Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfSi stima che attualmente nel mondo vi siano oltre 200 milioni di migranti e rifugiati, con un incremento del 50% fatto registrare negli ultimi 35 anni. Ed il trend di crescita sembra destinato a continuare.
All'interno di un simile scenario sta diventando sempre più frequente la richiesta di aiuto psicologico da parte di immigrati che manifestano numerosi e svariati problemi, generalmente ascrivibili a tematiche comuni, quali le difficoltà di conoscenza di una cultura diversa e spesso molto divergente da quella di origine; l'accettazione delle reciproche differenze e le relative problematiche d’inserimento; l'apprendimento di una nuova lingua e delle conseguenti complesse modalità di comunicazione; il senso di precarietà nei confronti del futuro e, nell'immediato, della permanenza nel Paese di arrivo; ed infine, molto spesso, la comparsa di veri e propri disturbi psicologici e/o psicosomatici, che accompagnano tutte le altre difficoltà già elencate.
La complessità delle problematiche presenti spesso mette in crisi gli operatori che si occupano da vicino di migranti nei Centri di Salute Mentale, presso la Caritas, nelle Parrocchie, nelle Scuole, presso le Associazioni di volontariato e nei Centri di Accoglienza per persona immigrate. Gli operatori infatti lamentano sempre più frequentemente difficoltà di relazione e di comunicazione con soggetti di provenienza culturale estremamente eterogenea: nonostante l’intervento dei mediatori culturali, la reciproca comprensione viene ampiamente


ostacolata dalle notevoli differenze negli stili di vita praticati e che si frappongono alla piena comprensione del messaggio veicolato attraverso la parola e i gesti.
Gayatri Chakravorty Spivack (Chakravorty Spivack G., Milevska S. e Barlow T.E., 2006; Chakravorty Spivak G., 2013) sottolinea quanto sia difficile - se non addirittura impossibile - conoscere una lingua straniera nelle sua struttura più profonda: la struttura profonda di una lingua ha infatti caratteristiche semantiche derivate da un complesso di informazioni di natura culturale, quasi geneticamente determinate, in quanto parte di un patrimonio che si è formato attraverso stratificazioni ontologiche temporali e spaziali in continua evoluzione, volte a tracciare un tipo di identità che può essere rappresentativo quasi solo in un preciso momento, pur conservando una tradizione riconoscibile dai soggetti appartenenti alla stessa comunità.
In ragione di ciò, l’idea stessa di identità culturale rischia di collocarsi in posizione di barriera contrapposta che, invisibilmente, contrasta la comunicazione, bloccando l’individuo - proprio a causa della sua identità - all'interno di posizioni ferree o entro poco duttili modalità di affrontare e gestire le conflittualità; una fermezza che potrebbe essere genericamente la spia di una scarsa flessibilità cognitiva o della personale indisponibilità a cambiare i valori di base di cui ciascuno di noi è portatore.
Il contesto sociale democratico e la condivisione dei valori sono gli elementi fondanti dell’attuazione di una pragmatica interculturale. La contestualizzazione delle problematiche relative alla comunicazione in un contesto filosofico democratico è stata magistralmente affrontata dal filosofo Norberto Bobbio (1984), il quale fa appello ai valori necessari alla realizzazione di uno stato democratico. Bobbio sostiene che “... sono necessari degli ideali e questi ideali sono spesso il risultato di grandi lotte che hanno prodotto delle regole” (pp. 29-30). Quale primo ideale egli menziona la “tolleranza come opposizione al fanatismo, ovvero la credenza cieca nella propria verità” (ibidem); prosegue parlando della non violenza e, parafrasando Popper, cita l'adagio secondo il quale un Paese democratico si distinguerebbe da uno non democratico per la possibilità che i suoi cittadini hanno di "sbarazzarsi dei governanti senza spargimento di sangue” (ibidem); infine, come terzo l’ideale, propone “la fratellanza, la fraternità della rivoluzione francese … che riunisce tutti gli uomini in un comune destino” (ibidem).
