dei mondiali, questa teorizzazione complessiva trova il suo riscontro. Quando giocano la semifinale Germania e Corea del Sud, il Daily Telegraph, a causa di troppi arbitraggi favorevoli ai padroni di casa, detta di non fare il tifo per la Corea. Commenta il citato Hornby: \u201craccomandazione discutibile, dato che la maggior parte dei tifosi inglesi preferirebbe schierarsi con una squadra di taliban pur di veder perdere la Germania in una partita dei Mondiali\u201d.<\/p>\n<p>La Francia vincitrice dei mondiali, quattro anni fa, esib\u00ec pi\u00f9 di un milione di persone in festa sugli Champs Elys\u00e9es: la pi\u00f9 grande manifestazione parigina di felicit\u00e0 di popolo, dalla liberazione del 1944\u00a0<sup>16<\/sup>. La borghesia calcistica europea, italiani inclusi, fecero commenti beffardi sul contributo del fattore campo (i campionati si erano giocati in territorio transalpino) e deglutirono. Fatta ingloriosamente fuori a questi mondiali, la squadra francese appare male in arnese. La sua uscita al primo turno senza segnare neppure un goal manda in brodo di giuggiole la stampa tedesca e britannica. L\u2019alleanza franco tedesca che fa da perno e fondamento alla costruzione europea, che ha consentito il varo dell\u2019euro e dell\u2019Unione economico monetaria, frana di fronte all\u2019inconsistenza dei muscoli di Zidane e Co. Quando, in finale, i tedeschi affronteranno il Brasile, i francesi delusi si rifaranno, tifando per la squadra di Rivaldo, infischiandosene che i brasiliani arrivino da un altro continente e che l\u2019Europa possa rimediare una brutta figura.<\/p>\n<p>Questo il commento del serioso Financial Times: \u201cThe sense of European solidarity was missing everywhere. In Berlin, Rome, London and Brussels, France\u2019s humiliating defeats were welcomed by rivals that were happy to see the arrogance of the world champions curbed. And most of the French were in turn supporting Brazil rather than Germany in final. So much for the Franco-German alliance\u201d\u00a0<sup>17<\/sup>.<\/p>\n<p>Fuori dal vecchio continente le cose non vanno molto diversamente, anche se certe solidariet\u00e0 regionali tra poveri funzionano meglio, come si dir\u00e0 pi\u00f9 avanti. Restano intatte le animosit\u00e0 tra nazioni, a prescindere dall\u2019appartenenza regionale, anzi lo scontro \u201cmondiale\u201d diviene metafora e topos ideale di conflitti mai sopiti. Cos\u00ec \u00e8 per Inghilterra-Argentina. Le Falkland\/Malvinas sono tuttora britanniche, nonostante la guerra scatenata nel 1982 dai golpisti di Buenos Aires. Per gli argentini perdere contro gli odiati inglesi \u00e8 significato aggiungere frustrazione a frustrazione.<\/p>\n<p>In questo contesto, va sottolineato un fenomeno, che la dice lunga su alcune tendenze in corso, soprattutto tra i ragazzi cosmopoliti del nostro tempo. I club locali (i vari Manchester, Real Madrid, Lazio, Borussia, Santos, etc.) curano sempre meno i loro vivai, arruolano sempre pi\u00f9 spesso calciatori non nazionali, non locali, e di conseguenza si vanno trasformando in una sorta di multinazionali con brand locale. Raro che in un club cittadino militi un figlio del luogo, come capita nella A.S. Roma con Totti. La devozione rapita del tifoso va al campione che indossa la maglia, a prescindere dal suo passaporto. E quando il campione alieno riveste i colori della propria nazione, e magari gioca contro la nazione che ne ospita (e stipendia) le gesta nel torneo nazionale?<\/p>\n<p>Ognuno si regola come pu\u00f2 e sa. Il pirotecnico Gaucci, presidente del Perugia, licenza il coreano Ahn reo di aver segnato all\u2019Italia, ma sempre pi\u00f9 tifosi rinunciano a \u201ctradire\u201d i propri beniamini, anche quando sono arruolati nelle rispettive nazionali. Jean Marie Le Pen, leader della destra estrema francese, dopo l\u2019eliminazione dei Gaulois, tiene per il Senegal (zeppo di calciatori che giocano nel campionato francese e allenato da un bianco (ex)francese), che chiama \u201cnazionale africana che \u00e8 una piccola Francia\u201d. Il tifo tende a superare le ovviet\u00e0 dei legami etnici e di bandiera, diviene \u201celezione\u201d (o alienazione affettiva, faccia il lettore).<\/p>\n<p>Il cosmopolitismo dei professionisti realizza incroci inaspettati: allenatori stranieri di nazionali si trovano contro la propria nazione, i calciatori sono coinvolti in lotte epocali con propri compagni di squadra locale, etc. Si prenda la semifinale Germania-Corea, con l\u2019olandese Guus Hiddink in panchina per la squadra di Seul. Mentre il programma televisivo tedesco Fernsehgarten intona ripetutamente \u201cNon voglio che perdiamo con quell\u2019olandese\u201d, cos\u00ec \u00e8 riassunta da un serio spettatore britannico il punto di vista dell\u2019Aja: \u201cThe South Korea coach, is the only Dutchman at the World Cup, and his compatriots would love to see him humiliate Holland\u2019s old rivals\u201d\u00a0<sup>18<\/sup>. Ancora pi\u00f9 serio il governo sud coreano: quando la squadra dei rossi entra negli ottavi, offre al tecnico olandese la cittadinanza, in barba alle severe leggi per la naturalizzazione vigenti nel paese asiatico.<\/p>\n<p>In fondo, vince il professionismo pi\u00f9 esasperato, peraltro ottimamente retribuito. Ma certo il fenomeno \u00e8 interessante, e per certi versi ricorda il caso del talebano Johnny, statunitense di origine, ma inossidabilmente aggregato alle brigate di Bin Laden.<\/p>\n<p><strong>Lezioni dal mondiale<\/strong><\/p>\n<p>Ai campionati in Corea e Giappone, il calcio non \u00e8 apparso in ottima salute. Ne \u00e8 stato evidente il ripiegamento qualitativo. Al tempo stesso, ha manifestato capacit\u00e0 d\u2019ulteriore espansione in termini di influenza su territori e popolazioni.