|
Il concetto di
povertà francescana
dei frati minori del Lazio negli anni 1975-2006
Dall’analisi contabile ad un sistema d’indicatori etici
Roberto Bongianni
Introduzione
Questo lavoro nasce dal desiderio di comprendere cosa significa nel mondo di oggi essere francescani e cosa in particolare nell’eta presente definisce e costituisce questa identita. Se inseriamo nei motori di ricerca il termine “francescano” subito ci appare la voce della piu famosa e diffusa enciclopedia libera Wikipedia in cui troviamo scritto: “L'ordine dei Francescani ha avuto origine ad opera di Francesco d'Assisi. Egli ottenne nel 1209/1210 dal papa Innocenzo III la possibilita di vivere in modo radicale la
povertà evangelica.”[1]. Anche nei piu comuni dizionari troviamo per estensione che il termine francescano richiama sempre il concetto di cio che e povero, semplice, sobrio. Gli studiosi sembrano convergere sul fatto che tra il concetto di “francescano” e il concetto di “poverta”ci sia in qualche modo un legame significativo ed intenso, al punto da doverne qualificare in qualche modo lo stile e le scelte di vita. “Nella forma di vita francescana la
povertà costituisce una “prerogativa” nel confronto con gli altri valori; e significa che essa deve essere preferita ad ogni altra cosa. Non a caso la beatitudine dei poveri (Mt 5,3) e collocata al primo posto.”[2].
E’ difficile trovare in merito trattazioni e studi che approfondiscano questo particolare aspetto del carisma in rapporto proprio alla vita contemporanea, si possono trovare lavori che richiamano tale dimensione cogliendone giustamente il senso spirituale, l’atteggiamento psicologico, o quello morale con cui il religioso vive il voto di
povertà, ma nel complesso pero, soprattutto oggi, appare come un tema poco trattato, un po’ fuori dalle tendenze del momento e in qualche modo anche scomodo; c’e infatti una memoria storica profondamente ferita che non ci aiuta ad abitare questo spazio in modo del tutto sereno, basta solo per esempio ricordare che in nome della fedelta alla
povertà si sono combattute sanguinose battaglie e operati giudizi perentori sulla vita e la storia di singoli e gruppi; anche l’esperienza personale di frate minore mi porta a dire che ogni volta che si affronta il tema dentro una prospettiva, non piu spirituale ma della concreta ed effettiva relazione con i beni e le cose del mondo, si rischia inevitabilmente di toccare la
sensibilità particolare di ciascuno, la sfera dei suoi bisogni e dei suoi desideri, suscitando una vasta gamma di sentimenti e di emozioni forti. A questi si aggiungono le difficolta contraddittorie legate alla nostra
contemporaneità, che se da una parte ci spinge dentro modelli e stili di vita sempre piu effimeri e consumistici, dall’altra parte s’indigna al pensiero che la maggior parte dell’umanità e costretta dal nostro stesso stile di vita a vivere nella
povertà. Il termine stesso di povertà si carica cosi di equivoci di fondo che fanno percepire questa dimensione come qualcosa di negativo, da combattere, da allontanare; anche l’immaginario collettivo che opera nella societa odierna non sembra aiutare piu i religiosi in genere, ma soprattutto noi francescani a percepire la differenza fondamentale che c’e tra il male di una
povertà coatta e subita, rispetto al bene di una povertà scelta invece come valore liberante, capace di restituire la giusta e corretta relazione con i beni e le cose di questo mondo, conseguenza naturale dell’essere segno e dell’aver dato spazio nella propria vita all’unico e sommo bene che e il Signore; cosi tra i voti evangelici e proprio la
povertà il voto che dovrebbe piu di ogni altro, esprimere e dispiegare i suoi effetti in una chiara definizione dei rapporti e delle
modalità con cui usiamo delle cose, del denaro, dei mezzi necessari per il nostro sostentamento, delle scelte di risparmio e di consumo, della capacita di donare e condividere le proprie risorse con i piu poveri[3]. . Tuttavia prima di arrivare a definire un’etica della
sobrietà e della povertà che risulti capace di delimitare cosa significa abitare da francescani il mondo di oggi e le sue limitate risorse, e come questa potrebbe informare e tradursi in uno stile di vita rinnovato e profetico, sembra necessario ed inevitabile procedere ad un’attenta osservazione e comprensione della situazione attuale dentro una prospettiva che sia soprattutto oggettiva e svincolata dalle
sensibilità e dalle ideologie personali di ciascuno.
Per questo il lavoro si e caratterizzato nella scelta di delimitare l’ osservazione e lo studio del concetto di poverta francescana alla Provincia Romana dei frati minori[4]. nel periodo storico compreso tra il 1975 e il 2006. La metodologia utilizzata ha voluto comprendere ed esaminare il concetto e la sua evoluzione cogliendone le dimensioni storiche piu caratteristiche, ed enucleando indicatori analitici adatti a rappresentare l’oggetto, per poi arrivare ad esprimere indici sintetici per ogni dimensione; indicatori ed indici che sono stati applicati ai dati contabili recuperati negli archivi storici della citata Provincia. Il riferimento al dato contabile come prima fonte d’informazione non permette di cogliere ovviamente tutte le dimensione della
povertà francescana soprattutto non puo cogliere la povertà come espropriazione, non tanto dai beni materiali, ma soprattutto dalle rivendicazioni possessive del proprio io sempre capace di appropriarsi di quel bene che per Francesco, non appartiene mai all’uomo ma si manifesta sempre come segno, presenza e richiamo della
bontà paterna di Dio.
L’indagine condotta al livello quantitativo ed integrata successivamente da un’indagine qualitativa si e soffermata su sei dimensioni in particolare: la
sobrietà come rapporto con i beni, l’equità come uguaglianza del tenore di vita tra le case della Provincia, l’eticità delle fonti di sostentamento con particolare attenzione alla dimensione del lavoro, la
solidarietà come forma di restituzione verso le necessita dei fratelli piu poveri, la sintropia come capacita di un giusto e ordinato rapporto tra la vita fraterna e le strutture utilizzate, e la stabilita economica come espressione della capacita di provvedere le risorse necessarie alla vita e all’apostolato.
La novita di questo lavoro sta nella possibilita offerta da una metodologia di ricerca che dalle risultanze contabili tenta d’indicarci qualcosa sulle scelte di fondo di un gruppo che, presumibilmente mosso da ideali e valori spirituali, ha intrapreso per tutto cio che e relativo a decisioni di spesa, di consumo, di lavoro, di risparmio, di dono, e altro, inquadrando le scelte dentro la prospettiva di quei principi fondamentali che hanno ispirato san Francesco, i suoi primi compagni e in seguito anche i suoi successori. Per questo e necessario comprendere come nel complesso quadro storico francescano come l’ideale di
povertà abbia influito sul modello di vita intrapreso e come, viceversa, il modello di vita esperito abbia a sua volta contribuito a formare gradualmente un nuovo concetto di
povertà, in una relazione biunivoca e dinamica costante, avvenuta storicamente sotto spinte a volte piu rigoriste, altre volte piu lassiste, a volte piu orientate alla testimonianza di vita, altre piu alla predicazione[5]. .
Da quanto sopra evidenziato, possiamo allora tracciare in sintesi alcuni caratteri di questa prima fraternita francescana, ben espressi e sintetizzati dal Lambert:
“I frati devono essere in condizione di uguaglianza con i piu poveri fra i poveri. I loro mezzi di sostentamento devono essere di natura provvisoria e incerta; il loro lavoro deve essere occasionale. Devono mendicare, e le loro elemosine devono essere raccolte di porta in porta, senza discriminazione, ostiatim. Devono essere completamente ritirati dalle normale struttura economica della societa. Persino la gestione del denaro e loro proibita, e non e loro permesso l’uso di beni sostitutivi del denaro. La proibizione del denaro e assoluta; la proibizione della proprieta in comune non lo e. Le monete non potrebbero essere neppure maneggiate, ma la proprieta come nozione giuridica, non e completamente interdetta, o almeno cosi sembrerebbe. Quello che san Francesco intende condannare e l’idea di possedere proprieta.”[6]
Il percorso intrapreso ci ha portato cosi ad isolare alcune caratteristiche che si ritengono centrali per la comprensione adeguata del concetto stesso di
povertà, oggetto di questo studio. Queste dimensioni possono essere riassunte dentro queste sei direttrici di riferimento: sobrieta; solidarieta; uguaglianza nella vita fraterna,
eticità delle fonti di sostentamento; dimensioni strutturali; rapporto con il denaro – orientamenti che diventano rappresentativi del concetto di
povertà francescana e dei suoi processi evolutivi operati dalla storia; infatti gia a pochi anni dalla scomparsa del Fondatore, si assiste al sottile passaggio che trasferisce l’autenticità di un’ osservanza che toccava le dimensione dello spirito, ad una ottemperanza dove risultava prevalente l’ambito giuridico-legalistico. Dopo l’esperienza fortemente carismatica della prima fraternita, l’Ordine conosce cosi un assetto e una struttura ormai istituzionalizzata, caratterizzata dalla presenza dei chierici al servizio della missione e dell’azione apostolica, e comunque nelle sue strutture di fondo si adegua ad un modello decisamente diverso dal prototipo della prima fraternita. Le diverse forme di vita francescana che poi nasceranno in seguito saranno all’interno di questo solco, dal momento ormai che la questione stessa era stata esaurita e dibattuta da ogni punto di vista. “Come abbiamo visto la rinuncia al dominium ebbe il posto piu alto; ma accanto ad essa si erano sviluppate indagini prolungate sulla natura dell’usus pauper e il voto di
povertà era stato oggetto di discussione; la legittimita della mendicità, il corretto utilizzo degli intermediari, i limiti della dispensa dalla Regola – tutte queste ed altre sfaccettature della questione della
povertà erano state esposte ed introdotte nel dibattito, sia internamente che esternamente all’Ordine”.[7]
In sintesi, dopo questo primo acceso secolo di vita francescana, il concetto di
povertà per come era espresso e sperimentato aveva gia subito grosse modificazioni in relazione proprio al modello di vita religiosa vissuta. Queste mutazioni portarono a rendere compatibile il concetto stesso con un modello di vita religiosa fortemente orientata all’apostolato e alla predicazione; modello che
resterà predominante nella storia dell’Ordine fino al punto di svolta rappresentato dalle Costituzioni Generali del 1967 che propongono un primo cambiamento rispetto al passato e alle precedenti Costituzioni del 1953; la novita e nel desiderio di riscoprire la ricchezza dell’ideale di san Francesco, dei suoi Scritti e delle Fonti Francescane. Queste Costituzioni sono il punto d’inizio di una riflessione che e ancora in atto. Rappresentano in parte un cammino che si e compiuto ed in parte uno che ancora si deve compiere, permanendo cosi nell’ambito di un ipotetico solco tracciato dalla punta di un pendolo che continua ad oscillare tra storia e
idealità.
