{"id":1025,"date":"2002-02-01T12:00:00","date_gmt":"2002-02-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1025"},"modified":"2026-04-08T22:09:23","modified_gmt":"2026-04-08T22:09:23","slug":"un-commento-dalla-prospettiva-della-scienza-economica-a-managing-as-if-faith-mattered","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2002\/febbraio\/un-commento-dalla-prospettiva-della-scienza-economica-a-managing-as-if-faith-mattered\/","title":{"rendered":"Un commento dalla prospettiva della scienza economica a Managing as if faith mattered"},"content":{"rendered":"<p>Non sono n\u00e9 un produttore n\u00e9 un utilizzatore di teorie sul management. Questo commento sar\u00e0 pertanto una riflessione che un cultore di economia politica fa attorno alla lettura di un buon libro di economia aziendale, dal quale confesso di aver appreso molte cose nuove e ricche di stimoli intellettuali.<\/p>\n<p>La prima cosa che ho appreso dalla lettura \u00e8 la differenza di linguaggio e di metodo tra due discipline che dovrebbero essere molto simili, e cio\u00e8 l\u2019economia politica e l\u2019economia aziendalepdf (l\u2019economics e la business administration). E la mia prima reazione, positiva, \u00e8 stata proprio constatare che categorie e dimensioni, per me importanti, ma molto marginali, se non del tutto assenti nella letteratura dell\u2019economia politica, sono invece \u201cdi casa\u201d nell\u2019economia aziendale: \u00e8 il caso, ad esempio, del tema delle dimensioni qualitative delle relazioni umane, della spiritualit\u00e0, della felicit\u00e0, o delle virt\u00f9.<\/p>\n<p>Una seconda riflessione \u00e8 nata poi dal constatare che alcuni concetti usati dagli autori del libro potessero essere arricchiti, o almeno complicati, da un dialogo con la scienza economica.<\/p>\n<p>Sono queste due reazioni che hanno prodotto le riflessioni contenute in questa nota.<\/p>\n<p>Il libro apre con una dichiarazione d\u2019intenti molto chiara: offrire un contributo per superare la personalit\u00e0 \u201csplit\u201d di molti cristiani: cristiani nella vita privata e affettiva, e come tutti gli altri nella vita lavorativa, considerata come un ambito in cui la fede resta fuori dai cancelli perch\u00e9 \u201cnon addetta ai lavori\u201d. Una delle cause di questa personalit\u00e0 dicotomica \u00e8 la mancanza di una formazione culturale adeguata per pensare fino in fondo alle conseguenze che la fede cristiana ha nella vita civile. Il libro vuole fornire un utile strumento a questo scopo. E lo fa con una\u00a0<em>pars denstruens<\/em>\u00a0e con una\u00a0<em>pars construens<\/em>: criticando cio\u00e8 le principali teorie moderne del management (in particolare la teoria classica centrata sugli\u00a0<em>shareholders<\/em>\u00a0e quella, pi\u00f9 recente, degli\u00a0<em>stakeholders<\/em>), e proponendo una nuova concettualizzazione del management, ipotizzando che la fede conti qualcosa anche nel mondo del lavoro e nelle organizzazioni produttive (come recita il titolo, originale, del libro).<\/p>\n<p>La teoria proposta \u00e8 quella di\u00a0<em>organizzazioni concepite come comunit\u00e0 di lavoro, i cui membri lavorano insieme per il conseguimento, diretto e intenzionale, del \u201cbene comune\u201d<\/em>. Una impostazione quindi in linea con la dottrina sociale della chiesa, ma con una sua originalit\u00e0 di indubbio interesse, perch\u00e9 l\u2019antica categoria del bene comune qui prende le forme di una proposta, ragionata, di uno stile di gestione di organizzazioni produttive moderne e complesse.