<\/p>\n<p>Anche sotto il profilo degli affari si \u00e8 notata ambivalenza: in s\u00e9 il mondiale non ha portato molto denaro nelle tasche degli organizzatori nazionali, anzi. Ma il giro degli sponsor e dei diritti televisivi aumenta, e questo sembra soddisfare le organizzazioni sportive nazionali e internazionali che governano il gioco e le scommesse.<\/p>\n<p>Un altro elemento da sottolineare \u00e8 che la cittadella calcistica internazionale, con il suo vasto intreccio di sigle e controsigle si \u00e8 mostrata come un centro di potere internazionale a se stante, ricco di contrasti e denaro, organizzato per bande d\u2019interessi dove, sotto copertura sportiva, sembra si agitino innominabili vicende di corruzione e lotte di potere. Il che, peraltro, confermerebbe la tesi del calcio come trasposizione della politica e della guerra.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 premesso, s\u2019impongono le seguenti considerazioni.<\/p>\n<p>Sul piano degli<em>\u00a0interessi economici<\/em>, il Mondiale si presenta come un potenziale business. Autorit\u00e0 e popolazione dei due paesi organizzatori dell\u2019edizione 2002 ne sono stati convinti, esagerando il valore promozionale dell\u2019evento. Quando le cose sono andate diversamente dalle attese, sono rimasti delusi. Bene aveva visto la Far eastern economic review in un reportage di copertina sulla questione, lo scorso marzo: \u201cForse i mondiali gioveranno alle finanze di qualche azienda, ma parlare di benefici per le economie nazionali e locali \u00e8 esagerato&#8230; i mondiali durano solo un mese&#8230; i turisti non \u00e8 detto spendano soldi per acquistare prodotti locali, a cui potrebbero preferire quelli delle multinazionali che sponsorizzano le squadre principali &#8230; per costruire le opere sono stati sottratti fondi ad altri importanti progetti di interesse pubblico\u201d<sup>19<\/sup>.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che lo sport contribuisce complessivamente per l\u20191 \u2013 2 % alla formazione della ricchezza (Pil, prodotto interno lordo) nei principali paesi industrializzati. Non pu\u00f2 quindi avere un effetto di trascinamento, anche se l\u2019euforia che le sue vittorie ingenerano nella popolazione, pu\u00f2 essere un sorprendente tonico per la curva della produttivit\u00e0 e del consumo.<\/p>\n<p>Contro le previsioni di 400mila ingressi aggiuntivi causati dal mondiale, i dati ufficiali nipponici dicono a consuntivo che, rispetto all\u2019anno precedente, sono entrate nel paese, in giugno, trentamila persone in pi\u00f9. L\u2019istituto di ricerca Dai-Ichi Life, ha ridotto la stima dell\u2019effetto Mondiali sulla crescita della ricchezza nazionale allo 0,01-0,02 per cento, su base annua, ovvero niente. L\u2019unico beneficio certo \u00e8 venuto dal fatto che, avendo i giapponesi scelto di restare a casa per godersi il mondiale (in giugno il numero di partenze verso l\u2019estero \u00e8 sceso di 230mila unit\u00e0), la curva dei consumi interni ha fatto registrare qualche incremento.<\/p>\n<p>Un po\u2019 meglio le industrie coreane. Le banche, da maggio, hanno abbassato il costo del denaro per stimolare gli acquisti. La Daewoo ha venduto pi\u00f9 automobili grazie al \u201cbuono quarti di finale\u201d equivalente a 900 euro, ma un po\u2019 tutte le grandi imprese hanno organizzato lotterie e premi legati al mondiale. Il conglomerato Hyundai ha calcolato in 5 miliardi d\u2019euro il beneficio da acquisti dovuto all\u2019euforia per il buon andamento della squadra coreana ai mondiali. Il beneficio maggiore lo ha guadagnato la compagnia telefonica Ktf, con un\u2019idea ingegnosa (e mistificatrice&#8230;): ha inventato e \u201cimposto\u201d lo slogan \u201cKorea Team Fighting\u201d lanciandolo su giornali, televisioni, gradinate degli stadi: KTF \u00e8 diventato lo slogan promozionale della nazionale di calcio e&#8230; degli affari del secondo operatore di telefonia mobile del paese. Costo bassissimo per un\u2019operazione riuscita: KT Corp. il concorrente diretto ha sborsato ben altre cifre per finire nel gruppone degli sponsor ufficiali della Fifa (Federazione internazionale del calcio).<\/p>\n<p>Godono gli sponsor, con il duo Nike-Adidas sempre in concorrenza che ritrova armonia nel vendere agli entusiastici tifosi nippo-coreani maillots a 70 euro ciascuno! I due marchi hanno coperto 18 delle 32 squadre in lizza ai mondiali, tra cui le maggiorenti: non hanno avuto niente da perdere dall\u2019andamento della competizione, bench\u00e9 Adidas abbia pagato l\u2019appiattimento sulla \u201csua\u201d Francia e l\u2019uscita di scena del Giappone agli ottavi. Nike, dopo aver scommesso (e perso) sul Brasile nel 1998, stavolta ha scelto una strategia ecumenica, arruolando campioni di ogni squadra per i suoi passaggi pubblicitari. Gli \u00e8 andata male con Totti, Henry, Figo, ma ha recuperato con Ronaldo, marcatore numero uno del campionato. La scelta della Corea, inoltre, ha funzionato, visto l\u2019esaltazione collettiva coreana per la sua nazionale. Adidas (6 milioni d\u2019euro d\u2019investimento, pi\u00f9 15 per creazione e diffusione di spot) ha esagerato, con versi di Kipling di difficile percezione in un pubblico largamente popolare, meritandosi dallo specialista CB News il titolo di \u201carrogante e megalomane\u201d.<\/p>\n<p>I ritorni agli sponsor vengono da una precisa scelta di mercato: non sostenere la Fifa, quanto assi e squadre. Non \u00e8 un grande aiuto per lo sport, ma cos\u00ec va il mondo degli affari. Il quale mondo degli affari, magari per voler crescere a dismisura, continua a far parlare di s\u00e9 anche per cose che con la dignit\u00e0 sportiva non hanno molto a che vedere: ad esempio, probabilmente a causa delle chiacchiere iniziate per l\u2019affare Ronaldo di Francia \u201998\u00a0<sup>20<\/sup>, si continuano a leggere ogni genere di voci su contratti e mazzette della Nike.