K.A. Appiah (2007) ribadisce l’importanza del dialogo e della conversazione quali strumenti e metodiche fondamentali per la ricerca di una convivenza pacifica e soddisfacente fra persone di lingua e cultura diverse. L'autore ritiene la lingua uno strumento troppo povero perché possa esaustivamente contenere e contribuire ad esternare tutto ciò che è rappresentato nella mente di un individuo. Attraverso il linguaggio è possibile trasmettere contenuti che non corrispondono necessariamente al reale e profondo significato che vi attribuisce quella speciale unità – complessità di pensiero/atteggiamento/sentimento/lingua propria di chi parla. Appiah specifica che i concetti, quali espressione di principi o di valori morali, pur se veicolati dalla lingua, “racchiudono una sorta di consenso sociale” che permette a tutti di percepire quel dato concetto in modo uniforme. Suggerisce pertanto il modo migliore per mettersi in ascolto degli altri: “Una conversazione capace di superare le barriere dell’identità – sia essa nazionale, religiosa o di altro tipo – richiede una sorta di impegno iniziale, lo sforzo di immaginazione che facciamo quando leggiamo un romanzo o vediamo un film, o osserviamo un’opera d’arte che ci parla di un posto diverso da dove siamo noi. Così, uso la parola conversazione non solo in senso letterale, ma anche come metafora per indicare il coinvolgimento, l’incontro con l’esperienza e le idee degli altri. […] La conversazione non deve necessariamente portare al consenso, e comunque non al consenso dei valori; è già sufficiente che aiuti le persone ad abituarsi l’una all’altra” (p. 98).
Se mettersi in viaggio significa lasciare persone care, luoghi nei quali si è vissuto, cose e abitudini familiari, allora la migrazione implica necessariamente una frattura, il distacco forzato da qualcuno (familiari, amici) e da qualcosa (la casa, il quartiere, il luogo di lavoro). Ma non solo: migrare significa implicitamente di più. Significa abbandonare tutti gli involucri che ci hanno protetto sino a quel momento: il ventre materno, il parco del quartiere dove giocavamo da bambini, la famiglia, il gruppo di amici, i tanti luoghi di socializzazione (il bar, la piazzetta, la strada del passeggio, il circolo); lasciare tutto per dirigersi altrove, in luoghi lontani dalle immagini consuete, dagli odori e dai suoni familiari, da tutte quelle sensazioni che si è imparato a conoscere e che costituiscono i solchi e i primi tracciati della storia personale, l'impalcatura grazie alla quale il codice di funzionamento psichico ha preso gradualmente forma, sino ad arrivare a compiersi e a stabilizzarsi. Il risultato è quello di trovarsi a metà strada tra due culture, quella di provenienza e la nuova che ci accoglie. E' inevitabile vivere sulla pelle le molte contraddizioni che ne derivano; le conseguenze possono essere la voglia di rifiutare in toto la nuova cultura o, viceversa, il tentativo di integrarsi pienamente, tra la paura di essere rifiutati a causa della propria diversità e la tentazione di rifiutare le proprie origini. In modo aristotelico, la soluzione più funzionale e adeguata sarà quella di riuscire a trapiantare le proprie radici dalla realtà di origine alla nuova senza rinunciare a se stessi, alla propria identità, aprendosi agli innesti provenienti dal nuovo humus ambientale, relazionale e culturale.
