Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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L’assemblea generale dell’ONU, con la risoluzione n.67/216, ha promosso l’iniziativa Habitat III on Housing and Sustainable Urban Development, con l’obiettivo di rinnovare l’impegno politico dei Paesi membri sui temi dello sviluppo urbano sostenibile, in particolare nella lotta alla povertà e l’accesso all’abitazione, e di approvare e attuare una Nuova Agenda Urbana, costruita a partire dall’Agenda Habitat, adottata a Istanbul a conclusione della conferenza Habitat II nel 1996.

 

Un-Habitat, l’agenzia dell’ONU preposta agli insediamenti umani, ha pertanto convocato a Quito in Ecuador dal 17 al 21 ottobre 2016 la conferenza internazionale Habitat III. L’iniziativa coinvolge non soltanto gli Stati membri, ma anche gli enti locali, le organizzazioni multilaterali, i privati e la società civile. I paesi partecipanti sono stati invitati a presentare a Quito un Rapporto Nazionale sullo stato delle politiche urbane nazionali.


Nel novembre 2015, pertanto, il Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme al Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica, ha assunto il coordinamento di un gruppo di lavoro incaricato di redigere il Rapporto Nazionale. Vi hanno partecipato tra gli altri, oltre ai Ministeri interessati, i rappresentanti degli Enti Locali (ANCI e Conferenza delle Regioni), l’Istituto Nazionale di Urbanistica, l’ISTAT e l’associazione Urban@it. Il Rapporto è stato reso pubblico alla fine del mese di giugno 2016, è suddiviso in 7 parti e consta di 42 sotto-sezioni che affrontano nel dettaglio le diverse tematiche; ciascuna parte si conclude con un paragrafo dedicato alle attività svolte a livello istituzionale in questi venti anni (1996-2016), alle criticità riscontrate e alle proposte da inserire nella Nuova Agenda Urbana; fa eccezione la settima e ultima parte che riporta gli indicatori individuati da UN-Habitat per l’analisi quantitativa. Conclude il rapporto una appendice sulla cooperazione italiana.


Nel seguito abbiamo cercato di offrire una sintesi ragionata dell’intero rapporto, mettendo in evidenza i temi di maggiore rilevanza e le proposte che l’Italia porterà a Quito. Il documento completo è disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’indirizzo: http://www.governo.it/


La I parte del Rapporto accoglie elementi demografici significativi per la Nuova Agenda Urbana: i temi trattati riguardano la popolazione residente e il sistema abitativo, lo stato delle aree agricole, i giovani, gli anziani e la parità di genere.


La popolazione italiana è rimasta sostanzialmente stabile tra il 1978 e il 2001 (56 milioni di abitanti), mentre dal 2001 ad oggi i residenti sono arrivati a 60 milioni; circa 5 milioni sono gli stranieri (8,3% della popolazione totale); il saldo naturale è negativo dal 1993, attualmente la popolazione è in aumento grazie al contributo degli stranieri immigrati; si tratta per la maggior parte di cittadini residenti nel centro-nord dove hanno maggiori opportunità di lavoro: 2,3 milioni sono occupati (pari al 10,3% del totale degli occupati). Il sistema abitativo italiano non è flessibile, perché solo il 18% della popolazione vive in affitto. A fronte però di 24,6 milioni di famiglie censite, gli alloggi occupati sono solo 24,1 milioni: il dato evidenzia quindi una carenza abitativa di 470mila alloggi, cui le famiglie suppliscono con forme di coabitazione o con “strutture improprie”. Il modello urbano italiano, detto di “città diffusa”, vede la popolazione distribuita su oltre 60.000 località, con circa il 42% che risiede in comuni con meno di 15.000 abitanti.


Negli ultimi dieci anni, la superficie agricola utilizzata è diminuita del 12% e le aziende agricole del 14%. La tutela delle attività e delle aree agricole è pertanto divenuta oggi una priorità, anche indirizzata dalla Carta Rurale Europea, dalle Agende 21 locali e dalla carta di Aalborg. Diverse sono le iniziative che si stanno via diffondendo, dalle reti ecologiche, agli orti urbani, alle infrastrutture verdi. Dal 2015 si sta finalmente cominciando a registrare un aumento degli occupati nel settore agricolo.