<\/p>\n<p>Sul piano della\u00a0<em>cooperazione internazionale, in particolare regionale<\/em>, l\u2019impatto dei campionati \u00e8 stato notevole, e lascer\u00e0 il segno. La competizione del 2002 ha visto per la prima volta schierati nei quarti di finale quattro continenti su cinque (assente la sola Oceania). Per la prima volta i giochi si sono svolti in Asia e sono stati ospitati contemporaneamente da due paesi. Nella cerimonia d\u2019apertura sono entrate nello stadio entrambe le bandiere coreana e nipponica, e sono stati suonati i due inni nazionali, alla presenza del principe Takamodo e consorte nonch\u00e9 del primo ministro Junichiro Koizumi per parte giapponese, e del Presidente della repubblica Kim Dae-Jung per parte coreana. Sono fatti non solo simbolici, ma di alto contento politico, che innalzano il livello della cooperazione bilaterale e regionale, potendo contribuire alla stabilizzazione dell\u2019area\u00a0<sup>21<\/sup>.<\/p>\n<p>Il Giappone, che non \u00e8 leader di alleanze regionali, si porta dietro rapporti politici piuttosto complessi con i propri vicini, che risalgono ai tragici accadimenti della prima met\u00e0 dello scorso secolo. L\u2019imperatore Hiroito \u00e8 tra i responsabili della Seconda guerra mondiale, i cui prodromi stanno nell\u2019invasione della Cina del 1931: con il brutale massacro di 300mila persone che le truppe giapponesi perpetrano in una sola settimana a Nanchino, con i test di armi biologiche su migliaia di prigionieri di guerra cinesi (iniezioni di antrace, peste bubbonica, etc.). L\u2019azione arrivava all\u2019interno d\u2019una fase di espansionismo e dominio coloniale in Asia che sembrava voler essere inarrestabile e si caratterizzava per ripetute brutalit\u00e0 ed efferatezze. Documenti inconfutabili ne mostrano gli effetti sui prigionieri di guerra inglesi, olandesi, americani, e sui civili di mezza Asia. Si dice che almeno 10 milioni di cinesi, tailandesi, filippini, ovviamente coreani, tra cui donne per i bordelli militari, le cosiddette \u201ccomfort women\u201d, siano stati brutalizzati negli anni di guerra, e usati come schiavi anche per imprese come Mitsubishi.<\/p>\n<p>Tokyo non ha mai chiesto scusa per l\u2019accaduto (recentemente ha espresso un sommesso \u201crammarico\u201d), n\u00e9 concordato risarcimenti. Comprensibile che molti nei paesi vicini, in particolare le anziane signore che in giovent\u00f9 hanno sofferto l\u2019umiliazione estrema e continuano a protestare, siano risentiti con Tokyo. Significativo l\u2019incidente dell\u2019aprile del 2001 con la Corea. E\u2019 adottato, dal sistema scolastico nipponico, un manuale revisionista di storia, che sminuisce le atrocit\u00e0 compiute dal Sol levante nelle guerre del Ventesimo secolo. Seul chiede a Tokyo di ritirare il testo e richiama il suo ambasciatore. Al rifiuto nipponico, la Corea replica che si alleer\u00e0 con la Cina per contrastare la candidatura giapponese a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite\u00a0<sup>22<\/sup>. I mondiali segnano, in quest\u2019ambito, un\u2019opportunit\u00e0 di pacificazione di fronte alla storia.<\/p>\n<p>Ambedue le nazionali entrano negli ottavi. La buona prova giapponese e soprattutto l\u2019eccellente performance coreana ai mondiali, sono vissute dalle nazioni asiatiche come riscatto contro lo strapotere calcistico europeo e latinamericano. Si vedono coreografie, sui corpi nelle strade in televisione agli stadi, che esaltano insieme i colori dei due paesi asiatici. Si rilasciano dichiarazioni del tipo: \u201cGli occidentali devono accettare l\u2019idea che l\u2019Asia esiste, che anch\u2019essa ha dei mezzi\u201d. Quando la Corea \u00e8 in semifinale, il Korea Times titola l\u2019editoriale: \u201cLa fierezza dell\u2019Asia\u201d. E il JoongAng Ilbo: \u201cL\u2019allenatore ci ha dimostrato che l\u2019Asia ne ha la capacit\u00e0\u201d. Mentre la generalit\u00e0 degli europei, di fronte agli arbitraggi di Corea-Italia e Corea-Spagna, denuncia la sequenza di errori che spinge avanti una Corea che alla vigilia del mondiale stazionava al 40esimo posto delle classifiche calcistiche internazionali, le nazioni asiatiche compatte si attestano in difesa della squadra sudcoreana, \u201cmeritevole\u201d di andare avanti. I commentatori pi\u00f9 \u201cobiettivi\u201d ammettono gli errori arbitrali, ma li interpretano come restituzione dei tanti torti subiti dall\u2019Asia durante il colonialismo.<\/p>\n<p>Si prenda la reazione dell\u2019undici coreano quando pareggia il goal degli Stati Uniti. Ricordando l\u2019ingiusta squalifica del pattinatore coreano Kim Dong Sung, primo classificato alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City (e la conseguente attribuzione di vittoria allo statunitense Apolo Ohno), i calciatori di Seul mimano le movenze del pattinaggio su ghiaccio. La protesta \u00e8 clamorosa, mostra quanto possa sedimentare la memoria dell\u2019ingiustizia sportiva, e quanto essa possa trasmutare in dato politico e revanchistico. All\u2019annuncio che, per la partita con la Germania, arriveranno a Seul il primo ministro nipponico alla testa di una delegazione di 316 uomini politici e diverse migliaia di tifosi nipponici, il Korea Times esplode: \u201cNon \u00e8 soltanto il nostro voto pi\u00f9 ardente, ma anche la speranza di tutti gli asiatici che la squadra della Corea trionfi stasera e vada a Yokohama\u201d, il luogo della finale.