|
Scarica
l'articolo in PDF
Concorrenza e cooperazione
Daniele
Carelli
Da
dicembre a questa parte non è stato un periodo facile per il mondo
delle cooperazione italiana, sbalzata sulle prime pagine dei giornali
in contesti che poco hanno a che fare con i suoi valori fondanti e che
ne hanno profondamente minato la reputazione. L’apice si è toccato con
la vicenda Consorte-Unipol, cui sono seguite varie, pesanti
dichiarazioni dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
sul sistema cooperativo.
Tra il 28 marzo e il 1 aprile 2006 l’Angelicum ha ospitato varie voci
del mondo cooperativo italiano. Il 28 e 29 marzo la Fai- Cisl,
federazione sindacale del settore agro-alimentare, ha organizzato un
convegno internazionale dal titolo “European
cooperative enterprises: internationalisation processes and employers
involvement. Practical cases. L’impresa al sociale: valorizzare
l’impresa cooperativa quale vettore di responsabilità sociale”. Mi è
stato richiesto di intervenire come relatore, per parlare delle
buone pratiche di responsabilità sociale nelle imprese cooperative. Il
I aprile come coordinatore del Master ho organizzato un seminario con
Sr Helen, invitando ad una lezione ad hoc responsabili della
comunicazione della Federazione Italiana Banche di Credito
Cooperativo.
Mi sono trovato dunque personalmente impegnato in questo dialogo con
un comparto variegato e vasto dell’economia nostrana, che poco
conoscevo e con cui mi sono confrontato su parametri di responsabilità
sociale d’impresa e di una più ampia sostenibilità socio-economica.
Confronti che mi hanno fatto profondamente riflettere sulla natura
stessa del sistema cooperativo e sul suo contributo ad un sistema
economico più sostenibile e sano.
Il caso Unipol-Consorte a mio modo di vedere non ha mostrato
particolari falle del sistema cooperativistico (che pur ne ha
sopportato i costi in termini di reputazione), ma l’ennesima
dimostrazione che capitalismo estremo e finanziarizzazione
dell’economia cozzano con qualunque Valore morale e sono il terreno
fertile per lo sviluppo dell’avidità umana. E hai voglia a dire che
pucunia non olet. Qui la pecunia olet eccome e arriva nei salotti
“buoni” di tanti politici ed imprenditori, che in questo olezzo ci
sguazzano a meraviglia.
Il «barone rosso» come era stato ribattezzato Consorte, ha reso grande
Unipol, la compagnia assicurativa della Lega delle Cooperative. Negli
anni novanta ha ristrutturato il pianeta delle coop rosse, evitando un
crack finanziario. Da quel punto, saranno state le terribili regole
del mercato e del capitalismo più estremo (crescere o morire), saranno
state mire personalistiche di grandezza e avidità, l’ingegnere
abruzzese ha avviato un processo di sviluppo senza fermate. Con
acquisti, fusioni ed operazioni finanziarie varie (tra cui l’entrata
in borsa), Unipol è diventata in breve la quarta compagnia italiana
nelle assicurazioni.
Non soddisfatto, Consorte pianifica la crescita nell’attiguo settore
bancario, per fare della compagnia assicurativa un grande gruppo di
bancassurance; la mira è molto ambiziosa: la BNL. Ma il passo, troppo
più lungo della gamba, renderà questa scalata la fine della corsa:
Consorte infatti è travolto dalla vicenda più ampia che ha riguardato
Bankitalia, i “furbetti”, l’appoggio di politici di primo piano ed è
costretto alle dimissioni, sfiduciato dal Cda di Unipol.
Accusato di “insider trading” sulle obbligazioni Unipol fin dal 2002,
la magistratura indaga ora sui conti personali, su assegni da
capogiro, su plusvalenze milionarie. Ma dov’è a questo punto il legame
con le coop? Il mondo cooperativo è lontano anni luce dagli uffici e
dai salotti dove si allacciano gli intrighi tra banche, politici e
management senza scrupoli.
Chi non ha colto questa distanza siderale, è stato l’onorevole
Berlusconi che, cavalcando il caso Unipol e le intercettazioni con
politici del centro sinistra, ha attaccato duramente il mondo
cooperativo. Le accuse sono state varie e di diversa gravità. Mi sono
sembrate fuori luogo il generalizzare un caso in Campania per parlare
di collusione con la camorra ed il parlare di continuità con il regime
sovietico nel finanziare i partiti comunisti, suo incubo ricorrente.