I giovani (15-34 anni) che non studiano e non lavorano (NEET) sono circa 3,4 milioni. I ragazzi sotto i 14 anni dipendono per gli spostamenti dagli adulti, con sempre minori occasioni di vita all’aria aperta e di uso degli spazi pubblici. Diverse le iniziative intraprese negli ultimi anni: dalla promozione di stili di vita salutari per combattere l’obesità e il sovrappeso, ad interventi per favorire l’incontro e l’aggregazione, in particolare per giovani a rischio di devianza. È in forte calo l’immatricolazione nelle università (-19% tra il 2008 e il 2015) ed è alta la dispersione delle carriere degli studenti che non completano i corsi di laurea. Preoccupa inoltre il crescente numero dei laureati che lasciano l’Italia (13.000 nel solo 2014, su un totale di 101.297 espatri, di cui il 35,8% tra i giovani).


Continua a crescere la popolazione anziana: l’Italia è al secondo posto in Europa per speranza di vita (82 anni nel 2014). L’indice di dipendenza (rapporto tra gli ultra 65enni e la popolazione in età attiva 15-64 anni) è oggi pari al 30,0% ma si stima che arriverà al 59,7% nei prossimi cinquanta anni. Il 18,5% degli anziani è non autosufficiente, le famiglie con un anziano non autosufficiente sono l’11% del totale e solo un quinto riceve assistenza pubblica. Le famiglie si trovano quindi a dover mettere in campo risorse proprie, con ripercussioni sulla presenza femminile nel mercato del lavoro. Eppure l’Italia è il Paese europeo con la spesa più alta per gli anziani; tale spesa però non viene utilizzata nell’offerta di servizi specifici, ma viene assorbita in gran parte dal sistema pensionistico e dalle indennità. Solo in alcune città del nord (Torino e Bologna in particolare) sono stati sperimentati modelli abitativi innovativi multigenerazionali.


La parità di genere è stabilita dalla Costituzione, eppure l’indice europeo sull’uguaglianza di genere pone l’Italia agli ultimi posti. Persiste il divario retributivo e la pratica delle dimissioni in bianco. Diverse le iniziative intraprese, tra cui il bilancio di genere introdotto da alcune amministrazioni locali e il piano nazionale contro la violenza di genere approvato nel 2010.


Tra le criticità messe in evidenza nel Rapporto vengono individuate quali sfide urgenti: l’accoglienza nelle città, il contrasto all’emarginazione e all’esclusione, le difficoltà delle famiglie di una sola persona tuttora in aumento, la crisi del sistema educativo, l’inquinamento e la congestione del traffico urbano, il disagio abitativo. Il miglioramento della qualità della vita richiede un approccio integrato capace di tenere insieme obiettivi sociali, economici e ambientali, con una offerta di servizi che includa interessi pubblici e privati, individuali e collettivi.


Quali dunque gli obiettivi da inserire nella Nuova Agenda Urbana?
Vengono individuati come prioritari: il coinvolgimento dei cittadini nell’azione pubblica, gli investimenti nelle reti infrastrutturali della mobilità, la messa in sicurezza dei territori, la riduzioni dei consumi energetici, il sostegno ad attività di ricerca e sviluppo per nuove tecnologie. Viene inoltre sottolineata l’importanza dello studio dei contesti e dei soggetti fragili, per azioni di contrasto alla segregazione sociale e spaziale, alla marginalità e all’esclusione, il rafforzamento delle relazioni sociali e interpersonali e il superamento dei CIE e di ogni altra tipologia di ghetti di poveri e migranti.


La II parte del Rapporto si concentra sulla pianificazione urbana e territoriale: i temi trattati riguardano la pianificazione per lo sviluppo urbano sostenibile, l’edilizia, l’uso degli spazi peri-urbani, la mobilità, il decentramento e la partecipazione.


A partire dall’Agenda 21 adottata a Rio de Janeiro nel 1992, l’Italia ha introdotto nel 2000 il Coordinamento italiano delle Agende 21 locali per condividere le buone pratiche. Sono stati intrapresi diversi programmi, quali ad esempio gli URBAN I e II, e introdotte norme e procedure per la valutazione ambientale dei programmi stessi.


