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Sul 750° anniversario del Liber
Paradisus
Helen Alford
Il 3
giugno 2007 cadeva a Bologna il 750° anniversario della
pubblicazione del Liber Paradisus, un documento che
proclamava la libertà dei servi di gleba nel comune di Bologna,
elencando i circa sei mila nomi delle persona liberate, quanto
pagato dal comune per la loro liberazione (la stessa somma pagata
sia per uomini che per donne), e a chi. E’ un documento di un valore
che va oltre i limiti del suo tempo e delle sue circostanze
particolari per diventare una pietra miliare nel lungo percorso
verso la realizzazione più ampia della dignità umana. Stiamo ancora
facendo questo percorso – non potremo mai dire che siamo arrivati.
Come le nuove forme di schiavitù dimostrano oggi, la lotta continua.
La mancanza di rispetto per la persona può anche prendere forme
nascoste o velate. Anche se i risultati diretti di queste mancanze
sono meno dannosi per le persone direttamente interessate di quelli
che vengono fuori da una forma di schiavitù esplicita, sono comunque
corrosivi di una vita sociale sana e vanno affrontati. Una di queste
forme è di trattare le persone come se fossero un tipo di
proprietà, cioè, disporre di loro come si dispone di uno strumento
che appartiene al suo proprietario. Stiamo parlando della
strumentalizzazione della persona umana, di trattarla senza il
rispetto adeguato per lei come fine in sé. Un fenomeno che può
accadere molto facilmente nelle società moderne, particolarmente nei
rapporti economici dove c’è sempre la tentazione di strumentalizzare
i fini più alti e intrinseci al guadagno economico puro. E
ironicamente, le moderne filosofie politiche, anche se hanno
contribuito molto al riconoscimento di una giusta libertà di ogni
uomo, e quindi del riconoscimento della sua dignità, non ci aiutano
molto quando dobbiamo affrontare quest’altra forma, più nascosta,
del non-riconoscimento della dignità umana. In poche parole, il
grande problema, sia per l’approccio kantiano che per quello del
contratto sociale è che tutti e due vedono l’uomo come un individuo
puro, dove i rapporti fra le persone sono solamente utili al
raggiungimento degli scopi dell’individuo ma non hanno altro valore.
Questa posizione al livello pratico facilmente si traduce in forme
di strumentalizzazione.
Un buon esempio del problema si trova nel libro di Freeman e Gilbert
sul rapporto fra la strategia aziendale e l’etica1.
In questo libro gli autori si sono posti un obbiettivo molto nobile:
dimostrare che nessuna strategia degna di questo nome può essere
creata senza una base etica. Dopo un libro intero dove discutono
vari aspetti del problema, arrivano alla loro proposta per collegare
l’etica, che per loro è l’etica kantiana, alla strategia: la
Personal Projects Enterprise Strategy (PPES). Partendo dall’idea
della persona come portatore di diritti e di libertà, essi arrivano
alla conclusione che l’impresa (la corporation) esiste per la
realizzazione dei progetti personali di ogni suo membro. Come
l’impresa dovrebbe fare questo non è spiegato. Non è difficile
vedere che questa è una posizione inutilizzabile da un dirigente:
non si può metterla in pratica. Basta che ci siano due membri
dell’impresa e che abbiano progetti incompatibili a certi punti e si
è bloccati. Non abbiamo nessun criterio per gerarchizzare i fini da
perseguire se vogliamo mantenere la nostra etica, almeno un’etica
del tipo proposto da Freeman e Gilbert. In realtà, perché non è
utilizzabile, con questa posizione (kantiana) si finisce per non
avere nessuna forma di protezione dei lavoratori contro la
strumentalizzazione già identificata.
In questo numero di OIKONOMIA, Sacconi presenta la posizione del
contratto sociale come fondamento per la responsabilità sociale
d’impresa, e quindi anche per il rispetto delle persone come
stakeholders. Non c’è dubbio che questa è una risposta migliore al
problema della strumentalizzazione che quella di Freeman e Gilbert.
Per i fini di questo editoriale, dove non si può permettersi di
entrare a fondo nel discorso, rimane che nei due casi, il problema
principale è il punto di partenza: l’uomo visto come individuo puro.
