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28 Marzo 2004:
analisi sociologica di un percorso di cambiamento sociale e civile
per i cittadini extracomunitari romani lungo dodici anni
Fatima
de Menezes
Parliamo
di una storia “vecchia”, una storia, va sottolineato, che coinvolge
uomini e donne che giungono in Italia da varie parti di un mondo
(Terzo o Quarto) sottosviluppato o in via di sviluppo o tremendamente
povero.
E’ la storia di esseri umani che approdano in un contesto sociale e
culturale spesso completamente diverso da quello lasciato alle spalle
e nel quale si entra a far parte comunque, nonostante le difficoltà di
varia natura, come componente integrante del tessuto sociale.
Tessuto attivo, sia sotto il profilo produttivo economico che sotto
quello culturale: perché, come direbbe Talcott Parsons, qualunque
mutamento nella società comporta un corrispondente movimento di
aggiustamento. Credo che non si possa negare che la presenza dei
“nuovi cittadini” extraeuropei abbia portato con sé una lunga serie di
aggiustamenti socio-culturali nella società italiana, colta
impreparata non solo dalle ondate migratorie del 1997 all’indomani del
disfacimento dello stato albanese ma già nei primi anni ’70, quando
L’Unità titolava ‹‹L’ignobile racket di lavoratori tunisini››
(06/10/1972).
Il 28 marzo 2004 segna, quindi, un momento importante per la comunità
di immigrati extracomunitari romani (e per i romani stessi, vale la
pena ricordarlo). Si potrebbe dire che si tratta di una data storica,
sia perché rappresenta l’apice di una possibile integrazione dotata di
effettività socio-politica sancita dall’amministrazione capitolina sia
perché presenta tutte le caratteristiche strutturali di “storicità”
come fenomeno che si dispiega, anche se con una certa inerzia, per
dodici lunghi anni.
Ho deciso di cercare di capire questa storia per poterla, poi,
raccontare nel modo più chiaro e completo possibile, mossa dalle
stesse motivazioni che, probabilmente, nel febbraio del 1992 mossero
il Consiglio d’Europa a sottoscrivere la convenzione di Strasburgo
intitolata “Sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica
a livello locale”: la volontà di aprire gli occhi su un fenomeno,
quello della presenza di immigrati extracomunitari, che non può più
demagogicamente essere liquidato come una questione di ordine
pubblico.
Questo articolo vuole esporre sinteticamente le conclusioni della
ricerca sociologica rivolta all’elezione dei Consiglieri Aggiunti nel
Consiglio Comunale di Roma e all’esercizio del loro ufficio[1].
Molto brevemente desidero accennare prima a quei provvedimenti
giuridico - amministrativi che hanno segnato la “storia” dei
Consiglieri Aggiunti, per soffermarmi successivamente più a lungo
sull’analisi sociologica di tale evento.
Le date “storiche”
La convenzione di Strasburgo del febbraio 1992 era costituita da
tre capitoli: A - “Libertà di espressione, di riunione e di
associazione”; B - “Organi consultivi volti a rappresentare i
residenti stranieri a livello locale; C - “Diritto di voto alle
elezioni locali”.
Già dai titoli di questi capitoli si comprende l’ampio respiro che il
Consiglio d’Europa volle dare alla convenzione, il cui spirito è
dichiaratamente rivolto alla promozione di una effettiva integrazione
dei cittadini extracomunitari nelle società europee di accoglienza
sotto i vari aspetti sociali, nessuno escluso. Ritengo che questo
provvedimento, socio-culturale ancor prima che politico e giuridico,
abbia avuto il principale merito di riconoscere il valore della
diversità qualificandolo su un piano istituzionale, così che da quel
momento il termine “integrazione” non possa più solo essere associato
a un concetto teorico ma sia divenuto espressione di una volontà
istituzionale sopranazionale.
Nel marzo 1994 la legge n. 204 ratifica la convenzione di Strasburgo,
ma limitatamente ai capitoli A e B; la questione inerente al capitolo
C è proprio quella che recentemente ha dato vita a un vivace dibattito
sulla questione del voto amministrativo agli immigrati
extracomunitari, dibattito che vede schierate le istituzioni di
governo (in particolare il Ministero dell’Interno con la circolare n.
