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Il carcere, specchio della nostra civiltà
Alberto Lo Presti
Ogni
tanto, sporadicamente, si ritorna a parlare di carcere e di carcerati.
Di recente è avvenuto con il problema dell’amnistia. E la classe
politica italiana, ancora una volta, è riuscita a smentire se stessa.
Nonostante le voci favorevoli all’amnistia, o almeno all’indulto,
fossero state numerosissime durante l’iniziativa di Giovanni Paolo II,
nonostante ancora poco tempo fa in molti si sono dichiarati ancora
intenzionati al provvedimento, tutto è crollato sotto i colpi dei veti
incrociati, dell’inerzia, della campagna elettorale in atto. E, ancora
una volta, il carcere è rimasto uno spazio “extra-territoriale”, dove le
sue mura non servono tanto a contenere i ristretti dentro, ma
soprattutto a lasciare la società civile fuori.
Bisogna cambiare atteggiamento, invertire la rotta. Se non si è potuta
realizzare il provvedimento dell’amnistia, deve tuttavia aprirsi questo
mondo nascosto. Si devono accendere i riflettori sul mondo della
detenzione e devono essere portate alla luce le condizioni disumane con
le quali i detenuti vivono.
La nostra Facoltà ha preso sul serio questa sfida, e si è messa alla
ricerca del problema più difficile fra quelli carcerari: la condizione
dei detenuti straneri nelle carceri italiane. Ne è uscito anche un
libro, firmato Alford e Lo Presti, che ha riscosso un discreto successo,
interviste radiofoniche con l’emittente di Stato italiana e con la
versione anglofona di Radiovaticana.
Come mai tutto questo interesse? Di fatto, la mondializzazione ha
scardinato il mondo vitale dell’attore quotidiano. D’altronde, negli
ultimi anni sono state numerose le iniziative educative volte alla
creazione di una cultura di riconoscimento e dialogo, tolleranza e
convivenza, in grado di formare cittadini che, forse con troppa enfasi,
fossero educati alla mondialità. E i risultati sono visibili:
effettivamente la perdita del pregiudizio centrista e una disponibilità
minima verso la diversità etnica e culturale sono largamente più diffusi
rispetto alla condotta razzista o al pregiudizio centrista (ancora
pericolosamente presenti). Ma, incredibilmente, questo è traguardo è
stato in parte raggiunto al livello della società civile, mentre è
scarsamente operativo al livello delle grandi istituzioni sociali. I
flussi migratori attuali sollecitano, oggi, soprattutto le grandi
strutture sociali alla multiculturalità. È alle scuole, agli ospedali,
alle carceri, alle caserme che si deve chiedere di fare proprio il dato
multiculturale, soprattuto loro sono chiamati ad una erogazione di
servizi differenziati in funzione di appartenenze culturali diverse. È
un processo in avviamento. Per esempio, nelle scuole e negli ospedali si
comincia sempre più spesso a tenere conto delle specificità culturali
che vanno dall'alimentazione (pensiamo alla particolare macellazione
della carne per gli ebrei, o alle diverse forme di vegetarianismo
buddista e induista), a tutte quelle pratiche che coinvolgono il senso
del pudore (come è noto nel mondo islamico vige una forte riservatezza
in ambito sessuale che limita i contatti di ogni genere tra uomo e
donna, per cui in ospedale compiere una visita ginecologica a una
paziente islamica può essere un po' più complicato del normale, e gli
ospedali predispongono la presenza del marito e un isolamento ambientale
pressoché totale).
Fra tutte queste istituzioni pubbliche, il carcere è davvero quella un
po’ più speciale, perché il vissuto di ogni detenuto, in tutte le sue
dimensioni, interagisce coattivamente con quello degli altri e con
l’istituzione penitenziaria. In carcere, non ci si può nascondere, non
si può fingere, né si può eludere il problema della intersecazione di
abitudini, credenze, linguaggi e sistemi simbolici diversi.