I punti fondamentali del cambiamento sono cosi di seguito riportati e sintetizzati a partire dalle quelle medesime categorie scelte per monitorare l’evoluzione del concetto nelle sue dimensioni prevalenti.
|
Il concetto di povertà francescana e la sua
evoluzione storica |
|
Primitiva
Comunità |
Evoluzione storica |
Costituzioni Attuali
|
|
Senza nulla di proprio |
Uso moderato e sobrio
dei beni |
Dall’uso delle cose
allo stato di vita |
|
Rifiuto del denaro |
Istituzione del sindaco |
Istituzione di frati
economi evitando accumulazione e profitti |
|
Priorità del lavoro |
Priorità delle
elemosine sul lavoro |
Priorità al lavoro e
alle offerte |
|
Una fraternità di
eguali |
Distinzione chierici e
laici nel governo dell’Ordine |
Differenza soltanto in
ordine alla ministerialità |
|
Solidarietà con i più
poveri |
Dalla condivisione di
vita all’assistenza caritativa |
Riscoperta della
solidarietà come condivisione |
|
Le strutture abitative
povere e disabitate |
Costruzione di edifici
vicini a centri abitati per motivi apostolici |
Strutture strumenti di
testimonianza e vicino “ai piccoli” |
Queste direttrici o tendenze di fondo sono gia emerse in parte nell’analisi del concetto di
povertà francescana e di cui abbiamo seguito l’evoluzione storica fino ad approdare allo stesso come inteso a partire dalle attuali Costituzioni Generali. Ripercorrendo l’itinerario storico si sono cosi isolate sei dimensioni che sono state poste a fondamento del processo quantitativo di analisi e delle opportune metodologie di verifica. Le dimensioni ritenute significative sono state le seguenti:
- sobrietà nei consumi
- equità del tenore di vita delle fraternita
- solidarietà verso i poveri
- sintropia nella dimensione struttura - fraternita
- eticità delle fonti di sostentamento
- stabilita economica
Queste differenti dimensioni possono aiutarci se monitorate nel tempo ad intuire qualcosa del modello e dello stile presente nella vita odierna della fraternita francescana. Teoricamente infatti diversi possono essere i modelli che nel tempo si differenziano, esprimendo in questo la possibilita di un concetto diverso d’intendere la
povertà, frutto delle differenti modalità in cui possono interagire le diverse dimensioni soggiacenti il concetto stesso: ad esempio espressione di concetti di
povertà caratterizzati da scelte piu penitenziali e ascetiche orientate fortemente alla
sobrietà e per esempio meno alla solidarietà, oppure viceversa da modelli di riferimento benefattoriali o assistenziali fortemente orientati alla
solidarietà, alla stabilita economica e meno attenti invece alla sobrietà, oppure modelli consumistici ma fortemente disuguali all’interno perche caratterizzati da una bassa
equità del tenore di vita nelle diverse fraternita.
L’analisi e stata cosi condotta sulla maggior parte delle fraternita francescane della famiglia religiosa dei frati minori del Lazio (diciannove conventi) in un periodo di tempo predeterminato che va dal 1975 al 2006. Ci limitiamo in questa presentazione ad una prima sommaria descrizione delle dimensioni sopra elencate e ad una prima introduzione alla metodologia prescelta. Nello schema sottostante si e rappresentato il processo logico seguito nei passaggi della metodologia utilizzata nel lavoro. L’analisi storica e attuale del concetto di
povertà francescana ha permesso la scomposizione dello stesso in alcune variabili significative dalle quali si sono ricavati gli indicatori applicati poi alla fonte d’informazione quantitativa, rappresentata in questo caso dai dati contabili, opportunamente trattati e riclassificati, in categorie utili (macro-categorie) ad essere elaborate dal medesimo sistema di indicatori analitici. Ottenuti gli indicatori si e risaliti ai singoli indici sintetici per ogni dimensione del concetto – rilevate le tendenze quantitative di fondo nel corso dei 32 anni esaminati, sono state isolati gli scostamenti e i cambiamenti di segno piu rilevanti e sottoposti ad ulteriore indagine qualitativa intervistando un pool di esperti – in questo caso frati francescani che sono a conoscenza della storia recente della famiglia religiosa e che hanno manifestato la
disponibilità ad offrire un contributo interpretativo allo studio. Con le interviste e la costruzione di un indice sintetico finale si e arrivati ad una valutazione finale del concetto stesso.

In merito al limite della metodologia adottata non si trascura che le dimensioni prescelte sono sempre e comunque condizionate da un grado di
soggettività legato alle prospettive di chi effettua la ricerca anche se le dimensioni esaminate non trascurano gli aspetti piu rilevanti nel tentativo di rappresentare adeguatamente il concetto. Questioni eventuali potrebbero essere avanzate sulla
bontà del materiale informativo reperito attraverso l’osservazione dei documenti ufficiali della Provincia Romana dei Frati Minori:
bontà riconducibile in particolare agli aspetti di veridicità e significativa del dato contabile.
Sulla veridicità del dato si tiene conto del fatto che il dato contabile e comunque condizionato da politiche amministrative, tuttavia e un dato ufficiale che offre la possibilita di un confronto storico nel tempo altrimenti arduo e improbabile. Si potrebbe obiettare che i dati sono parziali, incompleti, tuttavia di questo si e gia tenuto conto nell’aver accettato di limitare l’analisi a diciannove conventi su ventiquattro: scelta motivata proprio dal riscontro dell’interezza nelle serie di attestati presenti nell’Archivio Provinciale Aracoeli ( archivio storico di Roma dove sono raccolti antichi e importanti documenti della storia francescana della Provincia Romana ); per cui a priori si sono selezionati e inseriti i dati di 585 bilanci per un totale di circa 23.850 dati. Sono risultati mancanti soltanto 23 attestati (su un totale di 608) pari al 3,8% del totale; questi dati mancanti sono stati stimati attraverso metodi statistici tali da garantire il rispetto dei vincoli di bilancio disponibili nelle serie effettivamente presenti. Si potrebbe altresi obiettare sui conti, in merito all’incertezza degli stessi in concomitanza con altre diverse questioni legate ad esempio ad errori di trascrizione o alla possibilita di omettere voci dell’attivo e del passivo; tuttavia l’omogeneità delle serie storiche e la stabilita nelle prassi di contabilizzazione porta a ritenere questi effetti se pur esistenti del tutto trascurabili. Ultima obiezione potrebbe essere legata alla costituzione di riserve occulte extrabilancio, un aspetto che tocca la coscienza personale del singolo religioso perche costituisce una mancanza grave alla norme della vita religiosa, anche qui se esiste una tale possibilita, si ritiene che sia marginale rispetto ad un indagine che interessa il vissuto di quasi 120 frati.
In merito alla significatività possiamo affermare che l’analisi
risulterà efficace se sara capace di esprimere qualcosa di oggettivo sul valore della
povertà e della sua pratica in questi ultimi trenta anni di storia della vita dei religiosi francescani del Lazio. Dentro il ricorso al termine “qualcosa” vogliamo esprimere tutto il limite di una indagine condotta comunque a partire da dati storici quantitativi. Certamente in merito all’efficacia della metodologia possiamo accettare di delimitare l’oggetto di studio in quella che puo essere definita come una
povertà economica dato che il riscontro da cui si parte e proprio legato alla contabilizzazione delle voci di bilancio; si accetta questo limite nella consapevolezza che non ci permette pero di sapere nulla sulle motivazioni di alcune scelte di spesa o di entrata, che possono avere ragioni piu profonde e difficili da comprendere, rispetto alla nuda e cruda manifestazione numeraria del dato contabile; questo limite di
significatività si accoglie dentro una cognizione piu grande del tema trattato; il tema infatti non ha soltanto risvolti e manifestazioni numerarie, ma va al di la toccando dimensioni della vita e dell’intimità personale di ogni uomo. In altre parole resta pur sempre vero che
“l’essenziale e invisibile agli occhi”[8] e ci sono ragioni del cuore che possono talvolta consentire anche scelte non economiche o non in linea con gli indicatori esaminati, proprio a causa della mutua
carità e all’attenzione necessaria verso i fratelli piu deboli – in sostanza e fortunatamente la vita e l’uomo sono espressioni di una grandezza di valori che non sempre possono essere definite e misurate da un semplice indicatore economico applicato a categorie contabili; come del resto non e affatto detto che scelte povere e apparentemente sobrie corrispondano sempre a scelte in linea con il Vangelo, quando dietro si afferma la spiritualizzazione del proprio prestigio personale o del proprio ego, o ancora di piu, dietro una scelta povera in termini economici puo esserci anche il disimpegno o il voler vivere sulle spalle altrui; cosi come puo essere che una scelta oggi di
povertà, non adeguatamente ponderata, puo portare a diseconomie future i cui costi dovranno essere sostenuti dalle generazioni prossime a venire: e sufficiente pensare ad esempio alla semplice possibilita di rinviare al futuro i costi di manutenzione straordinari di un convento.
L’indagine quantitativa
Dopo aver premesso l’introduzione alla metodologia vengono presentate in questo paragrafo gli indicatori analitici e di sintesi piu rilevanti con i relativi risultati connessi alle sei dimensioni prima evidenziate.
In merito alla prima dimensione, la sobrietà e importante sottolineare come l’attuale modo di concepire[9] la stessa non sta piu dentro quelle determinazioni riconducibili alle misure di consumi specifici di alcune cose ed oggetti, ma le valutazioni si orientano sempre di piu per i religiosi francescani nel dover tener conto del complesso stato di vita: per cui si puo ritenere sobrio un livello di consumi che se da una parte non nega le
“cose indispensabili”, dall’altra non consente invece le “cose superflue”
e questo sempre con riferimento ad esigenze strettamente circoscritte a luoghi, tempi e persone[10] .
Il consumo che si puo definire sobrio allora e demarcato da due limiti: uno inferiore al di sotto del quale la
povertà non e piu un valore, ma e penuria e mancanza del necessario per vivere, in altri termini e miseria, e uno superiore al di sopra del quale invece il consumo diventa apparenza, vanita, un modo come tanti di affermare il proprio essere attraverso il possesso smodato di alcuni beni ritenuti significativi e capaci di dare senso e identita alla persona. Il procedere attraverso un’indagine che parte dalle risultanze contabili per aggregati significativi puo allora risultare efficace se valuta il complesso stato di vita ricorrendo a parametri adeguati di confronto sia per la categoria dei beni primari che definisce il limite inferiore (nel nostro caso si sono considerate le spese per alimentazione), sia per la categoria di alcuni beni secondari che puo definire il limite superiore di consumo ( come l’oggettistica varia, spese per la cultura, spese per l’abbellimento e l’arredamento degli interni, spese per il tempo libero, per la formazione personale).
La metodologia per misurare il parametro della sobrietà si basa allora su un primo confronto tra il valore contabile della spesa per alimentazione depurata dalla variazione del costo della vita ed espressa in termini unitari (cioe in base alle presenze nelle diverse fraternita) e il valore espresso da un paniere per generi alimentari calcolato a partire da un fabbisogno calorico ritenuto come minimo necessario a condurre una
vita normale – questo paniere e stato fornito dall’Istat nel 1997[11] , Il confronto dei due dati nell’arco di tempo considerato permette di isolare i periodi in cui i consumi alimentari sono stati piu sobri.