4/2004) e le comunità straniere insieme ad alcuni consigli comunali (i
quali ritengono di avere gli strumenti legislativi per promuovere il
diritto di voto amministrativo ai cittadini extracomunitari). La
questione è stata oggetto di esame da parte della Corte Costituzionale
(sentenza del 29/11/2004 n. 372).
Ma la L. 204/94 rappresenta comunque uno strumento dal profondo
significato socio-politico: essa individua negli statuti provinciali e
comunali gli strumenti idonei alla realizzazione di quella
rappresentanza sociale, culturale, sindacale e politica (anche se solo
con indicazione di consultazione) presenti nei capitoli della
convenzione di Strasburgo ratificati dall’Italia. Ritengo questa legge
importante nel momento in cui indica proprio nelle realtà
amministrative locali il luogo in cui cominciare a costruire
l’integrazione sociale dei cittadini extracomunitari, permettendogli
di costruirsi in associazioni che li rappresentino. E’ un’operazione
di “recupero civico” di una parte della società che già da tempo si
era inserita nel tessuto economico sociale ma non aveva ancora avuto
un riconoscimento istituzionale come realtà e controparte sociale.
Le prime elezioni per i rappresentanti degli stranieri nei consigli
comunali si hanno già nel maggio del 1994 (Comune di Nonantola, in
provincia di Modena). Il Consiglio Comunale di Roma, sotto la giunta
Rutelli, si appresta ad apportare le necessarie modifiche allo Statuto
Comunale nel febbraio del 1996. E’ questo un passo necessario per
l’introduzione della figura del Consigliere Aggiunto consiliare e per
quelli Circoscrizionali (situati negli odierni Municipi comunali),
definendone anche le attribuzioni politiche con apposito articolo
(art. 20, ex art. 14/bis): diritto di parola sia in sede consiliare
che nelle varie commissioni, ma non di voto, né di essere conteggiati
ai fini del numero legale per l’attività consiliare (solo per citare i
principali limiti). Naturalmente tali restri-zioni sono state poste
dal Comune di Roma perché altrimenti l’introduzione dei Consiglieri
Aggiunti non sarebbe stata ritenuta giuridicamente compa-tibile
nell’ambito legislativo nazionale.
Nel 1999 viene presentata la centoottantanovesimama proposta
consiliare per la regolamentazione dell’elezione dei Consiglieri
Aggiunti; è un documento in cui si stabiliscono, per esempio, i
criteri di eleggibilità, le modalità di iscrizione alle liste
elettorali, i criteri per le candidature.
Nel maggio 2001 (siamo sotto la giunta Veltroni) abbiamo l’istituzione
dell’Ufficio per le politiche della multietnicità. Nel giugno 2002 la
delibera comunale n. 66 “Roma in futuro: un Patto di integrazione –
indicazioni e opportunità per una multietnicità sostenibile”
sostiene l’importanza della partecipazione attiva delle comunità
straniere all’attività politico - amministrativa capitolina e tra le
azioni di questa partecipazione individua esplicitamente le elezioni
dei Consiglieri Aggiunti; inoltre, il documento ritiene tale
partecipazione elemento fondamentale nel raggiungimento del livello di
governance desiderata. La governance è un concetto
funzionale, legato alla realizzazione degli obiettivi (il cosiddetto
output), che in questo caso però mal si sposa con le reale
attribuzioni che caratterizzano, sul piano istituzionale e
politico-giuridico, sia l’ufficio del Consigliere Aggiunto che la
Consulta delle comunità straniere.
Questa vede la luce con la delibera dell’ottobre 2003 n. 191 “Costituzione
della Consulta Cittadina per la rappresentanza delle comunità
straniere nella città di Roma: indirizzi per il regolamento di
funzionamento” che si colloca coerentemente all’interno dello
stesso orientamento della delibera n. 66/2003 ed esplicitamente
dichiara che fra i suoi compiti c’è la promozione dei diritti civili e
politici dei cittadini extracomunitari. Nella stessa seduta
consiliare, la delibera n. 190 stabilisce il regolamento definitivo
per l’elezione dei Consiglieri Aggiunti e di Municipio.
