{"id":1036,"date":"2002-02-01T12:00:00","date_gmt":"2002-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1036"},"modified":"2026-04-08T22:19:26","modified_gmt":"2026-04-08T22:19:26","slug":"note-sulluso-e-labuso-dei-modelli-nelle-scienze-socio-politiche","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2002\/febbraio\/note-sulluso-e-labuso-dei-modelli-nelle-scienze-socio-politiche\/","title":{"rendered":"Note sull&#8217;uso (e l&#8217;abuso) dei modelli nelle scienze socio-politiche"},"content":{"rendered":"<p><strong>Introduzione<\/strong><\/p>\n<p>Storicamente le scienze sono chiamate, in virt\u00f9 del proprio oggetto e del metodo approntato per l\u2019investigazione di esso, a compiere diverse operazioni come la classificazione, la descrizione,\u00a0la spiegazione, la previsione, o altro. Facilmente, alcune discipline sono chiamate maggiormente soprattutto ad una di queste imprese; cos\u00ec ci possiamo aspettare che la botanica prediliga l\u2019operazione di classificazione, mentre l\u2019etnologo compia soprattutto descrizioni e\u00a0spiegazioni funzionali, il meteorologo si prodigher\u00e0 soprattutto nelle previsioni, e diverse altre discipline, comprese le scienze socio-politiche, saranno impegnate soprattutto nella spiegazione e nella descrizione di eventi. D\u2019altronde, la storia delle scienze socio-politiche si \u00e8 costruita attorno a quelle grandi opere, di natura teorica o empirica, mirate alla spiegazione di grandi fenomeni o di azioni ricorrenti. Si pensi alla condizione del lavoratore operaio nell\u2019industria capitalistica (Marx), alle cause del suicidio (Durkheim), all\u2019etica protestante come fattore esplicativo dell\u2019origine del capitalismo (Weber), e altre ancora, soprattutto recenti. Realizzare dei buoni impianti esplicativi, poi, pone le condizioni per poter costruire delle teorie previsionali e del mutamento sociale. Dalla legge dei tre stadi di Comte all\u2019evoluzionismo di Spencer, dall\u2019esito rivoluzionario di Marx alla razionalizzazione del mondo moderno di Weber, dalla circolazione delle \u00e9lites di Pareto all\u2019unidimensionalit\u00e0 della blockierte Gesellschaft di Marcuse, descrivere il cambiamento ha significato, soprattutto, partire dalle spiegazioni dell\u2019uomo e della civilt\u00e0 contemporanea.<\/p>\n<p>Normalmente, la logica delle scienze socio-politiche riconosce alcune vie preferenziali per produrre spiegazioni. La pi\u00f9 antica che si possa ricordare \u00e8 la spiegazione causale. Essa ha vissuto stagioni memorabili, addirittura per molto tempo si \u00e8 pensato che spiegare un fenomeno, in sostanza, dovesse coincidere con la ricerca delle sue cause. Oggi la critica metodologica \u00e8 molto pi\u00f9 attenta rispetto alle suggestioni della spiegazione causale.<\/p>\n<p>La diffidenza non nasce solo dal fatto che l\u2019abuso dell\u2019imputazione causale potrebbe davvero farci spiegare l\u2019accadimento del terremoto con il comportamento anomalo degli animali domestici che sempre si registra prima della prima scossa \u2013 e di \u00abgiochini\u00bb logici come questi potrebbero esserne riportati parecchi -; in realt\u00e0 si \u00e8 allargato l\u2019orizzonte logico dei processi esplicativi, e nuove forme di spiegazione aiutano lo scienziato sociale. Si devono citare, allora, la spiegazione storico-genetica, secondo la quale spiegare un fenomeno significa ripercorrerne l\u2019origine e lo sviluppo; la spiegazione funzionale, la quale si chiede quale compito svolga un elemento all\u2019interno di un sistema inteso come totalit\u00e0 organizzata; la spiegazione nomologica-inferenziale, secondo la quale si spiega un fenomeno quando si inquadrano le leggi teoriche che lo governano e si scrivono le condizioni empiriche che lo riguardano, e la spiegazione analogica. Quest\u2019ultima \u00e8 l\u2019oggetto del presente contributo. Essa predilige servirsi di un modello noto per spiegare fenomeni appartenenti ad una classe sconosciuta. Dire che la societ\u00e0, tutto sommato, funziona come un congegno cibernetico (Luhmann), o che il sistema politico altro non sia che una black box con processi input\/output, feedback, significa proprio costruire spiegazioni di tipo analogico, ottenute attraverso l\u2019uso di modelli. Si noti che anche il vecchio Spencer avanzava tesi sull\u2019analogia fra il livello organico e quello sociale\u2013 e altri insieme a lui &#8211; ma la faciloneria e l\u2019imprudenza che porta oggi tanti ricercatori a applicare modelli economici, matematici, cibernetici, caotici, complessi, alla realt\u00e0 sociale \u00e8 fonte di preoccupazione.