Per il secondo confronto relative alle spese secondarie e voluttuarie, come quelle sostenute per l’acquisto dell’oggettistica in genere, spese per formazione personale e svago, arredamenti degli interni - spese come detto generalmente considerate nella categoria dell’accessorio, dell’utile e non dell’indispensabile come le precedenti – si e proceduto individuando una linea parametrica di riferimento tale da consentire la definizione di una fascia di consumo che possiamo ritenere
normale-adeguata con riferimento in particolare all’attivita pastorale e lavorativa dei frati e quindi agli oggetti e strumenti essenziali per queste attivita, alle condizioni fisiche connesse all’eta, alla senescenza di alcuni beni che con il passare del tempo e necessario sostituire. E’ possibile cosi stimare una linea econometrica per il consumo di alcuni beni secondari da considerare come parametro per un consumo
normale-adeguato e da confrontare successivamente con quella dei consumi effettivi. Individuate le linee parametriche di riferimento, cioe le linee di consumo sobrio, possiamo procedere nell’analisi applicando alcuni indicatori classici normalmente in uso per le misure della poverta relativa:
1) incidenza o diffusione della sobrietà: numero di fraternita che risultano essere “sobrie”, espresso in termini assoluti sui diciotto conventi esaminati. Questo indice esprime il numero di fraternita sobrie (S) rispetto al totale delle fraternita
(N); si considerano come sobrie le fraternita che hanno consumi inferiori alle linee parametriche di riferimento per i comparti di beni essenziali o secondari che siano[12] .
IDt = St / N
dove:
t=1,…, n.
IDt = indicatore della diffusione o incidenza della
sobrietà,
St = numero delle fraternita sobrie,
N = numero totale delle fraternita.
2) intensità della sobrietà: misura di quanto in percentuale le fraternita definite “sobrie” sono mediamente al di sotto della linea convenzionale stabilita. Questo a differenza del precedente tiene conto del divario dei consumi rispetto ai consumi stabiliti parametricamente come sobri:
ISt = Σi
( z – xi ) / (q * z)
dove:
t=1,…, n.
ISt= indicatore dell’intensità della sobrietà,
z = valore parametrico di sobrietà,
x = consumi delle fraternita sobrie,
q = numero delle fraternita sobrie.
Ovviamente l’indice tiene conto soltanto dei valori in cui
xi risulta inferiore a z e quindi del numero di fraternita che risultano sobrie
(q). Se tutti hanno i consumi uguali a zero, ISt assumera valore unitario[13] .
La stima conclusiva della dimensione della sobrietà, utilizza il seguente indicatore sintetico normalizzato[14] costituito dal prodotto tra l’indice di diffusione e la funzione esponenziale dell’indice di
intensità[15] applicato distintamente al comparto dei beni alimentari e dei beni secondari prescelti; l’applicazione di questo indice permette di valorizzare, rispetto al semplice prodotto dei due indicatori, la dimensione quantitativa del fenomeno in esame.
- per i beni alimentari: Ialt = [( IDalt * e
ISalt ) – Ialmin ] / [( Ialmax – Ialmin ) ]
dove:
t=1,…, n.
Ialt = indicatore della sobrietà nei beni alimentari,
IDalt= indicatore di diffusione,
ISalt= indicatore di intensità.
- per i beni secondari: Isct = [( IDsct * e
ISsct) – Iscmin ] / [( Iscmax – Iscmin ) ]
dove:
t=1,…, n.
Isct= indicatore della sobrietà nei beni di consumo secondari,
IDsclt= indicatore di diffusione,
ISsclt= indicatore di
intensità.
Per arrivare ad un indice sintetico globale capace di esprimere in un riferimento unico il valore etico della
sobrietà ed il suo peso all’interno della Provincia Romana, applichiamo la media aritmetica ponderata dei due indicatori. L’indice globale
It risulta cosi definito:
It = [ ∑i ( ITi
* Xi ) / ∑i Xi ] t
dove:
t=1,…, n.
ITt= indice sintetico di
sobrietà,
Xt=
peso relativo dato dal valore dei beni di riferimento utilizzati nel calcolo della
sobrietà.
L’indice globale non e altro cosi che una media aritmetica ponderata degli indicatori sintetici applicati ai beni alimentari e ai beni secondari di cui si e detto sopra. Il riferimento ai pesi in termini di valori relativi ci permette di considerare nell’analisi complessiva gli effetti della legge di Engel[16] e delle variazioni intervenute nel tempo nel paniere di spesa complessiva.
 I primi risultati quantitativi sulle misure di sobrietà
fanno emergere come ad un sostanziale recupero sul fronte dei generi alimentari,
si sia contrapposto un forte aumento nelle categorie di consumo più voluttuario,
un forte incremento che si è registrato a partire dall’anno duemila dovuto in
parte anche ad una componente inflattiva nel
passaggio euro-lira non adeguatamente ponderata dagli indicatori dei prezzi al
consumo forniti dall’Istat. Nel complesso si riscontra aggregando gli indici
sintetici del comparto alimentare e del comparto dei generi secondari un indice
normalizzato di sobrietà che manifesta una graduale
tendenza migliorativa nell’ultimo ventennio del secolo scorso, mentre registra
un’accentuata flessione proprio in questi ultimi anni.
La seconda dimensione verificata è stata l’equità,
intendendo con questa l’eguale tenore di vita che dovrebbe
caratterizzare la vita dei religiosi francescani tra le diverse fraternità della
stessa provincia Romana. Per misurare tale dimensione si sono riclassificati i
consumi correnti distinguendo le tipologie legate alla vita e all’attività
ordinaria dei frati, da tutte le spese connesse invece alla struttura o alla
particolarità dei servizi religiosi prestati. Dalle spese complessive sono state
così escluse le voci classificate come “tipiche”[17] ,
e si sono riportate sotto l’unica voce di costo definita genericamente come
“standard di vita” le diverse e comuni categorie contabili come: “alimentazione”,
“abbigliamento e biancheria”, “comunicazione e
attualità” , “consumi
ambientali”, “mobili e oggetti vari”, “salute”, “spese
personali”. L’equità viene misurata dalla semplice
applicazione dell’indice di Gini, che assume così valori pari a zero in caso di
perfetta uguaglianza e pari all’unità in caso di massima disuguaglianza, valore
in corrispondenza del quale una fraternità assorbe tutte le risorse disponibili
nell’entità a discapito di tutte le altre; il nostro indice di equità è ottenuto
come complementare dell’indice G[18] :
It = 1 – G = 1 - [ ∑i∑j | xi – xj | / n2 ] / (2 m )
dove:
t=1,…,n
| xi – xj | = indica la differenza assoluta tra
i livelli di consumo standard tra le coppie di fraternità i e j ,
m = media dei valori osservati.

Dalla tendenza dei valori assunti dal coefficiente possiamo
desumere alcune indicazioni utili per arrivare ad alcune conclusioni: il valore
dell’ uguaglianza oscilla mediamente tra l’80% ed il 40%, è un range di
variazione obiettivamente notevole in quanto il coefficiente non è applicato a
differenze di reddito ma a standard di consumo. Si nota una tendenza di fondo
decrescente dell’equità da almeno sette anni e quindi di aumento delle
disuguaglianze nel consumo e probabilmente anche nello stile di vita dei frati.
Per comprendere se il fenomeno di riduzione dell’equità
è dovuto a fattori positivi, cioè a scelte di vita radicali, è necessario
associare all’indice di equità anche l’indice di asimmetria. Applicando l’indice
di asimmetria possiamo comprendere se i valori discostano dalla media di consumo
verso l’alto (in corrispondenza cioè di standard di consumo più elevati e quindi
di modelli consumistici) oppure se viceversa i valori discostano dalla media di
consumo verso il basso (caso in cui per scelte di vita radicale abbiamo standard
di consumo inferiori): in questo ultimo caso l’indice di asimmetria assumerebbe
valori negativi. Procedendo al calcolo si è riscontrato che l’indice di
asimmetria in tutti i trentadue anni assume sempre valori positivi, e mai
negativi; da cui si può senz’altro dedurre che se c’è disuguaglianza, questa è
prodotta sempre da scostamenti di consumi che ordinariamente sono al di sopra
della media e mai al di sotto.
La terza dimensione sottoposta ad analisi è stata la misura
del grado di eticità delle fonti e dei mezzi di
sostentamento. I criteri adottati per ritenere una fonte etica sono determinati
dal grado di presenza dei seguenti caratteri:
attività lavorativa, gratuità, dipendenza
strutturale. Ogni voce d’entrata presenta in misura
diversa, tutti e tre i caratteri di cui sopra: per l’attività
lavorativa si tiene conto delle attività direttamente prestate per cui le
entrate sono classificate come retribuzione per il lavoro offerto – per esempio
l’intensità del lavoro sarà certamente più alta per le entrate classificate
sotto la categoria degli “stipendi da ministeri” piuttosto
che per quelle classificate sotto la “vendita di articoli religiosi”; si
comprendono sotto il carattere della gratuità
tutti gli importi che possono essere stati ricevuti a titolo di offerta da
benefattori, raccolte in chiesa, raccolte casa per casa; per esempio la presenza
di questa tipologia risulterà così più elevata nelle offerte elargite da
benefattori rispetto alle offerte fornite ad esempio per le intenzioni dei
defunti, anche se per entrambe questo carattere sarà più alto rispetto ai
redditi da lavoro. Con il fattore della dipendenza
strutturale si vogliono
ricomprendere tutte le forme reddituali di sostentamento che non provenendo
direttamente dall’attività dei frati presentano legami con le dimensioni
strutturali: per questo le entrate che ad esempio derivano da rendite
immobiliari, come gli affitti, saranno associate ad un tasso di eticità più
basso.
L’ indice così elaborato associa alla composizione relativa
delle fonti il relativo grado di variabilità e può assumere valori nel campo di
variazione compreso tra zero ed uno; esprimendo così sia la consistenza media
delle stesse, sia come questa è variata nel tempo. La variabilità è stata
espressa per mezzo di una semplice media ponderata dei coefficienti
di variazione dei flussi etici pesati attraverso le relative
consistenze. Nella formula sotto riportata la variabile Zt
agisce come fattore di sconto della
variabilità permettendo di esprimere in qualche modo la consistenza effettiva e
permanente nel tempo delle entrate etiche in rapporto
all’ammontare complessivo delle risorse medesime.
IEt = [ ( XLt / Xtot )t * e –zLt + ( XOt / Xtot )t * e –zOt
]
dove:
t=1,..,n
XLt / Xtot = rapporto di composizione delle entrate da lavoro
su quelle totali,
XOt / Xtot = rapporto di composizione delle entrate da
offerte su quelle totali,
ZLt = s
/ m = coefficiente di
variazione delle entrate etiche da lavoro,
ZOt = s
/ m = coefficiente di
variazione delle entrate etiche da offerte.
Il grafico evidenzia come l’ammontare delle entrate etiche
sul totale si sia mantenuto su una linea di consistenza in stabile crescita per
almeno venticinque anni e fino all’anno 2000, prima d’iniziare a subire una
consistente erosione avvenuta proprio in questi ultimi anni, e attribuibile
soltanto al cedimento delle entrate da lavoro, mentre la componente legata alle
offerte non ha subito decrementi di rilievo.
