{"id":1004,"date":"2001-10-01T12:00:00","date_gmt":"2001-10-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1004"},"modified":"2026-04-08T16:21:38","modified_gmt":"2026-04-08T16:21:38","slug":"rosmini-un-maestro-di-liberta-nel-solco-del-cattolicesimo","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2001\/ottobre\/rosmini-un-maestro-di-liberta-nel-solco-del-cattolicesimo\/","title":{"rendered":"Rosmini: Un maestro di libert\u00e0 nel solco del cattolicesimo"},"content":{"rendered":"<p>La riflessione di Rosmini, tra le pi\u00f9 lucide del suo tempo, pu\u00f2 definirsi una delle pi\u00f9 costruttive espresse in un momento in cui gran parte della riflessione politica percorreva le vie della critica incapace di proporre concrete soluzioni o, peggio ancora, la via dell\u2019utopismo rivoluzionario. Rosmini avverte il bisogno di un reale cambiamento anche all\u2019interno della Chiesa. Ne intuisce chiaramente le difficolt\u00e0. Sa che la necessit\u00e0 del rinnovamento difficilmente potr\u00e0 essere recepito immediatamente dalla gerarchia, ma non per questo si scoraggia convinto che la storia della cattolicit\u00e0 ha dimostrato ampiamente che uno spirito libero e disinteressato ha l\u2019obbligo di parlare con la massima schiettezza evitando per\u00f2 di essere elemento di scandalo e di frattura. Parlare salvo poi rimettersi al giudizio non solo dell\u2019autorit\u00e0, ma di Dio stesso che opera all\u2019interno della storia della Chiesa e che finisce per dare ragione a chi veramente ce l\u2019ha. Bellissime sono le espressioni usate al riguardo: studiando le vicende della cristianit\u00e0 &#8220;mi si presentavano davanti agli occhi gli esempi di tanti santi uomini che in ogni secolo fiorirono nella Chiesa, i quali, senza esser Vescovi, come un san Girolamo, un san Bernardo, una santa Caterina ed altri, parlarono per\u00f2 e scrissero con mirabile libert\u00e0 e schiettezza dei mali che affliggevano la Chiesa nei loro tempi e della necessit\u00e0 e del modo di ristorarnela&#8221;. \u00c8 questa la riprova che, accanto alla societ\u00e0 umana opera una societ\u00e0 cristiana che deve essere capace non solo di stimolare verso un preciso cammino di perfettibilit\u00e0, ma deve testimoniare quella interiorit\u00e0 della storia frutto di adesione alla verit\u00e0 della rivelazione.<\/p>\n<p>Perfettibilit\u00e0 contro il perfettismo perch\u00e9, per Rosmini, la storia, come pure la politica, era caratterizzata dal perenne contrasto tra il male e il bene che rendeva impossibile la realizzazione di una societ\u00e0 perfetta. Questa visione agostiniana era arricchita da tutta la speculazione dello storicismo italiano da Machiavelli a Vico; storicismo che vedeva nel binomio storia-politica l\u2019essenza stessa del divenire umano. &#8220;La politica di conseguenza \u00e8 attivit\u00e0 volta alla realizzazione dell\u2019essere nella societ\u00e0 (&#8230;) veniva, in tal modo, posta la premessa che la politica \u00e8 scienza sostanzialmente eudemonologica&#8221;. Lo scopo primario dell\u2019individuo nell\u2019ambito della vita sociale era perci\u00f2 quello di realizzare la propria felicit\u00e0. &#8220;In qualsivoglia sistema adunque sar\u00e0 sempre vero, che tutte le cose esteriori non possono essere che mezzi, co\u2019 quali acquietare il desiderio dell\u2019animo; perci\u00f2 nulla varrebbero questi mezzi se non giungessero fino all\u2019animo e non contribuissero a dargli la bramata soddisfazione&#8221;. Ma la politica non si esaurisce nel suo fare anche perch\u00e9 la dimensione concreta dell\u2019individuo non pu\u00f2 esaurire i bisogni del suo essere. Ecco perch\u00e9 nell\u2019analisi politica bisogna distinguere il momento scientifico da quello filosofico proponendo, cos\u00ec, un dualismo che caratterizzer\u00e0 tutta la riflessione rosminiana e la sua pi\u00f9 importante opera politica. Se la politica infatti si presenta come la scienza tesa alla soddisfazione