<\/p>\n<p>L\u2019adozione di un modello per l\u2019indagine socio-politica non \u00e8 una operazione esente da rischi. Il modello non pu\u00f2 essere pensato come una sorta di passe-partout euristico, non pu\u00f2 essere visto semplicemente come un espediente tecnologico comunque utile per guardare una realt\u00e0 complessa. Il modello \u00e8 un artificio logico, e l\u2019uso del modello \u00e8 un problema metodologico. Partendo da queste premesse, il presente contributo intende passare in rassegna alcune teorie delle scienze umane e sociali che si sono avvalse di modelli e cercare di giungere alla scrittura delle regole minime per impostare l\u2019operazione di modellizzazione su criteri metodologici validi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Tipi di modelli<\/strong><\/p>\n<p>Le scienze socio-politiche hanno offerto la propria interpretazione del concetto di modello in varie circostanze. Fondamentale, in tal senso, risulta il contributo di Alessandro Bruschi. L\u2019autore individua, innanzitutto, sedici significati diversi del concetto di modello. Citandone qualcuna: \u00abinterpretazione nel linguaggio formalizzato\u00bb, \u00abinterpretazione algebrica\u00bb, \u00abschema di riferimento\u00bb, \u00abquasi-teoria\u00bb, \u00abschema concettuale ipotetico\u00bb, \u00abschema categoriale\u00bb, \u00abinterpretazione della teoria\u00bb, \u00abesplicazione analogica\u00bb, \u00abtipo ideale\u00bb, \u00abtrattamento matematico\u00bb, \u00abschematizzazione visuale\u00bb, \u00abrappresentazione proporzionale\u00bb, \u00abriproduzione iconica\u00bb, \u00abrappresentazione di un fenomeno complesso\u00bb, \u00abinterpretazione alternativa della teoria\u00bb, \u00abstruttura logica\u00bb (A. Bruschi, 1971, pp.10 e segg.). Insomma, la storia ci consegna tanti e assai diversi modi di interpretare la natura dei modelli e il loro ruolo. Forzando la semplificazione, tuttavia, \u00e8 possibile riconoscere due grandi famiglie di modelli: i modelli analogici e quelli formali.<\/p>\n<p>I modelli analogici sono frequentemente utilizzati nelle scienze naturali; di essi ebbe modo di parlare gi\u00e0 Hempel, per quanto la definizione pi\u00f9 generale, ancorch\u00e9 precisa, pu\u00f2 esser fatta risalire a Rosenblueth e Wiener, secondo i quali un modello analogico \u00ab\u00e8 la rappresentazione di un sistema complesso ottenuta mediante un altro sistema, che, per assunto, \u00e8 pi\u00f9 semplice ma ugualmente possiede propriet\u00e0 simili a quelle che, nel sistema complesso d\u2019origine, sono state scelte come oggetto di studio\u00bb (A. Rosenblueth, N. Wiener, 1945; tr. it., 1994, pp.87-88). L\u2019idea di fondo concerne la formulazione di un preciso legame analogico fra le leggi che governano una classe di fenomeni e quelle relative al sistema in questione. Nel contesto della scoperta, allora, l\u2019uso del modello analogico dovrebbe poter condurre il processo di indagine alla scrittura di ipotesi relazionali e funzionali e di enunciati esplicativi e predittivi. Hempel descrive l\u2019analogia del modello in termini di \u00abisomorfismo sintattico\u00bb (C.G. Hempel, 1965; tr.it., 1986, p.163), intendendo con ci\u00f2 l\u2019esistenza di una congruenza formale fra l\u2019insieme delle relazioni fra le parti e le funzioni di un apparato teorico consolidato e le parti e le funzioni di un apparato teorico ancora da descrivere. Soprattutto le scienze naturali offrono le pi\u00f9 evidenti esemplificazioni dell\u2019uso e della diffusione dei modelli analogici. In particolare, si ricorda come James Clerk Maxwell utilizz\u00f2 un modello meccanico per spiegare una classe di fenomeni elettrici e magnetici. Trattando le linee di forza in un campo magnetico, il fisico inglese avanz\u00f2 l\u2019ipotesi dell\u2019esistenza di un mezzo (l\u2019etere) costituito da un fluido composto da particelle microscopiche. Nell\u2019etere agisce una tensione, per cui le linee di forza rappresenterebbero le direzioni di minima pressione e l\u2019anisotropia della pressione \u00e8 da attribuire alla presenza di vortici molecolari. Dal modello meccanico cos\u00ec proposto, e dalle leggi della dinamica, Maxwell riusc\u00ec a ricavare numerosi ipotesi esplicative per l\u2019elettromagnetismo.<\/p>\n<p>Nelle scienze socio-politiche, l\u2019uso del modello analogico \u00e8 operato in condizioni del tutto simili alle scienze naturali. Il problema delle generazioni affrontato da Karl Mannheim ha trovato risposte importanti a partire dalla considerazione di \u00abun tipo di categoria sociologica, che pur essendo completamente diverso dal punto di vista del contenuto, mostra tuttavia una serie di analogie con la generazione, se si considerano determinati elementi strutturali: pensiamo al fenomeno della condizione di classe\u00bb (K. Mannheim, 1928; tr.it.,1974, pp.337-338). Per tale via, il sociologo ungherese adotta, nel contesto della scoperta delle propriet\u00e0 riferibili all\u2019unit\u00e0 e al legame di generazione, gli isomorfismi sintattici suggeriti dalle articolazioni della teoria delle classi sociali.