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L’origine
ideologica delle idee di mutamento e di sviluppo
Alberto Lo Presti
Uno
fra i concetti più inflazionati del pensiero sociale politico
odierno è, indubbiamente, quello di sistema. Sia che lo si esalti
nelle sue versioni cibernetiche, o che lo si osteggi dal punto di
vista individualistico, si colloca costantemente al centro delle
prospettive di ricerca socio-politica. Come spesso accade per i
concetti molto diffusi, anche quello di sistema risulta a volte poco
approfondito. In generale, esso sembra evocare una certa rigidità
semantica che può fuorviare e indurre alla sottovalutazione della
critica concettuale e storica al quale esso, nell’ultimo secolo, è
stato sottoposto. C’è bisogno di rivisitare il concetto di sistema
così come si è profilato, storicamente, nell’evoluzione delle nostre
discipline. E magari potremo servirci di questa critica storica per
superare alcune diffidenze, o rimuovere i facili entusiasmi, che
l’adozione di una prospettiva sistemica sembrano generare nelle
comunità scien-tifiche. Perché, è bene ripeterlo, di metodi
scientifici ne esistono parecchi, soprattutto nelle scienze
socio-politiche. Una condizione di «poliparadigmaticità diffusa»[1],
come la chiama Enzo Campelli, che costituisce il prezioso patrimonio
per una ricerca plurale e aperta, l’unica che non può corrompere la
credibilità di discipline così delicate – per il loro inserimento
nella dimensione storica e contingente - come la scienza politica e
la sociologia.
La
svolta sistemica fu generale e costituì un cambiamento epistemico
nel panorama delle disci-pline scientifiche. Dall'atomo alle
cellule, dai microrganismi alle classi sociali, dai corpi celesti ai
fonemi e morfemi della linguistica, dalle norme giuridiche ai fluidi
termodinamici, nel corso del ventesimo secolo sono via via affiorate
nuove concettualizzazioni, volte a far emergere la dimensione
sistemica dei concetti espressi. All’inizio, forse, il problema si
risolse soprattutto nell'indicazione della strada per superare lo
schema di spiegazione scientifica basato sul principio di causalità.
Laddove, infatti, la scienza classica si era fino ad allora
prodigata nell'isolare le caratteristiche dei singoli elementi
della natura e dell'attività umano-sociale, la teoria generale dei
sistemi denunciava la non sufficienza di tale rapporto, che ignorava
le sistematicità delle interrelazioni fra elementi del sistema e fra
sistemi. Si aprì, per tale via, una prospettiva globale e un nuovo
paradigma[2]
di scoperta e sviluppo di quegli aspetti generali, di quelle
corrispondenze e di quegli isomorfismi comuni a tutti i sistemi.
L'oggetto della General System Theory, allora, «consiste
nella formulazione di principi che sono validi per i "sistemi" in
generale, quale che sia la natura degli elementi che li compongono e
quali che siano le relazioni, o le "forze", operanti tra di essi»[3].
La grande suggestione del sistema fu proprio questa: un unico
concetto, una sola idea, ma innumerevoli applicazioni nei diversi
settori disciplinari.
L’irruzione del
concetto di sistema nel campo sociale e politico mise in crisi il
modo tradi-zionale di guardare all’avvenire. Anche linguisti-camente
è già possibile accorgersi delle profonde trasformazioni
intervenute: “il divenire storico delle società umane” si trasformò
nel “mutamento del sistema sociale”, con le concettualizzazioni
allegate dell’equilibrio, della conservazione, della stabilità. Il
cambiamento del sistema è spesso pensato come il passaggio da una
condizione di equilibrio a un’altra. In tale visione, l’avvenire
perde anche gli ultimi residui che ne raccontavano la libera e
ineffabile proiezione della creatività dell’uomo, cessa quasi
definitivamente di essere il luogo del sogno e dell’utopia.
I
pensatori che aderiscono all’idea sistemica della scienza sociale
e politica sono tutti accomunati da una esaltazione che li porta, a
volte, a credersi protagonisti di una rivoluzione scientifica,
personificatori di un carattere quasi missionario all’interno della
scienza. Forse, sono vittima della grande suggestione scientifica
che vuole il sistema lo strumento logico adeguato per ridurre il
panorama delle molteplici discipline scientifiche ad una grande e
coerente costruzione epistemologica. Fra questi grandi del ventesimo
secolo, il primo da affrontare è il più risoluto “profeta” del nuovo
corso scientifico della ricerca sociale e politica: Vilfredo Pareto.
Pareto ha proprio l’atteggiamento scientifico di colui che si
autoproclama il “salvatore” della scienza sociale. Secondo lui,
finora abbiamo fatto finta di studiare il sociale, è ora che si
cominci a farlo su basi di verità. Finora, le illusioni hanno
ingannato tutti i filosofi e i sociologi a lui precedenti. È lui che
può salvare la scienza sociale, operando un rivolgimento globale del
pensiero umano-sociale, attraverso la fondazione di una sociologia
che proceda senza dogmi, né «umanitaria», né «positivista»,
tantomeno «cristiana». Piuttosto, essa va costruita in modo
esclusivamente sperimentale, come la chimica e la fisica, con
l’esperienza e l’osservazione che ne dovranno guidare le
articolazioni teoriche.
Come
si possono studiare le azioni sociali dal punto di vista
logico-sperimentale? La prima cosa da fare, dice Pareto, è classificare le azioni, seguendo i principi della classificazione
naturale adottati dalla botanica e dalla zoologia. E allora troviamo
una prima grande distinzione. Esiste l’azione che usa i mezzi più
logici per raggiungere un fine stabilito, e ve ne sono altre in cui
questo manca. È ovvio che questa valutazione dell’adeguatezza dei
mezzi a un fine potrà essere soggettiva o oggettiva.
Soggettivamente parlando, ogni azione potrebbe dirsi logica. Anche
quella più sconclusionata potrebbe risultare logica agli occhi
dell’attore squilibrato. Ancora, si può dire che non esiste un
confine invalicabile fra le due sfere della valutazione dell’azione:
quello che oggi diciamo logico domani potrebbe, con l’accrescersi
della conoscenza, diventare illogico e vice-versa. Procedendo in
modo più preciso, Pareto formula la seguente definizione: «daremo
il nome di “azioni logiche” alle azioni che uniscono logicamente le
azioni al fine, non solo rispetto al soggetto che compie le azioni,
ma anche rispetto a coloro che hanno cognizioni più estese, cioè
alle azioni logiche aventi soggettivamente e oggettivamente il senso
spiegato ora. Le altre azioni saranno dette “non logiche”, il che
non vuol punto significare illogiche»[4].