<\/p>\n<p>Gli autori costruiscono questa loro proposta, o modello, attraverso l\u2019introduzione di diverse teorie, tutte tra loro molto legate. Mi concentrer\u00f2 su due di esse, che hanno richiamato particolarmente il mio interesse, e che nel libro svolgono una funzione non marginale.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 quella che verte sulla distinzione tra\u00a0<em>beni di base<\/em>\u00a0(\u201cfoundational goods\u201d) e\u00a0<em>beni d\u2019eccellenza<\/em>\u00a0(\u201cexcellent goods\u201d). I beni di base in un\u2019impresa corrispondono ai bisogni base di un individuo: come l\u2019individuo se non soddisfa i bisogni primari (mangiare, bere, vestire &#8230;) non pu\u00f2 fruire di beni superiori quali l\u2019amicizia, la filosofia o le arti, cos\u00ec un\u2019impresa se non realizza profitti e non assicura redditi agli azionisti non pu\u00f2 produrre altre forme di ricchezza pi\u00f9 alte, i beni d\u2019eccellenza appunto, quali la realizzazione umana, spirituale e relazionale dei vari soggetti dell\u2019impresa. Come nella vita umana esiste una gerarchia di bisogni (il riferimento alla gerarchia di bisogni di Maslow \u00e8 esplicita e non messa sostanzialmente in discussione), cos\u00ec anche nella vita d\u2019impresa esiste una gerarchia di obiettivi da raggiungere: prima si assicurano le condizioni per l\u2019esistenza dell\u2019impresa (la redditivit\u00e0 e l\u2019efficienza), e solo una volta assicurati questi obiettivi di base (foundational), l\u2019impresa pu\u00f2 permettersi di puntare all\u2019eccellenza.<\/p>\n<p>Una prima considerazione. Se da una parte \u00e8 difficile negare la logica e il buon senso di una tale impostazione, dall\u2019altra occorre aggiungere ulteriori precisazioni per non cadere in alcune semplici aporie. Infatti mentre \u00e8 indubbio che un\u2019impresa che punti all\u2019eccellenza non pu\u00f2 non soddisfare requisiti minimali di efficienza, occorre per\u00f2 aggiungere che dal punto di vista etico (che \u00e8 quello seguito dagli autori) non \u00e8 accettabile un\u2019impresa che puntasse solo ai primi beni (i foundational) senza curarsi dell\u2019eccellenza, o pensare che i secondi debbano essere necessariamente \u201csecondi\u201d, cio\u00e8 venire gerarchicamente dopo i primi. Questa non \u00e8 ovviamente l\u2019intenzione degli autori, che invece, anche se in modo implicito, sembrano suggerire un approccio sincronico e globale ai vari tipi di bisogni: l\u2019impresa deve puntare subito, e allo stesso tempo, ai vari tipi di bisogni, evitando di pensare che i primi abbiano una priorit\u00e0 sui secondi. Se infatti non si elimina questo modo di pensare e di teorizzare (che nella teoria economica ha radici molto profonde: possiamo risalire almeno a J.S. Mill) si arriva alla conclusione che il \u201ccome\u201d si assicurano le condizioni minimali di efficienza e redditivit\u00e0 non sia importante almeno quanto il raggiungimento degli obiettivi stessi. Non esiste, in altre parole, una neutralit\u00e0 nel conseguire redditivit\u00e0 e efficienza, poich\u00e9 i mezzi impiegati per raggiungerle incorporano gi\u00e0 giudizi etici e di valore, che rendono possibile o meno il raggiungimento dei fini, cio\u00e8 la produzione di beni di eccellenza. Ogni scelta di produzione e di efficienza \u00e8 gi\u00e0 da subito una scelta che incide sui bisogni d\u2019eccellenza, quali la qualit\u00e0 delle relazioni aziendali, la dimensione etica dell\u2019efficienza (si pensi all\u2019ambiente ad esempio) e l\u2019impatto sociale\u00a0<sup>1<\/sup>.