Quando si tratta di mettere insieme degli uomini, particolarmente in
un’organizzazione, queste teorie hanno difficoltà a produrre un
ragionamento che possa difendere la persona contro la
strumentalizzazione. Esiste una risposta migliore?
Questa risposta deve riconoscere che l’essere umano è più complesso
di un semplice individuo. Egli ha un aspetto individuale ma anche un
aspetto relazionale, dove i rapporti non sono visti solamente come
utili ma come una parte dell’essere stesso della persona. Essere in
rapporto con gli altri è altrettanto ineluttabile che avere un corpo
fisico (necessario per la nostra individualità), e tutti e due gli
aspetti dovrebbero essere riconosciuti in un’antropologia che possa
aiutarci ad affrontare i problemi sociali attuali in un modo
efficace. Ecco il punto di partenza di un’antropologia personalista.
C’è il riconoscimento di una dualità nella persona umana; è utile in
certi momenti pensare l’uomo come individuato e, in altri momenti,
come in rapporto con gli altri, una “persona”. Abbiamo bisogno di
questi due aspetti per mettere in piedi un’antropologia che possa
superare i problemi di una posizione individualista già esposti.
Il riconoscimento di questa “dualità” dell’uomo, o della
relazionalità umana come “ontologica” ci aiuta ad affrontare il
problema della strumentalizzazione dell’uomo, sopratutto nelle
grandi organizzazioni. Se fa parte dell’uomo stesso di essere in
rapporto con altri, allora egli può condividere progetti con altri
pur restando essi suoi progetti personali. Egli può
perseguire fini e creare beni con gli altri che sono i suoi
fini e i suoi beni e non è una strumentalizzazione di lui
stesso se il gruppo si organizza per il perseguimento insieme di
questi progetti. In altre parole, questa “dualità” permette il
riconoscimento di fini e beni in comune fra la gente, che
sono propri di ogni uomo del gruppo di riferimento e di tutti gli
uomini del gruppo. Questi scopi e beni possono essere condivisi fra
uomini nei loro rapporti fra di loro; questi ultimi non sono più
visti solamente come utili o strumentali al raggiungimento dei fini
di ognuno come individuo, l’uno staccato dall’altro, ma come il
locus di creazione di un bene comune. La gente può condividere
progetti e beni perché c’è una relazionalità di base, di natura,
della persona che permette questa condivisione anche come progetto
di vita in comune, non solamente progetto utile per il
raggiungimento degli scopi della mia vita individuale. Lo stato
ontologico della relazionalità dell’uomo significa che si può
trovare un progetto insieme ad un gruppo di persone che lo portano
in avanti in comune e che il raggiungimento di questi fini e la
creazione di questi beni in comune possono essere la misura
per gerarchizzare le scelte esecutive o politiche. Se torniamo al
caso di Freeman e Gilbert, ad esempio, il loro grande problema con
la creazione di una strategia etica era che la corporation
doveva riconoscere tutti i “progetti personali” dei suoi membri e
cercare di realizzarli tutti, individualmente: una posizione poco
pratica. Dato il punto di partenza individualista, gli autori non
potevano riconoscere che i membri della corporation
potrebbero avere progetti in comune fra di loro, né che
attraverso la loro realizzazione potrebbero creare beni in comune,
non solamente beni economici ma anche beni intrinseci, come lo
sviluppo umano delle persone fra di loro, quando lavorano insieme.
Quando si riconosce la relazionalità della persona, questo
riconoscimento diventa possibile; si può vedere, ad esempio, che il
buon andamento di un’organizzazione è un bene in comune fra gli
stakeholders, per ognuno di loro e condiviso da tutti. Sulla base di
un giudizio di che cosa è in favore di questo bene in comune si ha
la possibilità, almeno teoricamente, di gerarchizzare un’attività o
un aspetto anche nelle grandi organizzazioni odierne, senza la
strumentalizzazione degli uomini che ne fanno parte. Mettere quello
che promuove il bene comune fra i membri come il centro della
decisione per un’organizzazione è un modo pratico di andare in
avanti, perché ci permette di fare una decisione – non siamo in una
situazione di paralisi perché non sappiamo come realizzare il
progetto, o il bene, di ogni membro individualmente – senza
strumentalizzare le persone.
1
Freeman R. Edward, and Daniel R. Gilbert Jr., 1988, Corporate
Strategy and the Search for Ethics, Prentice Hall, Englewood
Cliffs.
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