Grazia Biorci (2009) afferma che: “Tra le variabili che più spesso si riscontrano nei colloqui terapeutici introduttivi, vi sono le situazioni di difficoltà di percezione di se stessi dentro di sé e in relazione al mondo esterno. Il disagio che ne deriva sono momenti di scollamento in cui l’individuo si sente spaesato e rischia di sviluppare delle tecniche o delle modalità di sopportazione o superamento del disagio che possono sfociare in comportamenti usualmente reputati devianti o violenti. Molto spesso le lunghe separazioni, ma anche i ricongiungimenti, sono fonte di grandi tensioni nelle persone immigrate. Questi eventi, infatti, impongono un periodo difficile nel quale si devono riconoscere gli altri, parenti anche strettissimi, si deve tentare la ricostruzione del contatto e della relazione fra persone che, pur legate da parentela o da grande affetto, hanno percorso, tuttavia, una parte del cammino da soli e distanti dal proprio ambiente nativo” (p. 214).
Una situazione nuova e inusuale crea spesso incertezza e smarrimento e richiede un tempo di adattamento più o meno prolungato a seconda della personalità di chi la affronta e dei luoghi nei quali prende forma. Così il migrante che arriva in terra straniera, quando entra in contatto con la società che lo ospita, sperimenta frequentemente un fastidioso senso di disagio di fronte all’ignoto. È ricorrente che avverta un sentimento di estrema solitudine, in quanto lontano da familiari e amici, sradicato dalle sue tradizioni e proiettato in un mondo a lui estraneo. Privato della propria identità culturale e invischiato in una realtà che spesso fatica a comprendere e dalla quale spesso non è compreso, facilmente si trova a sperimentare l'indifferenza, quando non l'intolleranza e l'ostilità, del nuovo ambiente.
Winnicott (1971) considera l’eredità culturale come un’estensione dello «spazio potenziale» tra l’individuo e il suo ambiente. L’uso di tale spazio è subordinato alla formazione di uno spazio fra due: tra l’Io e il Non-Io, tra il Dentro (gruppo di appartenenza) e il Fuori (gruppo ricevente), tra il Passato e il Futuro. L’emigrazione ha quindi bisogno di uno spazio potenziale che gli serva da luogo di transizione e da tempo di transizione, tra il “paese - oggetto materno” e il nuovo mondo esterno. Se la creazione di un spazio siffatto non avviene, si determina una rottura nel rapporto di continuità tra l’ambiente circostante e il Sé. L’«oggetto transazionale» viene vissuto come qualcosa che non è creato e controllato soggettivamene e neppure separato e trovato, ma che in qualche modo si trova nel mezzo. La frattura che si genera può essere paragonata all'assenza prolungata dell’oggetto desiderato dal bambino, che facilmente conduce alla perdita delle capacità di simbolizzazione e al bisogno di ricorrere a difese più primitive. La madre crea quello che Winnicott definisce l’ambiente di holding: uno spazio fisico e psichico in cui il bambino è protetto senza sapere di esserlo, in modo che proprio questa dimenticanza costituisca la base dalla quale potrà partire spontaneamente per le esperienze successive (p. 153). Parimenti l'emigrante, con la perdita dei personali oggetti rassicuranti, subisce forzosamente una diminuzione delle proprie capacità creative; il loro recupero dipenderà dalla possibilità di elaborare lo stato di deprivazione e dalla personale capacità di superarlo.
Ancora prima di giungere nel paese straniero, in realtà, alcuni elementi possono almeno in parte definire il carattere e l’esito del progetto migratorio: le ragioni della partenza, la motivazione al viaggio, la concezione della migrazione, la cultura d’origine. L’impatto con una società distante dall'Eldorado prefigurato prima della partenza e che invece il più delle volte è inaccogliente e inospitale, distrugge le attese e le speranze del migrante; questi facilmente potrà sperimentare un profondo senso di disagio psicologico, espresso attraverso un malessere che non di rado arriverà a somatizzare (talvolta arrivando persino a sviluppare un vero e proprio disturbo mentale) e che spesso lo condurrà alla fuga dal nuovo ambiente - percepito come ostile - e al ritorno in patria, da sconfitto.