In
Pareto, già in queste prime battute, è possibile ravvisare l’idea
fondamentale dei residui e delle derivazioni: «L’uomo ha una
tendenza così forte ad aggiungere svolgimenti logici ad azioni
non-logiche, che tutto gli serve di pretesto per dedicarsi a questa
diletta occupazione»[5].
Ecco perché Pareto ravvisa nel suo progetto un tentativo
pionieristico per la fondazione delle scienze sociali: la quasi
totalità delle teorie sociologiche ha sempre trascurato questa
dimensione dell’azione sociale.
Quindi, il criterio introdotto dalla teoria pa-retiana
raccomanda per l’osservazione della realtà sociale, di distinguere
fra la parte logica e quella non-logica dell’azione. È un fatto che
nella storia del pensiero umano-sociale si sono appena intraviste,
secondo Pareto, le conseguenze dell’osservazione delle componenti
non-logiche dell’azione sociale. Ciò è dovuto al semplice fatto che
al posto della «verità sperimentale» delle teorie scientifiche si è
badato di più alla loro «utilità sociale»[6].
Una successiva suddivisione è «la separazione di una parte
costante, istintiva, non-logica, e di una parte deduttiva che mira a
spiegare, giustificare, dimostrare la prima»[7].
La prima dà luogo alla classe dei residui mentre la seconda a quella
delle derivazioni.
Ai residui corrispondono alcune realtà istintuali
dell’uomo, il residuo non ha esistenza oggettiva e la sua costanza è
il risultato proprio dell’origine istintuale. Alle derivazioni,
invece, corrisponde il lavoro della mente umana per rendere ragione
del residuo.
Veniamo alla concezione di società di Pareto. Essa è
basata sul concetto di sistema. La so-cietà è un sistema composto da
elementi in equilibrio reciproco, tale che ogni mutamento in una
delle sue parti comporta il mutamento dell’intero sistema. Non sono
certo le derivazioni a contribuire in modo cruciale all’equilibrio
del sistema sociale; questa è una mera illusione, forse la più
fuorviante per il pensiero sociale. L’equilibrio dinamico del
sistema è assicurato dal ruolo fondamentale assunto dai residui
all’interno della società. Alle lente trasformazioni dei residui
corrispondono i mutamenti del sistema sociale. Anche
le derivazioni cambiano – in modo più facile rispetto ai residui –
ma le conseguenti trasformazioni del sistema sociale possono anche
non esserci. Questo perché ad ogni residuo possono corrispondere
anche più derivazioni, per cui il cam-biamento delle derivazioni non
necessariamente si-gnifica che la struttura dei residui ha subìto
delle variazioni.
L’insieme delle idee e delle leggi di Pareto produce un paradigma
teorico onnicomprensivo, nel quale ogni evento storico e futuro
trova il suo posto e la sua spiegazione. Per Pareto, quindi, la
società funziona come un congegno immutabile e la storia, per quanto
possa raccontare la straordinarietà delle vicende umane, non fa che
confermare la precisione del congegno. Ma questo significa, in poche
parole, costringere il futuro al funzionamento del meccanismo del
sistema, significa ancor di più negare che il divenire storico sia
aperto a soluzioni creativamente elaborate dallo spirito umano.
L’avvenire, allora, non è più il luogo delle infinite possibilità.
Il sistema sociale di Pareto avanza una concezione circolare della
storia – si pensi alla teoria della «circolazione delle élites»[8]
– la quale nega qualsiasi trasformazione radicale nel divenire
storico.
Gli scopi teorici del funzionalismo non sono troppo
diversi da quelli di Pareto. La teoria funzionalista è una fra le
più importanti nelle scienze sociali per la sua estensione
disciplinare, in quanto trova diffusione dalla sociologia
all’antropologia, dalla scienza politica alla psicologia sociale. La
sua origine non può circoscriversi con precisione, giacché l’idea
generale che spiegare un fenomeno sociale significa identificare la
funzione da esso svolta all’interno di una realtà totale concepita
come una unità è, appunto, antichissima. Comunque, in genere per le
scienze sociali si ricorre al pensiero dell’antropologo Bronisław
Malinowski, il quale propone il funzionalismo quale metodo in grado
di superare l’approccio psicologistico nella ricerca antropologica.
É davvero insufficiente, secondo Malinowski, occuparsi della magia o
della religione, della mitologia o delle conoscenze primitive,
ricorrendo alla descrizione degli stati psicologi introspettivi
degli individui. Malinowski, invece, fonda la propria ricerca su di
una base completamente diversa: per cogliere la funzione di ogni
istituzione sociale bisogna comprendere il modo attraverso il quale
essa giunge a soddisfare i bisogni primari e secondari dell’essere
umano e sociale. L’intera cultura, allora, è interpretata come una
struttura elaborata dall’uomo per consentire l’adattamento armonico
di una società al suo ambiente. L’analisi funzionale di Malinowski,
quindi, parte da un presupposto: «in ogni tipo di civiltà, ogni
costume, ogni oggetto materiale, idea e opinione adempiono una
qualche funzione vitale»[9].
Malinowski lavorò su questo approccio teorico alla London School of
Economics, e fra i suoi allievi ci fu proprio Talcott Parsons, colui
al quale si imputa lo sviluppo più importante del paradigma
funzionalista nelle scienze sociali.
La lettura delle opere di Parsons non è agevole. Lo
stile è complesso è l’indirizzo soprattutto teoretico delle sue
opere non facilita l’impresa. C’è chi ha condotto una critica feroce
nei confronti delle astrattezze del pensiero parsonsiano: per
esempio Charles Wright Mills ha provato a dimostrare, traducendo
alcuni passaggi complicatissimi di Parsons in una forma linguistica
più semplice, che se si eliminano le inutili complicazioni teoriche
e concettuali si possono trovare alcune idee buone, ma niente di più[10].
Pitirim A. Sorokin, invece, è ancora più drastico nel criticare
questo aspetto del lavoro di Parsons. Fa riferimento
all’«abracadabra parsonsiano» per mettere in rilievo l’oscurità di
alcuni suoi elementi concettuali, e cita esplicitamente «la
predilezione di Parsons per l’espressione di idee banali in forme
pesantemente complicate»[11].
Pur tenendo presenti le giustificate critiche di Wright Mills e di
Sorokin, non si può ignorare che Parsons ha tracciato una parte
considerevole della storia delle scienze sociali e che le sue idee
sono portate avanti ancora oggi con grande intensità.