Vorrei invece soffermarmi su due dichiarazioni. La prima durante la
trasmissione Otto e mezzo "Quello delle cooperative è un sistema non
sano, che non fa parte del libero mercato e su cui credo si debba
intervenire con provvedimenti legislativi". E ancora, più in là nel
tempo “Il sistema delle coop rosse è in connessione con le giunte
regionali, provinciali e comunali da cui hanno continuativamente
appalti. Questo sistema non può essere più tollerato perché le coop
non pagano le tasse”. Qui la critica è forte e radicale. Secondo
l’allora premier, il sistema cooperativo cozza con il sistema di
mercato: le cooperative si sottraggono alle regole e fanno dunque
concorrenza sleale, godendo di privilegi fiscali e di canali
privilegiati.
Non voglio qui soffermarmi sui principi del liberismo economico, né
aprire un dibattito su quali siano o dovrebbero essere le regole del
mercato. Vorrei solo capire se la concorrenza delle cooperative (o di
alcune di esse) sul mercato è sleale e, a più ampio raggio, la loro
presenza è dannosa per il sistema economico.
Nel mio intervento al convegno della Fai Cisl mi era chiesto di
parlare di casi positivi per quanto riguarda la responsabilità sociale
d’impresa provenienti dal mondo cooperativo. Affronto ora il tema in
modo più ampio, incentrando il mio contributo sull’analisi
strategico-organizzativa delle tre aziende presentate, Granarolo, Coop
e BCC, che, emanazioni del mondo Cooperativo, fanno della
responsabilità sociale d’impresa uno dei loro cavalli di battaglia.
Granarolo, nata nel 1959, nelle vesti di una piccola cooperativa
situata alle porte di Bologna, è oggi di proprietà del Consorzio
Granlatte, direttamente partecipata da produttori agricoli associati
in cooperativa. Granarolo è il non plus ultra della Responsabilità
sociale d’impresa: certificata SA 8000, con una politica incentrata
sulla qualità e sul controllo di filiera, con un attenta politica
ambientale e un’equilibrata gestione delle risorse umane rientra a
pieno merito nella categorie di aziende modello. La sua strategia
aziendale di crescita del fatturato e di riduzione dei costi, infatti
si coniuga a tutti i livelli della sua catena del valore con i
principi della sostenibilità. La funzione “ricerca e sviluppo” ha sì
migliorato e ampliato l’offerta al consumo, ma ha anche massimizzato
l’efficienza energetica e ottimizzato packaging e logistica; la
politica di ascolto di dipendenti (laboratori di Archimede) e degli
altri stakeholders (stakeholder engagement) ha permesso utili
correzioni alla propria strategia e una più ampia condivisione delle
responsabilità; il sistema di incentivazione degli allevatori ha
mantenuto alta la qualità della materia prima.
Con una crescita lenta ma costante, incentrata sul suo core business,
Granarolo ha saputo diventare leader di settore in Italia. Nel settore
lattiero caseario ha scavalcato quella Parmalat che, come tutti sanno,
è stata al centro del più grave scandalo finanziario italiano, frutto
di una strategia aziendale improntata alla massiccia diversificazione,
all’eccessiva finanziarizzazione e guidata da un’asse
proprietà-management più orientato ad avidi interessi personali che
non a quelli dell’azienda. Alla luce anche di questo confronto, non
possiamo che annotare Granarolo come una ricchezza del nostro sistema
economico. Che dire poi del suo modo di far concorrenza? Certo non
potremmo definirlo sleale, ma piuttosto improntato su fattori positivi
e virtuosi. Una tale gestione aziendale dovrebbe essere presa ad
esempio non solo dagli operatori del settore, ma da tutto il
management del manifatturiero italiano per la sua capacità di
coniugare competitività e sostenibilità.
Coop rientra nella categoria di azienda “sensibile”. Coop infatti è
molto attenta nella sua strategia e nella sua comunicazione alle
sollecitazioni dell’opinione pubblica e dei suoi stakeholders. Per
quanto riguarda le tematiche ambientali, Coop ha da anni portato
avanti una strategia di riduzione e reciclaggio degli imballaggi,
impegnandosi anche nella sfortunata iniziativa del sacchetto
biodegradabile (che in realtà non lo è completamente); è stato tra i
promotori di molte battaglie vinte come quella contro il cfc negli
spray, contro gli abusi nei pesticidi, contro gli Ogm. Oggi i prodotti
a marchio Coop sono tutti biologici, ma negli anni Coop ha saputo
eliminare dal suo assortimento tutti i prodotti dannosi per
l’ambiente. Quando scoppiò lo scandalo dei palloni in cuoio prodotti
dai bambini, iniziò a vendere palloni certificati come non cuciti a
mano da minori. Il discorso si è allargato nel tempo allo sfruttamento
del Sud del mondo e alle tematiche del commercio equo e solidale ed
oggi molti prodotti a “rischio” come il caffè, il cacao, i frutti
esotici sono certificati Transfair, marchio internazionale dell’equo e
solidale. Il settore tessile mostra tutte le sue crepe riguardo lo
sfruttamento dei lavoratori? Ecco la polo e la camicia equosolidali.