La Consulta delle comunità straniere, fra le numerose attribuzioni, ha
anche quella della determinazione della qualità dei servizi di
natura interculturale. Qui vorrei proporre una prima riflessione
sociologica sull’importanza dell’inserimento della parola ‹‹interculturale››
in un documento istituzionale. L’importanza di questa scelta sta nella
consapevolezza della differenza tra politiche multiculturali e
interculturali, come tra società multiculturale e interculturale[2]:
dove nelle prime abbiamo la sola co-presenza di culture diverse basata
sulla reciproca tolleranza, mentre nelle seconde troviamo la
compenetrazione di tali culture attraverso la conoscenza e il dialogo
reciproco. Non posso soffermarmi sulle diverse “qualità”
dell’integrazione sociale (assimilazione, coesistenza, convivenza)[3],
ma è rilevante l’aspirazione delle politiche capitoline a cambiare
l’orientamento multietnico della città per un carattere
interculturale, il solo che, a mio parere, possa assicurare la
effettività dei diritti e dei doveri dei cittadini extracomunitari
attraverso l’educazione all’interculturalità sia degli stranieri che
dei cittadini romani.
E’ proprio da questa prospettiva che, al di là delle questioni sorte
intorno agli errori commessi nella preparazione delle elezioni dei
Consiglieri Aggiunti e quelle relative al diritto di voto agli
immigrati extracomunitari (ricordiamo che i cittadini stranieri
dell’Unione europea sono, in questo senso, tutelati dalla legge
comunitaria n. 52 del 1996), trovo estremamente positiva la presenza
dei Consiglieri Aggiunti in Consiglio Comunale e di quelli in
Municipio, quali rappresentanti di quartiere e ‹‹vettori
distinti di richiesta››[4]
(elementi di raccordo con le politiche comunali consiliari).
Essi, infatti, secondo la mia analisi, assumono un ruolo innanzitutto
sociologico fondamentale, prima che politico istituzionale (e in
questo senso ritengo secondarie le disquisizioni giuridiche sulle
attribuzioni dei Consiglieri Aggiunti; ma è chiaro che parlo da un
punto di vista prettamente sociologico): quello di vettori di una
socializzazione politica degli immigrati che si pone come base a ogni
forma di integrazione sociale reale. E da questa l’intera comunità
cittadina trae quella autorevolezza condivisa della legittimazione dei
propri obiettivi e delle proprie attività; “condivisa” vuol dire anche
comprensibile ed esercitabile, tale da ampliare la ‹‹base di
consenso›› e da permettere alla società locale di autoperpetuarsi o
“sopravvivere”.
In tutto ciò, la socializzazione politica, quale aspetto particolare
della socializzazione sociale, individua nei Consiglieri aggiunti gli
strumenti di rappresentanza e rappresentatività utili alla formazione
e alla diffusione di valori, norme, ideologie di confronto e
partecipazione alla vita politico-amministrativa locale. Ciò, ripeto,
indipendentemente dalle attribuzioni dei Consiglieri Aggiunti, come
vedremo più avanti.
I Consiglieri Aggiunti: un modello teorico di reclutamento
socio-politico
Ionut Gabriel Rusu (Consigliere Aggiunto per l’Europa), Irma Perez
Tobias (Consigliere Aggiunto per l’Asia e l’Oceania), Aziz Darif
(Consigliere Aggiunto per l’Africa) e Santos Toboada Zapata
(Consigliere Aggiunto per le Americhe) sono i Consiglieri Aggiunti
eletti con le elezioni nel marzo 2004.