Ulteriore dimensione sottoposta ad analisi è stata quella
inerente la valutazione della conformità, delle strutture abitate dai frati,
alla povertà in relazione sempre ai tempi e ai luoghi di presenza. Il principio
di conformità è stato sintetizzato nel termine di
sintropia tra la vita della
fraternità e la struttura presso cui si dimora: con questo si vuole intendere la
capacità della fraternità di mantenere nel tempo un peso significativo
nell’ambito delle dimensioni strutturali (e quindi di visibilità anche esterna)
e altresì la capacità di sostenere da sé il peso della dimensione strutturale
abitata. Cioè in altri termini si ritiene etico che la fraternità provveda da
sola al suo sostentamento e non si sorregga invece attraverso le struttura, e
che questa comunque mantenga al livello dimensionale un peso che risulti
significativo e capace di esprimere qualcosa della
testimonianza evangelica a cui ci richiamano le fonti legislative, e non resti
invece troppo assorbita dalle dimensioni strutturali fino a scomparire in esse.
Visivamente se consideriamo un bilancio riclassificato secondo la distinzione
delle componenti contabili legate alla struttura ( Es ; Ss
) e quelle legate alla fraternità ( Ef ; Sf )[19]
potremo affermare una conformità ad eticità quando siamo in presenza delle due
seguenti relazioni:

dove:
t = 1,2…n
Ef = entrate da fraternità,
Es= entrate da struttura,
Sf= spese della fraternità,
Ss=spese della struttura.
In sostanza quando una fraternità è in grado di sostenersi
economicamente, senza ricorrere al sostegno della struttura e quando il suo peso
relativo in rapporto alle dimensioni strutturali dentro cui è inserita resta
significativo nel tempo e non si deteriora, allora possiamo ritenere l’andamento
conforme all’etica della povertà e considerare quella fraternità come capace di
attuare una interazione equilibrata e “sinergica” tra la dimensione
strutturale e quella connessa alla vita fraterna. Attraverso un indice sintetico
possiamo esprimere le due grandezze:
It = ( Xfrat/tot ) t * ( Ef / Sf ) t
dove:
t = 1,2…n
Xfrat/tot = peso medio relativa dei
flussi contabili della fraternità sul totale.
Ef / Sf = indice di equilibrio
economico della dimensione connessa alla fraternità.
Chiaramente questo indicatore può risentire di modifiche
strutturali nel vissuto dei religiosi e sul modo di abitare le strutture operate
nel tempo; per questo dovrebbe
essere valutato sempre in rapporto ad un valore specifico di Imax
da determinare a priori in relazione appunto alle
condizioni storiche e ambientali in cui le fraternità si trovano inserite.
Supponendo infatti una famiglia costituita da due religiosi che vivono in un
grande convento, é probabile che risulterà un indice di sintropia molto basso a
seguito del duplice fatto che la dimensione dei flussi originati dalla vita
fraterna possono restare completamente assorbiti dalla dimensione dei flussi
strutturali e che a tale evenienza si aggiunga poi una condizione in cui sono i
redditi da struttura che sostengono la vita fraterna, e non il contrario
(situazione riportata nello schema di cui sopra : fig. 2.2).
La rappresentazione grafica dell’indic e
evidenzia i seguenti risultati: l’indice presenta una sostanziale tenuta nelle
sue tendenze di fondo con miglioramenti graduali fino al 2000, dopo si nota un
recupero della dimensione strutturale rispetto alla dimensione legata alla
fraternità. Si segnala così che è ancora il lavoro dei frati a mantenere la
struttura e non viceversa; ma dall’altra parte l’erosione dell’indice in questi
ultimi anni sembra più che altro dovuta alla rapida caduta del peso relativo
della dimensione della fraternità avvenuta a partire all’incirca dall’anno 2000
e protrattasi almeno fino al 2005, tendenza dovuta principalmente al processo di
riduzione della numerosità media dei frati per convento (essendo le spese di
fraternità molto legate al numero medio dei religiosi che vivono nelle strutture
conventuali); diminuzione avvenuta sia per cause di morte legate all’ età, sia
per la mancata chiusura di alcuni conventi della Provincia.
La quinta dimensione, quella della
solidarietà, comporta
l’analisi del grado di restituzione delle risorse
monetarie accumulate nel tempo nelle diverse fraternità. La solidarietà viene
qui intesa come la restituzione di risorse destinate sia a favore di fraternità
bisognose all’interno della Provincia, sia a favore di situazioni di povertà e
di emarginazione. Per questo
possiamo dall’analisi contabile enucleare queste due macro-categorie:
- solidarietà interna: misura
l’entità della restituzione di ogni convento verso l’organizzazione centrale
(nel nostro caso la Provincia Romana).
- solidarietà esterna:
misura l’effettiva erogazione in denaro verso situazioni di disagio e di
povertà.
Per esprimere meglio l’intensità della restituzione sia
interna che esterna, è essenziale comprendere quante risorse sono state
effettivamente “restituite” in rapporto al valore complessivo di quanto
risparmiato e nel corso del tempo accumulato. E’ necessario quindi ragionare
anche qui in termini relativi e di vera e propria restituzione, per questo il
riferimento etico di questa dimensione è valutato attraverso questi i ndici:
Sol t / Acc t = Res t / Acc t * Sol t / Res t
(1)
(2)
dove:
t=1,2,…,n
Sols = solidarietà esterna erogata a favore dei
poveri,
Res = ammontare della restituzione complessiva:
interna più esterna,
Acc = ammontare delle risorse finanziarie accumulate nel tempo.

Il grafico in alto a sinistra riporta l’indice di
restituzione globale (1) che misura il totale delle risorse restituite rispetto
a quanto accumulato: si evince come l’indice di restituzione dopo una lenta
e continua erosione abbia negli ultimi anni invertito decisamente la sua
tendenza a seguito di una accresciuta sensibilità nei confronti delle situazioni
esterne di disagio e di povertà – questa indicazione è confermata dal secondo
indicatore che evidenzia come la componente di solidarietà verso l’esterno sia
cresciuta in modo considerevole dal 1996 in poi; per cui il tasso effettivo
medio di lungo periodo della solidarietà effettiva (cioè quanto effettivamente
devoluto a favore dei poveri rispetto alle risorse
accumulate) ha registrato una sostanziale crescita nell’ultimo decennio passando
da una soglia minima di circa il 5% ad una soglia di poco superiore al 15%.
Gli indicatori dell’ultima dimensione esaminata hanno lo
scopo d’indagare sul grado di stabilità
economica;
intendendo con questa non solo la capacità
di generare le risorse necessarie a coprire i bisogni e le necessità correnti ma
anche a fornire queste in modo relativamente diffuso e stabile nel tempo,
evitando così proprio l’esigenza di dover accumulare per rispondere
all’eccessiva insicurezza del futuro. Si ritiene compatibile con la dimensione
della povertà evangelica sia la capacità di generare le risorse necessarie a
sostenere il proprio stile di vita - evitando da una parte l’accumulo improprio
di mezzi finanziari, e dall’altra la dipendenza assistenzialistica da enti
esterni - sia la capacità di generare le risorse in modo relativamente stabile e
significativo nel tempo, intendendo con il termine di “stabile”
una fraternità capace di tenere i conti in ordine per
almeno tre anni consecutivi. Per questo si sono selezionati due indicatori,
riconducibili poi ad un solo indice di sintesi:
1) indice di contribuzione delle fraternità stabili:
IEt = [( Estab - Sstab ) / Sstab ] t
2) indice di diffusione della stabilità economica:
IDt = ( Xstab / X tot )t
Da cui otteniamo il seguente indice sintetico : ISEt = ( IEt * IDt )
dove:
t=0,1,…,n
Et = entrate
totali delle fraternità stabili.
St = spese
totali delle fraternità stabili.
Xstab =
numero fraternità con segno del saldo contabile positivo per almeno tre anni
consecutivi.
Xtot= numero
complessivo delle fraternità.
L’indice di diffusione è in progressiva e tendenziale
decrescita da circa quindici anni segno evidente di una crescente difficoltà a
gestire l’economia conventuale per tempi significativi – attualmente la media
tendenziale dei conventi che riesce a tenere in modo stabile e in ordine i conti
per almeno tre anni consecutivi è inferiore a tre unità su diciannove.
L’indice di contribuzione calcolato sulle fraternità definite
come stabili, evidenzia dopo il 1994 una situazione particolare caratterizzata
da una tendenza di fondo che progressivamente riduce i margini e allo stesso
tempo presenta una forte variabilità: segno evidente di una maggiore
precarizzazione dell’economia conventuale.
E’ importante ora raccogliere i risultati per arrivare a
tirare alcune conclusioni sulle diverse dimensioni. Riportiamo di seguito
distinto sempre per sessennio la tabella con la sintesi delle medie calcolate
sulle dimensioni di riferimento:
| Fig. 3.21
Dimensioni della Povertà Francescana
- valori %[20] normalizzati |
1975-1980 |
1981-1986 |
1987-1992 |
1993-1998 |
1999-2004 |
2005-2006 |
| Indice di Sobrietà |
25,7 |
35,2 |
32,3 |
41,3 |
33,7 |
33,5 |
| Indice
di Equità |
60,4 |
54,2 |
56,5 |
73,1 |
59,6 |
55,4 |
| Indice di
Sintropia |
38,5 |
48,7 |
68,4 |
66,2 |
61,5 |
43,0 |
| Indice di Eticità Fonti |
40,6 |
45,2 |
48,2 |
55,3 |
57,3 |
48,2 |
| Indice di Solidarietà |
18,9 |
12,7 |
6,8 |
11,9 |
19,8 |
30,0 |
| Indicate di Stabilità |
26,7 |
9,6 |
28,8 |
14,5 |
8,2 |
4,8 |
Si è valutato anche il grado d’indipendenza lineare degli
indici utilizzati : nel complesso si presenta un livello accettabile
d’indipendenza – la correlazione più forte risulta tra l’indicatore di sintropia
e quello di eticità delle fonti, una correlazione ovviamente positiva e
pari al 76%.
Attraverso il quadro degli indicatori si può opportunamente
rappresentare il cammino della Provincia Romana dei frati minori sotto il
profilo di una “povertà economica” con tutti i limiti già in precedenza
evidenziati.
L’indagine qualitativa
Il sistema degli indici etici sopra evidenziato segnala, ma
non spiega purtroppo; per tale motivo non c’è possibilità alcuna di valutare e
descrivere i fenomeni se non si comprendono le cause originarie di una
determinata evidenza. Per questo la ricerca quantitativa è stata integrata
attraverso un’indagine qualitativa complementare.
Nell’integrazione qualitativa dell’indagine si è valutata
l’opportunità di procedere attraverso semplici interviste nel rispetto delle
seguenti considerazioni: si sono selezionate per ciascuna dimensione tra le
tendenze più recenti quelle che presentavano caratteri particolari per la
rilevanza di scostamento o per il mutamento di segno; queste tendenze singolari
sono state poste in evidenza all’interno di uno schema di riferimento corredato
dai grafici e dalla descrizione delle singolarità emersa; per i soggetti da
intervistare si è selezionato un gruppo di religiosi frati minori appartenenti
alla Provincia Romana, che sono stati scelti secondo questi criteri: conoscenza
storica delle questioni in evidenza, sensibilità diversa rispetto al tema
(esempio una diversa percezione del concetto di povertà), capacità di riflettere
sui casi e di offrire una lettura di sintesi, esperienza maturata nell’ambito di
settori differenti (esempio dalla formazione, all’evangelizzazione, alla
cultura), disponibilità a collaborare al lavoro. Questo per evitare la
possibilità di una lettura troppo condizionata sia da sensibilità personali con
il rischio così di cadere in una interpretazione che si può definire come
“militante”, sia da prospettive operative particolari che possono condizionare a
priori l’osservazione di una data questione sotto un determinato aspetto[21] .
