Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

Lo scontro tra partiti e fazioni si esprime in una fenomenologia molto ampia e rappresenta una costante in ogni epoca storica. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento la conflittualità politica è stata oggetto di pdf

riflessione sotto il profilo filosofico, sociologico e di comunicazione. Oggi, le strategie identitarie da parte delle formazioni politiche e le logiche dei mass media si combinano in un sistema che sembra alimentare, piuttosto che ridurre, le spinte aggressive. Conservazione della memoria storica, ridefinizione del profilo etico del politico e rigenerazione del linguaggio come possibili interventi di contenimento.

L’avvento dei regimi totalitari, che ha segnato la storia d’Europa nella prima parte del ventesimo secolo, e l’esperienza quindi della propaganda, delle persecuzioni e della guerra, hanno mostrato quanto potente e tragica possa essere la combinazione fra comportamento aggressivo e azione politica. Per compensazione, la rinascita democratica che ha caratterizzato la storia e la cultura del continente nella seconda metà del secolo ha promosso un’idea della politica come attività “disciplinata”, esercizio della rappresentanza, arte della conciliazione.
Al di là dell’istanza etica - legittima e più che mai giustificata all’indomani della seconda guerra mondiale - questa visione rassicurante rischia di marginalizzare una questione che appare invece ancora centrale e attualissima, quella che ci interroga sull’essenza della politica, e su come la contrapposizione anche violenta tra fazioni possa essere considerata non già una stortura ma un aspetto naturale, se non addirittura costitutivo, dell’agire politico.
È un tema questo che nella cultura europea emerge in modo particolare nel corso dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, ma che in realtà non è possibile ascrivere ad un periodo storico concluso, e che torna d’attualità ogni volta che la politica si manifesta come scontro sociale, e che l’azione dei partiti appare oltremodo aggressiva.
Nel suo scritto del 1927 dal titolo “Il concetto di politico”1, il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt definiva la politica come la forma di contrapposizione più dura, in quanto basata sulla distinzione radicale tra “amici” e “nemici”. All’origine di questa teoria c’è la concezione dell’uomo come essere per sua natura portato a prevaricare il prossimo per affermare le proprie istanze, e quindi propenso a costituire sodalizi con le persone a lui affini, contro le componenti sociali portatrici d’interessi diversi. La conflittualità – secondo Schmitt - è insita nella società al punto che lo scontro tra fazioni è da considerare un fenomeno fisiologico, e la guerra civile un fatto tipico delle società “politicizzate”. Al cospetto di una radicale ostilità tra le parti – sostiene il giurista – non serve che lo Stato agisca come arbitro garante del pluralismo, ma occorre che intervenga in modo perentorio, valutando cosa sia più conveniente per il mantenimento dell’ordine costituito.
In situazione di crisi, in sostanza, lo Stato sceglie quale delle parti in conflitto debba prevalere e quale debba invece soccombere, attuando quel processo “decisionista” che può avere esso stesso dei connotati di prevaricazione ma che costituisce, dello Stato medesimo, la prerogativa più alta.

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L’adesione al nazismo da parte di Schmitt nel 1933, e il suo coinvolgimento con il regime in qualità di presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti, rappresenterà per il filosofo tedesco una sorta di tributo al governo di Hitler per aver saputo assumere quella funzione appunto decisionista capace di riscattare il Paese dalle debolezze della Repubblica di Weimar. La confluenza del pensiero di Schmitt nell’esperienza del nazismo ha in parte ridimensionato il valore teoretico dei suoi scritti, che tuttavia contengono elementi ancora oggi interessanti per una lettura articolata dei fenomeni politici. Il filone all’interno del quale si colloca l’opera di Schmitt è in effetti quello irrazionalista, che trae origine dal pensiero di Schopenhauer, di Kierkegaard e di Heidegger2, con l’esaltazione della volontà soggettiva come elemento che qualifica l’agire umano, e la visione della storia come espressione della progettualità individuale, elementi questi che proiettano lo stesso Schmitt verso un’idea di “politica esistenziale”3.