<\/p>\n<p>A parte i rapporti col Giappone ed episodi come quello che vive con gli Usa, la Corea ha ragioni ben pi\u00f9 valide per battere la grancassa del nazionalismo asiatico: pi\u00f9 su del 38\u00b0 parallelo, i fratelli della repubblica del nord devono apprendere quanto siano bravi a sud. Il successo sportivo \u00e8 utile ai fini della riunificazione, tant\u2019\u00e8 che la semifinale con la Germania viene trasmessa attraverso voluminosi altoparlanti verso le centinaia di migliaia di soldati rossi appostati addosso ai 4 km di zona smilitarizzata di confine, e agli operatori delle risiere in zona. Gli undici della squadra azzurra, intrisi come tutti gli italiani di sensibilit\u00e0 storica e politica, non lesinano in altruismo e abnegazione, facendo la propria parte sull\u2019altare della riunificazione coreana. L\u2019Italia aveva perso ingloriosamente con i dopolavoristi comunisti della Corea del nord\u00a0<sup>23<\/sup>\u00a0nei campionati inglesi del 1966; giusto ripetersi con i podisti del sud. Gli equilibri politici sono una cosa importante: ci sarebbe mancato si dicesse in giro che i comunisti ce le suonano e i capitalisti no. Se le cose fossero andate diversamente, il telegiornale di Pyongyang sarebbe uscito in edizione notturna straordinaria per decantare le virt\u00f9 del calcio rosso, rigettando all\u2019indietro i tentativi in corso per la riunificazione coreana, frantumando i delicati equilibri asiatici, magari interrompendo il processo che sta portando imprenditori capitalisti nel Comitato centrale del partito comunista cinese. Siccome le cose diversamente non sono andate, la televisione comunista ha tardato quattro giorni per mostrare spezzoni del successo sudcoreano contro Totti e compagni.<\/p>\n<p>Il neo-nazionalismo asiatico non ha costituito il solo dato interessante, dal punto di vista delle\u00a0<em>nazioni calcisticamente nuove<\/em>\u00a0e dei loro rapporti con le potenze calcistiche. Mentre francesi, italiani, spagnoli fanno malinconicamente le valigie e sbaraccano prima del previsto i loro quartieri asiatici, Africa e Stati Uniti vanno oltre le attese.<\/p>\n<p>Il Senegal onora il calcio e l\u2019Africa, arrivando ai quarti; meno bene il Camerun. I senegalesi partono dal penultimo posto cui li colloca la classica Fifa dei 32 in gara, battono i campioni del mondo francesi nella partita d\u2019inaugurazione spedendo i bleus verso Parigi. Il goal alla Francia \u00e8 anche il primo in assoluto che il Senegal realizzi in un mondiale. E\u2019 Africa anche il conto dei bianchi in campo nel match: 5 su 22 (perch\u00e9 anche la Francia dispiega le sue truppe di colore). Un emigrato senegalese in Italia dichiara a La Stampa (1 giugno 2002): \u201cE\u2019 la rivincita dell\u2019ex schiavo contro il colonizzatore\u201d. E un altro allo stesso giornale: \u201cE\u2019 la vittoria dei piccoli sui potenti del calcio e della terra\u201d\u00a0<sup>24<\/sup>.<\/p>\n<p>Il Senegal si ripeter\u00e0 con la pallida Danimarca, riducendola a un passo dalla sconfitta. Commentando l\u2019incontro, evidentemente sotto choc di fronte alla prestanza fisica e alla velocit\u00e0 dei \u201cleoni d\u2019Africa\u201c di Bruno Metsu\u00a0<sup>25<\/sup>, il commissario tecnico danese Morten Olsen fa una dichiarazione\u00a0<em>politically incorrect<\/em>: \u201cNon avremmo mai dovuto insegnare agli africani a giocare a pallone; hanno la predisposizione genetica al gioco duro\u201d. Il commento danese \u00e8 niente di fronte alle analisi che la destra politica francese propina all\u2019opinione pubblica transalpina, in seguito all\u2019eliminazione di Zidane &amp; Co. Sotto tiro \u00e8 la politica \u201cimmigrazionista\u201d che lo sport francese avrebbe attuato in seguito al successo nei mondiali del \u201898, dovuto in larga parte, come si sa, ai suoi calciatori di colore. La corsa di 23 adulti in pantaloncini intorno a un pallone&#8230; gonfiato, diventa in questo modo scontro di civilt\u00e0 e occasione di razzismo conclamato.<\/p>\n<p>Gli Stati Uniti, gratificati da un inaspettato ruolo di paese organizzatore di mondiale otto anni fa, hanno dato l\u2019impressione di essere in crescita. Non tanto per il passaggio agli ottavi, quanto per la sensazione che oltre al calcio femminile gi\u00e0 abbastanza avanti, si stia allargando la cerchia di praticanti e tifosi nel paese a stelle e strisce. L\u2019attenzione data da televisioni e stampa al parziale successo della squadra americana, la presenza negli States di consistenti comunit\u00e0 provenienti da paesi di tradizione calcistica, confermano che gli Usa potrebbero diventare un paese calcisticamente sviluppato, purch\u00e9 escano dal loro paradosso: hanno 18 milioni di praticanti il calcio, di cui 14 sotto i 19 anni, ma non raccolgono spettatori. Fuori dall\u2019aspetto sportivo e tornando al valore metaforico del calcio, il fatto che i muscoli dei suoi atleti abbiano reso mediamente meno di quelli di altre nazionali pu\u00f2 essere utile agli yankee in termini culturali e politici: i fischi dei coreani, l\u2019animosit\u00e0 con cui il Messico si \u00e8 schierato in campo, pu\u00f2 dare un\u2019ulteriore opportunit\u00e0 per capire come, nonostante l\u2019ingiustizia e la sofferenza dell\u201911 settembre, l\u2019antiamericanismo non sia defunto. Su cosa abbia significato la sconfitta con gli Stati Uniti per un messicano medio, d\u00e0 ottima testimonianza il commento di La Jornada: \u201cProprio con loro dovevamo perdere noi messicani. Di tutte le squadre possibili, proprio con loro. Una partita vissuta come uno scontro storico. &#8230; il Messico col gioco bellissimo e impotente, gli Stati Uniti che con tre tiri collezionano due gol. Uno scontro tra cultura barocca ed efficacia? Tra raffinatezza giuridica e pragmatismo?&#8230; Essere meno produttivi degli Stati Uniti nella coltivazione del mais dovebbe essere un motivo di vergoan gi\u00e0 abbastanza grande per noi; sinceramente perdere anche sul campo di calcio mi sembra un po\u2019 troppo\u201d\u00a0<sup>26<\/sup>.<\/p>\n<p>Il\u00a0<em>sistema calcio<\/em>, grazie alla Fifa, al suo presidente Sepp Blatter, a molti degli arbitri designati (almeno nove gli errori certi degli arbitri che hanno falsato i risultati), non ha fatto bella figura ai mondiali. Si \u00e8 letto di congiure, commercio di preferenze e voti. Il sistema calcio \u00e8 apparso come una fortezza a se stante, una multinazionale senz\u2019anima, concentrata nel contare valuta e centellinare potere piuttosto che nel diffondere e tutelare valori sportivi. Con dette premesse, non sorprende la mediocrit\u00e0 delle partite n\u00e9 il numero contenuto dei goal (2,52 a partita, meno che nel 1998 o nel 1994). In positivo va rilevato che non si sono registrati casi di doping n\u00e9 clamorosi episodi di violenza, dentro e fuori dagli stadi.