concreta dei bisogni umani, la filosofia \u00e8 vista come sapienza perch\u00e9 tende a convogliare tutti i mezzi verso gli scopi ultimi e &#8220;pi\u00f9 alti&#8221;. Ci\u00f2 sta a significare che ogni uomo agisce oltre che in una societ\u00e0 visibile e materiale anche all\u2019interno di una invisibile e spirituale dato che egli non \u00e8 solo esteriorit\u00e0, ma anche interiorit\u00e0, \u00e8 corpo e anima. \u00c8 quest\u2019ultima che d\u00e0 vita a quella che Leibniz chiamava la repubblica delle anime. Anche qui \u00e8 il caso di ricordare che le reali trasformazioni della societ\u00e0 avvengono nella societ\u00e0 interiore ed in questa, come avvertiva Sant\u2019Agostino commentando Cicerone, si avvertono per prima anche le crisi. Chi pu\u00f2 negare che &#8220;la societ\u00e0 interna invisibile perisce sempre molto prima, giacch\u00e8 la violenza non pu\u00f2 su l\u2019esterna societ\u00e0 se l\u2019interna non sia molto tempo prima annientata. Onde Cicerone dicea con sapienza de\u2019 tempi suoi:\u00a0<em>Rempublicam specie quidem retinemus, re autem ipsa iam pridem amisimus<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>Le crisi sono anche dovute alla convinzione che la societ\u00e0 esteriore sia l\u2019unica componente della vita umana. Come gi\u00e0 per Vico, c\u2019\u00e8 in Rosmini la convinzione che assolutizzare un solo principio, come pure un solo aspetto o una sola parte della societ\u00e0, comporti una crisi irreversibile in quanto, tutto ci\u00f2 che \u00e8 umano, deve essere visto nella sua poliedricit\u00e0 e nella sua interezza. Ogni visione parziale finisce per essere riduttiva e pericolosa. Sempre come Vico, Rosmini \u00e8 convinto che la societ\u00e0 civile scaturisce dalla famiglia e dal vincolo di propriet\u00e0 e di dominio che si manifesta nel rapporto servo-padrone, dal quale emergono via via forme sempre pi\u00f9 degne dell\u2019uomo che deve essere considerato sempre come fine e mai come mezzo. Tutto ci\u00f2 \u00e8 frutto dell\u2019intelligenza, elemento caratterizzante dell\u2019essere umano. &#8220;Mediante l\u2019intelligenza pura egli pu\u00f2 conoscere i rapporti degli enti e coll\u2019aiuto e guida della stessa intelligenza egli, come essere attivo, pu\u00f2 avvincolarsi colle varie specie di enti, a tenore de\u2019 diversi rapporti che egli ha con essi, e che essi hanno fra loro. Non sarebbe vi adunque n\u00e9\u00a0<em>propriet\u00e0<\/em>, n\u00e9\u00a0<em>societ\u00e0<\/em>\u00a0se non vi fosse intelligenza; (&#8230;) Il\u00a0<em>dominio<\/em>\u00a0dunque e la societ\u00e0 non appartengono agli esseri irrazionali, ma spettano all\u2019ente dotato di ragione&#8221;. \u00c8 questa razionalit\u00e0 che \u00e8 il fondamento della vita civile ed \u00e8 sempre questa razionalit\u00e0 che trova il suo fondamento in &#8220;quell\u2019idea generalissima dell\u2019essere&#8221; che costituisce uno dei fondamenti della metafisica di Rosmini. \u00c8 su questa intelligenza che si fonda il liberalismo in quanto senza di essa \u00e8 impossibile ogni ipotesi di miglioramento umano e sociale. Infatti, &#8220;data un\u2019intelligenza torbida, priva quasi al tutto di attivit\u00e0, la societ\u00e0 \u00e8 impossibile: se poi l\u2019intelligenza, dopo essersi mossa, fermasi nel suo moto e al tutto si sregola, la societ\u00e0 formatasi si estingue, o si dilacera da se stessa&#8221;.