La crisi economica ha portato alla contrazione del mercato dell’edilizia: negli ultimi dieci anni (2005-2014) gli occupati nel settore sono diminuiti del 25% e i permessi per costruire sono calati del 70%. Tuttavia, la trasformazione dei suoli da usi agricoli ad antropici è ancora di circa 60 ettari al giorno. Il consumo di suolo è passato dal 2,7% negli anni cinquanta al 7% del 2014 (di questo, il 41% per infrastrutture stradali e il 30% per nuovi edifici). Nel decennio 2001-2011 il numero di abitazioni è aumentato, ma solo il 77% risulta occupato. Inoltre, la domanda abitativa della nuova popolazione richiederebbe abitazioni di tipo sociale e non di edilizia privata. È necessario identificare forme di riuso e rigenerazione del patrimonio edilizio esistente e individuare forme di tassazione urbanistica che disincentivino l’urbanizzazione dei suoli liberi.


Tra il 1971 e il 2010 la superficie disponibile per usi agricoli in Italia è diminuita del 28% passando da 18 milioni di ettari a quasi 13 milioni (41% della superficie totale del Paese). Oltre all’esigenza di limitare il consumo di suolo c’è quella di soddisfare i bisogni alimentari urbani e l’incentivazione di forme di economia circolare. In 10 città capoluogo esistono parchi agricoli urbani; si sta inoltre diffondendo la pratica degli orti urbani nelle città (oggi presenti nell’ 81% delle città del nord, nel 65% delle città del centro, poco diffuse nel sud) e la filosofia del consumo “a chilometro zero”, che privilegia produzioni locali (entro i 70km) con vendita diretta da parte dei produttori.


La domanda di mobilità è in crescita, anche a causa dalla dispersione sul territorio delle attività produttive e delle residenze. Con il decreto 422/1977 lo Stato aveva trasferito a Regioni ed enti locali le competenze per il trasporto pubblico, puntando sulla concorrenza e la privatizzazione dei servizi: sono oggi più di 1000 le aziende pubbliche e private in Italia che svolgono servizio di trasporto pubblico urbano ed extraurbano. Di recente sono stati introdotti i Piani Urbani di Mobilità Sostenibile per le 14 Città Metropolitane e i Comuni con oltre 100.000 abitanti, puntando ad una migliore pianificazione e logistica, alla riduzione degli impatti ambientali, all’introduzione di sistemi per la mobilità condivisa.


A partire dagli anni 90 con il primo programma URBAN, fino agli ultimi piani urbani per la mobilità, si sono create reti e sinergie tra i diversi territori e tra gli attori coinvolti. In questo senso i programmi URBACT di Cooperazione Territoriale Europea (è attualmente operativo il terzo programma URBACT 2014-2020), che promuovono lo sviluppo urbano sostenibile, sono un’ulteriore occasione per ampliare la rete di esperienze e le possibilità di apprendimento di buone pratiche. Rilevanti anche le esperienze di sharing economy e l’utilizzo delle aree peri-urbane per attività economiche di filiera corta. Tra le sfide future, da porre all’attenzione della Nuova Agenda Urbana, vengono individuate tra le altre: la mancanza di personale qualificato nei territori, la scarsa pianificazione delle attività che si traduce in danni talvolta irreversibili ai territori, lo scarso coinvolgimento dei cittadini e le difficoltà di condividere le informazioni. Molteplici le proposte da inserire nella Nuova Agenda Urbana, secondo il Rapporto: da strumenti per la pianificazione del territorio, alla legge sul contenimento del consumo di suolo, alla definizione di una strategia nazionale per la rigenerazione urbana, alla definizione di indicatori della qualità urbana per consentirne il monitoraggio e la comunicazione, all’accrescimento delle competenze degli amministratori e dei tecnici, al finanziamento di infrastrutture, alla mobilità sostenibile, etc.


La III parte del Rapporto si occupa in maniera specifica di questioni ambientali, in particolare su: gestione dei cambiamenti climatici, il rischio di disastri naturali, traffico urbano, inquinamento atmosferico.
Nel giugno 2015 è stata approvata la Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e, in linea con gli accordi di Parigi, verrà istituito un Osservatorio Nazionale composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali. Si sta inoltre dando attuazione al Sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Nel 2013 è stata approvata la Strategia Energetica Nazionale. Le città di Roma e Milano fanno parte della rete C40, città per i cambiamenti climatici.


