{"id":1084,"date":"2002-10-01T12:00:00","date_gmt":"2002-10-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1084"},"modified":"2026-04-09T10:11:25","modified_gmt":"2026-04-09T10:11:25","slug":"il-denaro-il-gioco-le-bandiere","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2002\/ottobre\/il-denaro-il-gioco-le-bandiere\/","title":{"rendered":"Il denaro, il gioco, le bandiere"},"content":{"rendered":"<p>I giochi non sono sempre sport, tanto che nessuno di noi si sente pi\u00f9 atleta dopo una mano a briscola o la tombola di Capodanno. Certo giochiamo e facciamo sport per divertirci, incuneando nei tempi e nelle regole dell\u2019agire sociale,\u00a0<em>razionalmente<\/em> orientato a un valore o ad uno scopo (Weber), la pausa di un tempo goduto in quanto letteralmente perso, le regole che restano semplicemente di una partita e aiutano per questo a sopportare meglio\u00a0quelle della vita. E in questo senso percepiamo una sostanziale equivalenza fra attivit\u00e0 che esprimono la stessa esigenza di custodire lo spazio della libert\u00e0 che si guadagna in una dimensione puramente ludica di gratuit\u00e0 (quanti benpensanti continuano a sorridere dei loro simili che zompettano nei parchi, perch\u00e9 in fondo non hanno nulla di pi\u00f9 serio da fare e, beati loro, se lo possono permettere\u2026) Il contenuto di queste attivit\u00e0, per\u00f2, non necessariamente coincide e il disinteresse non \u00e8 sempre garantito. Si gioca, lo abbiamo ricordato, anche senza quel dispendio di energie\u00a0<em>fisiche<\/em>\u00a0che resta invece essenziale alla pratica sportiva in senso proprio e in quest\u2019ultima una blanda motivazione utilitaristica torna a far capolino, legittimando il\u00a0<em>jogging<\/em>\u00a0degli uomini impegnati, ogni volta che essa diventa un sacrificio di cui farsi carico perch\u00e9 \u00abfa bene alla salute\u00bb. Non \u00e8 forse vero, d\u2019altronde, che le pi\u00f9 aggiornate teorie del management hanno scoperto che il dirigente che gioca investe e non disperde il suo tempo, in quanto scarica lo stress e, stimolando l\u2019immaginazione, incrementa addirittura l\u2019efficienza? Via libera, dunque, ai mini-canestri e alle mazze da mini-golf dietro le scrivanie di mogano.<\/p>\n<p>Su tutto ci\u00f2, lo sappiamo, incombe l\u2019ombra del\u00a0<em>business<\/em>, che dalla miscela di rischio e agonismo non si accontenta di ricavare i \u00abmomenti di gloria\u00bb di un film tanto delicato quanto inattuale. Non parliamo dell\u2019astuzia del baro, che addomestica il demone della sorte che crea e pi\u00f9 spesso distrugge ricchezze. E nemmeno dell\u2019invidiata abilit\u00e0 di chi, puntando ora su questo ora su quel titolo, trasfigura l\u2019alea del gioco in borsa in una speculazione ben riuscita. Appena si passa dal fare al guardare e, soprattutto, l\u2019immagine televisiva dilata all\u2019infinito il numero dei potenziali spettatori-consumatori, l\u2019incantesimo \u00e8 rotto: lo spettacolo non \u00e8 pi\u00f9 il fine, ma soltanto lo strumento; la disperazione del tifoso per un\u2019eliminazione precoce appare ingenua quanto gli strilli di un bambino per il suo giocattolo rotto, di fronte ai milioni (di euro) buttati da chi aspettava la finale pensando a ben altri trionfi. Lo sport, in questo modo, finisce col non essere pi\u00f9 un gioco nemmeno per quelli che vanno in campo o salgono su una bicicletta per farci divertire (mentre ascoltiamo qualche consiglio per gli acquisti). E guadagna terreno il moralismo di tutti coloro che non amano affatto i campionati del mondo o le olimpiadi e si fanno un vanto di non essere \u00abcome tutti gli