<\/p>\n<p>L\u2019altra famiglia \u00e8 quella dei modelli formali. Nella definizione di Rosenblueth e Wiener, \u00abun modello formale \u00e8 quello che enuncia simbolicamente, in termini logici, una situazione idealizzata relativamente semplice, la quale condivide le propriet\u00e0 strutturali del sistema fattuale originale\u00bb (A. Rosenblueth, N. Wiener, cit., p.88). L\u2019idea di fondo riguarda la costruzione di un modello assiomatizzato inteso a fissare i canoni per la rilevazione di certi fenomeni. Le scienze umane e sociali adoperano frequentemente modelli ideali. Il caso esemplare riguarda l\u2019Idealtypus weberiano: le \u00abcostruzioni tipico-ideali [&#8230;] enunciano il modo in cui si sarebbe svolto un determinato agire umano se esso fosse rigorosamente razionale in vista di uno scopo, non disturbato da errori e da elementi affettivi, ed inoltrato orientato in maniera del tutto univoca in vista di uno scopo soltanto\u00bb (M. Weber, 1922; tr.it., ediz. 1995, p.8-9). Il modello, questa costruzione fondata sulle concettualizzazioni idealtipiche, propone il caso ideale da utilizzare come termine di riferimento per comprendere l\u2019evento reale. Il modello non implica praeceptum generali, \u00ab\u00e8 ideale &#8211; dice Weber &#8211; in un senso puramente logico\u00bb e tanto nel contesto della giustificazione che in quello della scoperta (\u00abscopo euristico\u00bb e \u00abscopo espositivo\u00bb nel linguaggio weberiano) tale utopia \u00abserve a orientare il giudizio di imputazione\u00bb (M. Weber, 1904; tr.it., 1958, pp.107-108).<\/p>\n<p>Il modello formale, secondo l\u2019uso che ne ha fatto Weber nella descrizione delle concettualizzazioni idealtipiche, stabilisce, in un certo senso, la misura di riferimento utile per graduare le modalit\u00e0 di rilevazione dei fenomeni \u00abe al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realt\u00e0 da quel quadro ideale\u00bb, giacch\u00e9 \u00abesso ha il significato di un puro concetto-limite ideale, a cui la realt\u00e0 deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico\u00bb (M. Weber, 1904; tr.it., 1958, p.112).<\/p>\n<p>In tale accezione, modelli di produzione dei canoni dell\u2019osservazione sono ampiamente diffusi anche nelle scienze naturali. Sperimentalmente si trova che a densit\u00e0 sufficientemente bassa tutti i gas, indipendentemente dalla loro composizione chimica, tendono a mostrare una certa relazione semplice fra le variabili termodinamiche pressione, volume e temperatura. Questo fatto suggerisce il modello del gas ideale, quale costruzione concettuale avente quello stesso comportamento semplice in qualsiasi condizione. In pratica il gas ideale non esiste, tuttavia il modello costituisce una utile semplificazione per le concettualizzazioni della termodinamica. In altri casi, la costruzione dei modelli risponde a problemi ben pi\u00f9 intricati. E\u2019 il caso della descrizione delle strutture nucleari. Mentre la fisica atomica ha potuto applicare gli strumenti offerti dalla meccanica quantistica alla teoria di Rutherford e Bohr, la fisica nucleare deve fare i conti con una forza fra nucleoni non nota con precisione pari alla forza di Coulomb e con problemi matematici per la risoluzione dell\u2019equazione di Schr\u00f6dinger. In una situazione del genere, l\u2019unica via per la descrizione della struttura del nucleo riguarda l\u2019introduzione di modelli che riproducano, al meglio, i comportamenti nucleari. La costruzione di questi modelli \u00e8 effettuata a partire dalla selezione di alcune propriet\u00e0 (numero di massa del nucleo, spin, momento magnetico, ecc.) o dalla rappresentazione di alcune reazioni nucleari, secondo un procedimento euristico che sembra ricordare la weberiana \u00abaccentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista\u00bb.<\/p>\n<p>La distinzione fra modello analogico e modello formale \u00e8 meno netta di quanto gli esempi riportati cerchino di esporre. Il passaggio all\u2019assiomatizzazione \u00e8 un tipo di operazione che consente allo scienziato una delle maggiori espressioni sistematiche del suo complesso teorico e, perci\u00f2, di sovente l\u2019uso di modelli analogici \u00e8 una premessa alla costituzione di modelli formali. Tuttavia, al di l\u00e0 dell\u2019esercizio puramente classificatorio che nel caso di una nozione cos\u00ec vasta e generale come quello di modello non pu\u00f2 avere pretese esaustive, il rilievo da condurre riguarda la frequente adozione di modelli nell\u2019impresa scientifica. Tale operazione, per quanto indispensabile in taluni contesti di ricerca, non pu\u00f2 essere arbitrariamente condotta n\u00e9 pu\u00f2 considerarsi estranea alle regole della trasparenza metodologica.