La mia ricerca ha voluto anche indagare gli aspetti della
comunicazione politica realizzata dai canditati eletti in relazione ai
loro profili sociali e culturali. Una delle prime conclusioni a cui
sono giunta è che la loro attività di propaganda ha seguito una
struttura che è simile al modello di Katz e Lazarsfeld (1955; 1957)
della la teoria del flusso a due fasi, che stabilisce una connessione
tra comunicazione interpersonale e quella di massa. I candidati eletti
hanno assunto quel ruolo di opinion leader che conferisce
credibilità ai programmi politici proposti nella comunicazione
politica e che li ha posti come interlocutori tra istituzioni ed
elettori già in una fase pre-elettorale.
Dalla “biografia elettorale” di ciascun candidato eletto ho potuto
individuare nei contatti personali, nei contatti telefonici e via
e-mail quella che nel modello di Katz e Lazarsfeld è definita
comunicazione interpersonale, mentre nel materiale cartaceo
(essenzialmente costituito da manifesti e volantini) quella di massa.
In effetti, quest’ultimo strumento di comunicazione ha una diffusione
non determinabile del messaggio elettorale.
Questa analisi della comunicazione politica dei candidati eletti mi ha
condotto anche ad alcune considerazioni sulla natura dei messaggi
elettorali, che qui riassumo brevemente.
Da una parte abbiamo un’accentuazione dell’importanza dello strumento
elettorale come momento di aggregazione sociale e politica per le
diverse comunità di stranieri, per l’espressione delle loro necessità;
in questo caso, i messaggi elettorali parlano di problemi comuni a
tutti gli immigrati extracomunitari e sottolineano il senso della
coesione sovranazionale della rappresentanza che i candidati vogliono
assumere, sottolineato dall’uso fatto nella comunicazione politica
della lingua italiana. Ma da questo atteggiamento “ecumenico”
elettorale sembra allontanarsi Irma Perez Tobias, che ha portato
avanti una campagna elettorale con materiale in lingua filippina e
inglese; ciò potrebbe sembrare limitativo per la diffusione del
messaggio elettorale, se non sapessimo che la comunità filippina è la
più “antica” e culturalmente radicata comunità di immigrati a Roma
(circa 25 mila presenze) e anche la meglio organizzata sotto il
profilo sindacale (la stessa Perez Tobias ha fondato la prima
associazione di lavoratori filippini in Italia).
Inoltre, dall’analisi della comunicazione politica dei candidati
eletti sono risalita a un possibile modello generale di reclutamento
politico[5]
intorno al quale, secondo le mie conclusioni, si è realizzata la vera
selezione dei candidati e si è costruita la loro candidatura, un
modello che ho basato su quattro fattori comuni a tutti e quattro i
Consiglieri Aggiunti: permanenza, mediazione interculturale,
associazionismo, orientamento di interessi.
Con la permanenza ritengo di aver evidenziato un elemento
importante di opportunità per entrare a far parte della società di
accoglienza, conoscerne la struttura e i problemi sociali e in
particolare per l’apprendimento della lingua italiana, uno strumento
linguistico che ognuno dei candidati eletti ha potuto usare e
verificare nei diversi contesti in cui si è trovato ad operare. In
ogni caso, ognuno di essi può vantare una permanenza sul territorio
comunale che va da dieci a oltre vent’anni; un buon lasso di tempo che
concede la possibilità di orientarsi ed integrarsi.
La mediazione interculturale è un altro elemento che, a mio
avviso, è molto qualificante per i candidati eletti; sia che abbia
assunto la caratteristica di una formazione professionale specifica o
che sia stata l’esito di un impegno sociale all’interno di
un’associazione, essa rappresenta un requisito determinante per
l’immagine proposta all’elettore (e infatti compare nella propaganda
di ognuno di essi). Credo che non sia difficile ravvisare nella
mediazione interculturale una specie di tirocinio per i rapporti che i
candidati si sono trovati ad intrattenere con le istituzioni locali,
ai diversi livelli e nei diversi contesti; un arricchimento delle
competenze specifiche, dunque, nell’ambito amministrativo, che non
tutti gli immigrati possono vantare, e che ha consentito ai candidati
eletti di collaborare con le istituzioni su un piano paritario. Ciò
che li rende quasi dei candidati “naturali” all’esercizio della
rappresentanza politica degli immigrati.