<\/p>\n<p>A fronte del deludente bilancio \u201cufficiale\u201d, sta l\u2019accresciuto entusiasmo e la soddisfacente partecipazione al calcio di nuovi soggetti. Nonostante orari di trasmissione e fusi non favorissero i paesi di pi\u00f9 solida tradizione calcistica, ogni giorno seicento milioni di persone si sono messe davanti al televisore per seguire le gesta dei loro beniamini, un numero che si \u00e8 ulteriormente impennato nella fase terminale del gioco.<\/p>\n<p>Non va disperso il capitale di credito accumulato nei mondiali, specie in Asia e Africa.<\/p>\n<p>Il caso della Corea \u00e8 illuminante. Il paese, nel dopoguerra, \u00e8 venuto crescendo come una societ\u00e0 molto americanizzata. Il baseball vi resta lo sport pi\u00f9 popolare, ma alla sesta partecipazione nella competizione calcistica mondiale, il paese pu\u00f2 essere considerato acquisito al club dei calciofili.<\/p>\n<p>In Giappone, si pensi che il primo torneo di calcio \u00e8 di neppure dieci anni fa. Alla vigilia del campionato la disciplina calcistica risulta al terzo posto con quasi il 20% delle preferenze, e sull\u2019onda della competizione mondiale comincia ad insidiare il baseball, tuttora alla met\u00e0 dei consensi (il classico Sumo, in declino, \u00e8 al secondo posto). Sono circa 4200 le squadre di calcio, e 150.000 gli allievi iscritti. Se si sommano le squadre aziendali a quelle delle scuole elementari-medie si arriva a 28.000 scuole e 800.000 unit\u00e0.<\/p>\n<p>Per i\u00a0<em>paesi pi\u00f9 poveri<\/em>, il ragionamento diventa complesso. I giocatori dell\u2019Ecuador non avevano neppure i soldi per telefonare a casa, e solo una colletta degli ospiti ha consentito le telefonate. I giornalisti al seguito del Senegal hanno finito presto il denaro messo a disposizione dalla Presidenza del loro paese, e non sapevano come sbarcare il lunario in terra d\u2019Asia. Questi episodi sono lo specchio di situazioni che mostrano squadre nazionali sufficientemente attrezzate, ma strutture sportive locali primitive anche sotto il profilo igienico sanitario. Senegal, Camerun sono i casi limite perch\u00e9 mostrano un potenziale effettivo che non ha possibilit\u00e0 di consolidarsi. Uno sforzo di cooperazione da parte della Fifa e delle nazionali pi\u00f9 ricche per dare ai villaggi attrezzature sportive degne di questo nome, non sarebbe un errore, neppure sotto il profilo dell\u2019investimento economico e politico nel futuro del calcio e di ci\u00f2 che gli gira intorno.<\/p>\n<p>Un esempio viene dal fenomeno dei calciatori colorati che da un decennio arrivano nei club ricchi da paesi poveri di recente culturizzazione calcistica. Potenziano le squadre europee, ma diffondono anche lo sport nei villaggi e negli slum di provenienza. Per i paesi d\u2019origine, la fenomenologia che ruota intorno ai loro \u201ccampioni\u201d ex poveri, pu\u00f2 risultare positiva e stimolante, purch\u00e9 non la si riduca ad ulteriore occasione di propaganda per stereotipi nazionalistici, o materialistici su \u201csuccesso\u201d e \u201cdenaro\u201d. Occorre puntare sulle opportunit\u00e0 che lo sport d\u00e0 in termini d\u2019emancipazione dal bisogno, dall\u2019ignoranza, dalla miseria; sul contributo che un grande atleta pu\u00f2 offrire al benessere anche psichico del paese d\u2019origine, magari rendendo consapevoli i tifosi occidentali delle difficili situazioni da cui proviene. Poveri ed esclusi, come accade in Brasile, possono trovare nei successi calcistici del loro paese occasione di festa e identificazione. Se si evita il rischio di processi di alienazione collettiva attraverso il calcio, lo sport pu\u00f2 fornire un contributo al bene comune.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 sembrare paradossale, ma la pubblicit\u00e0 che una nazionale di calcio o un grande calciatore offrono ai paesi emergenti \u00e8 enorme. Lo sviluppo dell\u2019Africa, come dell\u2019Asia, pu\u00f2 passare\u00a0<em>anche<\/em>\u00a0attraverso i suoi successi calcistici\u00a0<sup>27<\/sup>.<\/p>\n<p>Inoltre, sembra esistano le condizioni per un calcio \u201cmondializzato\u201d, che superi le tradizionali barriere del tifo e del razzismo, e si proponga come svago piacevole e stimolante. Il calcio \u201cglobale\u201d starebbe formando una sorta di comunit\u00e0 culturale itinerante e fluida che, bench\u00e9 fragile e superficiale, si qualifica come festosa e pacifica. Pu\u00f2 fornire cattivi esempi (denaro facile, modelli \u201cbeauty\u201d e getta proposti ai giovani, etc.), ma pu\u00f2 anche offrire in positivo le opportunit\u00e0 date dal mondo globale odierno e dalla pervasivit\u00e0 dei media.<\/p>\n<p><strong>Un compitino per l\u2019Europa, per l\u2019Italia<\/strong><\/p>\n<p>Da un\u00a0<em>trend<\/em>\u00a0di questo tipo, la vecchia Europa ha tutto da guadagnare, sotto il profilo sia politico che economico. Per una volta \u00e8 davvero prima in qualche cosa, rispetto agli Stati Uniti, che nel calcio, come visto, sono ancora piuttosto pivelli. Sta riuscendo ad esportare ovunque il suo \u201cvizio pi\u00f9 amato\u201d (la definizione \u00e8 di Massimo Gramellini sulla Stampa) e tutto sommato innocente. Le vittorie di statunitensi, africani, asiatici agli scorsi mondiali, possono servire a diffondere il calcio, a farlo amare, e a far&#8230; incassare agli europei (e ai cugini latini del sud America) i dividendi di un investimento secolare. Si attua nel sistema globale calcio il teorema elaborato negli anni \u201960 da Raymond Vernon: esaurito il ciclo nel paese d\u2019origine, un\u2019industria matura esporta\/emigra e va a far soldi altrove.