È in questo contesto che l’agire politico viene percepito non già come frutto di un processo ponderato e oggettivo, ma come prodotto dello “spirito del tempo”, espressione di un’inquietudine, di una tensione, di una lettura parziale della realtà e soprattutto di quella concezione delle relazioni sociali come rapporti di forza che erano già emerse nelle analisi di Carlo Marx, John Stuart Mill, Georges Sorel, Georg Simmel ed altri teorici del conflitto. L’Ottocento è in effetti l’epoca che vede lo sviluppo dei movimenti sindacali, dei partiti politici, del socialismo, dei movimenti nazionalisti e dei fenomeni di massa legati all’ambiente metropolitano; un’epoca nella quale si perviene ad una teorizzazione del conflitto come elemento necessario per innescare dinamiche sociali evolutive. Rispetto alle teorie funzionaliste, che nelle tensioni sociali vedono la patologia di un sistema che per sua natura tenderebbe a ricercare un equilibrio armonico, le teorie del conflitto pongono lo scontro come cardine delle dinamiche sociali.
Il sistema economico e il sistema di produzione sono elementi strutturali della conflittualità - così come descritto nella teoria marxista - ma anche il sistema sociale e culturale, con i suoi assetti gerarchici e i suoi valori, è animato da contrapposizioni e scontri che sono tuttavia necessari – anche nella visione di un liberale come Stuart Mill – al mutamento e quindi al progresso sociale. Anche in epoca successiva, nella teoria di Ralf Darendhorf, la conflittualità politica verrà descritta come la conseguenza della tensione che è costantemente presente nella società e che rende ogni sistema potenzialmente esplosivo, così da richiedere un’azione coercitiva da parte di quei soggetti che sono in condizione di attuarla. Il controllo delle spinte aggressive sarebbe, anche in questo caso, frutto di un atto di forza e non di una naturale propensione del sistema a ricercare condizioni di equilibrio. In effetti, l’attenuazione del conflitto di classe e del conflitto politico avviene solo nel momento in cui le fazioni prendono coscienza dell’impossibilità di eliminare gli avversari, e ripiegano verso forme di negoziazione e regole di coesistenza4.

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Sul pensiero politico ottocentesco una notevole influenza aveva avuto il corposo trattato “Della guerra” scritto nel 1832 da Karl Von Clausewitz, ufficiale prussiano divenuto teorico della strategia bellica e analista dei meccanismi che legano l’attività politica con quella militare. La guerra sarebbe – secondo Clausewitz – non soltanto un atto politico ma un vero strumento della politica, una sua prosecuzione naturale sia pure “con altri mezzi”5. Nel descrivere i presupposti che sono all’origine dell’azione militare Clausewitz indica:


“…un ‘triedro’ composto; 1. della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto; 2. del giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima; 3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione”6.