L’abbattimento illegale degli alberi diventa d’attualità? Ecco la
partership con Forest Stewardship Counsil per controllare la filiera
della carta. C’è un cartello dei produttori del latte in polvere che
mantiene il prezzo a costi proibitivi per gli utenti? Ecco il latte in
polvere Coop, ad un prezzo in linea con quelli europei. Anche i costi
dei farmaci diventano eccessivi? Coop lancia la campagna per vendere
farmaci generici.
La politica attenta di Coop non si limita alle strategie di
assortimento. Negli ultimi anni un movimento statunitense condanna
apertamente la gestione delle risorse umane da parte di Wal Mart,
azienda leader nel mondo nel settore grande distribuzione. Sotto
l’occhio del ciclone finiscono soprattutto orari massacranti, senza
pause. Coop negli stessi anni lancia il progetto “Orari ad isole” con
l’obiettivo di conciliare le esigenze individuali dei lavoratori e di
agevolare le persone a costituire un proprio orario di lavoro,
flessibile nella giornata e nella settimana.
Coop inoltre è da sempre attiva nella sensibilizzazione dei
consumatori e nell’educazione al consumo, contro l’esasperazione del
consumismo, anche forse a suo discapito. Che giudizio dare? Non vorrei
essere ripetitivo, ma mi sembra di essere in presenza di un altra
azienda che non solo opta per delle scelte strategiche orientate alla
sostenibilità socio-ambientali, ma che spinge alla maggiore
competitività anche settori attigui come i casi descritti del latte in
polvere e della farmacia.
Le Banche di Credito Cooperativo sono una realtà molto particolare; mi
aiuterò in questa breve descrizione anche con le informazioni avute
nell’ambito del seminario del master dai disponibilissimi Sergio
Gatti, Claudia Benedetti e Claudia Gonnella dell’ufficio comunicazione
di Federcasse.
Innanzitutto le Banche di Credito Cooperativo non sono un gruppo
bancario tradizionale ma 446 realtà indipendenti associate tra loro a
vari livelli (provinciale, regionale e nazionale). Vi sono poi due
organismi comuni che sono proprietà delle banche cooperative socie,
Federcasse e Iccrea Holding. La prima, svolge un ruolo di
coordinamento e di offerta di servizi alle banche associate: rapporti
coi sindacati, consulenza legale e fiscale, ricerca e statistiche,
formazione professionale ed organizzazione della banca, ed appunto
comunicazione. La seconda si occupa di offrire tutti quei servizi e
prodotti finanziari ai clienti che una piccola banca non potrebbe
offrire (Private Equity, Securities, Loan Pooling, Merchant Banking,
Leasing, Asset Management, Assicurazione, Capital Market, Payment
System & Clearing). Dunque a tutti gli effetti un cliente potenziale
di una Bcc riceve esattamente gli stessi servizi di una banca normale
e ha la netta percezione di trovarsi in rapporti con un gruppo
bancario simile agli altri big. Le Bcc sono a tutti gli effetti
concorrenti delle altre banche. Ma come competono? In un mercato in
cui la domanda è fortemente condizionata dal prezzo (costo e
retribuzione del denaro) infatti un imposizione fiscale ridotta
rischia di creare un vantaggio competitivo notevole.
Anche il contratto dei dipendenti è proprio del sistema cooperativo.
Ma se vogliamo confrontare i costi a livello di gestione delle risorse
umane per esempio, le Bcc hanno costi mediamente più alti delle banche
normali. I livelli retributivi sono gli stessi ma i dipendenti Bcc
hanno "benefits" ulteriori come Cassa Mutua Nazionale per il Personale
delle BCC e Fondo Pensione Nazionale per il Personale BCC.