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 niente di male, visto quello che i nostri paesi hanno investito nel calcio, purch\u00e9 non si tramuti, come capita con certe industrie, in sfruttamento dei malcapitati follower. Si pensi, per fare un esempio, alle tratte di bambini calcisticamente promettenti che allestiscono grandi club nei paesi del terzo mondo: il talento sportivo non deve far passare in secondo piano i bisogni umani dell\u2019infanzia e dell\u2019adolescenza, soprattutto in soggetti provenienti da situazioni d\u2019estremo disagio socio-economico.<\/p>\n<p>L\u2019ultima considerazione \u00e8 riservata all\u2019<em>Italia<\/em>. E\u2019 uscita con le ossa rotte dai mondiali, e non tutti nella penisola se ne sono rammaricati, augurandosi che la lezione fosse utile a far capire che dobbiamo gestire con pi\u00f9 sensatezza il rapporto con lo sport e non possiamo permetterci di avere la&#8230; testa nel pallone. Purtroppo, dopo i campionati non si \u00e8 avviata nessuna seria riflessione. Non ci sono state dimissioni n\u00e9 sostituzioni di rango per dirigenti e tecnici inadeguati. La \u201cpolitica\u201d \u00e8 anzi intervenuta pesantemente a \u201cblindare\u201d la situazione. La manifesta crisi finanziaria dei club, lo stop interposto dalla Rai alla deriva dei costi di trasmissione delle competizioni, il conseguente ritardo nell\u2019avvio del campionato hanno paradossalmente contribuito ad accentuare la tecnica dello struzzo, invece di spingere al ripensamento.<\/p>\n<p>Il calcio italiano non vince pi\u00f9. Dal 1983 al 1998 i nostri club hanno portato a casa sei titoli e cinque finali nella Coppa dei campioni, nel 1990 sono state vinte da squadre italiane le tre Coppe in palio in Europa. A cavallo degli anni 2000 Spagna e Inghilterra ci hanno sostituito. Il campionato nazionale \u00e8 stato guastato da doping, falsi passaporti, violenza di tifosi manovrati da interessi anche extra-calcistici (leggasi criminalit\u00e0 e politica). La deriva finanziaria \u00e8 pazzesca: dal 1996 al 2001 la massa salariale in senso stretto \u00e8 pi\u00f9 che triplicata e rappresenta oggi pi\u00f9 del 65% dei bilanci dei club. Lo sbilancio tra entrate e uscite si \u00e8 generalizzato. Gi\u00e0 a consuntivo dell\u2019annata calcistica 2000-2001, in una speciale classifica compilata da Economist, l\u2019Italia figurava nella peggiore situazione al mondo, in quanto a esposizione finanziaria dei club calcistici\u00a0<sup>28<\/sup>. Nel biennio successivo non si sono visti rimedi. La classe dirigente politica ed economica ha continuato nel 2002 a buttare nei circenses calcistici soldi che non hanno nessun senso economico, che gridano vendetta rispetto ai grandi problemi irrisolti del paese: carenza di infrastrutturazione, stato comatoso della ricerca e dell\u2019universit\u00e0, ritardo del Mezzogiorno, arretratezza della sanit\u00e0 pubblica, etc.<\/p>\n<p>Si dice che la risposta a questi problemi la dar\u00e0 il mercato e la trasformazione delle societ\u00e0 sportive in societ\u00e0 del tempo libero e dell\u2019intrattenimento. E\u2019 una strada che per ora soltanto la Juventus, grazie ai suoi prezzemolini<a id=\"a29\"><\/a>\u00a0<sup>29<\/sup>, sembra in grado di percorrere. Per tutti gli altri club, si dovr\u00e0 piuttosto riscoprire il valore anche etico della competizione, altrimenti crescer\u00e0 la disaffezione del grande pubblico. E senza pubblico, senza spettacolo e campioni autentici, a poco serviranno sponsor e televisioni. Sar\u00e0 un vero peccato, anche perch\u00e9 intorno al calcio ruota tanto lavoro, e molte imprese nazionali hanno tratto vantaggio dai successi trascorsi dei nostri calciatori. Lo si \u00e8 visto anche a Sendai, 400 chilometri a sud di Tokio, dove durante i mondiali si era installata la nostra nazionale, ma anche una \u201cCasa azzurri\u201d che ha fatto da apprezzata vetrina ai prodotti e alla cultura italiani.<\/p>\n<p>Sembra giusto chiudere con le considerazioni di Paolo Panerai, rilasciate in un\u2019intervista\u00a0<sup>30<\/sup> di settembre. Panerai, noto giornalista economico, \u00e8 entrato nella direzione della Florentia, squadra che ha ereditato\u00a0la Fiorentina, la gloriosa societ\u00e0 accompagnata al fallimento da Cecchi Gori. L\u2019intervistatore dichiara: \u201c&#8230; lei dovrebbe guardare con orrore il mondo del calcio\u201d. Panerai: \u201cInfatti, in un paio di editoriali ho attaccato le societ\u00e0 dai costi troppo alti e dai bilanci falsi\u201d. L\u2019intervistatore attacca sui progetti. Il neodirigente risponde: \u201cSe vogliamo rifondare veramente il calcio, dobbiamo cominciare a pensare anche all\u2019aspetto non solo calcistico&#8230; valorizzare il fattore umano&#8230; riportare a valori normali i ragazzi che praticano il calcio, che invece sono presi solo dai gadget, dalle auto e dalle ragazze\u201d. E all\u2019intervistatore che incalza, l\u2019esponente del buon tempo antico, racconta: \u201cIl sistema del calcio oggi \u00e8 perverso. Ho un nipote di 10 anni che gioca nella squadra dei Salesiani: bene, i pi\u00f9 grandi sono stati presi in blocco e trasferiti a Empoli come polli di batteria. Cos\u00ec si sradicano i ragazzi, cos\u00ec si fa in modo che si costruiscano un modello di vita sbagliato, dove i soldi contano pi\u00f9 di tutto\u201d.<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><br \/>\n<sup>1<\/sup>\u00a0M. Page, \u201cFoot p\u00e9nicilline et supplice chinois\u201d,\u00a0<em>Le Monde<\/em>, 7 giugno 2002, pag. VII.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0Paul Auster, \u201cUn calcio alla guerra\u201d,\u00a0<em>La Stampa<\/em>, 16 giugno 2002, con citazione da Ryszard Kapuscinski, The Soccer War.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0\u201cIn quanto che c\u2019\u00e8 grande rumore nella citt\u00e0, causato dallo spintonarsi intorno a grandi palle da cui possono derivare tanti mali&#8230; noi proibiamo, a nome del re, sotto pena di carcerazione, che in futuro si pratichi in citt\u00e0 questo gioco\u201d.