<\/p>\n<p>La seconda teoria introdotta dagli autori \u00e8 la distinzione tra\u00a0<em>beni di allocazione<\/em>\u00a0e\u00a0<em>beni di partecipazione<\/em>. I primi sono necessariamente beni privati (beni il cui consumo da parte di un soggetto riduce, o impedisce, il consumo degli altri: si pensi ad un paio di scarpe o ad una torta), i secondi invece, sono beni il cui consumo di un soggetto aggiuntivo non riduce, o addirittura aumenta, il consumo degli altri. Esempi di questo secondo ordine di beni sono una conversazione piacevole, o il clima di fiducia che si costruisce in un dipartimento di un\u2019impresa, o l\u2019intero clima aziendale.<\/p>\n<p>La teoria economica conosce questi beni, anche se li chiama diversamente (i beni di partecipazione sono chiamati \u201cbeni relazionali\u201d o \u201cbeni networks\u201d), ma \u2013 e qui viene la differenza di approccio tra le due discipline, dalla quale sono partito in questa nota \u2013 li studia con obiettivi molto diversi. Infatti l\u2019interesse degli economisti per i beni pubblici (che dai nostri autori vengono chiamati \u201ccomuni\u201d, mentre in economia politica i \u201cpublic goods\u201d e i \u201ccommons\u201d sono beni sostanzialmente diversi) nasce dal problema del cosiddetto\u00a0<em>free riding<\/em>, e cio\u00e8 dal constatare che quando esistono beni di uso comune, il cui consumo di un soggetto non \u00e8 in rivalit\u00e0 con quello degli altri, e normalmente non pu\u00f2 essere escluso a chi non contribuisce alla sua creazione (si pensi ad un marciapiede pubblico o alla difesa nazionale), il problema che nella realt\u00e0 subito sorge \u00e8 quello di voler usufruire del bene senza volerne sopportare gli oneri per la sua produzione; viene cio\u00e8 la tentazione di non \u201cpagare il biglietto\u201d. E gli economisti studiano questi beni cercando di disegnare dei meccanismi per far s\u00ec che i soggetti siano \u201ccostretti\u201d o incentivati a contribuire ai beni pubblici di cui godono.<\/p>\n<p>Gli autori del libro in oggetto non accennano al problema del\u00a0<em>free riding<\/em>\u00a0nella loro trattazione. In un certo senso questo \u00e8 normale, poich\u00e9 i beni di partecipazione delle aziende descritti sono abbastanza diversi dall\u2019illuminazione pubblica o da un ponte, poich\u00e9 c\u2019\u00e8 un elemento che li rende qualcosa di peculiare, e cio\u00e8 che per usufruire di quei beni occorre \u201cparteciparvi\u201d: non posso non contribuire se voglio godere di una \u201cgradevole conversazione\u201d durante un intervallo di lavoro. Questo fenomeno \u00e8 descritto dagli economisti con una strana parola che per\u00f2 rende l\u2019idea: i soggetti che hanno a che fare con questo tipo di beni sono \u201cpro-sumatori\u201d, cio\u00e8 possono consumare solo se contemporaneamente producono.<\/p>\n<p>Questa peculiarit\u00e0, per\u00f2, non elimina del tutto il problema del\u00a0<em>free-riding<\/em>, che \u00e8 (a mio parere) una delle conseguenze nella vita economica del peccato originale. Infatti problemi di opportunismo si creano anche nel contribuire a creare un \u201cbel clima aziendale\u201d, o uno spirito di squadra, non fosse altro perch\u00e9 la contribuzione pu\u00f2 essere asimmetrica, come si verifica in quelle comunit\u00e0 umane dove pochi danno molto, e molti danno poco: tutti godono del bel clima, partecipano, ma chi si prende la briga di organizzare la riunione di condominio, di portare i pasticcini, di spazzare alla fine della festa &#8230; sono spesso pochi, mentre tutti si divertono e stanno bene.