Per quanto riguarda la riduzione del rischio da disastri naturali, sono stati aggiornati i Piani per l’assetto idrogeologico degli anni ‘90, cui sono stati affiancati nuovi piani di gestione delle acque e piani di gestione del rischio di alluvioni. Nuovi fondi sono stati dedicati al contrasto del rischio idrogeologico. Più in generale la nuova strategia nazionale per la riduzione del rischio da catastrofi prevede un maggior coinvolgimento delle autorità locali in tutte le fasi di pianificazione e gestione degli interventi, e strumenti finanziari adeguati.


Sul versante della riduzione del traffico urbano, è stato introdotto nel 1998 il Mobility Management, in anni più recenti sono stati finanziati diversi interventi in più di 100 comuni per l’incentivazione della mobilità a basso impatto ambientale e l’introduzione di soluzioni di mobilità condivisa (car sharing, car pooling, etc).


Le azioni di contrasto all’inquinamento atmosferico prevedono una integrazione tra le misure nazionali e quelle locali. Nel 2013 è stato stipulato un accordo per il risanamento della qualità dell’aria nel bacino padano; più recentemente nel 2015 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Ambiente, la Conferenza delle Regioni e l’ANCI per individuare misure omogenee per la tutela della qualità dell’aria e la riduzione delle emissioni di gas climalteranti.
Un’analisi degli ultimi vent’anni evidenzia come una mancata pianificazione abbia portato all’accrescimento del dissesto idrogeologico, con alluvioni, erosione costiera e dei suoli, fenomeni di desertificazione, incendi boschivi; la riduzione delle aree verdi e la prevalenza di aree asfaltate ha inoltre aumentato i danni alluvionali e esposto le aree urbane a rischi maggiori per la salute. Per misurare le azioni intraprese per la mobilità sostenibile è stato sviluppato un sistema di monitoraggio degli interventi finanziati in collaborazione con l’ANCI. Nel 2016 è stato costituito un Comitato Nazionale per il Capitale Naturale allo scopo di valutare i piani e i progetti in base al valore ambientale.

La IV parte del Rapporto tratta delle normative di sostegno in quest’area, in particolare affronta i temi della legislazione sulle tematiche urbanistiche, la decentralizzazione e il sostegno alle autorità locali, la partecipazione dei cittadini e il rispetto dei diritti umani nelle politiche di sviluppo urbano, la sicurezza e la salvaguardia nelle aree urbane, inclusione sociale ed equità.


Il Rapporto evidenzia le criticità in quest’area, in particolare la frammentarietà e l’eccessiva articolazione delle competenze amministrative e le difficoltà nell’utilizzare e gestire i fondi Strutturali e di Investimento Europei. Sul fronte della partecipazione si evidenzia il diffondersi di iniziative da parte di associazioni e di gruppi organizzati di cittadini e professionisti che operano per il “benessere urbano”, spesso in maniera conflittuale con le amministrazioni.

La V parte del Rapporto affronta le questioni economiche, in particolare: come migliorare l’autonomia finanziaria degli enti locali, come facilitare l’accesso al credito per la domanda abitativa dei cittadini, come supportare lo sviluppo economico locale, come attuare interventi a sostegno dell’occupazione e garantire mezzi di sussistenza adeguati e infine come integrare l’economia urbana nelle politiche nazionali per lo sviluppo.


La crisi iniziata nel 2008 ha portato alla perdita del 10% del PIL e di oltre un milione di posti di lavoro, accentuando le disparità nelle diverse aree del Paese. Tra le proposte da inserire nella Nuova Agenda Urbana sono da evidenziare: la messa in campo di risorse e azioni per promuovere innovazione e supporto alle attività produttive e servizi, secondo gli obiettivi degli SDGs (8); valorizzare le risorse culturali del Paese e promuovere la condivisione di conoscenze innovative attraverso migliori rapporti con e tra Università e centri di ricerca; potenziare il Piano casa e favorire l’adozione di strumenti quali i Social Investments Package per la cura, l’educazione dell’infanzia e l’inclusione sociale; favorire i rapporti tra amministrazioni e imprese; sviluppare processi per l’integrazione dei lavoratori migranti.