<\/p>\n<p>L\u2019insieme dell\u2019intelligenza che riesce ad esprimere una societ\u00e0 risulta da due diversi tipi di razionalit\u00e0:\u00a0<em>la ragion pratica delle masse e la ragione speculativa degli individui<\/em>. &#8220;Queste due forze (&#8230;) dirigono la societ\u00e0. La ragion pratica della societ\u00e0, da cui sono guidate le masse si potrebbe anche chiamare, sebbene impropriamente,\u00a0<em>istinto sociale<\/em>\u00a0(&#8230;) Le masse adunque hanno per motivo del loro operare il vantaggio presente ed immediato&#8221;. Questa ragion pratica ha avuto ed ha una grande importanza soprattutto nelle &#8220;societ\u00e0 civili non cristiane&#8221;; l\u2019altra, invece, la ragione speculativa degli individui &#8220;riguarda pi\u00f9 particolarmente le societ\u00e0 cristiane&#8221;. Il miglioramento completo della persona e la sua adesione interiore al messaggio religioso costituiscono un impulso infinito e un bisogno eterno di miglioramento interiore, oltre che esteriore, che le societ\u00e0 non toccate dal cristianesimo ignorano. La religione non presenta poi solo il bisogno di cambiare migliorando, ma anche conservando tutto il meglio che la tradizione ha portato in eredit\u00e0 con s\u00e9.\u00a0<em>Conservazione ed innovazione<\/em>\u00a0diventano cos\u00ec due\u00a0<em>componenti di quell\u2019armonico itinerario che si attua all\u2019interno di tutte quelle societ\u00e0<\/em>\u00a0che garantiscono quel dialettico rapporto tra quei due principi solo apparentemente contrastanti.<\/p>\n<p>Nella ragione si possono individuare due fondamentali facolt\u00e0 quella del\u00a0<em>pensiero<\/em>\u00a0e quella dell\u2019<em>astrazione<\/em>. Tra le tante differenze che caratterizzano le due facolt\u00e0 possiamo dire che un &#8220;altro servigio della facolt\u00e0 di astrarre \u00e8 quello: &#8220;di somministrarci i mezzi al conseguimento de\u2019 beni o sia de\u2019<em>\u00a0fini<\/em>\u00a0che presenta all\u2019anima nostra la facolt\u00e0 di pensare&#8221;&#8221;. Ora, dovendo il pensiero stabilire quei fini per raggiungere i quali l\u2019astrazione deve cercare i mezzi, \u00e8 chiaro che &#8220;le due facolt\u00e0 difficilmente possono camminare insieme; \u00e8 necessario che lo sviluppo della facolt\u00e0 di pensare preceda, e che lo sviluppo della facolt\u00e0 di astrarre le venga appresso&#8221;. Se cos\u00ec non \u00e8 l\u2019intelligenza non riesce pi\u00f9 ad armonizzare le due facolt\u00e0, antepone i mezzi ai fini e tutto si riduce alla spasmodica ricerca di strumenti capaci di soddisfare i bisogni che in modo disordinato si presentano all\u2019individuo senza che questi sappia valorizzarli nella loro giust\u00e0 entit\u00e0 e finalit\u00e0. Il mezzo prende il posto del fine e il bisogno artificiale ed estemporaneo si sostituisce a quello effettivo. Tutta l\u2019<em>intelligenza<\/em>\u00a0si concentra nel turbinio immediato dei bisogni, non sa pi\u00f9 guardare oltre il presente e, perci\u00f2, si isterilisce e diviene\u00a0<em>incapace di essere creativa<\/em>. Parte\u00a0<em>da qui la crisi delle civilt\u00e0<\/em>\u00a0o quanto meno il loro processo regressivo. Tutto ci\u00f2 che sostiene l\u2019intelligenza, la stessa cultura, non fa altro che &#8220;diventare un mezzo per il raggiungimento di fini meramente utilitaristici: la ragione non governa pi\u00f9 il sociale, ma diventa a sua volta un ossequioso funzionario del sociale&#8221;. Da qui la convinzione che basta agire sul sociale e sull\u2019esteriore per cambiare radicalmente tutta la dimensione politica e non ci si rende conto che \u00e8 possibile &#8220;che mentre si studia di rendere migliore in qualche parte questo organismo o compaginamento, non lo si danneggi in qualche altra parte pi\u00f9 essenziale&#8221;. Concentrarsi solo sul reale nella presuntuosa certezza di poterlo cambiare costituisce il vero male del perfettismo, errore nel quale incorrono tutte quelle teorie costruttiviste che si illudono di considerare la realt\u00e0 politica al pari di un organismo fisico che pu\u00f2 essere studiato, smontato e ricostruito quasi fosse una macchina al di fuori del tempo e dello spazio.