<\/p>\n<p>Hanno dunque sbagliato gli autori a non trattare del problema del\u00a0<em>free-riding<\/em>\u00a0nel loro modello? Non credo: forse \u00e8 bene che, nella divisione sociale della conoscenza, spetti agli economisti, i cultori della \u201cdismal science\u201d, di occuparsi dei \u201cfallimenti della vita in comune\u201d, e che i cultori delle scienze aziendali indichino strade per buone pratiche di gestione, con l\u2019obiettivo di prospettare sentieri di realizzazione e di felicit\u00e0 nella vita di un\u2019impresa (mi piace molto il riferimento alla felicit\u00e0 ampiamente presente nel libro).<\/p>\n<p>Un\u2019ultima considerazione relativa al tema del \u201cbene comune\u201d, centrale nella proposta nella\u00a0<em>pars construens<\/em>\u00a0del libro. Gli autori, esperti conoscitori del pensiero teologico e filosofico, sono ben coscienti che il tema del \u201cbene comune\u201d \u00e8 tra i pi\u00f9 scivolosi e ricchi di insidie della storia del pensiero. Riconoscono infatti che l\u2019addentrarsi nel rapporto tra la ricerca dell\u2019interesse individuale (o del bene privato) e il bene comune \u00e8 stata l\u2019operazione pi\u00f9 difficile, ma pi\u00f9 importante, dell\u2019intero libro. La loro tesi, in linea con il pensiero della chiesa, \u00e8 che i soggetti nelle loro azioni abbiano direttamente in mente il bene comune, rifiutando quindi il pensiero molto comune che si esprime nel ragionamento \u201cio conosco solo quale sia il mio bene\u201d.<\/p>\n<p>Personalmente non posso non essere d\u2019accordo con questa tesi di fondo, e condivido pienamente il loro atteggiamento metodologico. La domanda per\u00f2 rimane: come facciamo a sapere quale sia il bene comune in una determinata scelta individuale? E\u2019 infatti nota la diffidenza degli economisti nei confronti di questo tema, almeno da quando Adam Smith nel 1776 affermava: \u201cnon ho mai visto che molto bene sia stato fatto da coloro i quali ammettono di commerciare per il bene pubblico\u201d (<em>La ricchezza delle nazioni<\/em>, libro quarto, cap. 2). Da qui la ricetta proposta dalla grande maggioranza degli economisti di puntare all\u2019interesse personale, e lasciare al mercato svolgere, come una \u201cmano invisibile\u201d, il convogliare quegli interessi particolari verso il bene comune, che arriverebbe come un bene non intenzionale.<\/p>\n<p>Oggi sono molti gli studiosi che si riconoscono nella tradizione inaugurata da Smith, in particolare i sostenitori dell\u2019approccio cosiddetto \u201caustriaco\u201d alle scienze sociali, i quali alla vecchia argomentazione smithiana aggiungono la tesi che la conoscenza \u00e8 limitata e quindi frazionata in infiniti brani, e ogni persona pu\u00f2 solo controllare un piccolissimo brandello di quella conoscenza, e operare in conformit\u00e0 con quella. Non potendo quindi conoscere, per limiti cognitivi, quale sia il bene comune, la cosa pi\u00f9 intelligente e utile che possiamo fare sarebbe quindi cercare di raggiungere il nostro bene privato, che possiamo conoscere con maggiore facilit\u00e0. Una tesi che seppure estremista non \u00e8 priva di un certo interesse, anche in considerazione del fatto che una posizione molto simile la ritroviamo anche in autori cristiani contemporanei di Smith, come Vico, Galiani o Genovesi.<\/p>\n<p>Questi pensatori, economisti e filosofi, sulla scia della tradizione soprattutto italiana della\u00a0<em>vita civile<\/em>, pur negando che i vizi possano diventare di per s\u00e9 pubbliche virt\u00f9, riconoscevano una eterogenesi dei fini, e cio\u00e8 la presenza di un\u2019intelligenza divina, provvidenziale (l\u2019economista Ferdinando Galiani parlava di una \u201cSuprema Mano\u201d), che a dispetto delle intenzioni individuali, ordina al bene del tutto le passioni private.