La prima questione sottoposta ad intervista riguarda un perché
legato all’andamento dei consumi per il settore dei generi secondari; tendenza
di lungo periodo che può essere distinta in tre grandi periodi di riferimento:
primo periodo stabile, un secondo periodo caratterizzato da una forte crescita
della sobrietà ed un periodo più recente dal 1997 in poi di decrescita. La
relativa stabilità dei consumi nel primo periodo (1975 – 1990) sembra da
ricondurre ad un contesto di riferimento più certo e definito rispetto a quello
attuale. La fraternità francescana sceglieva i valori da vivere con più
chiarezza rispetto ad oggi[22] , questi valori erano mediati e trasmessi alle
generazioni più giovani dai frati più anziani che erano molto attenti e
vigilavano affinché non si venisse meno nelle scelte individuali e comuni al
voto di povertà. Il modello di vita religiosa era un modello
ascetico-penitenziale che si caratterizzava per un forte controllo interno anche
implicito, e che era capace di censurare e indicare comportamenti ritenuti
sregolati o frutto di sole istanze individuali considerate come eccessive.
L’esistenza poi di codici di riferimento comuni, cioè consuetudini e norme non
scritte relative allo stile di vita, favorivano l’assunzione di una medesima
linea da adottare e una maggiore vigilanza e attenzione nelle scelte
di consumo.
La formazione inoltre più omogenea e impartita in età ancora
immatura favoriva l’introiezione di schemi e visioni che garantivano compattezza
e visioni comuni di vita religiosa. Il tutto poi favorito da un contesto sociale
molto più stabile e da un immaginario collettivo, anche esterno, che aveva
chiaro cosa erano i francescani e cosa era la loro vita religiosa e poteva
rimandare sempre segnali univoci in questo senso. L’identità comunitaria era
così in qualche modo garantita sia da riscontri interni che esterni. In quegli
anni poi il modello ascetico comportava da una parte un controllo dei consumi, e
dall’altra però la generazione di un risparmio che nel tempo si è tradotto in un
accumulo notevole di riserve finanziarie; accumulo che ha consentito
negli anni seguenti la concretizzazione delle ristrutturazione di diversi
conventi della Provincia, avvenuta tra la fine degli anni ’80 e la fine degli
anni ’90.
Nella seconda fase dall’inizio degli anni ’90 la crescita
della sobrietà sembra corrispondere ad un nuovo fermento e ad una riscoperta dei
valori fondamentali della vita francescana, non solo nella famiglia francescana
del Lazio ma in tutto l’Ordine; un’ inquietudine favorita da una nuova mentalità
e dal contributo offerto dallo studio e dalla riflessione giunta ormai alla sua
piena maturità sia sugli scritti che sulle biografie di s. Francesco, e
sostenuta dallo spirito delle nuove Costituzioni Generali. Entrambi richiamano e
avviano un processo di nuova sensibilizzazione al valore della povertà; la
riflessione sulla povertà entra così gradualmente proprio in questi anni nel
processo formativo della Provincia; gruppi convinti tentano prime risposte
concrete e nuove esperienze per tornare a vivere Regola, ma tuttavia risultano
tentativi fragili, di breve
durata, talvolta guardati con sospetto e comunque incapaci di trasmettere il
nuovo fermento al resto della famiglia.
Altra causa ricorrente che è stata indicata per comprendere
la tendenza migliorativa di questo periodo intermedio è più tecnica e sembra
riconducibile alla grande opera di ristrutturazione avviata dalla Provincia
all’inizio degli anni ’90. Opera avviata dentro un contesto come già detto
progettuale. Ogni grande processo di ristrutturazione comporta in avvio sempre
una contrazione dei consumi, sia perché molte spese sono rinviate al futuro (si
pensi semplicemente alle spese per il mobilio, per l’arredo e tutto ciò che può
essere funzionale nella casa), sia perché sono richieste risorse aggiuntive, e
quindi c’è una chiara propensione
al risparmio. Il colpo di coda del rinvio di queste spese infatti si avverte
negli anni successivi quando al termine della ristrutturazione si comincia a
mettere mano ai lavori di rifinitura, di arredamento e inevitabilmente anche di
ammodernamento, sia delle suppellettili per la casa, sia
nei mezzi di comunicazione sociale e questo è ulteriormente confermato dai dati
che segnalano una riduzione della sobrietà proprio a partire dalla fine degli
anni ’90.
Inoltre non possono non essere evidenziate tra
le cause esogene alla vita dei frati il forte impatto della secolarità sulla
vita fraterna; i ritmi esterni sono cambiati vertiginosamente nel giro di questi
ultimissimi anni, offrendo opportunità nuove di mobilità, di comunicazione, di
tecnologie a basso costo fino a pochi anni prima impensabili. Questo ha
comportato un cambiamento rapido di mentalità, che sembra aver spostato
contemporaneamente il riferimento cardine dei valori dalla fraternità alla
promozione del singolo individuo, orientando il modello ascetico-penitenziale
verso una maggiore apertura all’apostolato e alla solidarietà: la concomitanza
dei due aspetti giustifica nella maggior parte dei casi i maggiori consumi
indotti sia dalla necessità di una maggiore mobilità che di accresciute esigenze
comunicative. A questo si accompagna poi la crisi del sistema organizzativo
interno: la veloce diminuzione dei frati nella Provincia negli ultimi anni (graf.
4.3), una normativa interna ormai incapace di sostenere i ritmi di mutazione
imposti dall’ambiente esterno, l’inadeguatezza del modello
strutturale interno che mancando di flessibilità genera burocrazia accumulando
più ruoli sulle stesse persone e avviando processi che nel tempo portano alla
disaffezione, allo scadimento nella qualità delle prestazioni, alla
deregolamentazione interna e favoriscono atteggiamenti che si caratterizzano per
un maggiore individualismo, reso evidente da gestioni troppo
personalizzate di alcuni ambiti.

Ulteriore motivazione emersa nell’indagine, forse più
psicologica che sociale, sembra
risiedere nella percezione di appartenere ormai ad un organismo morente:
il grafico (graf. 4.3) evidenzia la singolarità
storica che stiamo vivendo, la realtà e la drammaticità di chi giorno per giorno
vede e continua ad assistere alla scomparsa dei propri fratelli, e si ritrova ad
abitare in ambienti sempre più vuoti , spopolati e deserti; per cui ci si
chiede: “che senso ha una destinazione delle risorse per il futuro, se il
futuro non c’è più?”. Anche qui è il segno di un comprensibile ma
preoccupante deficit di speranza che sta attraversando la vita religiosa –
questo segno si aggrava tanto più se si accompagna anche ad un generale
senso d’insoddisfazione
della vita, insoddisfazione che spinge alcuni alla ricerca di appagamenti
consumistici, piuttosto che vivere nella disponibilità di
ricevere la gioia come dono: dono che è sempre il frutto della scelta di viver
il vero senso della relazione con il Signore.
Altra questione sottoposto ad approfondimenti riguarda il
tema dell’equità tra le fraternità della Provincia – il graf. 3.20 sopra
riportato evidenzia come nel ventennio che va dal 1975 al 1995 l’equità sia
rimasta sempre intorno a valori medi vicini al 60%; valori inferiori alle
aspettative e alle performance poi registrate negli anni più recenti. Le
interviste su tale aspetto hanno fatto emergere posizioni differenti: una
prospettiva afferma che la disuguaglianza esisteva ma non costituiva
assolutamente un problema perché era assunta dall’istituzione al livello
centrale; le sperequazioni se c’erano in qualche modo venivano assunte al
livello di Provincia; quest’ultima fungeva da stanza di compensazione
permettendo così il ricircolo delle risorse eccedenti all’interno, a favore di
situazioni conventuali dove maggiore era il disagio e la povertà; anche i frati
erano formati a questo e sapevano che potevano essere collocati periodicamente
sia in fraternità economicamente floride, sia in fraternità povere, per tempi
predeterminati.
Un’altra lettura interpreta invece questo periodo di
disuguaglianza storica come il frutto residuo della logica delle
ex-province (riformati e osservanti) che, anche se superato formalmente e
giuridicamente con l’unione, non risultava però ancora del tutto superato nella
mentalità dei frati; per cui ne consegue che se c’era solidarietà era solo di
tipo politico o amicale, tra compagni appartenenti alle medesime realtà di
provenienza non certo quindi una situazione idilliaca o da rimpiangere.
Si riconosce in entrambi i casi tuttavia come fondamentale il
ruolo e la capacità del Provinciale nel chiedere la restituzione
delle risorse eccedenti; pratica necessaria al fine di favorire una maggiore
equità e quindi la successiva redistribuzione dei mezzi.
Si comprende invece l’aumento dell’equità negli anni
1991-1997 grazie proprio alle capacità e alla forte spinta ideale data in modo
particolare dai Provinciali; è sentito infatti in modo più forte rispetto al
passato il tema dell’equità; come anche la necessità di dotarsi di strumenti di
ridistribuzione delle risorse eccedenti: nasce in questi anni l’idea di una
tassazione comune ( il 10% sulle entrate totali ) nella prospettiva di arrivare
poi in futuro al fondo comune. Sono anni così, come già detto in precedenza,
caratterizzati da una forte spinta e accento sui valori, c’è entusiasmo e si
portano nuove idee. L’applicazione della
tassa comune del 10%
tuttavia allo stato dei fatti, sembra oggi non aver poi favorito più di tanto
quella presa di coscienza e quella maggiore disponibilità che ci si attendeva,
specie verso una contribuzione solidale delle risorse e una maggiore uguaglianza
nel tenore di vita tra le case, e questo per motivi differenti: molti conventi
la sentono ancora fortemente sperequativa perché colpisce indiscriminatamente
tutti anche chi è in difficoltà economica; per altri le fraternità che stanno
meglio l’hanno vissuta come uno sgravio della propria coscienza alla
contribuzione comune, per cui offerto il contributo prestabilito, in coscienza
non si era tenuti a dare di più.
La crescita della disuguaglianza in questi
anni più recenti è motivata in parte per le cause sopradette e in parte per una
corrispondente crisi di autorità e nel valore tipico dell’obbedienza che investe
trasversalmente tutta la vita religiosa, non solo quella francescana: un
provinciale oggi può incontrare difficoltà a chiedere la restituzione di somme
eccedenti, e questo in passato era l’unico strumento che, come visto, garantiva
l’assorbimento delle differenze economiche a favore di una distribuzione più
equa tra le case. Emerge così secondo alcuni un nuovo tipo d’individualismo,
non più solo personale, ma anche di fraternità: comunità che
egoisticamente pensano alle proprie attività pastorali, alle proprie necessità e
ai propri progetti di solidarietà, svincolandosi dai legami di responsabilità
con le altre entità.