L’impatto con la nuova cultura dunque abbisogna necessariamente di un dato tempo di assestamento e di riflessione, che consenta al nuovo arrivato di conoscere il nuovo contesto e di adattarvisi. Anche se l’emigrazione è sicuramente una delle circostanze della vita che più espongono la persona a forme di disorganizzazione psichica, laddove l’individuo possieda sufficienti capacità di elaborazione cognitiva riuscirà a superare la crisi e potrà persino assumerla quale occasione di “rinascita”: l'uomo vecchio si immerge interamente nel fonte battesimale per riemergerne come un uomo nuovo, in una sorta di "ri-creazione".
Diversi autori considerano la migrazione come un grande rischio: da una parte, in ragione della condizione economica e sociale in cui si collocano gli individui e i gruppi migranti; dall’altra, per il fatto di minare l’integrità identitaria del soggetto, attraverso uno shock culturale tale da produrre dei disturbi psichici. L’assistenza psicologica a queste persone è certamente un’impresa difficile e necessita, per l'accennata complessità delle problematiche compresenti, di formazioni multiple. La stessa relazione clinica non si presenta come un semplice contatto tra due singoli, ma racchiude un ponte tra due mondi, ognuno dei quali riproduce le proprie conoscenze, le personali credenze e le singole attese.
Anche se la comprensione dell’esperienza psicologica dei migranti non necessita di una psicologia ad hoc, essa non può che fondarsi su conoscenze che rinviano allo sviluppo dell’essere umano e che mettono in evidenza le diverse variabili in gioco: il ruolo delle interazioni con l’ambiente familiare, il carattere strutturante delle interazioni sociali, i legami tra il funzionamento affettivo, cognitivo e sociale, le dinamiche dei rapporti interpersonali e intergruppo, i meccanismi della costruzione del sé e dell’identità, il ruolo delle inserzioni sociali, ecc.
Blasi (1982) sottolinea come la responsabilità morale sia il frutto dell’integrazione della moralità nell’identità o nel senso di sé di una persona. Il bisogno di identità si sviluppa nel corso degli anni e si esprime con forza nel braccio di ferro che l'adolescente intraprende con i genitori relativamente al suo modo di comportarsi. Secondo David Haug (2007), biologo evoluzionista presso l'Università di Harvard, la lotta generazionale ha inizio già nel grembo materno. Durante la gravidanza infatti si svolge il prototipo di tutti i conflitti futuri: la lotta inconscia tra la madre e il feto per l'accaparramento delle sostanze nutritive. Il feto non si comporta passivamente nella pancia della madre, in attesa di essere nutrito: la placenta infatti genera dei vasi sanguigni che vanno letteralmente ad invadere i tessuti materni, per estrarne le sostanze nutritive necessarie al suo mantenimento e sviluppo. A sua volta la madre, in virtù delle leggi della selezione naturale, cerca di ostacolare tale invasione, volendo conservarsi sana per la prole futura. Si verifica insomma una sorte di tiro alla fune: solo se la bandierina resterà al centro, muovendosi solo impercettibilmente in un campo o nell'altro, saranno evitati esiti funesti per l'uno o per l'altro dei due contendenti. Se il feto tira troppo dalla sua parte certamente se ne avvantaggerà, ma correrà anche il serio rischio di restare orfano di madre; viceversa, se la madre si opporrà in modo troppo deciso alle richieste del feto, rischierà di generare un figlio debole e poco vitale.
Detto per inciso, probabilmente varrebbe la pena di diffondere la conoscenza di questa recente scoperta fra i tanti antagonisti dei quotidiani conflitti tra popoli, società, religioni, razze, culture, classi sociali ed economiche, nonché tra i singoli individui, perché siano consapevoli del fatto che solo quando la bandierina del tiro alla fune resta al centro tra i campi dei diversi contendenti tutti ne trarranno vantaggio: solo in questo modo la pace potrà veramente regnare sulla terra.
