Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences


La Comunità Papa Giovanni XXIII opera nel mondo carcerario sin dai primi anni ’90.
In Italia oggi:
290 detenuti ed ex detenuti comuni seguono un percorso educativo personalizzato
40 carceri sono visitate ogni settimana dai nostri operatori, per offrire sostegno morale e religioso ai detenuti, in particolare quelli che espiano pene lunghe.

Solo l’8% di coloro che portano a termine il programma di recupero dell’Associazione torna a delinquere a fronte di una media nazionale del 70%.


Le nostre esperienze-pilota di alternativa al carcere

La Casa “Madre del Perdono” e la Casa “Madre della riconciliazione” : l’uomo non è il suo errore

Il progetto nasce nel 2004, per offrire ai detenuti (per noi ‘recuperandi’) un percorso educativo in una dimensione di casa e di famiglia. Nella casa si offre una formazione umana e una formazione valoriale-religiosa. Attraverso la valorizzazione del merito viene valutato il cammino di ogni recuperando nel comportamento e nello svolgimento delle mansioni assegnate. Si organizzano corsi di professionalizzazione e formazione al lavoro sia all’interno che all’esterno della struttura, in particolare presso il laboratorio “La Pietra Scartata”, dove, a fianco di ragazzi disabili, si trasformano e producono prodotti provenienti da agricoltura biologica. In particolare adiacente alla casa madre della riconciliazione,  c’è la coop. Agricola “Cieli e terra nuova” ove sono attivi corsi di professionalizzazione al lavoro in laboratori specifici: gestione della stalla con circa 120 capi di bestiame, caseificio per produzione di formaggio fresco, macelleria, colture biologiche.

Il territorio è coinvolto nel progetto educativo attraverso la presenza di numerosi volontari, appositamente formati, che instaurano relazioni di amicizia e dialogo in un rapporto individuale con i singoli detenuti e organizzano per loro attività educative e ricreative.
Dalla sua apertura sono stati accolti nella casa 490 detenuti: oggi vi scontano la pena
circa 40 recuperandi. Nella sola provincia di Rimini, nella rete della comunità sono accolte
65 persone.


Il Pungiglione – Villaggio dell’accoglienza: dalla dinamite al miele, dalla preparazione della guerra ad un laboratorio di pace

In Lunigiana, in Provincia di Massa Carrara, nei locali abbandonati di un ex dinamitificio di fine ‘800 è nata la cooperativa “il Pungiglione”. La scommessa da cui si è partiti era quella di fare dell'apicoltura un mezzo di reinserimento sociale, una terapia e un lavoro per le persone in difficoltà, in particolare per i detenuti già accolti presso le case famiglia della zona. Oggi qui si producono mieli di castagno e di acacia con riconoscimento DOP (Denominazione di origine protetta). Oltre alla mieleria e alla cereria per la lavorazione del miele e dei prodotti derivati, ci sono anche una falegnameria, un ostello e una bottega che offre prodotti biologici a filiera corta. Il villaggio nel suo insieme costituisce una solida rete di relazioni umane entro le quali si sviluppa il percorso educativo per i recuperandi, con particolare attenzione alla formazione al lavoro. Sono stati accolti nel Villaggio circa 350 detenuti, di cui 70  stranieri.  

Da circa 2 anni  abbiamo aperto un CEC in Puglia, presso Copertino ed un altra bella realtà a Piasco in provincia di Cuneo.

Il carcere ha una recidiva del 75 %. Significa che ogni giorno escono dalle carceri Italiane 900 detenuti di cui 600 tornano a delinquere. Il 60 % della popolazione carceraria è fatta di recidivi. E’ una guerra silenziosa, ma reale. La polizia penitenziaria, i direttori delle carceri, educatori, sono degli eroi, ma il sistema è fallimentare !
Per questo sistema spendiamo per ogni detenuto 200 € al giorno.

Allora che fare ?
Diceva lo psicologo Andreoli: il carcere è una costosa inutilità! Sì, perché le persone in questo sistema invece di elaborare la colpa continua a sentirsi vittima.
Diceva don Oreste: dobbiamo passare dalla certezza della pena alla certezza del recupero, perché un uomo recuperato non è più pericoloso.