L’associazionismo lo definirei addirittura un fattore
fondamentale tra i criteri di reclutamento politico, tanto che
riterrei possibile definire i candidati come ‹‹soggetti reclutati da
agenzie››[6];
con ciò non sto paragonando le associazioni degli immigrati
extracomunitari ai partiti politici, ma l’appartenenza ad un ambiente
associazionistico costituisce l’ambiente culturale e ideologico
migliore per sviluppare quelle caratteristiche di opinion leader
di cui si parlava sopra. Inoltre, l’associazione permette di contare
su rapporti organizati, su una specie di base che, se non di vero e
proprio consenso, è fatta di individui aggregati intorno ad un minimo
comune denominatore ideologico. E aggiungerei che, sommato alla
mediazione interculturale, l’associazionismo si rivela anche un
osservatorio privilegiato per l’approccio ai problemi degli immigrati
extracomunitari.
Infine, l’orientamento di interessi mi è sembrato un
conseguenza diretta dell’appartenenza ad un’associazione nell’ambito
del cui contesto culturale ed ideologico si viene a creare un iter
di formazione, che ho identificato in ciascuno dei programmi
elettorali dei candidati eletti.
Per esempio, Gabriel Rusu “proviene” dalla Comunità di Sant’Egidio e
nel suo messaggio pone in evidenza la diversità come risorsa[7];
non è difficile ricondurre il suo ecumenismo elettorale, evidente
anche nell’approccio molto particolareggiato alle questioni degli
immigrati, con la collaborazione in atto da otto anni con la Comunità
di Sant’Egidio.
All’estremo opposto porrei l’identikit elettorale di Irma Perez
Tobias, le cui esperienze segnate dall’impegno per la difesa dei
diritti dei lavoratori filippini e della identità culturale della
comunità filippina, l’ha portata a preparare il proprio materiale di
propaganda soprattutto in lingua filippina e a dargli un forte taglio
politico-sindacale in cui il tema del lavoro ha una prevalenza
particolare[8].
Analoghe corrispondenze si possono rilevare anche negli altri due
candidati eletti, Azizi Darif (che lavora per la promozione culturale
nell’associazione marocchina, l’Acmi, e presso il Centro Culturale
Islamico di Roma) e Santos Taboada Zapata (che proviene dal Consiglio
della Consulta del Perù)[9].
Queste corrispondenze, da me verificate sulla base del materiale messo
a disposizione dai Consiglieri Aggiunti, mi hanno permesso di
sviluppare un’analisi sociologica che, a partire dal background socio
– economico - culturale comune ai candidati eletti, sembrerebbe
condurci alle teorie elitiste[10]
sul reclutamento politico: dove i titolari di una carica pubblica non
sarebbero rappresentativi, dal punto di vista socio-economico,
dell’intera popolazione (cfr. studio di Rush del 1988, relativamente
ai parlamentari britannici; studio di Verzichelli del 1997,
relativamente ai parlamentari italiani)[11].
Ora, sebbene tali teorie abbiano mostrato i propri limiti
relativamente al legame causale tra il comportamento dei titolari
degli incarichi e le loro caratteristiche socio-economiche, vengono
considerate degli indicatori efficaci del comportamento individuale[12].
Inoltre, lo studio comparativo tra teorie elitiste e pluraliste di
Lipset e Löwenthal (1961), conclude che né le une né le altre offrono
la possibilità reale per il singolo cittadino di partecipare al
governo[13].
L’analisi delle corrispondenze, tra il profilo socio-culturale dei
Consiglieri Aggiunti (livello di istruzione, impegno
associazionistico, mediazione culturale, ecc.) e il loro percorso
politico, mi ha portato a confermare il modello generico di
reclutamento politico a cui accennavo in precedenza. In essa, ai
diversi livelli di struttura primario, secondario e terziario, hanno
giocato un ruolo fondamentale, rispettivamente, il livello di
istruzione e l’esperienza di interazione con le istituzioni comunali,
la motivazione individuale e l’attivismo maturato nelle associazioni,
e le associazioni stesse come sponsor e come elemento che ha
elevato lo status sociale del candidato agli occhi dell’elettore.