altri\u00bb, ormai incapaci di indignarsi quando tirare calci a un pallone vale in un mese (o anche meno) una vita di lavoro e talmente prigioneri dell\u2019effetto oppiaceo di una passione ad una e assai povera dimensione da fermare lo\u00a0<em>zapping<\/em>\u00a0del dopo cena solo quando sullo schermo appaiono finalmente le immagini della finale del torneo di Roccacannuccia fra i reduci dalle Mauritius e i panchinari intristiti dell\u2019ultima neopromossa in serie C2. Questa austera lezione di virt\u00f9 \u00e8 ormai scontata. Il denaro rovina lo sport, salvo poi dover fare i conti con i tonfi di frettolose quotazioni in borsa o con la constatazione che in molti casi chi pi\u00f9 spende meno vince e non sempre i meglio pagati conservano la voglia di correre \u2013 oltre che di apparire \u2013 pi\u00f9 degli altri. Eppure proprio questa \u00e8 la verit\u00e0 che probabilmente vale la pena di difendere per chi si incaponisce a sostenere la compatibilit\u00e0 di pedagogia e tifo. In fondo amiamo il calcio proprio perch\u00e9 ci ricorda che l\u2019uomo resta\u00a0<em>the<\/em>\u00a0<em>sport of Fortune<\/em>, sempre esposto ai capricci di un imperscrutabile fato coreano.<\/p>\n<p>La logica degli affari \u00e8 ovviamente tradita dalla stoltezza di chi per anni ha speso per gli ingaggi dei calciatori (per tacere degli allenatori) pi\u00f9 del totale dei ricavi, assecondando piazze smodate e nella sciagurata fiducia che con i diritti televisivi tutto fosse possibile. Inutile poi piangere e cercare scampo dalla bancarotta in improbabili azionariati popolari o tardivi appelli ad una moderazione che male si innesta su uno\u00a0<em>star system<\/em>\u00a0di narcisismo, pettegolezzi e beghe tanto parolaio da riempire di s\u00e9 interi quotidiani. Ma ci piace pensare che quella logica non possa comunque funzionare fino in fondo, che ci sia un ostacolo \u2013 l\u2019imprevedibile, appunto \u2013 nel quale anche la pi\u00f9 accorta amministrazione si inceppa e la passione prende la sua rivincita sul profitto. Nel calcio si vince per proprio merito, cio\u00e8 con le giuste dosi della potenza di un fisico ben allenato, della destrezza di un talento che non si acquisisce se non lo si possiede, dell\u2019intelligenza tattica che amalgama undici individui in una squadra. Ma si pu\u00f2 perdere per l\u2019incapacit\u00e0 (o peggio la malafede) altrui, quasi come pu\u00f2 capitare ad un pugile, un ginnasta o un tuffatore. Si pu\u00f2 perdere, soprattutto, perch\u00e9 colpiti da crudele e iellata sventura, dopo aver condotto e dominato un\u2019intera partita, al primo e magari sbucciato tiro in porta di avversari improvvisati. Sul parquet della pallacanestro o della pallavolo la centesima squadra delle classifiche internazionali non potr\u00e0 mai sperare di battere i campioni del mondo. Qui, al contrario, nessun risultato \u00e8 impossibile e nessun\u00a0<em>bookmaker<\/em>\u00a0pu\u00f2 stabilire a priori se varr\u00e0 o no la pena di guardare una partita.<\/p>\n<p>Abbozziamo allora la prima morale di una storia che, per gli italiani, in terra d\u2019Oriente non \u00e8 stata a lieto fine. Se il denaro ha una \u00abfilosofia\u00bb, come scriveva Simmel, essa include la tendenza dell\u2019uomo a vedere tutte le cose in una totalit\u00e0 che l\u2019universalit\u00e0 dello scambio rende opaca e grigia, incapace di suscitare una reazione. Contro le ubbie degli intellettuali a oltranza, ben venga dunque un po\u2019 di tifo, che pu\u00f2 forse aiutarci a resistere con un pizzico d\u2019ironia all\u2019individuo irrecuperabilmente blas\u00e9, perch\u00e9 convinto che si possano ottenere tutte le possibili