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P.A. Sorokin
Il potere e le vie dell’amore
Città Nuova 2004, 784 pp.
Alberto Lo Presti
È curioso quanto il destino di un intellettuale possa dipendere da
eventi accidentali e suggestioni estemporanee. Può succedere in tal
modo che dell’opera ampia e variegata di un pensatore si ricordi
soprattutto un contributo accessorio, forse marginale, e che invece
del grande sforzo verso un programma ideale e teorico rimanga solo una
fievole traccia.
Nel caso di Sorokin, bisogna aggiungere che lui stesso non ha granché
aiutato i posteri ad una facile lettura della sua opera. I suoi libri
risultano, di fatto, monumenti letterari, di grande erudizione e
pregiatissimo approfondimento, tuttavia poco disponibili dal punto di
vista commerciale e ancor meno proponibili da quello didattico.
Soprattutto nel settore degli studi sociologici, fra l'altro, si deve
tener conto della intrinseca dinamicità della conoscenza,
perennemente tarata sul cambiamento e sull’azione operante, con il
risultato che alcune opere di ampia elaborazione faticano a volte più
del necessario a trovare la giusta collocazione.
Sorokin, in tal senso, vive una situazione paradossale. Viene spesso
citato in ambito logico e metodologico, quando il sociologo di origine
russa operò una mirabile denuncia alla “quantofrenia”, cioè a quel
rischio nel quale i sociologi possono cadere quando si mettono a
misurare tutto quel che riguarda il sociale, nella convinzione, più o
meno esplicitamente espressa, che la via per fare della sociologia una
scienza d’alto calibro sia quella della rilevazione empirica
quantitativa e numerica di ogni fenomeno. È vero che l’opera nella
quale Sorokin propone tale lettura – Fads and Foibles in Modern
Sociology and Related Sciences (1956) – una fra le prime ad essere
per il pubblico italiano e in assoluto fra le opere di Sorokin più
tradotte nelle diverse lingue, rappresenta un lavoro assai originale,
per certi versi ineguagliato, che con uno stile a un tempo
auto-ironico rispetto alla sociologia, e allo stesso momento
metodologicamente rigoroso, è riuscito a far emergere quelle derive
statistico-induttive che la sociologia contemporanea, soprattutto
nei contesti nordamericani, ha intrapreso. Tuttavia, avvicinarsi a
Sorokin per questa strada non rende merito al suo pensiero.
Il volume qui presentato per la prima volta al pubblico italiano
intende proporre uno dei volti importanti di Sorokin, quello forse più
maturo ed originale. Si tratta dello studio sull’amore altruistico e
sulle energie sociali che scaturiscono da questa elementare (in senso
tecnico) forma umana di relazione creativa.
E scopriamo un Sorokin che potrebbe essere annoverato, nonostante
l’epoca (la metà del ventesimo secolo), fra i classici del pensiero sociologico, per l’ampiezza e la portata della sua riflessione, e
per non essersi lasciato imprigionare dalle artificiali costruzioni
disciplinari che, in alcuni casi, oggi hanno parcellizzato e
settorializzato oltre misura la professione del sociologo. Classico,
infatti, è il quesito di partenza: perché l’uomo produce un ordine
sociale e civile? Altrettanto classico è il metodo per elaborare una
efficace risposta: la natura della personalità creativa nel suo
apporto altruistico.
Certo, ci troviamo assai distanti dalle paradigmatiche elaborazioni
che la sociologia di quel tempo andava elaborando. Il pensiero di
Sorokin è inconciliabile con l’utilitarismo sociologico, il
darwinismo sociale, lo struttura del funzionalismo, le visioni del
conflitto, le ambizioni interazioniste-simboliche, e le altre dottrine
teoriche che nella seconda parte del secolo scorso andavano
profilandosi. La sociologia contemporanea ha faticato a comprendere
lo spessore di Sorokin, e le accuse che gli sono state rivolte non
denunciano solo una certa distanza dai paradigmi più in voga, ma una
vera e propria incommensurabilità epistemologica. È il caso di Lewis
Coser, per il quale l’altruismo non poteva essere ammesso fra gli
oggetti di interesse della teoria sociologica (L.A.
Coser, Masters of Sociological Thought,
Harcourt Brace, New York 1977), relegando con ciò immeritatamente
l’opera di Sorokin a filosofia sociale.