Il
percorso teorico di Parsons sembra rical-care i passaggi
fondamentali intrapresi da Pareto[12].
Come abbiamo visto Pareto si propose, in apertura della sua opera,
di studiare attraverso strumenti logico-sperimentali l’azione umana.
La sua prima classificazione fra azione logica e azione non logica
costituisce la distinzione fondamentale che condurrà al discorso sui
residui e sulle derivazioni, da questi muoverà l’analisi alla forma
della struttura sociale e alla circolazione delle élites di potere.
Allo stesso modo, la prima grande opera di Parsons è dedicata
all’analisi della struttura dell’azione sociale. L’intento è quello
di adottare un punto di vista in palese contrasto con l’indirizzo
positivistico-comportamentista, secondo il quale si può interpretare
l’azione umana a partire dallo schema stimolo-risposta. L’analisi di
Parsons, invece, pone in evidenza gli aspetti teleologici e
volontaristici dell’azione sociale, cioè quegli aspetti nei quali si
dà un attore, un fine (una situazione futura verso la quale è
orientato il processo dell’azione), una situazione di partenza
(analizzabile poi in base a due elementi: quelli nei confronti dei
quali l’attore non ha possibilità di controllo, che cioè egli non
può modificare o fare a meno di modificare in relazione al suo fine
e sono le condizioni -, e quelli sopra i quali egli ha tale
possibilità di controllo – cioè i mezzi). É implicito nella
concezione stessa di questa unità, nei suoi usi analitici, un
determinato modo di relazione tra questi elementi. Cioè, nella
scelta di mezzi alternativi per un dato fine, in quanto la
situazione consenta delle alternative, si ha un «orientamento
normativo» dell’azione[13].
All’interno del suo impianto teorico, Parsons relega il
cambiamento sociale a fenomeno marginale e periferico, e comunque
sottomesso alle leggi dell’equilibrio dei sistemi. L’avvenire è
prigioniero delle leggi della dinamica dei sistemi sociali. La
giustificazione di questo assunto è di natura logica e procede dalle
questioni basilari del funzio-nalismo parsonsiano. L’azione non si
comprende solo ricorrendo alla soggettività dell’attore, e l’attore
non è detto che sia un individuo, può infatti essere anche un
gruppo, un’organizzazione, una civiltà. Come abbiamo visto nella
citazione di Parsons, l’azione sociale si definisce innanzitutto
come un comportamento umano motivato, ma bisogna anche tener conto
che questo comportamento è guidato dai significati che l’attore
scopre nel mondo esterno. In pratica, la teoria di Parsons studia
l’azione sociale a partire dal dualismo attore-situazione. Essa
premette una visione che, metaforicamente, concepisce l’attore
sociale come immerso in situazioni e la sua azione è sempre il
risultato della lettura dell’insieme di segni che egli percepisce
nell’ambiente circostante e ai quali risponde. Questo mondo esterno,
questo ambiente circostante all’attore, è innanzitutto l’ambiente
psichico in cui si svolge l’azione, cioè gli oggetti materiali, le
condizioni climatiche, la geografia e la geologia dei luoghi, ma
anche l’organismo biologico nel caso di un attore individuale.
L’attore sociale è sollecitato da questi elementi, li interpreta,
percependo così la realtà della situazione, dà un senso ad essa,
quindi agisce.
In tutto questo, un posto importante è oc-cupato dagli
elementi culturali e simbolici. D’altronde, come abbiamo appena
visto, la struttura dell’azione sociale fa costantemente riferimento
ai significati, di conseguenza essa si confronta incessantemente con
le strutture simboliche, giacché è soprattutto attraverso segni e
simboli che l’attore percepisce e conosce la situazione nel quale è
inserito. Ma queste strutture simboliche hanno anche un’altra
importante funzione, cioè quella di articolare le regole di comportamento, le norme, i valori culturali che servono a guidare
l’attore nell’orientamento della sua azione. Per l’azione sociale,
quindi, perseguire un fine significa soddisfare, innanzitutto, delle
aspettative normative e queste sono interiorizzate da ogni attore e
costituiscono le norme dell’azione.
La teoria di Parsons fonda l’analisi sistemica
dell’azione sociale. L’azione, infatti, si presta bene alla
concettualizzazione sistemica. Essa si presenta come formata da
tante unità, per cui si può scomporre in frazioni di gesti, di
parole, di mimiche. La stessa azione si inscrive all’interno di una
totalità più grande, per esempio il comportamento del padre si
colloca all’interno delle relazioni fra i familiari, e così via. Per
tale via, la concezione del sistema dell’azione sociale di Parsons
si articola lungo tre proposizioni teoriche: a) le unità del sistema
e il sistema stesso devono rispondere a certe modalità di
organizzazione, in modo che si costituiscano degli elementi o delle
componenti relativamente stabili che possano servire da punti di
riferimento per l’analisi del sistema. Nel sistema dell’azione, i
modelli normativi e, ad un livello di astrazione più elevato, le
«variabili strutturali», rivestono proprio questo ruolo; b) la
seconda proposizione implica la nozione di funzione: perché un
sistema di azione esista e si conservi, certi bisogni elementari del
sistema, in quanto tale, devono essere soddisfatti. É il problema
dei prerequisiti funzionali, o anche delle dimensioni funzionali del
sistema di azione; c) la terza condizione è in rapporto con i
processi del sistema stesso e con l’interno del sistema: per sua
natura un sistema di azione implica delle attività, dei cambiamenti,
un’evoluzione che non possono prodursi per caso, ma debbono obbedire
a certe modalità e a certe regole.
Nella
sua formulazione più semplice, il sistema di azione sociale è
centrato sull’organiz-zazione dei rapporti di interazione fra
l’attore e la sua situazione. La questione alla quale Parsons
de-dica un approfondimento particolare è quella dell’ordine. In
pratica, come succede che nell’interazione fra l’attore e la
situazione si diano interazioni stabili e costanti? Non c’è
dubbio, infatti, che nonostante le individualità e le singolarità
delle manifestazioni sociali degli esseri umani, sussiste un certo
ordine strutturale nelle interazioni sociali. Parsons trova di
estremo interesse per la sociologia occuparsi dell’ordine sociale. É
su questo aspetto che tanti critici hanno accusato Parsons di essere
un conservatore sociale che punta al mantenimento dello status
quo. Critiche forse esagerate, comunque riconducibili a un
clima ideologico che vedeva i movimenti di pensiero socialisti
progettare il cambiamento sociale e la rivoluzione delle masse.