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0Il duce intendeva il calcio come \u201cuna tradizione patriottica\u201d, con \u201cuna funzione educativa e sociale\u201d e un interesse nella \u201cpreparazione militare\u201d. Ne fece un simbolo di potenza, grazie alle vittorie mondiali degli Azzurri del 1934 e 1938. Nel 1934, Mussolini fece di tutto per accattivarsi i favori degli arbitri (si leggano le cronache della semifinale con l\u2019Austria), e la squadra italiana, sentendosi \u201cprotetta\u201d, sembra non abbia lesinato in botte agli avversari (\u00e8 un fatto che Monti in due partite ridusse in infermeria tre giocatori spagnoli).<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0L\u2019uomo non ha peli sulla lingua e dichiara: \u201cCi sono tante altre persone nel settore privato che possono avere tanto talento quanto ne ho io, ma non hanno la visibilit\u00e0 che d\u00e0 il football\u201d, Economist, Survey, giugno 2002.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0Ambasciata del Giappone a Roma,\u00a0<em>Notizie dal Giappone<\/em>, n.2-3, 2002.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Le guerre all\u2019inizio del Novecento facevano vittime tra i civili per il 5% del totale. Negli anni \u201890 di fine secolo siamo al 90% del totale. E\u2019 scritto nel Rapporto sullo sviluppo umano, Undp, United Nations development program, edizione 1998. In quell\u2019anno, circa 100 milioni di persone risultano coinvolte in conflitti armati.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Si veda, tra gli altri, C. Schmitt,\u00a0<em>Scritti politico-giuridici. Antologia da \u201cLo Stato\u201d<\/em>, a cura di A. Campi, Perugia, Bacco &amp; Arianna, 1983; la traduzione italiana di A. Bolaffi di Land und Meer.\u00a0<em>Eine weltgeschichtliche Betrachtung<\/em>, K\u0151ln-L\u0151wenich, Edition Maschke \u201cHohenheim\u201c, I ed. 1942 (<em>Terra e mare. Una conside-razione sulla storia del mondo<\/em>, Milano, Giuffr\u00e9, 1986).<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Tenendo ben presente la differenza tra stato, nazioni, nazionalit\u00e0, si prenda nota che uno stato come il Regno Unito, dove si \u00e8 combattuto per secoli con l\u2019obiettivo dell\u2019unificazione, consente a Scozia, Galles e Irlanda del Nord di andare alle competizioni internazionali con rappresentative autonome. Commentando l\u2019entusiastico supporto degli inglesi alla buona progressione della nazionale di calcio, e in particolare l\u2019inusuale sventolare della bandiera di San Giorgio nella patria di Shakespeare (da tempo si preferisce a Londra la Union Jack, bandiera del Regno Unito), lo scrittore Nick Hornby commenta sul\u00a0<em>New Yorker<\/em>\u00a0di luglio: \u201cFino a oggi il vessillo di San Giorgio lo vedevamo gonfiarsi soprattutto sulla pancia straripante di birra di un militante dell\u2019estrema destra a spasso con un pitbull, e mai garrire dal finestrino posteriore di una familiare. Nessuno lo voleva pi\u00f9 toccare da quando gli hooligan e i fascisti hanno cominciato a usarlo per simboleggiare la loro (bianca) inglesit\u00e0; nell\u2019ultimo mese, invece, la bandiera con la croce rossa era dappertutto &#8230; L\u2019ubiquit\u00e0 della bandiera ha persino suscitato un dibattito politico cautamente ottimistico sulla possibilit\u00e0 di riprendersi il vessillo che era stato sequestrato dai razzisti&#8230;\u201d<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0A volte, purtroppo, non solo metaforicamente \u201carmate\u201d. Si pensi alla guerra guerreggiata che scoppia tra El Salvador e Honduras nel 1969 dopo una partita tra le due nazionali; ai troppi morti che il calcio fa sugli spalti o fuori dal campo tra opposte tifoserie o nei festeggiamenti&#8230; Un tentativo di spiegazione, nella citazione: \u201cUna persona guarda la partita ed \u00e8 come se si vedesse passare davanti agli occhi frammenti della storia nazionale, simboli di forze e di debolezza, drammi umani, vigliaccherie, errori, gesti di coraggio, tecnica, strategia fallimentari e di successo, sconfitte che bruciano come poche altre, esaltazioni tribali, atti di altruismo, protagonismi suicidi e vergogne celate per un rigore mancato o un gol nemico, reso pi\u00f9 facile a causa di una disattenzione o dell\u2019arroganza\u201d. U. Pipitone,<em>\u00a0La metafora totale<\/em>, La jornada, Messico.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0Si veda, tra gli altri, C. Schmitt,\u00a0<em>Teoria del partigiano. Note complementari al concetto di politico<\/em>, Milano, Il Saggiatore, 1981, trad. di A. De Martinis. Del partigiano il giurista scrive che difende il suo territorio, la sua casa, la sua famiglia, il focolare da un invasore straniero (Haus und Herd und Heimat gegen einen fremden Eindringling), e che come il contadino \u00e8 legato alla terra. In questo senso \u00e8 \u201cun pezzo concreto di suolo\u201d e rimane \u201cuna delle ultime sentinelle della terra\u201d. Si pensi a come un tifoso spettatore interpreti il ruolo del \u201csuo\u201d difensore in campo, o a come lo stesso tifoso \u201c viva e commenti\u201d le imprese dei suoi eroi in campo, mentre difendono la propria area o operano un\u2019incursione in area avversaria.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0La pi\u00f9 celebre manina anti-sportiva \u00e8 quella con cui Diego Armando Maradona segna il 22 giugno 1986, all\u2019Atzeca, di Messico, il primo dei due gol con cui liquida l\u2019Inghilterra. L\u2019arbitro tunisino non vede e non annulla.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0Le vittime in Russia dopo l\u2019eliminazione della nazionale, in Brasile durante i festeggiamenti per il successo finale.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0Calciatori di spicco rispettivamente delle nazionali di Francia e Inghilterra i primi due, allenatori di Germania e Inghilterra i secondi.