Ma le incomprensioni con i settori dominanti della teoresi
sociologica hanno un’origine lontana, decisamente incardinata nel
difficile rapporto con Talcott Parsons. Attorno alla disputa intellettuale fra Sorokin e Parsons
è stato scritto molto; oggi è possibile guardare a tale disputa con
gli occhi disincantati della valutazione del ruolo dell’ideologia
nell’affermazione dei paradigmi socioogici. Fra la statica costruzione del sistema sociale
parsonsiano e la dinamica elaborazione della mobilità sociale e
culturale sorokiniana, Harvard e gli intellettuali statunitensi non
potevano che scegliere Parsons; le esigenze dell’equilibrio
geo-mondiale avevano bisogno di concetti che parlassero di
equilibrio del sistema, di livelli di integrazione, di paradigmi
funzionalistici, di ingegnerie sociali.
Erano tempi duri, attorno alla metà del ventesimo secolo, per
chi intendeva fare sociologia senza per questo aderire ai programmi
ideologici più in voga. Lo stesso Charles Wright Mills, altro
sociologo di una teoria concorrente con quella parsonsiana, ebbe un
destino più fortunato di Sorokin, probabilmente perché era collocato
nella più generale contrapposizione ideologica in atto. E nonostante
Sorokin abbia avuto modo di muovere una decisa critica nei confronti
dell'intervento statunitense in Vietnam, la generazione dei giovani
della contestazione gli preferì Marcuse, più facilmente etichettabile
nelle scelte di campo di quel tempo.
Tuttavia sarebbe erroneo indugiare in una valutazione di Sorokin quale
"sociologo maledetto", perseguitato dalla fortuna e dal destino. In
realtà, Sorokin fu sostanzialmente un pensatore autonomo e libero. Non
reagiva alle questioni del momento, non si lasciava trascinare dagli
eventi. Non che vivesse intellettualmente avulso dalle circostanze
storiche e dai dibattiti ideologici e politici: la sua turbinosa
biografia pone in rilievo che non si tratta di un intellettuale
cresciuto fra le mansuete pareti delle aule e dei dipartimenti
universitari. Semplicemente, il suo
fare ricerca sociale non si esauriva nell’analisi e
nell’individuazione delle cause immediate dei fenomeni storici; la
sua è una vera e propria “sociologia del profondo”, come fu definita
da Tommaso Sorgi, lo studioso che in forma più compiuta ha affrontato
gli snodi teorici e biografici del sociologo di origine russa (T.
Sorgi, La sociologia del profondo in P.A. Sorokin, Libreria
dell’Università, Pescara, 1985).
È possibile definire il pensiero di Sorokin come “sociologia del
profondo”, mettendo in rilievo soprattutto tre aspetti costitutivi
della sua produzione.
Innanzitutto, è una scienza sociale che si prodiga nel portare alla
luce le forze ultime e più sotterranee dei grandi mutamenti sociali.
In pratica, Sorokin non definisce il proprio campo disciplinare
demarcando i confini con quelli attigui, non cerca ostinatamente di
emancipare la scienza sociale dalla filosofia della storia, dalla
storiografia, dalla psicologia; anzi, ogni approccio intellettuale
pregiato deve potersi avvalere degli strumenti provenienti da settori
diversi. Non a caso, un altro ambito nel quale il pubblico italiano ha
potuto incontrare Sorokin è quello della sociologia della
conoscenza. Nel distinguo, tuttavia, che la sociologia della conoscenza sorokiniana non tratta dei meccanismi sociali di
condizionamento del pensiero, ma concerne universalmente l’ampia
interazione esistente fra la società, la storia e i prodotti mentali.