Un’analisi sociologica basta sullo studio dell’ordine sociale non
poteva, allora, che essere oggetto di critiche e polemiche. Bisogna
precisare, comunque, che la questione dell’ordine sociale è pensata
da Parsons quale strumento concettuale in grado di produrre i
problemi dell’analisi del sistema sociale. La lettura a sostegno
dell’associazione fra la sua teoria e il pensiero conservatore è,
su questo aspetto, un po’ forzata. Allora, riformulando la domanda
fondamentale, in cosa risiede il fondamento dell’ordine sociale?
Nella struttura del sistema dell’azione, cioè nei modelli, nelle
norme e nei valori che hanno un significato per l’attore, nel
momento in cui questi sono interiorizzati dalla personalità e nello
stesso tempo istituzionalizzati nella società e nella cultura.
Buona parte di quest’opera è dedicata all’analisi delle
teorie di Alfred Marshall, di Vilfredo Pareto, di Emile Durkheim, di
Max Weber, di Ferdinand Tönnies e di Karl Marx, soprattutto in
riferimento al loro modo di intendere l’azione sociale. Secondo
Parsons, tutti questi momenti teorici convergono su di una teoria
volontaristica dell’azione che solo con la sua opera riesce ad avere
un definitivo completamento. In questo, il suo atteggiamento, al
pari di quello di Pareto, sembra pretenzioso: tutte le teorie
precedenti, in pratica, non hanno fatto che introdurre il sistema
parsonsiano. Non c’è dubbio che l’enfasi posta da Parsons
sull’equilibrio del sistema sociale ha penalizzato la parte della
sua teoria relativa al mutamento sociale. D’altronde, la categoria
di equilibrio richiama concetti di inerzia, di stabilità, di
conservazione dinamica di un stato prefissato. Parsons si è occupato
della teoria del mutamento sociale in un capitolo della sua opera
Il sistema sociale.
Prima di affrontare la teoria del mutamento, bisogna
precisare che per dinamica sociale non si intende generalmente tutti
i processi, cioè quelli interni al sistema e i processi di cambiamento del sistema. La distinzione la si comprende facendo
riferimento al concetto di equilibrio: i processi interni al sistema
sono funzionali alla conservazione dell’equilibrio, che per questo
viene designato come «equilibrio in movimento»[14].
Analogamente al caso dell’omeostasi in fisiologia, il processo
sociale studiato da Parsons è sorretto dalla legge dell’inerzia.
Come può succedere che il cambiamento di certe condizioni produce a
volte alterazioni nel sistema e a volte no?
Il
primo fenomeno, empiricamente rilevante, è quello degli interessi
costituiti. Nel linguaggio (complesso) parsonsiano, l’equilibrio è
stato definito come integrazione di bisogni-disposizioni degli
attori con l’insieme dei modelli culturali, fra i quali emergono i
modelli di orientamento al valore. Una tensione altro non è che il
turbamento del sistema di aspettative fondamentale per
l’integrazione. In questo senso, la tensione suscita sempre dei
processi riequilibratori, dei meccanismi di difesa e di adattamento.
In questo senso, il mutamento sociale è sempre il risultato del
superamento di una resistenza. Come non si può dare ragione alle
critiche di Sorokin sull’«abracadabra parsonsiano»? In effetti,
Parsons non fa che descrivere un meccanismo per cui il cambiamento
di un equilibrio sociale comporta la resistenza di quegli interessi
del sistema che trovano realizzazione in quell’equilibrio. La
precisazione è che per «interesse» non si intende solo quello
meramente economico o politico. La definizione di Parsons è più
generale e abbraccia anche questi: «si tratta fondamentalmente
dell’interesse a mantenere le gratificazioni connesse a un sistema
stabilito di aspettative di ruolo, le quali costituiscono – si noti
bene – gratificazioni di bisogni-disposizioni, e non già di
“impulsi” nel semplice senso edonistico»[15].
Contrariamente alle critiche che le teorie marxiste hanno rivolto a
Parsons in termini di conservazione dello status quo, è in
questo frangente che il nostro autore mette in rilievo che per
operare un cambiamento del sistema sociale è necessario vincere e
superare gli interessi costituiti[16].
Questo significa, metodologicamente, che qualsiasi studio del
cambiamento sociale deve partire dall’analisi degli interessi
presenti e operanti nel sistema sociale cioè, nel linguaggio tipico
delle teorie del conflitto sociale – lontanissimo da quello
parsonsiano - , deve procedere dallo studio dei rapporti di forza
presenti.
Lungo questa linea, Parsons critica anche gli
schematismi storici delle dottrine ideologiche del mutamento storico-sociale.
Non esistono le «fonti intrinsecamente primarie di impulso al
mutamento». Né il fattore economico (il marxismo), né quello
organico (la lunga tradizione che arriva fino a Spencer), né le idee
(idealismi e storicismi), possono invocare, nella
struttura del sistema sociale costruito da Parsons, una posizione di
rilievo superiore a quella di tutte le altre. Dice Parsons: «il
principio metodologico centrale della nostra teoria è quello
dell’inter-dipendenza di una pluralità di variabili»[17].
In pratica, può anche darsi una situazione nella quale una variabile
gioca un ruolo più marcato rispetto alle altre, tuttavia questa
valutazione deve prodursi solo dopo una verifica empirica.
Altrimenti si rischia di farne «una questione di principio», cioè di
mettere al servizio dell’ideologia l’analisi sociologica. Ma,
continua Parsons, è molto più interessante l’esito del mutamento,
più che la sua causa. Questa preferenza si esprime negli studi sulla
«direzione del muta-mento nei sistemi sociali». Per arrivare a
questo caposaldo teorico della concenzione parsonsiana del divenire
sociale, si deve condurre un approfon-dimento del sistema
dell’azione sociale. Esso può intendersi quale complesso di processi
orientati, e nel concetto di orientamento vi è già,
intrinse-camente, la dimensione direzionale dell’azione stessa.
Rispetto al problema dell’orientamento dobbiamo fare riferimento a
due vettori principali della direzionalità: il primo è la
gratificazione, mentre il secondo è la strutturazione o organizzazione della realizzazione dei valori. Analizziamo il vettore
gratificazione. Parsons nega ogni possibilità intesa a definire la
direzionalità del mutamento del sistema sociale a partire dalla
gratificazione. La tendenza all’ottimizzazione della gratificazione
non può dire nulla ai sistemi sociali giacché questi ultimi
trascendono lo spazio di vita del soggetto agente. Vale a dire, in
parole più semplici, che la tendenza a compiere azioni utili e
autogratificanti vale per gli individui, non può essere accostata a
realtà più complesse come i sistemi sociali[18].