La VI parte del Rapporto si focalizza sulle problematiche dell’abitabilità e dei servizi urbani, in particolare sui temi relativi a: superamento e prevenzione di grave disagio abitativo e accesso all’alloggio, accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari, accesso all’energia domestica “pulita”, accesso a mezzi di trasporto sostenibili.


Per quanto riguarda le politiche dell’abitare il Rapporto evidenzia l’esaurirsi delle risorse dello Stato per gli interventi di edilizia residenziale pubblica (già ridotti da 90.000 alloggi nel 1984 a soli 12.000 nel 2005, di cui solo 1900 interamente finanziati). Risulta cruciale pertanto operare per la riqualificazione del patrimonio pubblico. Tra le priorità da inserire nella Nuova Agenda Urbana figura quindi al primo posto la questione abitativa, soprattutto per le persone con i redditi più bassi, con interventi volti a riqualificare parti di città e a favorire l’inclusione sociale e l’integrazione dei cittadini stranieri, garantendo una omogeneità delle politiche nei diversi territori del Paese; sono inoltre all’attenzione: l’adeguamento dei servizi di gestione dei rifiuti e i servizi idrici, l’incremento del trasporto pubblico locale, la mobilità urbana sostenibile, lo sviluppo della logistica e la pianificazione del trasporto delle merci.

 

Nella VII parte il Rapporto fornisce dati quantitativi sulla base degli indicatori definiti da Un-Habitat; è sembrato utile riportare questi dati, al fine di fornire ulteriori elementi di riflessione.

 

 

    • Grave disagio abitativo nelle aree urbane: pur in assenza di vere e proprie baraccopoli, i dati rivelano purtroppo una crescita del disagio abitativo (nel 2006, 2013 e 2014 si è passati rispettivamente dal 8,7% al 9,7% e 10,4% di cittadini, nelle aree densamente popolate, e dal 7,2%, al 8,4% e 8,7% in quelle a densità intermedia). A questi dati va inoltre aggiunto il fenomeno delle persone senza fissa dimora, che nelle 7 città più grandi del paese riguardava nel 2014 lo 0,28% della popolazione residente (in totale circa 50.000 persone su 18 milioni).

 

    • Accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari: nel 2011 (ultimo dato disponibile) il 97,7% dei cittadini residenti nelle città metropolitane e il 98,1% nei capoluoghi di provincia aveva accesso all’acqua potabile; per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari: il 99,6% dei residenti nelle 14 città metropolitane (TO, GE, MI, VE, BO, FI, RM, NA, BA, RC, ME, PA, CT, CA).

 

    • Accesso ai servizi di smaltimento dei rifiuti: già dal 1996 il servizio di raccolta e smaltimento riguarda la totalità (100%) della popolazione italiana; per quanto riguarda la raccolta differenziata si è passati dal valore medio del 21,3% (2006) al 35,3% (2013) nelle città metropolitane, a fronte di valori medi nazionali rispettivamente di 25,8 e 42,3%. .

 

    • Accesso a energia domestica pulita: in base alla Direttiva europea 2009/28/CE, l’Italia dovrà coprire entro il 2020 almeno il 17% dei consumi di energia mediante fonti rinnovabili. Per quanto riguarda il consumo di energia elettrica i dati mostrano l’incremento della percentuale di energia da fonti rinnovabili che è passata dal 14,5% (2006) al 33,7% (2013), al 37,3% (2014).

 

    • Accesso ai trasporti pubblici: già dal 2006 il 99,9% della popolazione italiana ha accesso a servizi di trasporto pubblico, anche se l’offerta è molto differenziata sul territorio; i posti-km per abitante nelle città del nord e del centro sono più del doppio che a sud, addirittura la sola città di Milano presenta un valore di quasi due volte e mezzo la media nazionale (11000 posti-km/abitante nel 2013 rispetto al valore nazionale di 4482).