<\/p>\n<p>Soprattutto nel trattare i modelli analogici, ma in larga parte anche per i modelli formali, ci si imbatte in una questione ricorrente: le propriet\u00e0 della classe di fenomeni alla quale si vuole ricondurre l\u2019analogia coincidono solo in parte con quelle del sistema che si sta indagando. E\u2019, questo, il caso pi\u00f9 frequente e rispetto ad esso vanno compiute due riflessioni distinte. La prima di ordine storico e la seconda di ordine logico.<\/p>\n<p>Storicamente, \u00e8 raro il caso di analogia completa fra sistemi differenti o di perfetta congruenza fra il sistema reale e quello ideale. A livello euristico, Ernst Mach sottolinea come la parziale analogia costituisca comunque un prezioso stimolo alla ricerca scientifica. Sia che il ricercatore riesca a completare il quadro delle propriet\u00e0 analoghe, sia che il suo tentativo fallisca, sulla classe di fenomeni che intende conoscere potr\u00e0 avere contribuito con un arricchimento concettuale, di ipotesi e di proposizioni (E. Mach, 1926; tr.it., 1982, pp. 216 e segg.). Certo, l\u2019attenzione di Mach \u00e8 fissata soprattutto alle scienze naturali, eppure anche le scienze sociali mostrano siffatti esempi di crescita teorica. Attraverso lo studio sulla Storia agraria romana, Weber ritenne di aver individuato la causa principale del tramonto della civilt\u00e0 antica nella questione della propriet\u00e0 latifondiaria (M. Weber, 1896, tr.it., 1992, pp.371-393). Nel condurre l\u2019inchiesta sui lavoratori agricoli nella Germania a oriente dell\u2019Elba, lo scienziato tedesco si trov\u00f2 ad applicare le stesse relazioni esistenti fra le specifiche forme e tecniche agrarie e i rapporti giuridici, pubblici e privati, attraverso connessioni causali volte alla rilevazione delle premesse sociali delle crisi in atto. L\u2019utilizzo dell\u2019analogia lo indurr\u00e0 ad esprimersi con tali parole: \u00abDall\u2019antichit\u00e0 stessa ci giunge la voce di Plinio: \u201cLatifundia perdidere Italiam\u201d. Dunque &#8211; si dice da una parte &#8211; furono gli Junker a fare la rovina di Roma. Gi\u00e0 &#8211; si dice dall\u2019altra &#8211; ma solo perch\u00e9 non riuscirono a tenere testa all\u2019importazione di cereali stranieri: con una proposta Kanitz di queste i Cesari siederebbero ancora oggi sul loro trono\u00bb (Ibidem, tr.it., p.372 della II ed. del 1992). Se l\u2019interesse scientifico di Weber si fosse soffermato solo sulle conformit\u00e0 fra i due contesti, il suo contributo sarebbe probabilmente rimasto confinato all\u2019interno di una relazione di sociologia agraria evidenziante come nelle regioni ostelbiche la penuria di lavoratori agricoli (emigrati a ovest) fosse divenuta il problema principale per l\u2019esistenza della grande propriet\u00e0 (come la riduzione degli schiavi contribuirono, nell\u2019antichit\u00e0, al tramonto dell\u2019azienda agricola latifondistica). Fosse stato spinto solo dalla preoccupazione di aderire al modello analogico, Weber non avrebbe potuto elaborare le riflessioni sulla contraddizione fondamentale fra lo sviluppo capitalistico dell\u2019economia prussiana e il carattere autarchico-feudale dell\u2019organizzazione amministrativa che, specie nelle regioni orientali, proteggevano e conservavano gli interessi dei grandi latifondi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019uso dei modelli<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019adozione di un modello \u00e8 una operazione che va giustificata in ordine a due differenti livelli: il primo, quello sintattico, riconosce che le regole delle relazioni reciproche fra gli elementi del sistema che costituiscono il modello devono poter affermare qualcosa circa il sistema in esplorazione; il secondo, il livello semantico, concerne il giudizio di applicabilit\u00e0 delle interpretazioni prodotte. In pratica, nell\u2019occuparci di ricondurre i fenomeni di un tipo \u201cnuovo\u201d a quelli di un tipo \u201cnoto\u201d, non \u00e8 sufficiente stabilire che l\u2019insieme delle regole esplicative note pu\u00f2 essere applicato ai fenomeni e agli eventi da studiare, \u00e8 anche necessario dire che tipo di fenomeni sono soddisfatti da quelle regole, di quale significato sono dotati. E\u2019, questo, un ancoraggio al carattere empirico dell\u2019indagine delle scienze umane quanto mai necessario al consolidamento epistemologico delle argomentazioni prodotte. Al riguardo, si potr\u00e0 notare una prima consistente anomalia nella pratica dell\u2019uso dei modelli: spesso l\u2019analisi \u00e8 limitata al livello sintattico, mentre quello semantico \u00e8 trattato solo superficialmente.