variet\u00e0 della vita per la stessa somma. Il calcio, oggi, \u00e8 senza ombra di dubbio come la vasca nella quale, come ben sanno i napoletani, \u201cquando l\u2019acqua scarseggia la papera non galleggia\u201d. Resta per\u00f2 il fatto che la vittoria \u00e8 con l\u2019amore l\u2019unica gioia che non sembra acquistabile al mercato (tutt\u2019al pi\u00f9 qualcuno pu\u00f2 cercare di \u00abcomprarla\u00bb sottobanco). Il pallone, insomma, \u00e8 l\u2019ostaggio della ricchezza che di quando in quando la mortifica e un pochino la deride, che si tratti del Chievo dei pandori o del Senegal delle azioni danzate con l\u2019incoscienza di chi si scopre grande. Chiss\u00e0 (<em>si parva licet<\/em>\u2026) che non si possa continuare il \u00abgioco\u00bb nella direzione dell\u2019altra \u00abpotenza\u00bb scompaginata per Hegel dalla risata del nipote di Rameau e dai suoi pensieri-sgualdrine. Sull\u2019erba degli stadi pu\u00f2 capitare che anche i ricchi piangano. Ma che ne \u00e8 dell\u2019apoteosi di inni, bandiere e amore patrio?<\/p>\n<p>L\u2019uso dello sport come\u00a0<em>instrumentum regni<\/em>\u00a0\u00e8 nato al pi\u00f9 tardi un momento dopo il sogno di de Coubertin. E cos\u00ec, mentre alcuni si ostinano a fare guerre per cementare l\u2019identit\u00e0 dei popoli o comunque distrarli quando il consenso ai capi inizia a scricchiolare, molti si accontentano di barattare i tassi di sviluppo con i medaglieri e di mutuare linguaggi e tattiche da campo appunto di battaglia nella pantomima di squadre che diventano eserciti, epico palladio della memoria collettiva: non c\u2019\u00e8 partita che non si consumi fra l\u2019ardore degli attaccanti e il sacrificio dei difensori, assedi e sfondamenti, avanzate e timidi arretramenti dalla prima linea, fino al momento in cui l\u2019ultima trincea cade e la porta, finalmente, \u00e8 espugnata. Anche qui non c\u2019\u00e8 nulla che non sia stato scritto. Per questo stupisce che, fra i tanti novelli zelatori di Mameli, non si sia levata almeno qualche voce a ricordare le buone ragioni per le quali non \u00e8 affatto indispensabile che undici giovanotti in calzoncini e maglietta cantino commossi la loro disponibilit\u00e0 a morire, sol perch\u00e9 Italia chiam\u00f2. Forse, al momento, non \u00e8 neppure auspicabile. Non bastava averli trasformati in icone del bello e dell\u2019eterna giovinezza e negli attori pi\u00f9 inseguiti di frizzanti cronache rosa (e la vita da atleta?). In attesa di riscoprirli santi e navigatori li vogliamo anche eroi, evidentemente i soli sopravvissuti dopo che qualcuno ha inutilmente tentato di spiegarci che l\u2019unico popolo felice \u00e8 quello che ha imparato a non averne bisogno. Questa china \u00e8 davvero molto scivolosa, perch\u00e9 l\u2019eccezionalit\u00e0 del campione appartiene appunto al tempo del gioco e non abbiamo il diritto di chiedergli di essere anche erede del risorgimento, modello di vita e maestro di pensiero. Alla fine qualcuno si monta la testa e non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 di che meravigliarsene, mentre altri la testa la perdono proprio, trasformando gli spalti di uno stadio in scuole di iniziazione alla vita violenta e imbecille.