<\/p>\n<p>Rosmini dedic\u00f2 molte energie a combattere questo pregiudizio utopico. La sua lotta non \u00e8 solo rivolta verso quelle filosofie che presentano pericolosi sogni perfettisti tesi alla realizzazione di un definitivo paradiso terrestre. I suoi intenti hanno anche risvolti pratici. C\u2019\u00e8 in lui la preoccupazione che alcuni partiti, soprattutto quelli guidati da concezioni utopistiche e, peggio, perfettiste, possano finire per identificarsi con lo Stato finendo per negare ogni libert\u00e0 all\u2019individuo. Si ricordi che a proposito della utopia socialista ebbe a scrivere queste profetiche parole: &#8220;finalmente si riduce a costituire un governo ricchissimo, potentissimo, il quale sia incaricato di ordinare e di aggruppare tutti gli uomini nel modo pi\u00f9 perfetto&#8221;. Un partito animato da una simile prospettiva perfettista avrebbe in breve eliminato ogni scopo ed ogni finalit\u00e0 dalla vita umana ed avrebbe ridotto la vita politica ad un meccanismo sclerotico e ripetitivo anche per quel che riguarda l\u2019aspetto elettorale. Le parole di Rosmini al riguardo non lasciano alcun dubbio: &#8220;Come vi pu\u00f2 essere elezione dove manca la libert\u00e0, dove gli individui sono ridotti a condizione di macchine o di animali, ad una s\u00ec vile condizione a cui non discesero mai gli schiavi greci, n\u00e9 i romani? D\u2019altra parte, chi potrebbe governare nella nuova societ\u00e0 se non i maestri e i capi della setta?&#8221;. Il sospetto con cui Rosmini guardava i partiti appare quindi giustificato soprattutto se si pensa che tali partiti, e giustamente, gli apparivano propensi a creare delle vere e proprie visioni del mondo tanto pi\u00f9 pericolose quanto pi\u00f9 utopiche perch\u00e9 vogliose di sostituirsi alla tradizione ed alla religione. A parere di Rosmini &#8220;chi disconosce la religione, ne immagina frettolosamente una fallace da porre in suo luogo per timore di sdrucciolare nel nulla&#8221;. Ci\u00f2 non toglie, come \u00e8 stato osservato giustamente, che il Rosmini, convinto che il cristianesimo abbia innestato in ogni movimento umano qualcosa di buono, voglia scoprire quello che di valido c\u2019\u00e8 anche nelle rivendicazioni socialiste.<\/p>\n<p>L\u2019equilibrio antiutopico di Rosmini si pu\u00f2 riscontrare anche nella sua riflessione sul problema unitario italiano. Il filosofo di Rovereto sa che vi sono due diversi modi di realizzare l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia: o il modello dello Stato centralizzato di tipo francese al quale guarda con interesse e spirito di emulazione la monarchia sabauda, oppure la soluzione repubblicana che vede nella confederazione la possibilit\u00e0 di armonizzare le diverse tradizioni e le attese dei singoli Stati italiani. Questa seconda ipotesi manc\u00f2 l\u2019appuntamento con la storia nel 1848 quando i diversi Stati cercarono di contribuire in vario modo al disegno unitario. Dopo il processo di unificazione pass\u00f2 allo Stato piemontese che non solo seppe gestire la politica internazionale di quegli anni, ma riusc\u00ec anche ad assumere la gestione militare del movimento risorgimentale. C\u2019\u00e8 in Rosmini quasi uno scontro interiore tra ideale e reale in quanto sa che, l\u2019ipotesi piemontese, \u00e8 sicuramente la pi\u00f9 fattibile ma l\u2019altra consente ancora al Papato di mantenere una certa indipendenza e autonomia anche sul piano del potere temporale. La politica non \u00e8 per\u00f2 la scienza delle illusioni. Ormai i popoli vanno assumendo un ruolo sempre pi\u00f9 determinante sulla scena mondiale e la vicenda unitaria assume prospettive sempre pi\u00f9 difficili da controllare al di fuori dei criteri di forza. Certo, sul piano ideale, Rosmini \u00e8 molto vicino alle posizioni centrali del\u00a0<em>Federalista<\/em>. Contro il possibile dispotismo delle maggioranze faziose e per difendere non solo le tradizioni, ma anche le diverse minoranze locali, ipotizzava assemblee legislative dei singoli Stati per tutte quelle materie che non avessero rilevanza nazionale garantendo cos\u00ec quell\u2019autonomia che solo un tardo e, spesso, frainteso regionalismo riuscir\u00e0 a realizzare, solo molto pi\u00f9 tardi, in Italia. Rosmini qui riprende considerazioni tipiche di Tocqueville sulla democrazia americana, considerazioni che, purtroppo, non troveranno nessun tipo di ascolto nell\u2019Italia del tempo.