La metodologia su cui si basano entrambe le esperienze è ispirata al metodo APAC (Associazione per la Protezione e Assistenza ai condannati) nato in Brasile negli anni ‘70. Alcuni membri del servizio carcere della Comunità Papa Giovanni XXIII nell’anno 2008 hanno visitato il carcere di Itauna nello stato del Minas Gerais gestito con il metodo APAC. L’ONU riconosce l’APAC come il miglior metodo educativo al mondo. La conferenza episcopale Brasiliana dichiara che laddove c’è l’APAC, questa sostituisce tutta la pastorale carceraria. Il metodo funziona senza la presenza di guardie e con un forte coinvolgimento del territorio. Nello stato del Minas Gerais  lo stato dismette le carceri tradizionali e ha costruito 80 carceri a metodo APAC con un risparmio nella gestione del 65%. Nel mondo ci sono 180 APAC. Tale esperienza ha stimolato la ricerca e lo studio di un metodo educativo alternativo al carcere da realizzare in Italia: il CEC.


CEC Comunità Educante con i Carcerati

Comunità fatta di carcerati, ma anche di volontari: insieme ci si aiuta, si lavora, si cercano soluzioni nuove per affrontare i problemi che si incontrano nel cammino di recupero.
Educante per scoprire le potenzialità di ognuno valorizzandole.
Con i Carcerati, e non per i carcerati, perché il carcerato è solo apparentemente il diretto interessato; tutta la comunità locale, attraverso i volontari, si educa alla solidarietà e ai valori di una nuova umanità.

Come funziona?

Si tratta di un percorso progressivo suddiviso in 3 fasi:

Prima fase
Il recuperando conosce la proposta nel dettaglio e firma un “contratto” in cui esprime la sua adesione al progetto educativo. In questa fase l’attività principale è costituita dal lavoro-terapia, da momenti formativi e da momenti di riflessione per approfondire i valori rispettosi dei diritti e della legalità. Si riducono al minimo i contatti con l’esterno per favorire un tempo di riflessione, in cui si rafforza la scelta verso il cambiamento.

Seconda fase
Il lavoro non è più solo creativo-terapeutico ma diventa professionalizzante, attraverso l’attivazione di piccoli laboratori per imparare un mestiere con la possibilità di svolgere tirocini formativi in cooperative e aziende esterne. Aumenta il tempo dedicato alle visite dei famigliari. In questa fase può cominciare il percorso di avvicinamento alle vittime del reato e si progetta un possibile risarcimento.

Terza fase
È il momento della prova: il recuperando viene inserito a tutti gli effetti nel mondo del lavoro, mantiene i contatti con i famigliari più autonomamente e si riducono i momenti formativi ed educativi. La notte rientra presso i presidi. A discrezione del giudice, come già avviene, la parte finale della pena può essere svolta nelle case-famiglia o in altre realtà di accoglienza dell’Associazione.

La durata di ogni singola fase dipenderà dalla tipologia di reato e dalla persona.
Il buon coinvolgimento del recuperando nel percorso garantisce, in base alle norme vigenti, la riduzione della pena e l’avanzamento delle fasi. In caso di comportamenti contrari al rispetto delle regole è prevista una retrocessione delle fasi e in casi gravi un rientro coatto in carcere.

Cosa serve per farlo funzionare?

Forte coinvolgimento della società civile locale attraverso volontari formati e motivati
Si chiede ai cittadini di partecipare gratuitamente al progetto. I volontari sono veri apostoli di carità proprio grazie alla gratuità del loro servizio. Il rapporto volontari-detenuti è di uno a uno. I volontari sono formati con corsi specifici che svolgono separatamente e/o insieme ai recuperandi. Sono previsti anche figure professionali (psicologi, psichiatri) che possono collaborare con operatori e volontari.

Recuperando aiuta recuperando (auto mutuo aiuto)
I recuperandi sono direttamente coinvolti a vario grado anche nell’aspetto educativo. Ciò permette loro di sentirsi protagonisti e di schierarsi sempre più nella via del bene e della legalità. Alcuni compiti sono affidati esclusivamente a loro con la supervisione degli operatori responsabili. Partecipano a corsi di approfondimento tematici insieme ai volontari.

Coinvolgimento della famiglia d’origine del recuperando
La dove è possibile la pacificazione con le famiglie è essenziale, soprattutto nella fase di rientro.