Anzi, per essere più precisi, direi che si può parlare di reclutamento
socio-politico all’interno di ‹‹strutture di opportunità››, definite
da Schlesinger (1966) come un complesso di circostanze e di
caratte-ristiche personali che possono accrescere o diminuire le
probabilità che una persona possa aspirare ad un incarico.
E con ciò credo di aver delineato quale percorso pre-elettorale
abbiano seguito i Consiglieri Aggiunti eletti al Consiglio Comunale di
Roma, e di aver esposto chiaramente l’acquisizione delle competenze
che hanno loro consentito di farsi interpreti di una “ideologia degli
immigrati”, secondo la definizione parsoniana di “ideologia”[14].
Il mio lavoro ha naturalmente indagato l’ambito istituzionale in cui i
Consiglieri Aggiunti si trovano a lavorare, anche in relazione al
dibattito contemporaneo sul ruolo effettivo dei consigli comunali in
Italia rispetto la riforma degli enti locali decretata con la legge n.
142/1990. Per ragioni di spazio, mi limito ad accennare alle
conclusioni: sostanzialmente, sia assumendo la posizione teorica di
chi afferma che la riforma degli anni ’90 non è responsabile di una
compressione dei poteri dei consiglieri aggiunti che quella di chi
sostiene esattamente il contrario[15],
per i Consiglieri Aggiunti c’è comunque un problema di effettività di
esercizio della rappresentanza politica, in quanto non sono loro
riconosciuti gli strumenti adeguati ad esprimere politicamente
tale rappresentanza, che viene in un certo modo delegata ai colleghi
consiglieri comunali.
Desidero, invece, concludere questo articolo affrontando
l’interpretazione sociologia della rappresentanza e rappresentatività
politica dei Consiglieri Aggiunti.
L’esercizio della rappresentanza dei Consiglieri Aggiunti: il peso
politico e il peso sociale
Innanzitutto dobbiamo chiederci: quale rappresentanza per i
Consiglieri Aggiunti? Una volta accettato il fatto che parlare di
“rappresentanza politica” vuol dire affrontare un tema
multidimensionale, possiamo affermare che essa è ‹‹un sistema
istituzionalizzato di responsabilità politica, realizzata attraverso
la designazione elettorale libera di certi organismi politici
fondamentali […]››[16]:
In esso la responsabilità (periodica) è l’elemento costitutivo della
rappresentanza, che assoggetta l’uomo politico alla competizione
elettorale e lo impegna a rendere conto della sua attività a chi può
designarlo.
Mi sembra di poter individuare nell’ufficio del Consigliere Aggiunto
questa responsabilità politica che, sostanzialmente, ne conferma la
titolarità della rappresentanza. Anche sotto l’aspetto descrittivo, la
definizione di rappresentante come ‹‹fiduciario controllato che in
alcune sue caratteristiche rispecchia quelle dei suoi elettori››[17]
risulta sovrapponibile alle caratteristiche della carica di
Consigliere Aggiunto: fiduciario, poiché questi ha un certo
margine di autonomia nell’esercizio della rappresentanza[18];
controllato, in quanto soggetto al vincolo del controllo degli
elettori (forma che rispetto alla delega o al mandato è meno rigida e
soprattutto viene esercitata “posteriormente” all’attività
istituzionale); e con caratteristiche che rispecchiano quelle degli
elettori, dato che il Consigliere Aggiunto ha in sé quegli
elementi di una rappresentanza sociologica che è dimensione “di
riproduzione” della rappresentanza politica (dove rappresentare vuol
dire possedere, appunto, caratteristiche che riflettono quelle dei
rappresentati)[19],
elementi ritenuti garanti della struttura rappresentativa[20].
E la rappresentatività, allora? Essa è connessa alle opportunità di
impiego dello strumento della rappresentanza politica, ciò che porta
alla dimensione “di azione” del rappresentare, nel senso di
‹‹agire secondo determinati canoni di comportamento in riferimento a
questioni che concernono un’altra persona››[21].