<\/p>\n<p>Da qui una realistica considerazione di Rosmini: in politica \u00e8 impossibile intraprendere certe strade e poi far finta che tutto sia come prima. Lo stesso Papa Pio IX aveva aperto nei primi due anni del suo pontificato spiragli che avevano illuso i popoli i quali non potevano poi pensare che il richiamo di certi Pr\u00ecncipi sarebbe stato in grado di ripristinare le precedenti situazioni. Anche questo avrebbe contribuito a orientare gli animi verso quei sovrani che mostravano di non voler interrompere il cammino intrapreso. Il mantenimento dello Statuto e la politica estera contro l\u2019Austria finirono per dare nuova energia alle aspirazioni dei Savoia. Tutta l\u2019Italia moderata fin\u00ec nel riconoscersi nei suoi disegni e la vicenda risorgimentale prese la strada pi\u00f9 logica anche se l\u2019altra, quella federale, sarebbe stata pi\u00f9 auspicabile. Il Papato si trov\u00f2 cos\u00ec a subire una situazione che pure aveva anche contribuito a mettere in moto e che ora non riusciva pi\u00f9 a controllare e che, anzi, dovette subire per il fatto stesso di risiedere a Roma, citt\u00e0 che la nazione voleva avere per capitale perch\u00e9, come sosteneva Rosmini, non ne riusciva a concepire nessun altra pi\u00f9 opportuna.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>NOTA<\/p>\n<p>sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del REV.DO SAC. ANTONIO ROSMINI SERBATI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>1. Il Magistero della Chiesa, che ha il dovere di promuovere e custodire la dottrina della fede e preservarla dalle ricorrenti insidie provenienti da talune correnti di pensiero e da determinate prassi, a pi\u00f9 riprese si \u00e8 interessato nel secolo XIX ai risultati del lavoro intellettuale del Rev.do Sacerdote Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), ponendo all\u2019Indice due sue opere nel 1849, dimettendo poi dall\u2019esame, con Decreto dottrinale della Sacra Congregazione dell\u2019Indice, l\u2019opera omnia nel 1854, e, successivamente, condannando nel 1887 quaranta proposizioni, tratte da opere prevalentemente postume e da altre opere edite in vita, col Decreto dottrinale, denominato Post obitum, della Sacra Congregazione del Sant\u2019Uffizio (Denz. 3201-3241).<\/p>\n<p>2. Una lettura approssimativa e superficiale di questi diversi interventi potrebbe far pensare ad una intrinseca e oggettiva contraddizione da parte del Magistero nell\u2019interpretare i contenuti del pensiero rosminiano e nel valutarli di fronte al popolo di Dio. Tuttavia una lettura attenta non soltanto dei testi, bens\u00ec anche del contesto e della situazione in cui sono stati promulgati, aiuta a cogliere, pur nel necessario sviluppo, una considerazione insieme vigile e coerente, mirata sempre e comunque alla custodia della fede cattolica e determinata a non consentire sue interpretazioni fuorvianti o riduttive. In questa stessa linea si colloca la presente Nota sul valore dottrinale dei suddetti Decreti.<\/p>\n<p>3. Il Decreto del 1854, con cui vennero dimesse le opere del Rosmini, attesta il riconoscimento dell\u2019ortodossia del suo pensiero e delle sue intenzioni dichiarate, allorch\u00e9 rispondendo alla messa all\u2019indice delle sue due opere nel 1849, egli scrisse al Beato Pio IX: &#8220;Io voglio appoggiarmi in tutto sull\u2019autorit\u00e0 della Chiesa, e voglio che tutto il mondo sappia che a questa sola autorit\u00e0 io aderisco&#8221;\u00a0<sup>1<\/sup>. Il Decreto stesso tuttavia non ha inteso significare l\u2019adozione da parte del Magistero del sistema di pensiero rosminiano come strumento filosofico-teologico di mediazione della dottrina cristiana e nemmeno intende esprimere alcun parere circa la plausibilit\u00e0 speculativa e teoretica delle posizioni dell\u2019Autore.