<br \/>\n<sup>15<\/sup>\u00a0Celebre la definizione del calcio data da Lineker, ex nazionale inglese: \u201cUn gioco in cui ventidue atleti prendono a calci una palla e poi vincono i tedeschi\u201d. A proposito di tedeschi, si ricordi quanto serv\u00ec alla legittimazione internazionale della neonata Repubblica federale, allora separata dai tedeschi dell\u2019est, la vittoria mondiale del 1954.<br \/>\n<sup>16<\/sup>\u00a0Per quanto poco rispettoso possa sembrare l\u2019accostamento col gen. De Gaulle che marcia sotto l\u2019Arco di trionfo e restituisce ai parigini la capitale violata dall\u2019occupazione nazista, tant\u2019\u00e8: mai, in cinquantasette anni, vi era stata occasione per il rinnovarsi di tanto sventolio di tricolori, baci e abbracci, sorrisi, canti e balli.<br \/>\n<sup>17<\/sup>\u00a0Dominique Mo\u00efsi, \u201cWorld Cup passions that reflect the real world\u201d,\u00a0<em>Financial Times<\/em>, 1 luglio 2002.<br \/>\n<sup>18<\/sup>\u00a0Simon Kuper, \u201cCoaches sidestep patriot games\u201d,\u00a0<em>Financial Times<\/em>, 25 giugno 2002.<br \/>\n<sup>19<\/sup>\u00a0Long Shot, \u201cWhy the World Cup won\u2019t Help Asian Economies\u201d,\u00a0<em>Hong Kong<\/em>, 7 marzo 2002.<br \/>\n<sup>20<\/sup>\u00a0Sembra che il calciatore brasiliano avesse sofferto un attacco epilettico poco prima dell\u2019inizio della finale, e che fosse stato costretto a scendere in campo dallo sponsor, nonostante il suo nome fosse stato escluso dalla formazione. Sulla questione, a Brasilia, s\u2019apr\u00ec un\u2019indagine parlamentare.<br \/>\n<sup>21<\/sup>\u00a0La visita ufficiale nella capitale nord coreana del Primo ministro giapponese Koizumi, nel settembre 2002, \u00e8 anche effetto del clima politico creato dai campionati. Durante gli incontri, il leader nord coreano ammette che Pyongyang ha avuto responsabilit\u00e0 dirette nel rapimento di undici cittadini nipponici. Chiudendo decenni d\u2019aperta ostilit\u00e0, i due paesi decidono di normalizzare le relazioni.<br \/>\n<sup>22<\/sup>\u00a0Nel marzo 2002, Koizumi dice a Seul: \u00abVorrei approfittare dell\u2019occasione dei Mondiali per ampliare la cooperazione fra Corea e Giappone\u00bb. Il Presidente coreano ad aprile esprime ai giornalisti giapponesi la volont\u00e0 di trasformare i mondiali in una occasione per \u201cfare un vero resoconto del passato e creare una nuova relazione orientata al futuro\u201d. Il 2002, grazie al Campionato, \u00e8 stato dichiarato dai due governi: \u201cAnno delle relazioni fra il popolo giapponese e il popolo coreano\u201d. Ambasciata del Giappone, cit.<br \/>\n<sup>23<\/sup>\u00a0E\u2019 l\u2019insegnante di ginnastica nordcoreano Pak Doo Ik a trafiggere l\u2019Italia di Edmondo Fabbri. Per la cronaca, lui e i suoi compagni, al rientro in patria, finiscono nei campi di rieducazione del regime, per aver festeggiato smodatamente la vittoria in un bar. In \u201cL\u2019ultimo Gulag\u201d, il nordcoreano Kang Chol-hwan, afferma che, condannato a quattro anni, Pak Doo Ik dopo dodici anni era ancora ospite dei campi comunisti. Le attenzioni della politica verso il calcio hanno, a volte, risvolti penosi per gli atleti.<br \/>\n<sup>24<\/sup>\u00a0Di fronte all\u2019entusiasmo delle strade e piazze del Senegal, riflette il filosofo senegalese Mamouss\u00e9 Diagne, mettendo il dito nell\u2019occhio del rapporto calcio-politica: \u201cSi pu\u00f2 parlare di follia&#8230; fatti del genere accadono una volta nella vita e quest\u2019unicit\u00e0 chiede espressioni di gioia&#8230; tutto va avanti come se il paese ne avesse bisogno&#8230; A questo punto le autorit\u00e0 potrebbero domandare qualsiasi cosa e ottenerlo. Anzi potrebbero ottenerlo anche senza domandare niente\u201d. Bacari Domingo Mane,\u00a0<em>Sud Quotidien di Dakar<\/em>, In\u00a0<em>Internazionale<\/em>, 21 giugno 2002.<br \/>\n<sup>25<\/sup>\u00a0E\u2019 il nome dell\u2019allenatore, un signore francese lungo-crinito che ha un bel giorno assunto identit\u00e0 islamica. Era andato casualmente in Senegal: vi ha trovato moglie, nuova religione, impiego, \u201cbenessere spirituale e vera amicizia\u201d dichiara. Altro esempio di come il calcio possa proporsi come metafora della politica, degli incontri e scontri tra culture, oltre che dei destini individuali.<br \/>\n<sup>26<\/sup>\u00a0U. Pipitone, cit.<br \/>\n<sup>27<\/sup>\u00a0Il quotidiano senegalese\u00a0<em>Sud Quotidien<\/em>, nei giorni del mondiale, ha avvertito di come l\u2019agenzia di marketing Pamodzi, che ha l\u2019esclusiva dell\u2019immagine dei Leoni, avesse intrapreso azioni contro falsari e contraffattori rei di aver iniziato a riprodurre le magliette verdi-gialle con i nomi dei campioni senegalesi Bouba Diop e Camara. Evidentemente garantivano profitti pi\u00f9 elevati delle solite griffe alla moda estere!<br \/>\n<sup>28<\/sup>\u00a0Il costo totale dei soli calciatori (salari e ammortamenti), come percentuale sul fatturato d\u00e0 i seguenti numeri: Italia 125%, Scozia 100%, Spagna 98%, Francia 80%, Inghilterra Austria Portogallo e Germania, nell\u2019ordine tra 75 e 53%.\u00a0<em>Economist<\/em>, \u201cPassion Pride and profit, a survey of football\u201d, June 1st, 2002.<br \/>\n<sup>29<\/sup>\u00a0Il prezzemolo sta ovunque, i tifosi della Juve anche. L\u2019autore non tiene per le zebre, salvo quando attraversa le strisce pedonali, per\u00f2 riconosce la sana gestione della societ\u00e0 degli Agnelli e s\u2019inchina ai risultati sportivi del club torinese.<br \/>\n<sup>30<\/sup>\u00a0R. De Ponti, Panerai: \u201cAbbiamo un progetto salva-giovani\u201d,\u00a0<em>Corriere della Sera<\/em>, 10 settembre 2002.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[59],"class_list":["post-1086","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-ottobre-2002"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Geopolitica e geoeconomia del pallone<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Ottobre 2002. 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