Fra l’altro, approfondendo ulteriormente la questione, si osserva
che lo stato di gratificazione degli individui è ottenuto come
funzione della loro integrazione in un sistema sociale particolare,
e non può quindi essere assunto come canone della direzione del
mutamento dei sistemi sociali in generale. Il contorsionismo parsonsiano, necessario forse per la
generalizzazione del suo pensiero, altro non ci ricorda che gli
interessi particolari, proprio in quanto particolari, non corrispondono mai a quelli gene-rali, neanche quando
coincidono.
Tuttavia, è ovvio che il cambiamento può nascere perché certi
interessi particolari muovono alla trasformazione del sistema, ma
deve essere chiaro che la direzione generale del cambiamento non può
avere come fonte esplicativa unicamente quegli interessi particolari[19].
Per cogliere meglio questa direzione bisogna fare riferimento a un
altro carattere, cioè alla componente culturale dell’orientamento.
Questo fattore è più valido della gratificazione per descrivere la
direzione del mutamento. Infatti, la cultura può trasmettersi nelle
trasformazioni sociali, mentre lo stato di autogratificazione di
un individuo non si trasmette ai suoi successori. In merito a questa
componente culturale, la nostra analisi deve soffermarsi soprattutto
sui sistemi di orientamento di valori, in quanto sono quelli che
offrono i modelli di collegamento fra il sistema culturale e il
sistema dell’azione sociale. Allora scopriamo, dopo questo lungo
itinerario analitico, che «esiste un fattore intrinseco di
direzionalità di mutamento nei sistemi sociali – direzionalità che è
stata formulata in modo classico da Max Weber con il nome di
“processo di razionalizzazione”»[20].
Insomma, Parsons sembra ritornare sulle idee di cambiamento sociale
già esaminate attraverso il pensiero di Weber. Anche per Parsons le
idee di cambiamento e di avvenire devono articolarsi attorno alla
generale legge della razionalizzazione delle condizioni della vita
associata. É bene, tuttavia, precisare che fra Parsons e Weber
esiste un rapporto problematico. Proprio l’analisi di questo
rapporto ci può indirizzare alla critica del pensiero sistemico di
parsonsiano in merito alla concezione di avvenire implicita nella
sua teoria.
Parsons ha in grande considerazione il lavoro di Weber.
Tutto sommato, vorrebbe offrire della sua opera una valutazione in
termini di completamento degli sforzi analitici di Weber.
D’altronde, dice Parsons, l’impostazione metodo-logica di Weber non
gli ha consentito di sviluppare le sue pur brillanti teorie in un
sistema generalizzato dell’azione sociale[21].
In realtà questa tesi non è sostenibile. Fra Weber e Parsons c’è una
grande distanza in merito alla natura e allo scopo della scienza
sociale. Weber non fa mai astrazione dalla storia per conoscere
l’uomo sociale, Parsons ha come obiettivo la logica astratta e
metastorica della conoscenza sociale. Weber non ha mai costruito un
sistema dell’azione sociale, così come lo intende Parsons, perché
non si dà alcun sistema logico al di fuori del contorno storico e
spirituale della socialità umana. Parsons mira a costruire un
congegno concettuale nel quale ogni azione, collocata comunque sia
nel tempo e nello spazio, riesca a trovare un programma esplicativo.
Nel suo pensiero si realizza la fine delle letture storiche
dell’azione umana. L’uomo è concettualmente ridotto a meccanismo che
agisce in modo più o meno complicato in funzione di tutta una serie
di elementi compresenti nel suo sistema.
Anche la sua visione dell’avvenire, in tal senso, è
penalizzata dall’astrattezza del suo con-gegno concettuale.
L’evoluzione dei sistemi sociali, in Parsons, è regolata da due
grandi leggi: una legge generale dell’evoluzione e la legge della
gerarchia cibernetica che ne indica la direzione. Ricorrere ai
modelli della biologia non rappresenta un problema, in quanto
esistono dei denominatori comuni tra i principi che presiedono
all’evoluzione degli organismi e quelli che governano il sistema
dell’azione sociale. In particolare, osserviamo nella storia
dell’evoluzione degli organismi viventi che i sistemi che sono
sopravvissuti alla selezione sono quelli che più rapidamente e con
maggiore ampiezza si sono adattati all’ambiente circostante e alle
trasformazioni di questo. Il principio fondamentale dell’evoluzione
è proprio la capacità di adattamento generalizzata. Questa capacità
è fondata su due processi del cambiamento: la differenziazione e
l’integrazione. Una società progredisce nella misura in cui è in
grado di differenziarsi continuamente, in modo da poter rispondere a
tutti i suoi bisogni in maniera più completa ed esauriente. Allo
stesso tempo, affinché ponga in essere una continua
differenziazione, essa deve costantemente risolvere i problemi d’integrazione che l’arrivo di nuovi elementi creano. Ecco, la
differenziazione crescente e la coordinazione dei nuovi elementi
in termini di integrazione sono quei processi che consentono a un
sistema sociale di adattarsi costantemente all’ambiente circostante.
La seconda legge, quella della gerarchia cibernetica, ha
un contenuto che nelle pagine pre-cedenti è stato già introdotto.
Questa legge indica la direzione dell’evoluzione nel futuro a lungo
termine. Questa direzione va ricercata nei cambiamenti del sistema
culturale, perché solo il sistema culturale possiede la pienezza
della trasferibilità del suo carattere di generazione in
generazione. Non solo, il sistema culturale riesce pienamente a
coordinare, e quindi a controllare, il sistema dell’azione sociale
(attraverso il sistema dei valori). In definitiva, i cambiamenti
operanti nel sistema culturale sono quelli più radicalmente
significativi per l’analisi delle configurazioni del sistema sociale
nell’avvenire. Parsons utilizzò queste leggi in alcune opere
successive per descrivere gli stadi principali dell’evoluzione
sociale[22].