Nucci (2001, 2002) sottolinea che il bisogno psicologico di avere una sfera personale, la conseguente formazione dell’ambito personale e le rivendicazioni individuali della libertà sono necessarie perché la persona contribuisca come individuo al processo (sia interpersonale che interiore) che conduce alla reciprocità morale, al rispetto vicendevole e alla cooperazione. Se dall’ambito personale non scaturissero le rivendicazioni alla libertà non esisterebbe, secondo Nucci, alcun concetto morale dei diritti. E' invece proprio il discorso morale che trasforma le rivendicazioni individuali alla libertà in obblighi morali condivisi: senza tale reciprocità infatti, come evidenziato da Piaget (1932), le rivendicazioni personali alla libertà possono dare origine a tendenze narcisistiche o allo sfruttamento degli altri; è questo il caso di quei soggetti che non passano da una moralità autonoma ad una eteronoma, rimanendo fissati ad una fase egocentrica. Ne consegue che la moralità e la libertà personale non solo non sono contrapposti, ma costituiscono aspetti interdipendenti dello sviluppo umano. E’ proprio lo sviluppo, storicamente contestualizzato, delle rivendicazioni individuali della libertà – che riflette i bisogni psicologici fondamentali e astorici – che stimola il discorso morale e allo stesso tempo fornisce l’impulso per una possibile critica dello status quo. In questa prospettiva, lo sviluppo morale deve essere considerato contemporaneamente universale e plurale, individuale e sociale. Esso riconosce che, se da un lato le conoscenze morali individuali rispecchiano caratteristiche intrinseche e ineluttabili dell’interazione umana e dei bisogni psicologici individuali, dall’altro la moralità dei diritti umani sarà, nelle sue forme più mature e fondate sui principi, sempre il prodotto di un impegno collettivo (Nucci, 2002, pp. 93-94).
Uscire dall’Io per andare verso l’altro rappresenta una grande modalità di prevenzione di tanti disturbi di tipo psicologico e organico. Manca ancora però, purtroppo, la progettazione di una “strategia di prevenzione generalizzata” che, secondo la relazione dell’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia (2009), permetterebbe di andare oltre il mero intervento informativo o sanitario rivolto ai portatori di un comportamento deviante già acquisito, arrivando al cuore del problema: l’intervento sulle cause sociali del fenomeno stesso.
La condotta collaborativa diviene il presupposto necessario, oltre che per migliorare il benessere personale, anche per costruire un civismo sociale allargato, che consenta quel "riarmo morale e civico" di cui si parla da tempo anche in ambito politico. “Educare alla socialità”: si tratta di entrare in un'ottica educativa fondata sulla reciprocità e sulla dialettica, sulla cooperazione e sulla reciproca intesa. Esemplificativa di quest'ottica è una fiaba rabbinica che narra di uno dei giusti il quale, dopo la morte, arrivò nell'altro mondo. Dapprima un angelo lo condusse in una sala da pranzo: intorno ad un tavolo sedevano parecchie persone, smagrite al punto tale che se ne potevano contare le costole: erano sul punto di morire di fame, eppure il tavolo era imbandito con prelibate vivande. Ognuno di loro aveva un cucchiaio lungo tre metri, con il quale era impossibile portare il cibo alla propria bocca, potendo invece solo imboccare il vicino che sedeva di fronte a sé: eppure i commensali preferivano non farlo e soffrire piuttosto la fame. Quindi il giusto fu condotto in un'altra sala: vi era un tavolo identico, imbandito con le medesime vivande; intorno sedevano numerose persone con gli stessi lunghi cucchiai, ma erano grassi e pasciuti, felici e gaudenti. Il giusto vide che ciascuno imboccava il vicino di fronte. "Questo - gli disse l'angelo - è il paradiso, mentre dov'eri prima, beh ... quello era l'inferno".