Ergo terapia
La professionalizzazione e l’orientamento al lavoro sono elementi importanti per costruire il proprio futuro. L’impegno nelle attività ergoterapiche misura anche il grado di pentimento del soggetto, pertanto ha un valore educativo e risarcitorio nei confronti delle vittime e della società. Spesso per la realizzazione di queste attività sono coinvolti centri in cui sono inserite persone disabili.

Formazione umana e spirituale
Si manifesta attraverso i corsi di alfabetizzazione per i recuperandi stranieri, i corsi di informatica, di canto, l’ascolto di testimonianze positive di vita e, soprattutto, attraverso incontri quotidiani individuali e di gruppo. Infine attraverso il metodo della valorizzazione del merito in cui il cammino di ogni recuperando viene giudicato, in maniera partecipata da tutti (recuperandi, volontari, operatori), attraverso una tabella con votazioni sul comportamento e sullo svolgimento delle mansioni assegnate. Un altro strumento importante è il resoconto scritto fatto quotidianamente da ogni recuperando, uno spazio personale di riflessione da condividere poi con il gruppo.  
La formazione valoriale-religiosa offre l’occasione di mettere in crisi i principi che orientano alla vita delinquenziale per sostituirli con principi più sani.
Questa attività avviene attraverso il confronto con la parola di Dio. La Parola di Dio suscita il confronto sui valori che orientano la vita. Spesso la parola di Dio mette in discussione falsi valori.
Per chi crede sono previsti momenti specifici di culto e di supporto spirituale.
La dimensione spirituale, proposta con fede e determinazione non è selettiva poiché è svolta soprattutto con l’esempio di operatori e volontari. Sono previsti settimanalmente “Catechismi dialogati” ed una eucaristia comunitaria.
“Non sono venuto per i sani, ma per i malati, non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori”. Le leggi a favore di questi detenuti non vengono fatte anche perché manca una cultura che riconosca nella via del perdono la vera giustizia. Il cittadino medio, influenzato da una informazione distorta, malsana e complice del male, preferisce una giustizia vendicativa e non educativa. Davanti la casa madre del perdono c’è questa scritta che richiama un messaggio di Giovanni Paolo II: Non c’è sicurezza senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

E’ attiva una scuola di perdono attraverso seminari specifici. Infatti le persone che commettono crimini, prima di essere persone che compiono violenza sono persone che l’hanno subita. Tali corsi sul perdono frequentati dalla cittadinanza hanno un grosso valore culturale . “Un modo nobile di amare i nemici è amare i carcerati” dice il vescovo di Rimini F. Lambiasi. Attraverso la condivisione con i detenuti si scoprono le contraddizioni presenti nella nostra società. Il germe del male cresce nelle ferite del cuore dell’uomo. Condividendo con loro si guarisce l’intera società che è infettata dal virus del male

E’ il tempo di passare da una giustizia vendicativa ad una giustizia educativa. Il progetto CEC non solo permette un grossissimo risparmio economico, ma segna l’inizio di un nuovo modo di trattare con l’uomo che sbaglia e traccia le linee di una nuova umanità.
Lo studio di volontariato e partecipazione dichiara che se ci fosse una retta di 30/40€ al giorno per detenuto, da domani avremmo 10.000 posti presso comunità con un risparmio di 258 milioni di euro all’anno, 577.000 € al giorno. Chi ci guadagna a lasciare le cose così come sono ?

Il 24 febbraio 2016 siamo andati dal Papa e abbiamo consegnato nelle sue mani il formaggio del perdono, raccontandogli quello che facciamo. Questo incontro è stato preceduto da una lettera che gli abbiamo scritto. Ci ha sussurrato queste parole : Ricordati non c’è santo senza passato, non c’è peccatore senza futuro!
Ecco: noi crediamo che il futuro possa essere scritto insieme anche ai detenuti.
La stessa chiesa, anche grazie alle leggi sulle pene alternative è sempre più chiamata non solo a condividere con i carcerati la loro sofferenza in carcere, ma a suscitare e promuovere la speranza attraverso opere di giustizia e di perdono esterne al carcere.


Don Oreste a proposito della Misericordia ci diceva : La vendetta è l’opposto della Misericordia e l’opposto della misericordia è l’indifferenza. Quanta indifferenza uccide la speranza. Diceva Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma dell’indifferenza dei buoni.”

 

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