Egli ne distinse tre: la società primitiva, la società intermedia e
la società moderna. A partire dalla considerazione della legge della
gerarchia cibernetica, è il fattore culturale che è capace di
descrivere i mutamenti avvenuti. Il passaggio dalla società
primitiva alla società intermedia è avvenuto con l’apparizione della
scrittura. La scrittura ha rappresentato un elemento culturale
fondamentale, giacché ha contribuito alla stabilizzazione
dell’universo culturale. La tradizione orale non poteva
trasmettere i contenuti culturali con la stessa efficacia della
scrittura, e attraverso quest’ultima l’uomo ha potuto sviluppare il
proprio pensiero, fissando idee e sentimenti, ragionamenti ed
emozioni e trattando questi come oggetti al di fuori della sua
soggettività ha potuto costruire i sistemi di pensiero, le teorie,
gli orientamenti culturali. Il passaggio dalla società intermedia
alla società moderna avviene con l’apparizione del diritto, il quale
ha consentito l’accrescere della stabilità e della permanenza della
cultura. Il diritto specifica in maniera rigorosa e razionale le
regole e le norme di comportamento, istituzionalizza valori,
principi, ideali. In breve, rende i costumi culturali meno
dipendenti dalle influenze dei comportamenti sociali a breve termine
e fornisce continuità al sistema culturale.
In pratica, l’evoluzione sociale per Parsons è
l’affermazione progressiva della cultura nella vita umana e sociale.
L’evoluzione è il risultato della differenziazione del sistema
culturale e della sua stabilità.
Insomma, dopo questo lungo itinerario partito con la sua
analisi della struttura sociale, rico-nosciamo nel pensiero parsonsiano addirittura elementi teorici
analoghi a quelli
elaborati da Spencer nel secolo precedente. Attraverso l’opera e la
teoria di Parsons abbiamo ricondotto tutta l’intensa vitalità
storica e sociale delle società umane all’interno di un apparato, di
un meccanismo, di un congegno, in grado di contenere all’interno del
suo sistema anche la più remota delle vicende umane. Il sistema di
Parsons, di fatto, distrugge qualsiasi ambizione a voler vedere
nell’avvenire il luogo dove l’uomo può ancora scrivere storie
diverse, non contemplate nella struttura del suo presente sociale.
Di fatto, l’avvenire subisce una mutilazione filosofica di
considerevole entità: la creatività e la libera volizione umana
perdono via via importanza, sono sempre meno storicamente
determinanti per la configurazione di un avvenire desiderabile e
realizzabile, e il futuro diventa procedura sistemica,
applicazione di regole che si danno in ogni luogo e in ogni tempo.
Quando la dimensione
sistemica della scienza sociale approda alla ricerca politica, le
implicazioni meccanicistiche vengono addirittura esa-sperate. Il
caso più evidente, al limite dell’esage-razione, è quello
dell’analisi sistemica della politica di David Easton. Si tratta,
come si è detto da più parti, di una teoria talmente astratta da
rasentare l’inutilità. La scienza politica, tuttavia, è riuscita lo
stesso a coniugare le proprie pretese sistemiche in modelli e teorie
interessanti dal punto di vista della concettualizzazine teorica e
della ricerca empirica. In tal senso, ci si servirà esclusivamente
dell’analisi sistemica di Easton quale esemplificazione didattica
della riduzione del problema dell’avvenire all’interno dei paradigmi
sistemici[23].
Nel recepire le nuove prospettive
scienti-fiche del ventesimo secolo, la scienza politica scopre nel
comportamento del sistema politico l’unità di analisi sulla quale
fondare la sua ricerca teorica ed empirica. Al posto delle
tradizionali categorie di Stato e di potere, la politologia scopre
un nuovo e preciso campo di ricerca, in grado di superare le
concezioni verticali di Stato e di potere, e che consente pure una
definitiva emancipazione del dominio della scienza
politica da quello della filosofia
politica e della storiografia.
Il tentativo più accreditato di porre ordine nella
teoria politica sistemica è stato operato da David Easton nel 1965[24],
vale a dire diversi anni dopo quella che abbiamo individuato come la
svolta della scienza politica. Come mai tanto ritardo?
Indubbiamente, il paradigma sistemico permette una molteplicità di
approcci alla politica, e riassumere le diverse modalità teoriche e
metodologiche utilizzate, cioè ordinare il paradigma, è una
operazione tutt’altro che semplice. Easton si lancia, invece, in
questa impresa e delinea i presupposti e gli obiettivi del movimento
comportamentista. L’autore canadese individua otto proposizioni del
movimento comportamentista. Esse mirano alla fondazione di «una
scienza della politica modellata sui presupposti metodologici delle
scienze naturali»[25],
e richiamano perciò il politologo a una prassi di ricerca orientata
sulle seguenti direttrici:
1.
regolarità: l’interesse è per la registrazione delle
uniformità riscontrabili nel comportamento politico;
2.
controllo: dalle regolarità del comportamento possiamo
costruire leggi e teorie, le quali necessitano di processi di verifica
ulteriori a partire dalle osservazioni;
3.
tecniche: la selezione degli strumenti da adottare per
l’analisi è un passo decisivo per la ricerca politologica;
4.
quantificazione: la registrazione dei dati deve
avvenire, possibilmente, attraverso processi di misurazione
quantitativa;
5.
valori: guai a confondere giudizi di valore con giudizi
di fatto;
6.
sistematizzazione: la ricerca procede congiuntamente al
livello teorico ed empirico;
7.
scienza pura: il sapere prodotto dal politologo deve
poter essere applicabile, tuttavia l’esercizio operativo della scienza
politica deve configurarsi quale procedura puramente conoscitiva, cioè
logicamente volta alla comprensione e spiegazione dei fenomeni della
politica;
8.
integrazione: la scienza politica deve avvalersi delle
conoscenze prodotte da altre discipline af-fini, quali le scienze
giuridiche, la sociologia, la filosofia politica, la storiografia,
ecc.
Su queste basi, secondo
Easton, è possibile fondare la coerenza all’approccio comportamentista della ricerca politologica. A dire il vero, gli otto punti
descritti, nella loro generalità, potrebbero essere applicati a
qualsiasi disciplina delle scienze umano-sociali. Ripercorrendo la
storia delle scienze sociali, si potranno riconoscere nella ricerca
della regolarità e nel controllo metodologico (i punti 1 e 2 avanzati
da Easton) le ragioni dell’affermazione del metodo sociologico
rispetto a quello storiografico, nella distinzione fra fatti e valori
le riflessioni sull’avalutatività di Weber, ecc.