Ma, come è stato fatto notare nel paragrafo precedente, secondo questa
prospettiva l’agire dei Consiglieri Aggiunti è in gran parte limitato
alla consultazione, per cui la rappresentatività viene ad essere
privata del peso della negoziazione politica. E se è ragionevole
condividere l’opinione che ‹‹crisi della rappre-sentanza e crisi del
rappresentato, come sempre, si richiamano reciprocamente!››[22],
allora la rappresentatività “distorta” dei Consiglieri Aggiunti
potrebbe tramutarsi in rappresentanza politica formale, svuotata
d’ogni contenuto ideologico proprio perché necessariamente costretta a
far proprio quello della rappresentanza “reale” che in Consiglio
appoggia le loro mozioni e le trasforma in norme.
Il rischio sta nella correlazione tra livello di partecipazione
politica e il livello di efficacia politica[23],
o meglio la percezione che l’elettore ha di influire sulle scelte
politiche. In questo senso, una rappresentanza frustrata conduce ad
uno scollamento nel rapporto fiduciario tra i titolari della
rappresentanza e i rappresentati. Inoltre, il perdurare di una simile
situazione potrebbe tradursi anche in un appiattimento dell’azione dei
Consiglieri Aggiunti (al “traino” dei loro colleghi italiani) e nel
deterioramento del rapporto con le elezioni, a causa della percezione
degli elettori che tale strumento di consultazione politica sia più
fattore di discriminazione che non di integrazione sociale.
E il peso sociale? Qui bisogna rifarsi al concetto della
partecipazione politica come ‹‹parte di un più ampio comportamento
sociale, e non isolatamente da esso››[24].
Ritengo con ciò di dover distinguere il ruolo istituzionale dei
Consiglieri Aggiunti da quello sociale, la cui elezione ha
rappresentato il culmine di una attività politico-sociale, sia da
parte dell’Amministrazione comunale che da parte dei candidati stessi,
che hanno avuto il merito di avvicinare gli immigrati extracomunitari
alla partecipazione politica democratica del governo cittadino (intesa
come condivisione di diritti e doveri nell’ambito di un contesto
normativo). Tale partecipazione può concorrere alla formazione di una
opinione pubblica straniera che, stando alla definizione di opinione
pubblica di Pollock (1976)[25],
significherebbe l’opportunità per gli immigrati extracomunitari di
trasmettere i propri ‹‹contenuti di coscienza›› nell’aula consiliare
di Roma, dando “effettività sociologica” alla presenza dei loro
rappresentanti, e rafforzando così il legame con le istituzioni e la
comunità cittadina di cui essi sono consapevolmente parte integrante.
Ecco perché ritengo che, sotto il profilo di un’analisi sociologica,
l’elezione dei Consiglieri Aggiunti e l’esercizio del loro ufficio
abbia una valenza positiva, che non è sminuita dalle limitazioni di
carattere politico e giuridico, rappresentando una risorsa di
integrazione sociale e di emancipazione socio-politica generazionale
per i cittadini extracomunitari immigrati: una ricchezza condivisa dai
cittadini romani e aperta all’opportunità dello sviluppo di una
società realmente interculturale.
Un simile salto di qualità dei rapporti di convivenza non può essere
impartito da un modello esclusivamente normativo autoritario, ma
piuttosto da un modello educativo civico. L’esperienza della
rappresentanza politica degli stranieri si pone come l’opportunità di
realizzazione di un dialogo interculturale, come principio di un
cambiamento sociale la cui dinamicità è l’essenza del processo di
adattamento della struttura sociale parsoniana, quando si riferisce
all’equilibrio sociale. Cambiamento di equilibrio, quindi, non
di struttura; e sottolineo questi termini della teoria di
Parsons per ribadire il carattere di continuità di questa storia di
arricchimento sociale e culturale nel cui solco si collocano, oggi,
anche con tutti i loro limiti, i Consiglieri Aggiunti, il loro
ufficio, l’Amministrazione capitolina e i cittadini di Roma: tutti
attori, più o meno consapevoli, di un esperimento sociale che mi
sembra istituzionalmente orientato verso un modello interculturale di
società.