<\/p>\n<p>4. Le vicende successive alla morte del Roveretano richiesero una presa di distanza dal suo sistema di pensiero, e in particolare da alcuni enunciati di esso. \u00c8 necessario illuminare anzitutto i principali fattori di ordine storico-culturale che influirono su tale presa di distanza culminata con la condanna delle &#8220;Quaranta Proposizioni&#8221; del Decreto Post obitum del 1887.<\/p>\n<p>Un primo fattore si riferisce al progetto di rinnovamento degli studi ecclesiastici promosso dall\u2019Enciclica Aeterni Patris (1879) di Leone XIII, nella linea della fedelt\u00e0 al pensiero di S. Tommaso d\u2019Aquino. La necessit\u00e0 ravvisata dal Magistero pontificio di fornire uno strumento filosofico e teoretico, individuato nel tomismo, atto a garantire l\u2019unit\u00e0 degli studi ecclesiastici soprattutto nella formazione dei sacerdoti nei Seminari e nelle Facolt\u00e0 teologiche, contro il rischio dell\u2019eclettismo filosofico, pose le premesse per un giudizio negativo nei confronti di una posizione filosofica e speculativa, quale quella rosminiana, che risultava diversa per linguaggio e per apparato concettuale dalla elaborazione filosofica e teologica di S. Tommaso d\u2019Aquino.<\/p>\n<p>Un secondo fattore da tenere presente \u00e8 che le proposizioni condannate sono estratte in massima parte da opere postume dell\u2019Autore, la cui pubblicazione risulta priva di qualsiasi apparato critico atto a spiegare il senso preciso delle espressioni e dei concetti adoperati in esse. Ci\u00f2 favor\u00ec un\u2019interpretazione in senso eterodosso del pensiero rosminiano, anche a motivo della difficolt\u00e0 oggettiva di interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva neotomista.<\/p>\n<p>5. Oltre a questi fattori determinati dalla contingenza storico-culturale ed ecclesiale del tempo, si deve comunque riconoscere che nel sistema rosminiano si trovano concetti ed espressioni a volte ambigui ed equivoci, che esigono un\u2019interpretazione attenta e che si possono chiarire soltanto alla luce del contesto pi\u00f9 generale dell\u2019opera dell\u2019Autore. L\u2019ambiguit\u00e0, l\u2019equivocit\u00e0 e la difficile comprensione di alcune espressioni e categorie, presenti nelle proposizioni condannate, spiegano tra l\u2019altro le interpretazioni in chiave idealistica, ontologistica e soggettivistica, che furono date da pensatori non cattolici, dalle quali il Decreto Post obitum oggettivamente mette in guardia. Il rispetto della verit\u00e0 storica esige inoltre che venga sottolineato e confermato il ruolo importante svolto dal Decreto di condanna delle &#8220;Quaranta Proposizioni&#8221;, in quanto non solo esso ha espresso le reali preoccupazioni del Magistero contro errate e devianti interpretazioni del pensiero rosminiano, in contrasto con la fede cattolica, ma anche ha previsto quanto di fatto si \u00e8 verificato nella recezione del rosminianesimo nei settori intellettuali della cultura filosofica laicista, segnata sia dall\u2019idealismo trascendentale sia dall\u2019idealismo logico e ontologico. La coerenza profonda del giudizio del Magistero nei suoi diversi interventi in materia \u00e8 verificata dal fatto che lo stesso Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione formale di verit\u00e0 di fede da parte dell\u2019Autore, ma piuttosto al fatto che il sistema filosofico-teologico del Rosmini era ritenuto insufficiente e inadeguato a custodire ed esporre alcune verit\u00e0 della dottrina cattolica, pur riconosciute e confessate dall\u2019Autore stesso.<\/p>\n<p>6. D\u2019altra parte, si deve riconoscere che una diffusa, seria e rigorosa letteratura scientifica sul pensiero di Antonio Rosmini, espressa in campo cattolico da teologi e filosofi appartenenti a varie scuole di pensiero, ha mostrato che tali interpretazioni contrarie alla fede e alla dottrina cattolica non corrispondono in realt\u00e0 all\u2019autentica posizione del Roveretano.