Cos’è il sistema politico di Easton? Un sistema è tutto ciò che è
composto di parti connesse fra di loro. Le parti possono essere di
diversa specie e le connessioni possono essere legami fisici,
concettuali, matematici, ecc. Un sistema ecologico, per esempio, sarà
costituito da specie viventi (esseri umani, animali, vegetali) da
caratteri geologici, geografici e meteorologici, da connessioni
fisiche e antropologiche. Un sistema, in breve, è un concetto molto
generale. A livello micro, un sistema ha luogo, per esempio, entro
ogni rituale di conversazione collegato al sistema più grande del
network di interazioni rituali tipici di una cultura.
Questo significa che, per essere osservato ade-guatamente, qualsiasi
raggruppamento sociale deve essere considerato sotto un duplice
profilo. Innan-zitutto come una costellazione di membri, quindi come
una più o mena complessa rete di relazioni interindividuali.
Così, per quanto riguarda la vita politica, possiamo certo osservare
i singoli protagonisti e le singole istituzioni di un dato regime.
Ma se vogliamo sapere come e perché tali protagonisti si influenzano
a vicenda, riuscendo a dar vita a vari tipi di regimi politici,
dobbiamo guardare all’insieme delle relazioni che legano,
l’un l’altra, le varie «parti» del raggruppamento in questione.
Arriviamo così alla definizione di sistema politico,
costruita su quattro punti generali: il sistema, l’ambiente, la
risposta, la retroazione[26].
A par-tire dalla descrizione del tipo di interazioni racchiuse
all’interno del sistema si stabiliscono le diverse accezioni della
materia politica. Almond e Powell, per esempio, includono nel sistema
politico «tutte quelle interazioni che riguardano l’uso di coercizione
fisica legittima»[27],
in adesione alla celebre definizione weberiana. Duverger, invece,
tratta il sistema politico nella duplice funzione di sistema globale
(modello integrato dell’articolazione di tutti i gruppi umani) e
l’insieme delle «istituzioni del potere, dell’apparato statuale e i
suoi mezzi di azione, e tutto quanto è a esso collegato»[28].
Il sistema politico si distingue dall’ambiente in cui esiste ed è
aperto alle sue influenze. Le variazioni nelle strutture e nei
processi all’interno di un sistema possono essere utilmente
interpretate come sforzi alternativi, impliciti o precisi, dei membri
di un sistema per regolare o fronteggiare le tensioni critiche che
provengono da cause ambientali o interne, e queste sono le risposte
sistemiche. Per la retroazione (feedback), la capacità di un
sistema di continuare a durare a dispetto delle tensioni è funzione
della presenza e della natura dell’informazione e di altre influenze
che ritornano ai suoi attori e decision maker.
Sono la
terza e quarta premessa, secondo Easton, che distinguono questo tipo
di analisi dei sistemi dagli altri approcci allo studio della vita
politica. Vale a dire: si possono trovare altre formulazioni di studi
della politica che adottano linguaggi nei quali compaiono
frequentemente le aggettivazioni del sistema, ma l’analisi sistemica
della politica si appronta, in modo compiuto, quando si tengono
presenti la risposta e il feedback.
Ma una volta avuto il sistema politico, che cosa ci si
potrà fare? Se abitualmente lo studio dei corpi legislativi, del
potere esecutivo, dei partiti, delle organizzazioni amministrative,
dei tribunali, dei gruppi di interesse, ecc. impegna il politologo, lo
scienziato della politica aderente alla prospettiva sistemica e comportamentista relega le strutture formali e informali a un ruolo di
secondo piano, preferendo, invece, concentrarsi sulle
interazioni politiche di gruppi di individui. L’assunto è che esistono
certe attività e processi politici fondamentali, caratteristici di
tutti i sistemi politici, anche se le forme strutturali attraverso le
quali si manifestano possono variare e variano considerevolmente in
ciascun luogo e periodo. Insomma, esistono relazioni politiche precise
e ricorrenti anche se si esprimono in strutture diverse. Alla
rilevazione di questa regolarità mira l’analisi sistemica. Ma cosa è
una interazione politica? Come differisce dalle altre forme di
interazione fra individui? Ancora secondo Easton, «ciò che
distingue le interazioni politiche da tutti gli altri tipi di
interazioni sociali è il fatto che esse sono prevalentemente orientate
verso le assegnazioni imperative di valori per una società»[29].
In parole
più semplici, il sistema politico si fa obbedire nella sua
assegnazione di “condotte sociali”.
Che
tipo di avvenire si prefigura per il funzionamento del sistema
politico di Easton? Le concettualizzazioni connesse al sistema
politico hanno il loro banco di prova nel mutamento. Come reagisce il
sistema politico in periodi di mutamento, di trasformazione? O
meglio, come risponde il sistema alle tensioni esterne o interne che
ne minacciano l’equilibrio e il funzionamento? Il sistema politico può
essere sottoposto a influenze di vario genere provenienti
dall’ambiente oppure può subire gli effetti di fatti che dall’interno
si propongono al sistema. Queste influenze, questi effetti, possono
essere chiamati disturbi. É utile considerare i disturbi o le
influenze che si verificano nel comportamento dei sistemi ambientali
come scambi o come transazioni che attraversano i
confini del sistema politico. Il termine di scambio può essere
utilizzato quando intendiamo riferirci alla reciprocità della
relazione, cioè laddove ciascuno esercita una influenza reciproca
sull’altro. Possiamo invece servirci del termine di transazione quando
intendiamo sottolineare il movimento di un effetto in un’unica
direzione semplicemente attraverso il confine da un sistema all’altro.
In tal modo è possibile semplificare la lettura dei meccanismi che
legano le interazioni fra sistemi, o fra sistema politico e ambiente.
Il modello semplificato
di sistema politico è stato curato da Easton nel modo rappresentato in
figura.

Questa
rappresentazione grafica rivela che, nella forma più semplificata, un
sistema politico non è nient’altro che un mezzo mediante il quale
determinati tipi di inputs vengono convertiti in outputs.
É sorprendente osservare
come le concet-tualizzazioni della scienza politica siano così
radicalmente mutate dalla concezione classica ancora viva nelle
riflessioni dei pensatori di inizio secolo. La pretesa della scienza
politica era quella di voler argomentare di politica a partire da
categorie assolute quali lo Stato e il potere. Adesso, invece, il
sistema politico viene concepito come una scatola nera della
quale ci proponiamo di conoscere il comportamento, e gli oggetti che
la compongono passano decisamente in secondo piano.
Il programma di Easton ha prodotto numerose critiche.