Esistono dunque dei vincoli a questi vantaggi fiscali? Il legislatore
li ha costruiti intorno a due dei pilastri del credito cooperativo:
mutualità e localismo. La mutualità implica l’assenza dello scopo di
lucro e l’obbligo di erogare il credito principalmente ai soci. Il
localismo implica l’obbligo di operare esclusivamente in una definita
e limitata area, nella quale la Banca concentra l’intera attività e il
potere decisionale. L’Istituzioni di vigilanza (Bankitalia) ha infatti
definito regole molto severe per ricevere i benefici fiscali: tra
queste “i soci debbono risiedere, avere sede o operare con carattere
di continuità nel territorio di attività della BCC” e ancora più
importante “il 95% almeno del risparmio raccolto nel territorio deve
essere impiegato per finanziare famiglie e imprese di quel
territorio”.
Quest’ultimo punto è importante per far capire il ruolo delle Bcc nel
Sud Italia, che dunque per legge devono reinvestire nel territorio il
risparmio del territorio stesso. Le Banche di Credito Cooperativo alla
data di giugno 2003 rappresentano il 76% delle banche aventi sede nel
Mezzogiorno. Su un totale di 148 aziende insediate in Abruzzo, Molise,
Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, ben 113 sono infatti
BCC. Tale percentuale aumenta poi al 94,2% se consideriamo le banche
non appartenenti a gruppi bancari (che generalmente utilizzano i
depositi del Sud in investimenti al Nord, trasferendo la ricchezza).
Il Credito Cooperativo è dunque fortemente legato alla comunità
locale. Attraverso la propria attività creditizia e mediante la
destinazione annuale di una parte degli utili della gestione promuove
il benessere della comunità locale, il suo sviluppo economico, sociale
e culturale. Il Credito Cooperativo esplica un’attività
imprenditoriale “a responsabilità sociale”, non soltanto finanziaria,
ed al servizio dell’economia civile. L’importo medio dei crediti
erogati dalle BCC alla fine del 2002 era pari a 42.200 euro, contro i
51.300 delle altre banche, il che significa occuparsi di piccoli
crediti.
Le Bcc finanziano inoltre gran parte del Terzo settore, molti progetti
di miglioramento ambientale, progetti sociali, talvolta a tassi
agevolati, talvolta con contributi a fondo perduto.
Negli ultimi anni il sistema BCC ha rafforzato la partnership con
Codesarrollo, banca capofila di centinaia di Casse Rurali in Ecuador,
che sta costruendo un sistema finanziario etico alternativo nel Paese
andino. Punti cardine dell’attività di Codesarrollo sono: l’erogazione
del credito agli strati marginali della popolazione rappresentati dai
campesinos; il sostegno al sorgere di attività produttive di
trasformazione dei prodotti agricoli; l’impulso a creare imprese
comunitarie. In questo modo, si trattiene in loco la ricchezza creata,
realizzando un’economia circolare che crea sviluppo nelle campagne e
nelle aree marginali della città ed un’alternativa ai “chulqueros”,
cioè gli usurai. Il credito cooperativo partecipa a questo progetto
sia raccogliendo risorse nella forma di “azioni di donazione” (in
sostanza erogazioni a fondo perduto), sia mettendo a disposizione
finanziamenti a condizioni di favore, sia infine partecipando
all’attività di consulenza e formazione. In pratica contribuisce con
le sue competenze “core”, non facendo beneficenza o mecenatismo.
Quest’ultimo esempio non fa che confermare l’utilità sociale del
credito cooperativo, la sua grande importanza come motore
dell’economia sia del nostro Paese, come anche di supporto a realtà
del Sud del Mondo.
Mi sono permesso di suggerire in ambito di bilancio sociale di
monitorare quest’impatto, misurando la crescita socio-economica delle
realtà in cui sono presenti le Bcc. Magari utilizzando indicatori di
Pil d’area, rettificati con parametri ambientali e di welfare. Sarebbe
un ottimo biglietto da visita per l’ulteriore crescita del sistema Bcc
e l’ennesima prova di un sistema creditizio sano, in mezzo a tanti
scandali bancari.
Il mondo cooperativo offre degli ottimi esempi di responsabilità
sociale al nostro sistema economico, così in crisi di valori e di
competitività. Non voglio in questa sede generalizzare e santificare
tutto il mondo cooperativo partendo da tre casi positivi. Credo anzi
che il sistema della cooperazione debba con forza ed urgenza
individuare ed eliminare le mele marce al suo interno. Ma sono
fermamente convinto che la cooperazione resta un patrimonio indiscusso
e un modello di riferimento per quell’economia sostenibile cui
dobbiamo puntare nel futuro.
Scarica
l'articolo in PDF
|