<\/p>\n<p>7. La Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di un approfondito esame dei due Decreti dottrinali, promulgati nel secolo XIX, e tenendo presenti i risultati emergenti dalla storiografia e dalla ricerca scientifica e teoretica degli ultimi decenni, \u00e8 pervenuta alla seguente conclusione:<\/p>\n<p>Si possono attualmente considerare ormai superati i motivi di preoccupazione e di difficolt\u00e0 dottrinali e prudenziali, che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna delle &#8220;Quaranta Proposizioni&#8221; tratte dalle opere di Antonio Rosmini. E ci\u00f2 a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, cos\u00ec inteso e condannato dal medesimo Decreto, non appartiene in realt\u00e0 all\u2019autentica posizione di Rosmini, ma a possibili conclusioni della lettura delle sue opere. Resta tuttavia affidata al dibattito teoretico la questione della plausibilit\u00e0 o meno del sistema rosminiano stesso, della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e teologiche in esso espresse.<\/p>\n<p>Nello stesso tempo rimane la validit\u00e0 oggettiva del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate, per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero rosminiano, in un\u2019ottica idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina cattolica.<\/p>\n<p>8. Del resto la stessa Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio, mentre annovera il Rosmini tra i pensatori pi\u00f9 recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio, aggiunge nello stesso tempo che con questa indicazione non si intende &#8220;avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede&#8221;\u00a0<sup>2<\/sup>.<\/p>\n<p>9. Si deve altres\u00ec affermare che l\u2019impresa speculativa e intellettuale di Antonio Rosmini, caratterizzata da grande audacia e coraggio, anche se non priva di una certa rischiosa arditezza, specialmente in alcune formulazioni, nel tentativo di offrire nuove opportunit\u00e0 alla dottrina cattolica in rapporto alle sfide del pensiero moderno, si \u00e8 svolta in un orizzonte ascetico e spirituale, riconosciuto anche dai suoi pi\u00f9 accaniti avversari, e ha trovato espressione nelle opere che hanno accompagnato la fondazione dell\u2019Istituto della Carit\u00e0 e quella delle Suore della Divina Provvidenza.<\/p>\n<p>Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell\u2019Udienza dell\u20198 giugno 2001, concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato questa Nota sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Rev.do Sacerdote Antonio Rosmini Serbati, decisa nella Sessione Ordinaria, e ne ha ordinato la pubblicazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1\u00b0 luglio 2001.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>+ JOSEPH Card. RATZINGER<\/p>\n<p>Prefetto<\/p>\n<p>+ TARCISIO BERTONE, S.D.B.<\/p>\n<p>Arcivescovo emerito di Vercelli<\/p>\n<p>Segretario<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0ANTONIO ROSMINI, Lettera al Papa Pio IX, in: Epistolario completo, Casale<\/p>\n<p>Monferrato, tip. Pane 1892, vol. X, 541 (lett. 6341).<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 74, in: AAS, XCI, 1999 &#8211; I, 62.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Preso dal sito internet:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/roman_curia\/congregations\/cfaith\/documents\/rc_con_cfaith_doc_20010701_rosmini_it.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.vatican.va<\/a><\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[971],"fascicolo":[46],"class_list":["post-1004","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-rocco-pezzimenti","fascicolo-ottobre-2001"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Rosmini: Un maestro di libert\u00e0 nel solco del cattolicesimo<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Rocco Pezzimenti, pubblicato nel numero di Ottobre 2001. 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