<\/p>\n<p>Il problema del significato, alle origini del pensiero neoempirista, \u00e8 immediatamente ricon-dotto al criterio di verificabilit\u00e0 empirica. Nelle parole di Moritz Schlick: \u00abIl significato di una proposizione \u00e8 il metodo per la sua verifica\u00bb (M. Schlick, 1936; tr.it., 1974, p.189). La riduzione del contenuto di una proposizione a un contenuto di una esperienza \u00e8 il fondamentale criterio di significanza dibattuto in varie occasioni dai filosofi neoempiristi. D\u2019altronde, l\u2019analisi filosofica non \u00e8 in grado di stabilire la realt\u00e0 delle cose, secondo Schlick, ma solo di chiarire il senso dei quesiti posti. Il senso di una proposizione \u00e8 chiaro solo quando si \u00e8 in grado di descrivere con esattezza le condizioni nelle quali alla proposizione si pu\u00f2 rispondervi con un s\u00ec o le circostanze nelle quali la risposta \u00e8 no (M. Schlick, 1932, tr.it., 1974, p.86). Va rilevato come Schlick, per sua stessa ammissione, non intenda affatto porre le fondamenta per una teoria del significato. Il contenuto della concezione neoempirista \u00e8, pi\u00f9 semplicemente, quello che vuole l\u2019enunciato dotato di senso esplicativo, un enunciato che deve poter dire qualcosa sulla realt\u00e0 (ibidem, p.88). Un enunciato del quale non \u00e8 possibile dire nulla circa la sua verit\u00e0 o falsit\u00e0 \u00e8, semplicemente, un enunciato inutile, privo di senso.<\/p>\n<p>In questo ambito non ci occuperemo del destino del pensiero di Schlick nella storia della filosofia della scienza successiva. La ristrettezza logica del suo criterio indurr\u00e0 dapprima Rudolf Carnap, ma soprattutto Charles Morris, a riscrivere sostanzial-mente alcune delle originarie posizioni neoempiriste attorno al problema del significato, spostan-do il piano dalla verificabilit\u00e0 empirica al piano formale e grammaticale del senso di un enunciato. Ai fini del nostro scopo, tuttavia, dalle riflessioni di Schlick possiamo gi\u00e0 trarre utili indicazioni.<\/p>\n<p>In un sistema formale non c\u2019\u00e8 alcun ruolo (formale) per i significati (cos\u00ec come sono stati intesi dalla riflessione epistemo-logica del nostro secolo). Questo decreta la non sufficienza dell\u2019adeguamento sintattico nell\u2019 adozione di un modello. Il passaggio al significato non \u00e8 accessorio, ma \u00e8 necessario per completare l\u2019azione di utilizzo dei modelli nelle scienze umane e sociali. Una volta scritte le similarit\u00e0 fra le relazioni di due insiemi (dei quali uno pu\u00f2 essere un sistema formale oppure no), \u00e8 doveroso dire qualcosa sui significati assunti dagli elementi del sistema investigato rispetto a tali relazioni e quindi produrre un insieme di proposizioni empiricamente controllabili e determinanti la validit\u00e0 dell\u2019uso del modello.<\/p>\n<p>La non corretta applicazione di questa procedura ha portato, in alcune occasioni, le scienze socio-politiche alla formulazione di paradossi solo apparenti, celanti, in realt\u00e0, il cattivo uso dei modelli teorici disponibili.<\/p>\n<p>Per esempio, l\u2019analisi politica ha pi\u00f9 frequentemente arricchito il proprio corpus teorico attraverso le opportunit\u00e0 offerte dall\u2019uso dei modelli. Di particolare significato \u00e8 stata l\u2019adozione dei modelli economici, basati essenzialmente sulle assunzioni tipiche dell\u2019individualismo metodologico e del comportamento utilitaristico. Il precursore di questo approccio, nel filone pi\u00f9 recente del pensiero politico, \u00e8 sicuramente Joseph Schumpeter. L\u2019analisi di Schumpeter \u00e8 basata sulla critica della nozione classica di democrazia, che l\u2019economista giudica negativa in virt\u00f9 del riferimento fatto a quella entit\u00e0 astratta che \u00e8 il bene comune (J.A. Schumpeter, 1954; tr.it., 1994, IV ed., p.239). Utilizzando il modello analogico offerto dal mercato economico, l\u2019arena politica pensata da Schumpeter si fonda sull\u2019assioma che l\u2019azione politica sia orientata al raggiungimento di obiettivi scelti consapevolmente in vista della massimizzazione dell\u2019utilit\u00e0 individuale. Di che tipo \u00e8 questa razionalit\u00e0 economica? La teoria della scelta razionale propone il modello dell\u2019azione economica come valido anche per l\u2019azione politica. Gli studiosi di economia hanno quasi sempre considerato le decisioni come prese da soggetti razionali. Si tratta di una sempli-ficazione necessaria per prevedere comportamenti, poich\u00e9 decisioni prese in maniera casuale, o senza alcun rapporto fra loro, non possono rientrare in alcun schema interpretativo. Se un\u2019analista conosce i fini di un soggetto potr\u00e0 prevederne le azioni conseguenti, da una parte calcolando quale sia per esso la via pi\u00f9 ragionevole per raggiungere i suoi obiettivi e dall\u2019altro ipotizzando che questa via sar\u00e0 quella effettivamente prescelta, in quanto ha a che fare con un soggetto razionale. Il principio di razionalit\u00e0 normalmente usato \u00e8 quello fondato sull\u2019ipotesi che le imprese massimizzino i profitti e i consumatori