Raccogliendole e classificandole, è possibile riconoscere soprattutto
due grandi questioni, la seconda delle quali risponde pienamente
anche all’esigenze espresse in questo lavoro. Innanzitutto, lo sforzo
della teoria sistemica verso la costruzione di un apparato di indagine
impostato scientificamente finisce – quasi inevitabilmente – per
tradursi nell’esasperata elaborazione delle ipotesi, nell’incessante
accumulo di dati empirici, nella formulazione delle spiegazioni e
delle predizioni. Il problema è che tutto questo finisce, molto
spesso, per far regredire l’indagine politologica a mero fattualismo,
ossia alla raccolta disordinata e assillante di dati numerici e
statistici, magari ritenuti gli unici idonei alla ricerca scientifica
ma di fatto spesso inutili e poco espressivi.
La
seconda critica – alla quale in questa sede si può dare piena adesione
- mette in rilievo come nel sistema politico di Easton sia completamente assente la prospettiva del divenire storico-sociale. Mentre
trova piena espressione la dimensione sincronica, quella diacronica
è sottovalutata, praticamente rimossa. Perché mai il comportamento
di un sistema politico non potrebbe trovare capacità esplicativa
ricorrendo all’analisi storica, oppure a partire dai comportamenti che
nel passato gli elementi del sistema hanno sostenuto? In questa
assidua ricerca di una separazione metodologica con discipline affini,
come la storiografia, la scienza politica ha rischiato, e tuttora sta
rischiando, nell’accezione comprotamentista, di trascurare il
divenire. È chiaro che il sistemista che ha aderito al paradigma
eastoniano registra come patologico e fastidioso il cambiamento
strutturale del sistema. Di più, egli si sentirebbe confortato nella
sua ricerca quando sarà stato in grado di progettare quel sistema
politico universale configurato come un astratto passe-partout,
che magari sia anche in grado di ammettere fra i propri input una
rivoluzione politica, dalla quale produrre in output una sensibile
variazione di governo (non di sistema, ovviamente!). Le originarie
pretese scientifiche di Easton si realizzeranno solo in presenza della
perfezione democratica e politica raggiungibile da quei sistemi umani
in grado di correggere e trasformarsi senza traumi storici e sociali.
Il suo programma scientifico, per trionfare, ha bisogno di coniugarsi
con quello politico: invece di rimanere fuori dalla mischia
ideologica, la scienza politica eastoniana affida ad una nuova
modernissima utopia le proprie sorti.
Note:
[1]
E. Campelli, Il metodo e il suo contrario, Angeli, Milano,
1994, p. 13.
[2] Cf. L. von Bertalanffy,
General System Theory, Braziller, New York, 1968; tr.it.,
Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Milano, 1983,
"Prefazione".
[4]
V. Pareto, Trattato di sociologia generale, Barbera,
Firenze, 1916; ora
nell’edizione Utet, Torino, voll. 4, 1982; § 180, vol. I, p. 180.
[5]
Ibid., § 249,
vol. I, p. 276.
[6]
Ibid., § 845,
vol. II, pp. 700-701.
[8]
Su questo aspetto del pensiero di Pareto, e sulla critica che esso
ha ricevuto, mi permetto di rinviare al mio A. Lo Presti, La
teoria dell’élites fra filosofia della storia e scienza politica,
Nova Millennium Romae, Roma, 2003.
[9]
B. Malinowski, A Scientific Theory of Culture and Other Essays,
Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1944; tr.it.,
Teoria scientifica della cultura e altri saggi, Feltrinelli,
Milano, 1962, p. 75.
[10] Cf. C. Wright Mills, The
Sociological Immagination, Oxford University Press, New York,
1959; tr. it., L’immaginazione sociologica, il Saggiatore, Milano,
1995.
[11] P. A. Sorokin,
Contemporary Sociological Theories, Harper & Brothers, New
York; tr. it., Storia delle teorie sociologiche, voll. 2, Città
Nuova, Roma, 1974, pp. 397-398.
[12] Sull’influenza di
Pareto per l’opera di Parsons si veda G. Rocher, Talcott
Parsons et la sociologie américaine, Presses Universitarie de
France, Paris, 1972; tr. it., Talcott Parsons e la sociologia
americana, Sansoni, Firenze, 1975, cap. II.
[13] T. Parsons, The
Structure of Social Action, McGraw-Hill, New York, 1937; tr.
it., La struttura dell’azione sociale, il Mulino, Bologna,
1986, pp. 84-85.
[14] T. Parsons, The
Social System, Free Press, Glencoe, 1951; tr.it., Il sistema
sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, p. 490.
[19]
La stessa affermazione, nel complicato linguaggio parsonsiano,
suona così: «l’impulso all’ottimizzazione della gratificazione
costituisce, data la sua significanza motivazionale, un aspetto
fondamentale della tendenza al mutamento da un tipo particolare di
sistema sociale a un altro. Esso non può però essere la fonte
delle direzioni generali presenti nella successione dei modelli di
mutamento attraverso una serie di mutamenti di tipi», ibid.,
pp. 506-507.
[21] T. Parsons, La
struttura dell’azione sociale, cit., pp. 695 e ss.
[22]
Cf. le seguenti due opere di T. Parsons, Societies:
Evolutionary and Comparative Perspective, Englewood Cliffs,
Prentice-Hall, New York, 1966; e Idem, The
System of Modern Societies,
Englewood Cliffs, Prentice-Hall, New York, 1971.
[23]
Fra l’altro, Easton ha completato il suo paradigma teorico negli
anni, fino a produrre un recento lavoro ricompilativo della sua
impostazione originario. Cf. D. Easton,
The Analysis of Political Structure,
Routledge, London, 1990; tr. it., L’analisi della struttura
politica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001.
[24]
D. Easton,
A Systems Analysis of Political Life,
Wiley & Sons, New York, 1965; reissued University of Chicago
Press, Chicago, 1979; tr. it., L’analisi sistemica della
politica, Marietti, Casale Monferrato, 1984.
[26]
D. Easton, L’analisi sistemica della politica, cit., pp.
41-42.
[27]
G. A. Almond, G. B. Powell
Jr., Comparative Politics. System, Process, and Policy,
Little Brown and Company (Inc.), Boston, 1966; tr. it.,
Politica com-parata. Sistema, processi e politiche,
il Mulino, Bologna, 1988, p.27.
[28]
M. Duverger, Sociologie de la politique,
Presses Universitaires de France, Paris, 1973, tr. it.,
Sociologia della politica. Elementi di Scienza
politica, SugarCo, Milano, 1984, p. 323.
[29]
D. Easton, L’analisi sistemica della politica, cit., p. 70.
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