E’ stata sottoposta ad intervista anche la questione
riguardante il peso economico delle strutture abitative che nel tempo è
risultato sempre più consistente, generando una difficoltà progressiva al
mantenimento delle medesime. Tutti gli intervistati hanno riconosciuto
l’evidenza del problema perché già sentito come una questione alquanto spinosa
per differenti motivi. Nella rilettura della storia passata emerge che le
strutture sono state sempre importanti per i frati e per il loro cammino. Nella
storia più recente si riscontra la notevole attenzione dei frati nel renderle
sempre più efficienti e vivibili, soprattutto per quelle caratterizzate da una
forte memoria storica legate alle origini e per quelle connesse alle fraternità
responsabili della formazione iniziale; questo processo di rinnovamento
strutturale fu reso possibile grazie al lavoro di frati giovani e adulti
operanti in diversi ambiti e settori, al contributo e alle donazioni di laici
facoltosi anche terziari, al lavoro instancabile dei frati cercatori; tutto
questo ha contribuito in modo sostanziale al rifacimento di strutture in
disfacimento. Con l’inizio degli anni ’90 questo corso è cominciato a venir
meno, la diminuzione rapida delle vocazioni e l’innalzamento dell’età media,
l’impossibilità di restare dietro ai veloci ritmi di cambiamento della società
civile hanno determinato il crollo del lavoro, almeno quello svolto nell’ambito
delle professioni e dei mestieri. Questa repentina diminuzione ha contribuito a
determinare una progressiva fatica nel mantenere economicamente i conventi, e
allo stesso tempo ha comportato notevoli sprechi di risorse, perché mentre si
ristrutturava erano già in atto quelle tendenze che avrebbero reso, di lì a
poco, inutili quelle opere di
ammodernamento con un conseguente dispendio enorme di energie fisiche ed
economiche.
Ci si chiede come mai è avvenuto questo? Sembra che il
problema di fondo sia legato ad una prospettiva storica all’interno della quale
il convento ha rappresentato per i frati e rappresenta ancora oggi il segno
attraverso cui avviene l’identificazione più chiara e tangibile della propria
identità e della propria vita: opera quindi un forte ideale, retaggio del
passato, che porta a mettere mano ad un convento in modo sempre totale, e a non
accettare la possibilità che neanche una minima parte di esso risulti
sacrificata, persa, per cui si ristruttura anche se poi nei fatti alcune parti
resteranno inutilizzate. Non si comprende infatti come mai non si tiene conto
del fatto che i frati in sette secoli di storia le hanno sempre trasformate
secondo le loro esigenze ed oggi questo sembra non essere più possibile? Una
probabile risposta è che sia all’opera ancora oggi, come del resto in passato,
un’immagine dei conventi
quasi santificata, idealizzata, mitizzata che fa delle
strutture qualcosa d’intoccabile; anche questo può aiutarci a comprendere i
perché di un tema che non si riesce ad affrontare serenamente; forse è
necessario accettare di camminare dentro un doloroso processo di demitizzazione
che consenta e autorizzi finalmente a pensare le strutture in modo nuovo –
questa resistenza implicita si manifesta del resto non soltanto in vista della
possibilità di lasciare un convento, ma anche come attrito di fronte
a qualsiasi cambiamento o riqualificazione degli stessi.
Oltre al dispendio economico, c’è poi il problema connessoall’assorbimento in termini
di presenza che le strutture esigono; i conventi sono stati sempre pensati
per cubature medie di venti frati circa, concepiti per
contesti storici molto differenti rispetto a quelli che attualmente stiamo
vivendo – vivere in tre o quattro frati all’interno di spazi enormi, rende
difficile anche incontrarsi, comporta la difficoltà a muoversi insieme come
fraternità perché il convento non può essere abbandonato, implica altresì
l’impossibilità di assumere responsabilità e lavori all’esterno, una maggiore
difficoltà della fraternità a ritrovarsi, ed è ovvio che alla fine ne risenta in
generale la creatività stessa del carisma; non si è poi immuni dalla percezione
psicologica di essere ormai dentro uno spazio non più vivo, ma ormai morente con
inevitabili ripercussioni sul senso della propria identità e della propria
scelta di vita.
In merito alla valutazione etica delle fonti di sostentamento
– emerge dall’indagine quantitativa la crisi della dimensione del lavoro come
mezzo primario delle nostre entrate; la riflessione sottolinea come subito dopo
il Concilio Vaticano II, ci fu una grande spinta ideale alla liberalizzazione e
al riconoscimento di tutte quelle energie e quelle forze, che negli anni del
dopoguerra si erano indirizzate con forza verso l’ impegno sociale; impegno
svolto in modo diretto nel mondo del lavoro (si pensi al fenomeno dei preti
operai): anche la nostra Provincia sull’onda di questa nuova
apertura riscoprì la dimensione del lavoro in tanti settori anche laici,
dall’insegnamento nelle scuole, all’attività artistica, alle professioni e ai
mestieri di vario genere, ai lavori manuali, potendo disporre di personalità
anche di spicco in ambiti diversi. Con il passare degli anni, un po’ per
l’aumento dell’età media dei frati, un po’ per la crisi delle vocazioni, si è
gradualmente introdotta una mentalità idealistica e sempre più rivolta verso
l’interno, per certi versi autoreferenziale, che ha operato ad un duplice
livello: in prima analisi emerge la causa di un effetto di spiazzamento del
concetto più ampio di lavoro, con l’idea che il lavoro dei frati è solo il
lavoro pastorale e questo deve necessariamente
coincidere con quello; in seconda battuta si sottolinea come l’idealizzazione
(soprattutto negli ambiti formativi) del concetto di povertà ha portato ad un
disimpegno verso le forme remunerate di lavoro; questa idea tende infatti sempre
più a collimare con il pensiero che l’unica vera povertà possibile è quella che
ti priva di ogni sostentamento: idea che se da una parte è straordinaria e degna
di lode, dall’altra è del tutto sganciata dalla realtà e comunque diversa
dall’archetipo evangelico della Regola che afferma che è dal tuo lavoro che ti
viene il sostentamento, e se non ti viene, allora ricorri alla “mensa
del Signore” (l’elemosina).

L’ipotesi sullo spiazzamento del concetto di lavoro
professionale e di mestiere a favore del solo lavoro pastorale
è pienamente confermata dalle serie storiche che dimostrano come la quota del
lavoro professionale rispetto al lavoro totale (lavoro professionale più lavoro
ministeriale) fosse a metà degli anni ’70 ad un livello ampiamente superiore al
60% e ciò significa che la contribuzione proveniente dal lavoro non pastorale in
termini di reddito era più del doppio della contribuzione del reddito
proveniente dalle attività ministeriali. Il grafico (graf. 4.7) mostra una
repentina caduta proprio negli anni in cui è sembrata più forte la spinta
idealistica del concetto di povertà. Resta però da comprendere se questo
spiazzamento sia effettivamente dovuto ad una nuova mentalità oppure sia
originato dalla diminuzione numerica dei frati che gradualmente di fatto hanno
preferito concentrare le proprie energie verso il lavoro
pastorale ritenuto comunque prioritario.
Dentro questa prospettiva si aggiunge poi la necessaria
politica del ridimensionamento delle case, dovuta alla crisi delle vocazioni
e alla diminuzione dei frati, che ha portato in pochi decenni alla
chiusura di circa quaranta parrocchie che garantivano comunque sia entrate da
lavoro pastorale, che offerte (e di queste certamente si sono lasciati i
conventi e le parrocchie che garantivano gli introiti più alti).
Gli effetti della diminuzione del numero di religiosi francescani
ha comportato poi anche uno squilibrio dovuto ad un eccesso di lavoro verso
l’ interno conseguenza della generale riduzione dei frati presenti nei
conventi; luoghi che comunque devono continuare
ad essere custoditi, tenuti in ordine e mantenuti in uno stato di abitabilità.
Per tale ragione diviene sempre più difficile svolgere qualunque attività
lavorativa esterna, a meno di dover ricorrere all’assunzione di personale, come
in diversi casi si è verificato. Anche la struttura organizzativa della
Provincia e delle Case ha mantenuto i ruoli e gli incarichi tradizionali che
aveva nel passato, arrivando a concentrare spesso
mansioni diverse sulla stessa persona;
questa molteplicità d’incarichi e di ruoli, sembra portare nel tempo ad una
progressiva deresponsabilizzazione, alla delegittimazione delle forme di
controllo, all’inevitabile de-qualificazione delle attività per l’impossibilità
oggettiva di perseguire una qualunque specializzazione; in concomitanza invece
il mondo esterno si orienta sempre più verso forme di lavoro caratterizzate da
alta specializzazione e da grandi investimenti in termini di formazione, di
professionalità, e di necessari aggiornamenti, cosa che per tutto quanto detto
sopra, un frate riesce difficilmente a mantenere e
garantire.
In merito al tema della solidarietà verso i poveri sono state
sottoposte ad intervista le ragioni del forte incremento registrato dall’indice
in questi ultimi anni. Il primo aspetto che emerge è che la lettura storica del
dato deve tenere conto del fatto che in passato i codici di riferimento in
vigore non permettevano l’annotazione delle somme donate per solidarietà nei
registri contabili, se non entro determinati limiti, al di là dei quali non era
adeguato andare; questo non significa che non c’era solidarietà, soltanto che
non si registrava perché era ritenuta una modalità non conforme alla prassi in
vigore presso i frati minori; operava in qualche modo un riferimento implicito
che suonava un po’ cosi nella mentalità comune: “se è vero che noi siamo
poveri, i poveri non danno ai poveri” e tutto veniva gestito
extracontabilmente, il più delle volte di nascosto, non senza un certo pudore, e
comunque non se ne parlava. Siamo così alle prese con un sistema di cose molto
diverso da quello attuale, una struttura dove vigeva un forte controllo
dell’autorità centrale, dove i legami tra le fraternità, anche se formali, erano
comunque garantiti, e dove non c’era tutta l’autonomia e la liberalità di fare e
di dare che c’è oggi, e se c’era questa avveniva di nascosto. Molti dei proventi
raccolti periodicamente poi dai provinciali erano destinati da questi,
attraverso canali ufficiali, al sostentamento delle proprie missioni all’estero
o reinvestiti in progetti di sviluppo di nuove presenze in zone povere. Oggi
chiaramente il superamento del modello ascetico-penitenziale di vita religiosa
se da una parte ci rende più secolari e mondanizzati, dall’altra ci mette in
contatto con un mondo che manifesta sempre più i suoi disagi e le sue povertà, e
che interpella ad una maggiore responsabilità e condivisione, invitandoci a
stare in rapporto solidale con la realtà che ci circonda.
Altre motivazioni emerse nelle interviste, a conferma di
questa maggiore sensibilità, la riportano invece
all’enorme sforzo formativo
fatto in questi ultimi anni non solo al livello locale, ma a tutti i livelli
dell’Ordine. In merito al fatto che si tratta comunque di una solidarietà in
denaro emerge chiaramente che molto di quello che si fa non può ovviamente
risultare dai registri; l’accoglienza di un povero è sempre qualcosa di scomodo
che interpella, che chiedi responsabilità e che porta ad entrare dentro il
problema dell’altro; ma qui più che il denaro sembra essere il
tempo speso per
l’altro la vera nuova solidarietà.