<\/p>\n<p>Scrive al riguardo il cristianissimo Vico nella sua\u00a0<em>Scienza Nuova<\/em>: \u201cCome dalla ferocia, dell\u2019avarizia, dell\u2019ambizione, che sono gli tre vizi che portano a travverso tutto il genere umano, ne fa la milizia, la mercanzia e la corte, e s\u00ec la fortezza, l\u2019opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l\u2019umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicit\u00e0. Questa degnit\u00e0 pruova esservi provvidenza divina e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini, tutti attenuti alle loro private utilit\u00e0, per le quali viverebbero da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per li quali viviamo in umana societ\u00e0 (1744, \u00a7\u00a7 132-133).<\/p>\n<p>In questo brano troviamo per\u00f2 qualcosa di pi\u00f9 rispetto alla teoria smithiana della mano invisibile: c\u2019\u00e8 qui l\u2019idea della \u201ccivile felicit\u00e0\u201d, vale a dire la tesi che\u00a0<em>non sempre e non automaticamente gli interessi privati tendono al bene comune, ma solo dentro istituzioni civili e giuste<\/em>. Questa mi pare una tesi interessante anche nel discorso pi\u00f9 specifico di un\u2019impresa: un imprenditore, un manager o un lavoratore pu\u00f2 avere una buona guida all\u2019azione quando persegue i suoi interessi privati all\u2019interno di istituzioni civili e giuste, quando paga le tasse, non inquina, d\u00e0 il salario pattuito ai lavorati, esegue con diligenza le prestazioni previste dai contratti.<\/p>\n<p>Basta quindi cercare con correttezza e onest\u00e0 il proprio interesse per operare verso il bene comune? Non credo, queste condizioni sono per\u00f2 condizioni minimali che in una societ\u00e0 civile giusta ci danno buone garanzie per pensare che un imprenditore nel fare il suo lavoro particolare sta, di fatto, edificando anche il bene comune.<\/p>\n<p>Quando le istituzioni civili e giuste non esistono (pensiamo a chi opera in contesti istituzionali non civili e non democratici), e soprattutto in tutte quelle scelte quotidiane che non potranno mai essere regolate dai\u00a0contratti (la scienza economica ci dice che le organizzazioni umane nascano proprio perch\u00e9 i contratti non sono sufficienti, falliscono) la ricerca del bene comune pu\u00f2 richiedere qualcosa di pi\u00f9 o di diverso rispetto all\u2019interesse particolare: e qui entrano in gioco le dinamiche del dono, della gratuit\u00e0, in una parola, dell\u2019amore, una categoria quasi del tutto aliena alla scienza economica, che invece, almeno nella ricca impostazione che ho trovato nel libro di Alford e Naughton, sembrano trovare il loro spazio nelle scienze dell\u2019organizzazione aziendale.<\/p>\n<p>Allora ben venga una contaminazione e una fertilizzazione reciproche, una esigenza che avverto come urgente, e di cui questa mia nota vorrebbe essere un\u2019espressione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Si potrebbe anche discutere se sia davvero cos\u00ec necessaria la gerarchia di bisogni di Maslow: l\u2019antropologia, e importanti momenti della vita di ciascuno di noi (penso ad esempio all\u2019infanzia, alla malattia o ad altri momenti \u201cforti\u201d) ci dicono che mentre si pu\u00f2 anche sopravvivere a lungo vestiti male e denutriti, non si vive senza significati e rapporti con gli altri.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[925],"fascicolo":[51],"class_list":["post-1025","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigino-bruni","fascicolo-febbraio-2002"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Un commento dalla prospettiva della scienza economica a Managing as if faith mattered<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigino Bruni, pubblicato nel numero di Febbraio 2002. 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