Il sistema penitenziario ha recepito questo tratto urgente della nostra
contemporaneità. Il nuovo regolamento penitenziario - d.p.r. 230/2000 -
contiene diverse modifiche generali rispetto ai precedenti, e in
particolare introduce alcune novità che dovrebbero tenere conto degli
stranieri in carcere. Per esempio, nel tenere conto delle difficoltà
linguistiche e culturali, è stata introdotta la figura del mediatore
culturale (spesso realizzata con convenzioni con organismi e
associazioni di volontariato), e si è posta una nuova attenzione
rispetto alle differenze religiose; per esempio per quanto riguarda
l'alimentazione si deve tener conto delle
diverse prescrizioni religiose.
Ma i problemi sono assai più radicali. Non si tratta solo di capire se
l’istituto penitenziario riesce a rispettare i contorni culturali dei
detenti stranieri, piuttosto il problema concerne gli obiettivi di base
del sistema carcerario. Non dimentichiamo, infatti, che il diritto
fondamentale del cittadino straniero in carcere è quello di essere
rieducato e reinserito. È una questione grande, che per i detenuti
stranieri mette in discussione le fondamentali certezze manualistiche.
Il carcere, in tal senso, dovrebbe riassumere con la sua azione
istituzionalizzata la funzione di privazione della libertà del soggetto
che ha violato la legge e la funzione rieducativa del soggetto,
attraverso dei programmi di correzione, al fine di riabilitarne la
figura sociale. È per tale ordine di motivi che attorno alla funzione
del carcere il linguaggio giuridico e sociologico oggi preferisce usare
il titolo di trattamento penitenziario, inteso quale complesso di
norme e di attività che regolano ed assistono la privazione della
libertà personale per l’esecuzione di una sanzione penale.
Ebbene, è inutile girare attorno alla risposta: per i detenuti
stranieri, tali premesse non valgono. In questo senso, fra repressione e
correzione si può dire che il momento carcerario per il detenuto
immigrato è un momento soprattutto repressivo. Vale a dire, è il momento
nel quale la società italiana si difende escludendo socialmente i
cittadini immigrati criminali dalla vita associata. In pratica, il
carcere per i detenuti stranieri sembra essere una sorta di «discarica
sociale», dove cioè l'esclusione da sociale (quindi pre-esistente alla
condizione carceraria) si trasforma in giuridica (ecco il carcere).
I detenuti stranieri che la ricerca ha intervistato confermano una
situazione di profonda emarginazione linguistica, giuridica, lavorativa,
sociale. Uno su tre dei detenuti è vissuto in Italia conoscendo per
nulla o pochissimo la lingua italiana, due su tre non avevano le carte
in regola (clandestini e irregolari), uno su due non viveva in
condizioni stabili con un nucleo familiare o parentale dato. È
impressionante soprattutto il dato relativo alla convivenza con
conoscenti occasionali, si tratta del 30% degli intervistati, mentre a
vivere da soli sono il 27%. Solo il 18% viveva con la propria famiglia,
in un nucleo stabile. Il lavoro è stato una chimera per quasi tutti: chi
possedeva un lavoro in nero e saltuario poteva dirsi fortunato: si
tratta del 37% degli intervistati, uguale percentuale è quella
rappresentata da chi non lavorava affatto. In pratica, a lavorare più o
meno regolarmente è stato solo il 26% dei detenuti intervistati. Il
detenuto straniero, con ciò, viveva prima di entrare in carcere una
condizione assai precaria, di emarginazione e di sbandamento. Ma la cosa
sorprendente, l'abbiamo scoperta successivamente all'ingresso in
carcere. Una volta entrato in carcere, le cose continuano allo stesso
modo. Spesso il detenuto straniero vive una sorta di esclusione
sostanziale anche in carcere. Non partecipano alle attività ricreative,
non riescono a lavorare, non possono godere dei benefici previsti dalla
legge, non conoscono la lingua e, di fatto, vivono un’emarginazione
aggiuntiva anche dentro al carcere. In pratica, esiste un’altra
prigione, dentro il carcere, riservata ai detenuti stranieri. Nessuna
riabilitazione, in questo sistema, è possibile. E le profonde
contraddizioni del caso emergono con una forza davvero dirompente.