l\u2019utilit\u00e0, mentre altri obiettivi sono considerati come deviazioni che limitano la linea d\u2019azione razionale verso l\u2019obiettivo principale. In questa analisi, il termine razionale non viene mai applicato ai fini di un attore, ma solo ai suoi mezzi. Anthony Downs aderisce al filone iniziato da Schumpeter e definisce, in modo formale, il soggetto razionale come un attore che 1) sia sempre in grado di prendere una decisione ogni volta che si trova di fronte a una gamma di alternative 2) classifichi tutte le alternative che ha di fronte secondo un ordine di preferenze, in modo che ogni alternativa sia preferita o inferiore a un\u2019altra; 3) presenti un ordinamento delle preferenze transitivo; 4) scelga, ogni volta, fra le alternative possibili quella situata al posto pi\u00f9 elevato; 5) adotti sempre la stessa decisione, ogni qualvolta si trovi di fronte alle stesse alternative (A. Downs, 1957, tr.it., 1988, p.36). A Downs non sfugge l\u2019artificialit\u00e0 delle premesse: \u00abSenza dubbio, il fatto che il nostro modello sia abitato da soggetti cos\u00ec artificiali limita la comparabilit\u00e0 con i comportamenti del mondo reale [&#8230;] Dobbiamo nondimeno assumere che, nel nostro mondo, gli individui orientino prevalentemente il loro comportamento verso questi ultimi [benessere economico e benessere politico], se non vogliamo che l\u2019analisi economica e politica si riduca ad una mera appendice della sociologia dei gruppi primari\u00bb (ibidem, p.38). Al di l\u00e0 delle considerazioni sull\u2019opportunit\u00e0 di mantenere un modello al fine di separare gli ambiti disciplinari, quello che Downs non riesce ad approfondire \u00e8 il fatto che la sua esposizione dice abbastanza sulla sistemazione sintattica del modello economico all\u2019analisi politica della democrazia, e praticamente nulla viene affermato circa i significati assunti dai concetti politici calati nel modello economico. Il livello sintattico \u00e8 trattato, il livello semantico no. Da questa insufficiente sistemazione logica provengono risultati progressivamente sempre pi\u00f9 estranei alla evidenza empirica. In modo deduttivo, Downs fa scaturire dall\u2019assioma dell\u2019interesse individuale l\u2019interpretazione su cosa motiva l\u2019azione politica dei membri di un partito: \u00abessi agiscono solo per ottenere il reddito, il prestigio e il potere che derivano dall\u2019essere in carica. Di conseguenza, non si verifica mai nel nostro modello che i politici cerchino una carica come mezzo per realizzare determinate politiche; il loro unico obiettivo \u00e8 di ottenere i vantaggi connessi alla carica in quanto tali\u00bb (ibidem, p.60). Dedotto che i partiti politici, in una arena politica disegnata in analogia con il mercato economico, sono interessati al raggiungimento del potere e non a promuovere una societ\u00e0 migliore, come spiegare la comparsa delle ideologie politiche? Niente di pi\u00f9 facile per l\u2019analogia: come i prodotti in concorrenza nel mercato economico cercano di pilotare il gradimento degli acquirenti attraverso la pubblicit\u00e0, lo stesso cercano di fare i partiti politici attraverso le ideologie, concepite \u00abcome mezzo per ottenere voti\u00bb (ibidem, cap. VII). Cos\u00ec facendo, emerge nella sua problematicit\u00e0 metodologica il distacco fra una puntuale collocazione sintattica dell\u2019ideologia e il significato assunto dall\u2019adesione ideologica, che soprattutto la storia contemporanea invita a riflettere nelle sue componenti estremamente passionali e intrise di valori diversi da quelli utilitaristici. Probabilmente Downs \u00e8 portato a queste articolazioni concettuali pi\u00f9 per trovare una coerenza esaustiva al modello analogico prodotto che per spiegare in modo pi\u00f9 efficace l\u2019azione politica. Insomma, il primato assegnato alla dimensione sintattica del discorso analogico ha allontanato sempre di pi\u00f9 l\u2019economista e politologo americano dalla discussione del livello semantico delle categorie in gioco. In tal senso, vano risulta il tentativo di affidare la validit\u00e0 del modello ai risultati raggiunti: \u00abI modelli teorici dovrebbero essere valutati sulla base dell\u2019accuratezza delle previsioni cui danno luogo, pi\u00f9 che sul realismo delle ipotesi da cui muovono\u00bb (ibidem, p.53). Senza entrare nel merito di quale attivit\u00e0 di ricerca previsionale si prefigga Downs di svolgere, non si comprende perch\u00e9 mai la giustificazione semantica, oltre che sintattica, delle analogie proposte dovrebbe nuocere al discorso predittivo.