Ultima questione forse la più critica riguarda l’indice di
stabilità economica che dal 2000 in poi è sceso tendenzialmente sotto il 10%,
manifestando così come l’economia dei frati francescani non consente più oggi,
un reperimento stabile e affidabile nel tempo delle risorse necessarie per
vivere e per sostenere le attività pastorali.
Nella prospettiva storica dell’analisi si sottolinea come i
frati sono comunque figli di una mentalità e di una cultura che fino ad almeno
un decennio fa era fortemente improntata al risparmio; nei conventi si faceva
attenzione all’uso e al consumo delle cose anche più semplici e di basso costo;
i frati anziani come già detto per la dimensione della sobrietà si facevano
garanti del rispetto di un codice informale che era lo stesso codice in uso
nelle famiglie di provenienza (generalmente operaie e contadine); consuetudini,
comportamenti, stili d’immediata comprensione, che suonavano familiari, senza la
necessità di nessun particolare apporto formativo – la maggiore stabilità
residenziale dei frati e soprattutto dei frati economi favoriva inoltre la
salvaguardia delle risorse e dei beni comuni per cui non si poteva comprare con
molta liberalità, non si poteva trattenere il denaro anche se solo per pochi
giorni, non si poteva spostare il mobilio a proprio piacimento, questo favoriva
la conservazione e quindi in qualche modo una maggiore stabilità
nell’amministrazione delle risorse anche economiche – la casa era sentita come
di propria appartenenza molto più che ai nostri giorni dove i maggiori
spostamenti e la maggiore mobilità creano una sorta di distacco mentale
dall’ambiente in cui si vive.
Da più parti si sottolinea poi come oggi troppo spesso gli
economi mancano di una formazione appropriata e
specifica adatta al ruolo che
rivestono, per cui molto è gestito dentro l’ottica di una economia semplicistica
incapace di garantire un’ attenta programmazione della spesa e un’adeguata
animazione per il reperimento delle risorse necessarie. In effetti
sembra che il ruolo sia limitato oggi alla figura di colui che “non deve far
mancare niente ai frati” e che
deve tener il quaderno delle entrate e delle spese, mentre resta in ombra
l’attività dell’economo come custode delle risorse e dei beni comuni, come
animatore della fraternità nella programmazione, nella gestione e nell’ uso dei
mezzi adeguati per provvedere a tutto ciò che è indispensabile per l’attività
pastorale e di evangelizzazione.
Ulteriori problemi si riscontrano nella eccessiva presenza di
economie individuali; per
intendere con ciò tutte quelle economie che transitano per vari motivi fuori
dalla contabilità ordinaria; a questo si ricollega il fatto che negli ultimi
capitoli provinciali si è sempre di più dilatata la possibilità di spendere
individualmente, autorizzando i guardiani dentro limiti di somma sempre più
alti; implicitamente è sembrata un’ulteriore svalutazione del capitolo locale
come luogo precipuo per decidere e programmare insieme spese di una certa
rilevanza e per il bene comune di tutta la fraternità.
Altro aspetto che emerge nelle interviste è dato anche
dall’atteggiamento di eccessivo garantismo della Provincia nell’offrire
copertura economica per qualunque evenienza; questo non aiuta a
responsabilizzare verso un’attenta amministrazione del denaro, non ci può essere
infatti limite o attenzione ulteriore se poi si sa che se si spende oltre le
proprie possibilità alla fine ci sarà sempre qualcuno che in qualche modo
interverrà a sostenerti.
La costruzione di un indice geneale
della “Povertà Francescana”
Per arrivare ad un indice generale della “Povertà
Francescana” a partire dalla disponibilità degli indicatori per le sei
dimensioni rilevate è necessario passare attraverso la definizione di un peso da
attribuire a ciascun ambito sopra esaminato.
L’attribuzione di un peso significa introdurre un giudizio di valore sulla
dimensione in rapporto al concetto studiato – ma il non attribuire pesi o
attribuirli tutti uguali non aggira il problema in quanto comunque si tratta di
una scelta che definisce a priori
un certo ordine di valutazione e questo non è mai indifferente ai fini poi di un
eventuale giudizio di merito. Per sottrarsi ad una inevitabile attribuzione
soggettiva dei pesi si è previsto al termine di ogni intervista di
chiedere agli attori coinvolti di esprimere un giudizio sul peso
che ogni dimensione potrebbe assumere all’interno di un super-indice di sintesi.
La disponibilità di pesi effettivi ottenuti dalle interviste
ci ha permesso così di calcolare una media ponderata delle sei dimensioni per
arrivare ad un indice generale del tema in oggetto. Con ciò si è voluto
esprimere la possibilità di dare uno sguardo di sintesi e d’insieme sul cammino
della Provincia di questi ultimi trentadue anni della sua vita. Essendo già i
singoli indicatori normalizzati abbiamo idealmente anche un riferimento
parametrico per una valutazione non solo relativa al tempo decorso, ma anche
assoluta sul valore assunto dall’ indice in sé.

Un primo sguardo al grafico (graf. 4.9) evidenzia un lungo
e progressivo miglioramento nel tempo ben espresso dalla tendenza di fondo della
media mobile che ha raggiunto il suo massimo intorno al Giubileo del 2000, per
poi invertire il segno proprio in questi ultimi anni. Il perché di questo in
parte e già stato detto da tutto ciò che è stato espresso nelle interviste, e i
risultati manifestano motivazioni che sono in parte interne alla famiglia
religiosa, ma in parte anche esterne e comunque riconducibili a quelle cause
rilevanti legate all’impatto forte e deciso delle dinamiche provenienti anche
dalla società esterna. Nell’insieme comunque dobbiamo essere sereni per come la
provvidente mano del Signore ci ha accompagnato e ci guida attraverso la storia
e in modo particolare in questa fase caratterizzata da un passaggio così critico
e particolare, che non ha memoria di precedenti nella nostra vita francescana di
frati minori del Lazio e forse della vita religiosa in generale.

Delle sei dimensioni mostrate alcune chiaramente si
richiamano a componenti legate al
carisma, altre invece sembrano più inerenti ad aspetti istituzionali. In effetti
sembra importante evidenziare come la stabilità economica, l’equità nel tenore
di vita tra le fraternità, e la sintropia tra fraternità e struttura, sono
espressioni di caratteri che hanno a che fare più con l’istituzione che con il
carisma, cioè con tutto ciò che deve essere stabile, equo, omogeneo, e visibile
nel tempo; mentre senza dubbio le dimensioni della sobrietà, della solidarietà,
e dell’eticità delle fonti sono più direttamente
riconducibili a componenti relative al carisma dei religiosi francescani. Se
isoliamo le due parti e calcoliamo due indicatori di sintesi con riferimento
alle componenti istituzionali e a quelle carismatiche, accettando in questo caso
l’uniformità dei pesi (ipotesi che
accettiamo per semplicità) abbiamo un grafico (graf. 4.10) che evidenzia come il
miglioramento dell’indice generale sia dovuto dall’87 al ’95 al contributo delle
dimensioni legate all’istituzione, mentre solo dal ’93 al 2000 all’apporto di
componenti connesse al carisma; crescita dovuta proprio a quella spinta ideale
maturata negli anni precedenti e che si era tradotta in parte in una maggiore
sensibilità soprattutto a favore dei poveri, e in parte in una costante
attenzione alla dimensione etica delle entrate.
La crisi attuale invece sembra riconducibile grosso modo alle
componenti strutturali e istituzionali: la maggiore precarietà, la riduzione dei
frati e il sovradimensionamento delle strutture, un aumento della disuguaglianza
dovuta alle difficoltà crescenti a riscoprire legami di solidarietà interna;
aspetti prima invece demandati ad un contesto che favoriva l’autorità centrale
nell’esercizio delle sue funzioni di amministrazione e di controllo, e dove
anche l’ambiente favoriva l’elaborazione e la trasmissione tra i
frati di codici di riferimento relativamente stabili, comuni e condivisi da
tutti; fattori questi indispensabile nell’aiutare a definire aspetti che
andavano dalla gestione delle cose concrete della vita, all’uso dei beni,
dal lavoro, allo stile di vita e quanto altro: codici oggi saltati per i motivi
già analizzati in precedenza. Ci sembra quindi che nel complesso la crisi
corrente sia anche dovuta all’impatto forte della post-modernità sulla vita
religiosa e in particolare proprio su quelle componenti che mirano a garantire
stabilità, visibilità, ordine interno.
Alcuni effetti della post-modernità sulle dimensioni della povertà
francescana
Riflessioni particolari e circostanziate meritano le
considerazioni precedentemente
fatte sulle difficoltà attuali che attraversa la vita francescana come in
generale un po’ tutta la vita consacrata; la sofferenza che gli indici sintetici
segnalano sulle dimensioni prima evidenziate, non nascono soltanto all’interno
del sistema, ma sono anche il segno di effetti di provenienza esogena che
comportano ripercussioni e ridondanze negative in vari ambiti. Le tensioni e i
cambiamenti in atto sono così veloci infatti da creare disorientamento,
incertezza, confusione; così decisioni che sembrano risolutive nel giro di
brevissimo tempo risultano già essere desuete, e così si procede a tentoni
sempre tentati tra “Scilla e Carridi”
ovvero dall’irrigidimento, dal rifugiarsi in forme più arcaiche di vita
religiosa che promettono sicurezza, oppure dalla fuga nella mondanità pur di
riempire di qualcosa l’insopprimibile mancanza di senso.
Un primo processo che abbiamo esaminato è il processo di individualizzazione
a cui si addebita nella società attuale l’effetto di aver rimosso dalla
coscienza individuale il senso comune dell’essere cittadino, cioè della
possibilità di abitare uno spazio sociale sancito da un legame di responsabilità
e di solidarietà a favore del bene comune[23] . Quello che un tempo era delegato alla
ragione come dote della società umana ed esercitato in senso collettivo per il
bene di tutti, oggi risultato frammentato e demandato all’individuo che ha così
il diritto di selezionare e scegliere in modo assoluto il proprio stile di vita
e il proprio modello di felicità. Tutto questo si ripercuote chiaramente in modo
diretto sulla vita fraterna che rischia di essere soltanto il luogo necessario
da cui attingere le risorse per diventare sempre più individui e realizzare il
proprio progetto di vita, dentro uno spazio dove anche l’autorità sembra non
avere più alcun potere di legiferare su questo[24] . I codici di riferimento comuni
infatti avuti, elaborati e trasmessi negli anni da una generazione di frati
all’altra, si sono oggi irrimediabilmente infranti ed avviene così che lo spazio
sociale della dipendenza e della condivisione della vita ne soffra e venga
gradualmente eliminato in nome di una maggiore autonomia e di un maggior peso
attribuito invece agli interessi, ai fini e alle modalità di vita private.