La seconda direttrice della sociologia del profondo di Sorokin
riguarda la sua visione antropologica. Si tratta di una concezione
integrale, che di sicuro deve molto alla ben impostata conoscenza
psicologica che Sorokin possedeva per formazione. Al pari di Freud,
anche Sorokin si lanciò nell’analisi delle energie vitali che
alimentano l’essere, ma pervenne a una soluzione differente rispetto a
quella freudiana. La sua soluzione non dimentica che esiste una
dimensione spirituale, tipicamente creativa e superiore alla
razionalità, al tempo stesso legata alla nostra misura individuale e
tuttavia contemporaneamente superiore, che si esprime spesso nelle
forme incontrollate degli slanci geniali, dei lampi d’intuizione,
delle divine ispirazioni. È questo livello super-conscio a dare
unità ai sottostanti aspetti, per una concezione complessiva della
persona che intende non rinunciare al livello spirituale della
natura umana né relegarlo a mera pulsione incontrollabile. L’approccio
di Sorokin in tal senso è integrale, ed egli stesso definisce la sua
filosofia come «integralismo», giacché «intende la realtà totale come
la X infinita di qualità e quantità innumerevoli: spirituali e
materiali, momentanee e eterne, sempre mutevoli e immutevoli,
personali e super-personali, temporali e senza tempo, spaziali e prive
di spazio, une e molte, le piccolissime come le piccole, le più grandi
come le grandi. In questo senso è il vero mysterium tremendum et
fascinosum e la vera coincidentia oppositorum. Il suo punto
più alto è la X Creativa Infinita che oltrepassa ogni umana
comprensione» (P.A. Sorokin, “La mia filosofia è l’integralismo”, in
W. Burnett, Questa è la mia filosofia, Bompiani, Milano 1961).
In ultimo, la sociologia di Sorokin non ha paura di arrivare fino in
fondo nell’analisi dei problemi della condizione umana e sociale.
Anche per questo è una sociologia del profondo. In tale ambito,
scopriamo il sociologo vero, che non teme di affermare una verità
sulla quale tutti potremmo convergere, se non avessimo i paraocchi
ideologici e concettuali che pretendono che in sociologia le soluzioni
migliori non possono mai essere anche le più semplici. In pratica, se
il mondo contemporaneo è caratterizzato dalle crisi di natura
economica e politica, se assistiamo a una decadenza nel contenuto
morale della nostra vita sociale, se le conquiste e i progressi della
nostra civiltà non pongono l’uomo al riparo dai pericoli ma, anzi, ne
mettono a repentaglio la stessa esistenza, è chiaro che è necessario
invertire la rotta. Il modo più efficace è quello più ovvio: la
diffusione dell’amore altruistico può arginare il dilagare della
cultura sensista, che porta al prevalere degli egoismi, alla ricerca
del piacere a tutti i costi, alla esclusiva cura dei propri interessi,
con il conseguente corredo di miserie e di crudeltà, di ingiustizie e
sopraffazioni.
A questo punto, è chiaro che l’interesse di Sorokin per l’amore
altruistico non è un interesse episodico nella sua vita di studioso,
né un prurito intellettuale senile, ma rappresenta l’aspetto più
maturo del pensiero del Nostro, aspetto che lo vedrà impegnato per 20
anni, dalla fondazione ad Harvard del Research Center in Creative
Altruism fino alla sua morte.
Ancora oggi è possibile riproporre il quesito e domandarci se il
miglioramento delle nostre società non possa contemplare risposte
diverse rispetto a quelle classiche fondate sul progresso scientifico
e tecnologico, sull’estensione del contenuto democratico dell’azione
politica, sulla pianificazione di economie di equilibrio, sulla
creazione di organismi sovranazionali in grado di redimere le
controversie globali, ecc. Davvero la sociologia non può formulare
nessuna risposta che contenga la diffusione dell’amore e
dell’altruismo? Bisogna riconoscere che si tratta di “materiale”
disponibile immediatamente ad ogni attore sociale, universale nel suo
dato interculturale e interclassista, non strutturalmente dipendente
dai profili intellettuali e professionali delle persone, indipendente
rispetto alle condizioni anagrafiche, ideologiche, culturali, e si
potrebbe proseguire nell’indicare quanto l’amore altruistico sia un
elemento costitutivo per la formulazione di un modello di relazione
sociale universale. Ai tempi di Sorokin, effettivamente, nel panorama
delle scienze sociali c’era un deserto rispetto ai sostenitori della
validità e della capacità dell’amore di elevarsi a categoria
sociologica e a fattore di soluzione della crisi in atto. Sorokin, in
questo senso, fu davvero un pioniere.
Oggi, il vento soffia in
direzioni diverse. La pubblicazione in italiano di questo libro
testimonia anche l’impegno che le scienze sociali stanno compiendo
verso paradigmi e teorie che non ignorino questa comune, quotidiana,
meravigliosa forza della nostra natura sociale. Davvero vale la pena
puntare in alto nella elaborazione dei significati profondi della
teoresi sociologica, riappropriandosi di concetti e categorie sulle
quali le società hanno costruito il proprio nucleo fondativo, come la
fraternità, l’amicizia, l’amore altruistico. L’ispirazione sorokiniana
offre un orizzonte preciso al contenuto delle relazioni sociali che
dovranno governare le società globali, complesse, fortemente
interrelate. Mezzo secolo dopo l’edizione originale di questo libro,
alla figura di Sorokin si potrà restituire il giusto posto nel
panorama delle scienze sociali. In questo, il destino del sociologo di
origine russa è pari a quello di tanti altri per i quali la storia ha
potuto solo col tempo riconoscere la grandezza.
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