<\/p>\n<p>Alcune altre letture compiute dagli approcci economici all\u2019analisi politica risentono della insufficiente sistemazione logica del modello economico adottato. Fra tutte, a dir poco spettacolare \u00e8 il celebre teorema dell\u2019impossibilit\u00e0 generale di Kenneth Arrow. Arrow si preoccupa di comprendere come possa essere selezionata una regola di aggregazione delle preferenze individuali che assicuri che le scelte sociali godano delle stesse propriet\u00e0 della razionalit\u00e0 delle scelte individuali. Insomma, come si deve andare a votare in modo che dalle preferenze individuali scaturiscano preferenze sociali parimenti razionali? In nessun modo, se si vuole che vengano rispettati tutti i criteri di razionalit\u00e0 (K.J. Arrow, 1951; tr.it., 1977). Il risultato, formalmente ineccepibile, \u00e8 costruito sui noti assiomi del modello economico che abbiamo precedentemente criticato nel livello semantico. Si potr\u00e0 notare come i risultati normalmente noti come paradossi dell\u2019applicazione economica all\u2019analisi politica scaturiscono, in realt\u00e0, dalla insufficiente sistemazione logica del modello.<\/p>\n<p>La storia della scienza politica consegna un ordinato metodo di adozione di un modello con la teoria di David Easton. Il politologo canadese usa il modello cibernetico di autoregolazione per descrivere il funzionamento del sistema politico. La sua costruzione \u00e8 basata su alcuni assunti: sull\u2019utilit\u00e0, ai fini metodologici, di considerare la vita politica come un sistema di comportamento, sulla distinzione fra l\u2019ambiente e il sistema politico, sulle risposte che le componenti di un sistema politico offrono per fronteggiare crisi esogene o endogene, sulla retroazione (feedback) che permette al sistema di ricevere l\u2019informazione dall\u2019ambiente contenente gli esiti delle reazioni (D. Easton, 1965; tr.it., 1984, pp.41-42.). Il modello formale non sottovaluta l\u2019aspetto semantico del sistema politico. Nel trattare i criteri di identificazione di un sistema politico, Easton traccia le premesse metodologiche che, secondo il filone comportamentista, dovrebbero poter distinguere le interazioni del sistema politico da qualsiasi altro tipo di sistema: l\u2019assegnazione imperativa di valori per una societ\u00e0 \u00e8 il carattere individuale che distingue il sistema politico (ibidem, p.70). Avvalendosi delle riflessioni semantiche sul sistema politico, Easton si spinge alla classificazione dei sistemi politici e parapolitici, accentuandone le differenze e le similarit\u00e0.<\/p>\n<p>Un altro caso esemplare di adozione di un modello con ampia giustificazione logica delle operazioni compiute \u00e8 da imputare a Erving Goffman. Il sociologo statunitense applica il \u00abmodello drammaturgico\u00bb per compiere analisi sociale a partire dalla vita quotidiana. Il suo modello \u00e8 centrato su un tipo di comunicazione \u00abdi spiccato carattere teatrale e contestuale, di genere non verbale e presumibilmente non intenzionale, a prescindere dal fatto che questa comunicazione sia stata pi\u00f9 o meno volutamente costruita\u00bb (E. Goffman, 1959; tr.it., 1969, p.14). In pratica, la vita associata funziona in analogia con una rappresentazione teatrale. Valgono le stesse regole: gli attori, il pubblico, lo sfondo del palcoscenico, la recitazione, costituiscono le categorie che possono servire all\u2019analisi sociologica per investigare i rituali dell\u2019interazione microsociale. I pericoli connessi all\u2019adozione di un modello relativo alla fiction per la vita reale sono ben presenti a Goffman, il quale non tralascia l\u2019aspetto semantico del trasferimento logico dei concetti teatrali a quelli per l\u2019azione umana nella vita quotidiana. Goffman non cade nell\u2019errore di proporre un modello estremamente relativista, nel quale la realt\u00e0 (al pari della rappresentazione teatrale) \u00e8 sfuggente e svanisce con il calarsi del sipario. La realt\u00e0 sociale acquista significati precisi nel modello: essa \u00e8 costellata di simboli sociali che sono investiti di forza morale. L\u2019insieme delle definizioni della situazione proiettata da ciascun individuo tende, in modo durkheimiano, \u00aba fornire un programma per l\u2019attivit\u00e0 cooperativa che ne segue\u00bb, e \u00abpossiede anche un preciso carattere morale\u00bb, in quanto ogni individuo ha il diritto morale di pretendere che gli altri lo valutino in modo appropriato secondo le caratteristiche sociali dichiarate (ibidem, p.23). Alla sistemazione semantica del modello drammaturgico Goffman dedica tutto il primo capitolo, e tale operazione gli consente di completare la sua ricerca con numerosi esemplificazioni tratte dalla vita quotidiana di managers e operai, venditori e acquirenti, medici e pazienti. La possibilit\u00e0 di assicurare al proprio impianto teorico un corredo di esemplificazioni tratte dalla realt\u00e0 sembra essere proporzionale alla\u00a0sistemazione semantica, oltre che sintattica, del modello utilizzato.