Note
[1]
Menezes Fatima, L’esperienza dei Consiglieri Aggiunti nel
Consiglio Comunale romano. Un’analisi sociologica, tesi di
licenza di Scienze Sociali, Pontificia Università S. Tommaso D’Aquino
- Angelicum - , Roma, 2004, relatore Prof. Lo Presti Alberto
[2]
Susi F., L’interculturità possibile. L’inserimento scolastico
degli stranieri, Anicia, Roma, 1995, pp. 47-48
[3]
Susi F., op. cit., p. 49
[4]
Magnier A., “Consigli e consiglieri comunali nel governo locale”,
in Brasca A. e Morisi M. (a cura di), Democrazia e governo
locale. Il ruolo delle assemblee elettive, il Mulino, Bologna,
2003, p. 208
[5]
Rush M., Politica e società. Introduzione alla sociologia
politica, il Mulino, Bologna, 2003, pp. 147-148
[6]
Rush M., op. cit., p. 141
[7]
Periodico “Altri”, n. 1, maggio-giugno 2004, p. 13
[8]
Periodico “Altri”, op. cit., pp. 18-19
[9]
Tali profili socio culturali e le relative analisi sono
esposte dettagliatamente in Menezes Fatima, op. cit., pp.
31-45
[10]
Per una completa analisi della dottrina elitista, sotto la
prospettiva del pensiero politico e filosofico, si veda Lo Presti
A., La teoria dell’élites fra filosofia della storia e scienza
politica, Nova Millenium Romae, Roma, 2003
[11]
Per ulteriori dettagli cfr. le tabelle esplicative in Rush M.,op.
cit., pp. 157-158
[12]
Tanto per dare una dimensione alla rappresentanza elettorale, il
“peso numerico” delle preferenze attribuite
complessivamente ai quattro candidati eletti (2.392), sia rispetto
il totale degli aventi diritto al voto (pari a circa il
7,5%) e ancor più rispetto l’intera popolazione di immigrati
extracomunitari residenti (in questo caso la percentuale delle
preferenze scende a circa l’1,3%) mi sembra piuttosto scarso;
d’altra parte bisogna sottolineare che questi stranieri per poter
votaredovevano iscriversi
alle liste elettorali e questo passaggio obbligatorio ha
sicuramente condizionato il flusso elettorale: relativamente alle
differenze di affluenza nei Paesi con iscrizione automatica alle
liste elettorali e in quelli in cui
tale iscrizione è demandata al cittadino, si veda Glass, Square e
Wolfinger (1984) in Smelser N. J., Manuale di
sociologia, il Mulino, Bologna, 2001, pp. 532.533
[13]
Smelser N. J., op. cit., p. 543
[14]
‹‹il sistema di credenze condiviso dai membri di una
collettività››, in Rush M., op. cit., p. 191
[15]
Mi riferisco alle due posizioni esemplificative del dibattito che
fanno capo ad Antonio Andreani e Alfredo Corpaci; per una più
approfondita lettura di tale dibattito cfr. Brasca A. e Morisi M.
(a cura di), op. cit.
[16]
Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., Il Dizionario
di Politica., UTET, Torino, 2004, p. 804
[17]
Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit.,
p. 802
[18]
La specificità di tale autonomia è tale per cui ‹‹in nessun paese
è stato sancito per legge l’obbligo degli eletti di assoggettarsi
alla volontà dell’elettorato››, in Klaus von Beyme, I partiti
nelle democrazie occidentali, CS Zanichelli, Firenze, 1987, p.
257
[19]
Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit.,
p. 800
[20]
Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit.,
p 802
[21]
Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit.,
p. 800
[22]
Allegretti U., in Brasca A. e Morisi M. (a cura di), op. cit.,
p. 92
[23]
Rush M., op. cit., p.135
[24]
Rush M., op. cit., p. 137
[25]
‹‹Contenuti di coscienza di una persona, indipendentemente dal
giudizio sulla sua verità o falsità››, in Rush M., op. cit.,
p. 177
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