La norma della responsabilità sociale prescrive di assistere coloro che hanno bisogno di aiuto, o sono in una condizione di dipendenza fisica o morale (come i figli nei confronti dei genitori). "Il fine ultimo di questo modello prosociale non è ... di creare dei "buoni samaritani" o degli eroi, quanto di aiutare i bambini (e gli individui in genere) ad intraprendere e mantenere interazioni positive con gli altri in maniera continuativa ... L’obiettivo principale è promuovere un orientamento di cooperazione sociale in cui sia data uguale importanza sia ai bisogni altrui che a quelli propri". (Yzaguirre).
L’immigrato richiama categorie d’inclusione ed esclusione sociale quali quelle di “cittadino” e di “straniero” (interno alla società come partecipante allo sviluppo economico, ma esterno in quanto non cittadino). Essere dentro significa sentirsi appartenente al gruppo nel quale ci si rispecchia, poiché ci si sente accettati ed amati. L’appartenenza si trasforma così in difesa dal nemico comune: ci si unisce nell’idealizzazione di un “ente” comunemente riconosciuto come superiore, al quale offrire la propria dipendenza condivisa (in questo caso la Patria, la religione, le associazioni e così via.). Il dentro, quindi, è concepibile solo se si configura un fuori, inteso come estraneità simbolizzata, come “nemico”. Tutto ciò che è fuori è concepito come diverso, come altro da sé, come forestiero, come minaccia. Verso “l’altro” si vive un duplice atteggiamento che va dall’attrazione, dal desiderio di esplorazione e di conoscenza, alla rabbia distruttiva, all'invidia, alla sfida. Tale ambivalenza è presente tanto a livello sociologico che a livello culturale e psicologico. Dalle testimonianze emerge come – anche quando la partenza dal proprio Paese è una libera scelta – siano presenti, al contempo, sentimenti di paura e di colpevolezza per aver abbandonato la propria patria, la propria famiglia. La migrazione si manifesta quindi come elemento critico - generativo tanto di una serie di potenziali vantaggi (come l’accesso a una nuova opportunità di vita, di speranza e di orizzonti), quanto di un insieme di difficoltà e di tensioni.
Alessandra Diodati (2013), responsabile degli aspetti solidali della Croce Rossa Italiana e del progetto Praesidium a Lampedusa (dove è allestito un servizio di supporto psicologico ai superstiti dei drammatici naufragi), afferma che "Sopravvivere a volte è la questione più difficile, per persone che stanno vivendo uno stato che passa dall'incredulità alla sensazione di colpa per avercela fatta e non essere riusciti a salvare gli altri, con l'ulteriore difficoltà di non riuscire ad esprimersi in una lingua che non si conosce ... Di certo il processo per superare questi eventi e' sempre molto lungo",
Concludiamo ricordando la Costituzione della Repubblica Italiana, che all’art. 3 comma 1 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; e la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre del 1948, costituita da trenta articoli che esprimono l’evoluzione del pensiero etico nella civiltà umana. Nel preambolo - comma 3 – leggiamo: "E' indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione.". L’articolo 1, comma 1, afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Nell’articolo 2, comma 1, si precisa che “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”. Infine l’articolo 29 al comma 1 recita che “Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità”.
BIBLIOGRAFIA
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Bobbio N., Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984;

Chakravorty Spivack G., Milevska S. e Barlow T.E., Conversations with Gayatri Chakravorty Spivak, Calcutta, Seagull Books, 2006;
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Diodati A., intervista su intervento con immigrati, Lampedusa, Adnkronos, 4.10.2013;
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Nucci L.P. , Education in the moral domain, Cambridge, Cambridge University Press, 2001.
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Piaget J., The Moral Judgment of the Child, New York: The Free Press, 1932;
Winnicott, Gioco e Realtà, Roma, Armando editore, 1971.
Yzaguirre J.A. “Manuale Prosociale” - Manoscritto non pubblicato, California Prosocial Institute.pdf

 

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