 

    • Grado di decentramento per lo sviluppo urbano, misurato sulla base di tre sotto-indicatori (politiche, risorse governative allocate, risorse locali): nessun indicatore è presente in relazione alle politiche; la quota di risorse finanziarie che lo Stato trasferisce agli enti locali è stata nel 2006 circa il 23% della spesa complessiva (il 19,4% alle Regioni e il 4,3% agli enti locali) mentre nel 2016 è rimasta stabile la quota destinata alle Regioni mentre si è ridotta al 2,9% la quota per gli enti locali; per quanto riguarda invece la quota di spese delle amministrazioni locali, si nota un aumento dal 35,6% (Regioni) e 32,9% (enti locali) nel 2006 al 46% e 49,3% rispettivamente nel 2013.

 

    • Non sono disponibili dati sull’implementazione di politiche per lo sviluppo locale e il lavoro, né di politiche per la sicurezza e la salvaguardia, da parte delle amministrazioni locali.

 

    • Per quanto riguarda i piani e progetti per la sostenibilità e la resilienza delle città, in grado di rispondere alla crescita urbana, è stato costruito un indicatore specifico per misurare il livello di pianificazione e di progettazione partecipata: l’analisi compiuta su 16 città metropolitane (alle 14 sono state aggiunte Ragusa e Siracusa) mostra una notevole disparità (alcune città quali Bologna, Roma e Venezia sono molto avanti, mentre in altre tale processo è appena agli inizi).

 

  • Contributo delle aree urbane al PIL: non essendo disponibili dati disaggregati è stato utilizzato il valore aggiunto prodotto nelle 14 città metropolitane, che è passato dal 39,7% (2006) al 40,5% (2013).

Conclude il documento un capitolo sullo stato della cooperazione internazionale italiana in ambito urbano.
Dalla lettura del Rapporto emerge con rudezza tutta la complessità e la criticità della situazione del nostro Paese. Molti i dati forniti, anche se spesso di difficile interpretazione perché disomogenei, sia nei contenuti che nei periodi temporali analizzati. Rimane in sottofondo, rilevata ma non affrontata esplicitamente, la disparità tra le diverse aree del Paese, in particolare tra le Regioni più avanzate e quelle meno sviluppate. Parlando di città metropolitane, avrebbero forse meritato maggiori approfondimenti le buone pratiche presenti nelle diverse città, mettendo ad esempio in evidenza azioni innovative sviluppate nelle città del Sud che si trovano a vivere in contesti maggiormente critici, piuttosto che evidenziare le solite eccellenze di Torino, Milano o Bologna.


Il Rapporto fa trasparire in diverse parti lo sforzo politico e comunicativo di presentare il nostro Paese all’altezza delle sfide con cui si sta confrontando in questi anni, con una enfasi sugli strumenti normativi e sui programmi che sono stati definiti o attuati (anche in assenza di esiti definiti o misurabili). D’altra parte l’analisi delle criticità, le lezioni apprese e le proposte individuate per l’inserimento nella Nuova Agenda Urbana di Habitat III mostrano un approfondito livello di consapevolezza delle problematiche tuttora aperte e degli scenari per una possibile loro risoluzione, cui tuttavia non sembrano corrispondere nella pratica quotidiana le dichiarazioni e le azioni di molte Amministrazioni locali.

Condividiamo pertanto quanto scrive il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Claudio De Vincenti, nella presentazione del documento: “Problemi e opportunità possono essere ricondotti a tre dimensioni principali: la prima pone al centro le tematiche dello sviluppo economico sostenibile e della qualità ambientale, la seconda è legata all’organizzazione dei servizi urbani e di quelli a vantaggio dell’area vasta; la terza riguarda sfide e pdfdifficoltà sociali che interessano categorie di cittadini, specifici quartieri e particolari aree urbane. Spetta alla politica ed alle classi dirigenti individuare una modalità attraverso cui ridurre le aree di disagio ed assicurare la sostenibilità della crescita degli insediamenti umani, sia che essi si realizzino in piccole comunità rurali, ovvero in realtà urbane piccole, medie e metropolitane […] L’auspicio è che, oltre l’appuntamento di Quito, il confronto possa proseguire attraverso la mobilitazione delle comunità e la partecipazione di tutti i livelli istituzionali e culturali per rilanciare in sede nazionale la centralità delle politiche urbane. E questo, in ogni caso, è il nostro impegno.”

 

 

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