L’assolutizzarsi dell’istanza individuale sembra poi
aggravata dal concomitante dispiegarsi di un altro processo definito come di
deregolamentazione tipico
dell’età globale che attraversiamo: la crisi dell’autorità. Questa si presenta
così anche come una crisi dell’ordine, della politica e della sua capacità di
regolamentare il bene comune e di poter tornare a gestire la dimensione pubblica
della vita, di poter ridefinire in qualche modo l’etica su cui si fonda e si
basa ogni convivenza civile, affinché i singoli tornino ad abitare lo spazio
sociale e a riassumere quegli obblighi che da semplice individuo ti rendono
cittadino responsabile della fraternità in cui vivi.[25]
Dietro questo ulteriore cambiamento possiamo intuire il processo in atto come
capace di generare una maggiore differenziazione
e disomogeneità nei tenori di vita delle fraternità, evidenziando così la
possibilità di una nuova forma d’individualismo circoscrivibile in quello che
può essere definito come un individualismo di fraternità, che si colloca al
livello intermedio tra lo spazio pubblico e lontano di una fraternità
provinciale, e lo spazio intimo dell’individuo e della sua vita privata; e
questo non solo per ciò che può riguardare le scelte di consumo ma anche nelle
scelte di solidarietà, che risultano così sempre meno pubbliche, sempre meno
“provinciali”, sempre più della singola fraternità, sempre più individuali.
Anche il processo di deregolamentazione
in atto è l’ulteriore conseguenza di questa fuga generale dalla politica come
mezzo di per regolamentare il bene comune.
Non mancano poi gli effetti dovuti ai processi di
delocalizzazione attraverso cui
la dimensione locale degrada inevitabilmente sotto l’effetto duplice della
diffusione della mobilità e della comunicazione. Oggi le possibilità offerte
grazie alla trasmissione con mezzi elettronici dell’informazione rendono il
trattamento della notizia extraterritoriale molto più veloce e competitivo
rispetto alla notizia che nasce in ambito locale e all’interno dello scambio
intracomunitario; basta infatti un clic dalla tua stanza è sei connesso al
cyberspazio globale a 100 Mbps, mentre l’informazione locale è molto più lenta e
ha costi molto più alti restando relegata ai mezzi tradizionali della riunione e
della conversazione.[26] .
L’uso di internet e dei telefoni cellulari fonda
la possibilità nuova di appartenere ad una comunità, di associarsi ad essa
nell’ambito di rapporti occasionali che risultano essere socialmente meno
impegnativi e più flessibili rispetto alla possibilità di stabilire un rapporto
durevole, frequente, intenso; così alla prospettiva di costruire ed investire a
lungo termine in una relazione fatta di fiducia, di lealtà e dedizione
reciproca, dove la prossimità fisica diventa indispensabile per costruire la
base di una vera comunione spirituale, si preferisce il rapporto occasionale
molto più semplice da gestire e con costi materiali e affettivi di disimpegno
decisamente inferiori.
La riduzione poi dei costi della mobilità fisica sembra fare
il resto ed il vero povero non è più il nomade
cioè colui che può sempre cambiare, adattarsi, spostarsi,
ma il sedentario, cioè colui
che è costretto comunque a restare e non ha la possibilità e le risorse per
muoversi e per modificare la propria posizione all’interno
di un contesto dove invece tutto cambia. E’ evidente
come la crisi si manifesti ancora di più
dentro un contesto come il nostro dove alla diminuzione dell’intensità delle
relazioni locali per effetto dei processi sopra descritti, si accompagna anche
una diminuzione della presenza relativa dei frati: è difficile così sempre di
più incontrarsi nella vita fraterna e non solo fisicamente, come è difficile
sempre di più costruire e stabilire relazioni che siano significative e durature
nel tempo; in una parola: spirituali.
Colpisce come l’impatto critico dovuto ai processi tipici della post-modernità
che hanno portato e stanno portando anche alla diminuzione delle vocazioni, alla
crisi dei valori e ad una crisi generale dell’identità, sia interrelato con gli
effetti interni al sistema vita-religiosa; effetti che mettono in atto delle
circolarità che amplificano le negatività provenienti dall’esterno, come quello
ad esempio che emerge a partire dalla svalutazione dei luoghi di vita, che va a
toccare l’intensità delle relazioni personali e che influenzando criticamente la
vita fraterna dall’interno, va ad aggravare ulteriormente la crisi d’identità
con la conseguenza di portare poi nel tempo ad un duplice effetto: o
all’abbandono (con ulteriori ricadute in termini di diminuzione di presenze) o a
sfogare la propria insoddisfazione esistenziale in uno stile di vita sempre più
consumistico e quindi inevitabilmente meno sobrio.
In conclusione quello descritto sembra un quadro dalle tinte
fosche e senza alcun spiraglio di luce e di speranza, ma la crisi che
attraversiamo è la crisi
dell’istituzione, è la crisi del sistema delle garanzie, e tutto questo avviene
così a vantaggio di un carisma che appare per la prima volta nella possibilità
di essere finalmente liberato non tanto dalle strutture, ma da quelle
sovrastrutture ideologiche e culturali che ormai hanno compiuto il loro tempo, e
mentre tutto ciò avviene, l’impressione che si ha e che spaventa davvero, è
quella di avvertire a questo punto chiaramente come la storia ci riconsegni la
responsabilità di abitare una libertà così ampia e allo stesso così vulnerabile,
da offrire finalmente la possibilità di tornare a vivere il Vangelo in una sua
genuina e primigenia freschezza.
NOTE:
[1]
Su internet al sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_francescano.
[2]Cfr.
Vivere il Vangelo – Francesco d’Assisi
ieri e oggi, A. Rotzetter, W. Van
Dijk, T. Matura, Ed. Messaggero
di Padova, 1983, p. 86.
[3]Cfr.
Il francescanesimo tra
idealità e storicità,
S. Nicolosi, Ed. Porziuncola, Assisi,
1988, p.17.
[4]La
Provincia Romana dei SS. Apostoli Pietro
e Paolo si estende su di un territorio
giuridico che coincide con i confini
geografici della regione Lazio.
[5]Cfr.
Povertà Francescana,
M. D. Lambert, Edizioni Biblioteca
Francescana, Milano, 1995, pp. 90-91.
[6]Povertà
francescana,
p. 58.
[7]Povertà
francescana,
p. 241.
[8]
Il Piccolo Principe, A. de
Saint-Exupery, Bompiani, Milano, 1988,
pag. 98.
[9]Cfr.
Costituzioni Generali O.F.M., art. 8
comma 3.
[10]Cfr.
Statuti Generali O.F.M., art. 19.
[11]Cfr.
La povertà assoluta.
Informazioni sulla metodologia della
stima,
collana “Famiglia e Società –
Approfondimenti”,ISTAT,
Roma, 2004 – disponibile sul sito web:http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20040503_00/poverta_mag04.pdf.
[12]
Le misure della
povertà in Italia: scale di equivalenza
e aspetti demografici, Commissione
di indagine sulla povertà e
sull’emarginazione, Collana Società e
Istituzioni, 1996, p. 21.
[13]Idem
p.22.
[14]L’indice
viene normalizzato tenendo conto che il
campo di variazione può essere
ricompreso tra un minimo teorico di
diffusione della sobrietà pari a zero, e
un massimo teorico ipotizzato a partire
da una diffusione totale in tutte le
fraternità (IDt = 100%), il tutto
mediato dai massimi e minimi storici di
diffusione; stesso procedimento per
l’intensità.
[15]La
funzione esponenziale è stata utilizzata
per ovviare ad alcuni limiti
nell’applicazione del semplice prodotto
tra ID e IS nell’ambito della
determinazione di una sobrietà. In
effetti si nota ad esempio come nel caso
limite in cui tutte le fraternità
risultano sobrie dell’1%, l’indice
composto risulterebbe come il prodotto
di un ID = 100% ed un IS pari all’1%, il
valore complessivo sarebbe pari all’1%
di sobrietà, che in questo caso limite
non avrebbe senso. La considerazione di
un indice del tipo “
ID x eIS
“normalizzato
consente una valutazione migliore della
diffusione della sobrietà.
[16]Legge
dovuta allo statistico tedesco Ernest
Engel (1821-1896) che per
primo analizzò il comportamento della
domanda rispetto al reddito, che non è
altro che la valutazione empirica di
come “più povera è la famiglia, maggiore
la proporzione della sua spesa totale
che deve essere dedicata all’acquisto di
generi alimentari” e di come “più ricca
è una nazione, più piccola la
proporzione di generi alimentari nella
spesa totale”. In altre parole, con
l’aumento della ricchezza, la domanda di
prodotti agricoli tende ad aumentare ad
un tasso via inferiore rispetto a quello
con cui aumenta la
domanda di altri prodotti.
[17]Sono
voci inerenti le seguenti
macro-categorie di spesa: “attività
religiose”, “cultura –
biblioteca”,”decoro sacro”,
”manutenzione”, “orto – giardino”,
“personale”, “tasse”.
[18]Cfr.
Statistica descrittiva, G. Leti,
Ediz. Il Mulino Bologna, 1983, pp. 424-
427.
[19]Nel
capitolo successivo si sono indicate in
modo dettagliato le singole voci
riclassificate secondo questo criterio
di distinzione.
[20]In
carattere “grassetto” si riportano i
valori massimi, in “grigio” i valori
minimi.
[21]Cfr.
Metodi della ricerca sociale, C.
Guala, Carocci, Roma, 2000, pp. 222-225.
[22]Vedi
p. 190.
[23]Cfr.
La società individualizzata,
Zygmunt Bauman, Il Mulino,Bologna, 2001,
p.66. Nel testo stessa pagina: “Le
due sole cose utili che si pretendono, e
si desiderano, dai «pubblici poteri»
sono l’osservanza dei «diritti umani»,
vale a dire permettere a ognuno di fare
le proprie scelte, e consentire a
ciascuno di farlo in pace, proteggendo
la sicurezza della persona e della
proprietà, chiudendo i criminali
in prigione e tenendo libere le strade
dai rapinatori, pervertiti, accattoni,
stranieri, malevoli e malintenzionati”.
[24]Cfr.
idem, p. 136. Si riporta: “Non
ci sono più grandi capi a dirti cosa
fare e a sgravarti della responsabilità
delle conseguenze delle tue azioni; nel
mondo degli individui ci sono solo altri
individui dai quali puoi trarre esempio
su come gestire l’azienda della tua
vita, assumendoti tutta la
responsabilità che consegue dall’aver
investito la tua fiducia in questo o
quell’esempio”.
[25]Idem,
p. 57.
[26]Cfr.
idem,
pp.52-54. Nel testo: “Quando
l’informazione non poteva viaggiare
senza qualcuno che la trasportasse e
questo e quello si muovevano lentamente,
la vicinanza era vantaggiosa rispetto
alla distanza e i beni e le notizie
prodotti nel
circondario avevano un netto vantaggio
su quelli che arrivavano da luoghi
distanti. I confini della comunità
locale erano definiti, in maniera non
ambigua, dal volume e dalla velocità
della mobilità, a loro volta determinati
dai mezzi di trasporto disponibili
[…]
La conseguenza è la svalutazione del
luogo.”
[27]Cfr.
idem, p. 54. Nel
testo: “I
biglietti d’ingresso della nuova elite
sono la capacità di trovarsi a proprio
agio nel disordine e l’attitudine a
prosperare mentre tutto viene
rimescolato; la tessera d’iscrizione è
il posizionamento all’interno di una
rete di possibilità piuttosto che la
paralisi nell’esecuzione di un lavoro
particolare; e il biglietto da visita è
la disponibilità a distruggere ciò che
si è fatto, la capacità se non di
regalare le cose,
perlomeno di abbandonarle”.
Scarica
l'articolo in PDF
| |