<\/p>\n<p>Ancora una volta si tratta di capire se lo sport debba contribuire a far maturare il senso del limite o il suo oblio. Il protagonista indiscusso dell\u2019ultimo mondiale incartato in bianco, rosso e verde nella vetrina delle glorie patrie ha risposto senza incertezze a chi gli domandava quale fosse il suo ricordo pi\u00f9 intenso: le bandiere del Bernabeu e il senso di appartenenza, mai cos\u00ec forte, a un\u2019idea e a un sentimento. Alzi la mano chi, da semplice telespettatore, non si \u00e8 sentito partecipe di quel sentimento. Lo sport, soprattutto di squadra, genera appartenenza: se non lo si gioca lo si guarda insieme e poi, insieme, si soffre o si fa festa. Si sta \u00abin piazza\u00bb, in quella speciale intimit\u00e0 nella quale la folla non produce anonimato, bens\u00ec un\u2019emozione comune. Guai per\u00f2 a scambiare questi successi e sconfitte con le vicende e i conflitti reali. Ci\u00f2 che \u00e8 normale per i bambini diventa patologico per gli adulti, che dovrebbero sapere quando il gioco finisce. E che proprio per questo possono trovare in esso rinforzo per un atteggiamento inclusivo nei confronti di quanti sono s\u00ec avversari, ma lo sono sul campo e non \u00e8 dunque pi\u00f9 necessario lo siano anche nella vita. Vale d\u2019altronde la pena di sottolineare che il calcio promette di essere pi\u00f9\u00a0<em>democraticamente<\/em>\u00a0globale di quasi tutte le altre discipline: non sembrano esserci razze che la natura ha destinato al successo \u2013 come accade per esempio nell\u2019atletica o nel nuoto \u2013 e tutti possono provarci, tutti possono sperare (specie se la fortuna ci metter\u00e0 del suo) di alzare un giorno la coppa.<\/p>\n<p>Seconda e ultima morale della storia: l\u2019appartenenza sana garantita dallo sport \u00e8 quella di cui si \u00e8 capaci di sorridere, quella appunto che riconosce il suo limite. Altrimenti essa diventa la coperta sempre troppo corta di una debolezza o peggio ancora l\u2019ultima e pi\u00f9 pericolosa astuzia della politica: \u00e8 un po\u2019 poco pensare che ci sentiremo e resteremo italiani solo perch\u00e9 guarderemo la stessa televisione e potremo continuare ad appassionarci, dalle Alpi a Pantelleria, per una maglia azzurra, l\u2019unica in grado di non contaminare la \u00abnazione\u00bb con le tossine di un passato che l\u2019ha resa a lungo impronunciabile. Mi pare del tutto ragionevole la tesi che dovremmo abituarci a cantare l\u2019inno pi\u00f9 spesso o a non cantarlo affatto.\u00a0Lasciamo il gioco alla sua libert\u00e0 e ci eviteremo anche qualche imbarazzo. Mio figlio (tredici anni e mezzo), prima della finale del torneo nippo-coreano, mi ha comunicato che avrebbe tifato per la Germania, una squadra \u00abeuropea\u00bb come noi, certo che dopo tanto parlargli di Maastricht e dell\u2019euro avrei fatto altrettanto. Ho difeso invano la mia scelta per il Brasile con le pi\u00f9 trite motivazioni da cultore della spontaneit\u00e0 o addirittura da terzomondista della domenica, per confessare infine che l\u2019idea di una quarta stella ricamata sulla divisa dei \u00abnemici\u00bb pi\u00f9 forti fra quelli a noi pi\u00f9 vicini mi risultava del tutto indigeribile. Con il prossimo mondiale da giocare in casa, oltretutto. Meglio il Brasile, come la Juventus per il laziale che perderebbe il sonno sapendo che una bandiera giallorossa garrisce al ponentino sul balcone del vicino. Ho pensato anche che Lorenzo non c\u2019era nelle notti dell\u2019Azteca e di Madrid. Come potrebbe capire? Spero di non dover smettere di essere un tifoso per non dover temere di essere trattato da euroscettico.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[980],"fascicolo":[59],"class_list":["post-1084","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-stefano-semplici","fascicolo-ottobre-2002"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il denaro, il gioco, le bandiere<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Stefano Semplici, pubblicato nel numero di Ottobre 2002. 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