Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences


Cambridge University Press, 1999, pp. 230.

 

pdfUna fra le questioni più importanti che la scienza politica affronta costantemente è quella di identificare le regole del cambiamento socio-politico. Fra le concezioni del cambiamento, sicuramente i processi di democratizzazione dei sistemi politici si propongono con una certa urgenza nell’agenda del ricercatore politico. I dati parlano chiaro: i tentativi, diversamente composti, di impostare l’azione politica secondo il modello di relazione democratica sono diffusi e costituiscono l’obiettivo dichiarato della modernizzazione dei sistemi politici e istituzionali.

Il problema è quello di trovare un orizzonte storico-evolutivo alle democrazie. La democratizzazione è un processo sollecitato dal “basso” oppure è diretto e avvertito come urgente da una élite “illuminata”, o peggio è il risultato delle strategie interessate di alcuni gruppi di potere?

Ruth Berins Collier prova a rispondere a questa domanda con il suo libro Paths Toward Democracy, soffermando la propria analisi sul ruolo delle classi lavoratrici nel processo di democratizzazione. L’ipotesi generale, ampiamente verificata nel corso della ricerca, è che la letteratura specializzata e le teorie più accreditate sulla democratizzazione dei sistemi politici abbiano trascurato l’apporto delle classi lavoratrici. In tal senso, la ricerca della Collier rivisita la storia di realtà politiche dell’America latina e dell’Europa occidentale, imposta un’analisi di tipo comparativa e giunge alla costruzione di modelli adeguati per la descrizione tipica dei processi di democratizzazione.

Ogni capitolo rappresenta una fase delle dinamiche di origine, sviluppo e consolidamento delle realtà democratiche dei Paesi esaminati. In ogni fase cambia l’incisività e la rilevanza dei ruoli delle classi superiori e delle classi inferiori. Per esempio, la prima fase (il periodo storico, mutevole da caso a caso, è fra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo) si contrassegna per il protagonismo dei progetti liberali di cambiamento degli assetti politici. In sostanza, ci troviamo di fronte alla preminenza delle azioni delle élites politiche e degli strati più alti delle classi sociali. Le forme adottate da tale dinamica sono principalmente due. Nella prima, i ceti medi, che costruiscono la propria prospettiva politica, e danno origine all’istanza democratica, collegandosi in diverso modo con le élite economiche o di potere. Spesso, poi, riescono a coinvolgere anche le masse popolari e l’azione delle forze armate (eccezioni sono state la Danimarca e l’Argentina). Nella seconda si registra la strategia della Support Mobilization, nella quale alcune parti della struttura del potere politico hanno inteso riformulare gli equilibri di potere per adottare schemi favorevoli a interessi particolari. In questi modelli di democratizzazione dall’alto, le classi popolari – quindi anche la classe lavoratrice – hanno giocato un ruolo assai poco visibile.

La seconda fase è quella dello sviluppo dei partiti socialisti. E’ in questa fase che compaiono quelle dinamiche storiche che la Collier raccoglie nella locuzione sintetica di Joint Projects. Stavolta, la classe lavoratrice assume un ruolo decisivo, ruolo che trova espressione nell’interazione strategica con le altre parti della stratificazione sociale. D’altronde, abbiamo spesso sistemi parlamentari nei quali la composizione delle forze politiche e dei partiti è spesso espressione di interessi di classe. In particolare, la presenza e l’azione dei partiti socialisti riesce a dare programmazione e attuazione agli interessi dei lavoratori, e le scelte di campo devono continuamente elaborarsi in accordo con le condizioni presenti, quindi a partire da alleanze programmatiche o ideologiche (con i contadini, per esempio, o a volte con i ceti medi).

I processi di democratizzazione della fine del ventesimo secolo sono particolarmente complessi: in essi si ravvisano sia i meccanismi di negoziazione delle istanze delle classi lavoratrici con le altre componenti il sistema politico, sia le grandi lotte nell’arena della rivendicazione popolare. Il denominatore comune dei numerosi modi con i quali la classe lavoratrice ha costruito la sua azione è quello di aver comunque offerto lo spazio sociale e politico per la protesta anti-autoritaria e democratica. In pratica, il contributo della classe lavoratrice è quello di aver creato i luoghi per la delegittimazione delle istanze anti-democratiche, luoghi che inevitabilmente erano “frequentati” progressivamente anche da elementi esterni al mondo del lavoro operaio o salariato.

Lo sforzo, davvero notevole, compiuto in fase comparativa produce alcuni modelli di rappresentazione grafica tanto suggestivi quanto pericolosi. Osservare come l’azione e il destino di masse in ribellione, di gente che ha pagato con il carcere o la vita per la democrazia del proprio paese, sia inclusa in un grafico asettico e impersonale, dove il movimento è costituito da una freccia e la posizione politica da una “zona ombrata” dentro una figura geometrica, risulta sicuramente sintetico e semplificativo – quindi utile -, ma al tempo stesso tragicamente disumanizzante. E’ il vizio tipico di una certa politologia, a dire il vero soprattutto nordamericana, che crede di de-ideologizzare i dibattiti riparandosi dietro agli schemi, ai grafici, alle distribuzioni statistiche, ai patterns e ai frameworks. Quanto attuale, in tal senso, risulta la critica che Sorokin lanciava a tali approcci, definendoli malati di “quantofrenia”!pdf

Nonostante questa tendenza all’eccessiva schematizzazione, il volume della Collier riesce in un’impresa davvero utile: leggere il mutamento politico di paesi diversi come il Perù, la Grecia, la Finlandia, l’Argentina, la Spagna, l’Ecuador, per citarne solo alcuni, collocando il tutto all’interno di una teoria generale della democratizzazione. Il tentativo, quindi, si annovera fra quelli di ampio orizzonte e di larga generalizzazione e, purtroppo, i lavori che hanno tale raggio di interpretazione non sono davvero molti nelle scienze sociali e politiche.

 

 

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