<\/p>\n<p>A ben guardare, tutte le teorie sociali che si avvalgono dell\u2019uso dei modelli possono fare i conti con gli accorgimenti indicati in questo contributo per sistemare metodologicamente il proprio apparato concettuale. Non c\u2019\u00e8 dubbio che l\u2019intuizione dell\u2019applicabilit\u00e0 di un modello quando si brancola nel buio all\u2019interno di un sistema da investigare sia una operazione che coinvolge la fase creativa e spesso geniale dello scienziato. Tuttavia, il progresso raggiunto per \u201cilluminazione\u201d non esonera la prassi investigativa dalla disposizione coerente della propria struttura concettuale, soprattutto non lo sottrae dall\u2019ambito della critica metodologica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>K.J. Arrow, 1951,\u00a0<em>Social Choice and Individual Values<\/em>, Wiley, New York; tr.it.,\u00a0<em>Scelte sociali e valori individuali<\/em>, Etaslibri, Milano, 1977. In italiano \u00e8 di recente pubblicazione il saggio \u201cValori e processo di decisione collettiva\u201d, in Idem,\u00a0<em>Equilibrio, incertezza, scelta sociale<\/em>, il Mulino, Bologna, 1987, tratto da una relazione presentata ad un simposio dell\u2019Istituto di filosofia dell\u2019Universit\u00e0 di New York nel 1966.<\/p>\n<p>A. Bruschi, 1971,\u00a0<em>La teoria dei modelli nelle scienze sociali<\/em>, il Mulino, Bologna.<\/p>\n<p>A. Downs, 1957,\u00a0<em>An Economic Theory of Democracy<\/em>, Harper &amp; Row, New York; tr. it.,\u00a0<em>Teoria economica della democrazia<\/em>, il Mulino, Bologna, 1988.<\/p>\n<p>D. Easton, 1965,\u00a0<em>A Framework for Political Analysis<\/em>, Englewood Cliffs, N.J., Prentice Hall; tr.it.,\u00a0<em>L\u2019analisi sistemica della politica<\/em>, Marietti, Casale Monferrato, 1984.<\/p>\n<p>E. Goffman, 1959,\u00a0<em>The Presentation of Self in Everyday Life<\/em>, Doubleday, New York; tr.it.,\u00a0<em>La vita quotidiana come rappresentazione<\/em>, il Mulino, Bologna, 1969.<\/p>\n<p>C.G. Hempel, 1965,\u00a0<em>Aspects of Scientific Explanation<\/em>, The Free Press, New York; tr.it.,\u00a0<em>Aspetti della spiegazione scientifica<\/em>, il Saggiatore, Milano, 1986.<\/p>\n<p>E. Mach, 1926,\u00a0<em>Erkenntnis und Irrtum. Skizzen zur Psychologie der Forschung<\/em>, J.A. Barth, Leipzig; tr. it.,\u00a0<em>Conoscenza ed errore<\/em>, Einaudi, Torino, 1982.<\/p>\n<p>K. Mannheim, 1928, \u201cDas Problem den Generationen\u201d,\u00a0<em>K\u00f6lner Vierteljahrshefte f\u00fcr Soziologie<\/em>, 7, pp.157-185, 309-330; tr.it., \u201cIl problema delle generazioni\u201d,\u00a0<em>Sociologia della conoscenza<\/em>, Dedalo, Bari, 1974, pp.323-375.<\/p>\n<p>A. Rosenblueth, N. Wiener, 1954, \u201cThe Role of Models in Science,\u00a0<em>Philosophy of Science<\/em>, vol.12, pp.316-321; tr. it., \u201cIl ruolo dei modelli nella scienza\u201d, in V. Somenzi, R. Cordeschi,\u00a0<em>La filosofia degli automi<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino, edizione riveduta e corretta 1994 (prima edizione 1986).<\/p>\n<p>M. Schlick, 1932, \u201cPositivismus und Realismus\u201d,\u00a0<em>Erkenntnis<\/em>, III, pp.1-31; tr.it., \u201cPositivismo e realismo\u201d, in idem,\u00a0<em>Tra realismo e neo-positivismo<\/em>, il Mulino, Bologna, 1974, pp.79-111.<\/p>\n<p>M. Schlick, 1936, \u201cMeaning and Verification\u201d,\u00a0<em>The Philosophical Review<\/em>, XLV, pp.339-369; tr.it., \u201cSignificato e verificazione\u201d, in idem,\u00a0<em>Tra realismo e neo-positivismo<\/em>, il Mulino, Bologna, 1974, pp.185-218.<\/p>\n<p>J.A. Schumpeter, 1954,\u00a0<em>Capitalism, Socialism and Democracy<\/em>, George Allen and Unwin, London; tr.it.,\u00a0<em>Capitalismo socialismo e democrazia<\/em>, Etaslibri, Milano, 1994 (IV edizione).<\/p>\n<p>M. Weber, 1896, \u201cDie sozialen Gr\u0171nde des Untergangs der antiken Kultur\u201d,\u00a0<em>Die Wahrheit<\/em>, VI, pp.55-77; tr.it., \u201cLe cause sociali del tramonto della civilt\u00e0 antica\u201d, appendice in M. Weber,\u00a0<em>Storia economica e sociale dell\u2019antichit\u00e0<\/em>, Editori Riuniti, Roma, 1981.<\/p>\n<p>M. Weber, 1904,\u00a0<em>Die Objektivit\u00e4t sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis<\/em>, tr.it., \u201cL\u2019\u00aboggettivit\u00e0\u00bb conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale\u201d,\u00a0<em>Il metodo delle scienze storico-sociali<\/em>, Einaudi, Torino, 1958.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[823],"fascicolo":[51],"class_list":["post-1036","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-alberto-lo-presti","fascicolo-febbraio-2002"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Note sull&#039;uso (e l&#039;abuso) dei modelli nelle scienze socio-politiche<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Alberto Lo Presti, pubblicato nel numero di Febbraio 2002. 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