Spesso, il detenuto straniero dopo la detenzione o viene rimpatriato o
riprende un percorso di illegalità e clandestinità. Così parlano le
statistiche. La legge Bossi-Fini del 2002 rende molto difficile che un
cittadino straniero in carcere possa poi riprendere una vita normale nel
nostro territorio, possa reinserirsi socialmente. Anzi, l'espulsione è
pensata come misura alternativa e il magistrato di sorveglianza dovrebbe
espellere di sua iniziativa tutti quei detenuti stranieri irregolari che
siano stati identificati e che abbiano meno di due anni da scontare. Qui
si aprono snodi giuridici complessi che denunciano una completa
differenza di trattamento fra detenuti italiani e quelli stranieri.
Dal punto di vista politico, ci troviamo di fronte ad un impasse
sostanziale: è chiaro che se non applichiamo il trattamento
penitenziario, la logica conseguenza è che il detenuto straniero se ne
torni a casa. Mentre qualora al detenuto straniero fosse insegnata la
lingua, un lavoro, le nostre regole della convivenza civile, sarebbe
davvero paradossale rimandarlo a casa dopo aver cercato di recinserirlo
nella nostra cultura. Le contraddizioni del caso sono agli occhi di
tutto. Mi preoccupa una certa ipocrisia, cioè uno scollamento netto fra
obiettivi e mezzi dell'istituzione penitenziaria, che tutta questa
vicenda sembra assumere.
Fra l'altro, la ricerca ha chiesto esplicitamente ai detenuti stranieri
cosa sapessero del proprio destino, cioè se pensavano di essere
rimpatriati, di rimanere in Italia, o che altro. Ebbene, solo il 15% è a
conoscenza che probabilmente sarà espulso, mentre il 60% non lo sa, e il
resto è sicuro di poter rimanere. Secondo le statistiche ufficiali, fra
l'altro ottenute con fatica perché sono dati depositati fra il Ministero
dell'Interno e quello di Grazia e Giustizia, i detenuti stranieri hanno
speranze mal riposte. Come mai? È solo la proiezione di una loro
speranza che fa dire a qualcuno che rimarrà in Italia quando non è vero,
oppure anche qui c'è un discorso di chiarezza, di rispetto del suo
diritto ad avere un quadro giuridico il più possibile trasparente della
sua condizione che va avviato? Di fatto, un detenuto che ha speranza di
rimanere, da libero, in Italia, potrebbe adottare un atteggiamento più
docile rispetto al trattamento penitenziario.
In conclusione, mi sembra che non ci troviamo solo di fronte a un
problema della nostra sicurezza sociale, dell'ordine pubblico e della
criminalità; e non possiamo dire neanche che siamo di fronte a una
questione unicamente riferibile alle politiche migratorie che intendiamo
attuare.
La questione è assai più vasta: fa riferimento alle libertà e ai diritti
umani, al significato che in generale una società dà alla questione
della convivenza sociale e degli sforzi che devono essere fatti per
consentire a chiunque, anche a chi ha sbagliato, di farne parte.
È il pensiero non può che andare a quel testimone esemplare di questo
connubio esistente fra carcere e civiltà: Alexis de Tocqueville, il
quale si recò in America per studiare il sistema penitenziario, e
comprese invece che la domanda fondamentale che il carcere gli poneva
davanti agli occhi era una domanda di civiltà e di diritti, di
democrazia e di libertà.
Il carcere, quindi, quale specchio della civiltà e di un ordine civile:
altro che discarica sociale. Oggi, il grido dei detenuti stranieri ci
invita, senza indugi, a ripensare la questione. I diritti e le
condizioni dei detenuti stranieri riguardano direttamente le basi del
nostro vivere civile.
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