La guerra scaturisce dunque – nella visione dello stratega prussiano - dalla combinazione di una componente istintiva e irrazionale, che egli attribuisce al popolo in modo specifico, con una componente di carattere contingente, legata alle qualità dell’esercito e della gerarchia militare, e con una razionalità che compete precisamente al governo, chiamato a convogliare verso un fine politico il potenziale di ostilità presente nel Paese.
Il fatto che la politica e la guerra possano essere messe in relazione funzionale così stretta rafforza l’idea del conflitto politico come contrapposizione estrema, una prospettiva che si sviluppa con sostanziale continuità anche nella visione marxista, se è vero che proprio Friedrich Engels e Lenin saranno grandi estimatori dell’opera di Von Clausewitz, e che una delle più note statuizioni contenute ne “Il Capitale” è quella che definisce la violenza come “la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova”7
Nel periodo a cavallo tra i due secoli, che vede il coinvolgimento nelle questioni sociali di strati sempre più ampi della popolazione, l’aggressività politica assume una rilevanza molto grande, ma anche una forte connotazione espressiva. La conflittualità si manifesta non soltanto nei programmi, nelle strategie, nelle azioni ostili, ma si esprime anche come rappresentazione, come linguaggio, come sviluppo di un sistema simbolico e di un’estetica che sono strettamente funzionali alle necessità del gruppo politico. La creazione di utopie e miti politici, la costruzione dell’identità, la codificazione di rituali che rafforzano il senso d’appartenenza sono tutti elementi che marcano in modo visibile e suggestivo la differenza tra formazioni antagoniste, alimentando e strutturando l’originaria inimicizia.
Nel mondo industrializzato, dove il tessuto sociale si presenta disomogeneo, dove i partiti politici risultano più numerosi, e dove le stesse classi sociali appaiono articolate al proprio interno in sottogruppi con caratteristiche proprie, l’identificazione politica è frutto di un processo laborioso nel quale l’aggressività appare come un elemento necessario. Saranno gli studi sull’”identità sociale”, iniziati a partire dagli anni ’70 del XX secolo da Henri Tajfel e John Turner, a descrivere in modo più preciso i meccanismi che all’interno dei gruppi sociali sviluppano il senso di appartenenza, e a dimostrare quanto violenta possa essere la dinamica tra l’“ingroup” (la formazione della quale si fa parte) e l’“outgroup” (la formazione antagonista); ma già agli inizi del secolo era evidente come la costruzione dell’identità politica richiedesse rappresentazioni vistose e una particolare estetica basata su gesti emblematici e clamorosi.
Sono gli atti di forza - come le “radiose giornate” dei nazionalisti italiani che precedono lo scoppio della prima guerra mondiale, gli scioperi e le occupazioni da parte degli operai e dei braccianti nel “biennio rosso”, la forma di propaganda arrembante dei rivoluzionari russi “agitprop”, gli atti di squadrismo degli Arditi e delle Camicie Nere, dall’assalto alla redazione dell’Avanti alla marcia su Roma, ma anche i toni da guerra santa dei “crociati” del Partito Popolare di Sturzo e le numerose altre forme di manifesta ostilità tra le parti – ad avere la funzione di aggregare i gruppi sociali, di semplificare il quadro politico, e infine di legittimare i partiti; senza con questo dimenticare l’aggressività e la violenza espressa dagli stessi governi e dalle istituzioni, con regimi polizieschi e campagne reazionarie nei confronti di formazioni politiche ritenute destabilizzanti e pericolose.
Anche nella storia più recente l’aggressività si presenta spesso come un elemento strutturale dell’agire politico e un’efficace leva di comunicazione, come emerge ad esempio nell’atteggiamento psicologico e nello stile propagandistico che ha caratterizzato i partiti comunisti negli anni compresi tra il 1968 e la metà degli anni Settanta.
Per l’area della sinistra rivoluzionaria, e in parte anche per vasti settori del PCI, la questione dell’impiego della violenza nei conflitti politici non era certo un tabù. Al contrario, agli occhi dei militanti di sinistra, sia la lettura marxista della storia come espressione della “lotta di classe”, che alcune esperienze storiche come la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 o la resistenza partigiana del 1943-45, sembravano dimostrare che l’uso della violenza – a diversi livelli, dagli scontri di piazza alla guerra di guerriglia – poteva essere determinante per far avanzare processi di emancipazione sociale, o per combattere il potere di regimi autoritari8.
Ai giorni nostri, le ronde leghiste nelle province del Nord, l’assalto a piazza San Marco dei Serenissimi, la costruzione del “tanko” (il mezzo corazzato artigianale realizzato da attivisti della Liga veneta per alzare la tensione intorno alle rivendicazioni nordiste), ma anche l’assalto simbolico al tribunale di Milano da parte di esponenti di Forza Italia, o le minacce del movimento Cinque Stelle di “rivoltare” il Parlamento mettendo a soqquadro uffici ed archivi, così come le risse nell’Aula di Montecitorio e gli infiniti altri casi nei quali la conflittualità si esprime, oltre che in termini concettuali e programmatici, come scontro fisico, hanno l’effetto non già di deprimere ma di corroborare l’azione politica.
Persino il terrorismo, che ha rappresentato – sia pure con differenti caratterizzazioni, dalle Brigate Rosse e dai gruppi neofascisti in Italia alla banda Baader Meinhof in Germania, dall’esercito rivoluzionario irlandese IRA ai separatisti baschi dell’ETA fino all’OLP e alle altre formazioni estremiste palestinesi - la forma più degenerata di attacco politico, viene oggi studiato come la fase strategica di un progetto, che spesso mira ad imporre una tematica all’attenzione dell’opinione pubblica costringendo le istituzioni ad elaborare soluzioni che tengano conto dell’istanza violentemente rivendicata.
Nel percorso politico di un leader come Yasser Arafat - che dall’essere attivista dei gruppi estremisti palestinesi è passato ad accreditarsi come interlocutore nelle trattative diplomatiche sulla questione israelo-palestinese fino ad essere gratificato di un premio Nobel per la Pace – c’è forse tutto il paradosso, e la spietata logica, di una simbiosi tra politica e violenza, dove la violenza è l’elemento che imprime un’accelerazione ai processi politici e che costringe il sistema a riscrivere la propria agenda e a definire nuove priorità. È proprio il terrorismo – almeno in alcune sue configurazioni – a confermare nel modo più esasperato la stretta correlazione tra guerra e politica. Il già citato paradigma di Von Clausewitz, secondo il quale la guerra altro non è se non la continuazione della politica con altri mezzi, potrebbe essere drammaticamente riformulato in questi termini: la politica altro non è se non la prosecuzione della guerra, con altri mezzi.
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Negli anni più recenti, anche in presenza di una stabilizzazione dei processi democratici e di una progettualità ambiziosa come quella europeista che mira a superare i nazionalismi e a collocare le formazioni delle più diverse ispirazioni ideologiche in una cornice valoriale comune, l’aggressività risulta ancora un elemento molto presente. Nella società della comunicazione, caratterizzata da una mediatizzazione della politica, lo stesso sistema dell’informazione svolge una funzione ambivalente: per un verso esercita una sorta di controllo sociale, stigmatizzando quei comportamenti politici che appaiono prevaricatori ed eversivi; per altro verso applica quelle logiche di semplificazione dei contenuti e di stereotipizzazione dei soggetti politici che di fatto premiano le strategie più aggressive, ivi comprese quelle che puntano ad eliminare le personalità politiche antagoniste screditandole sul piano personale.
“Negli Stati Uniti, già da tempo, buona parte degli investimenti finanziari perla realizzazione delle campagne elettorali è riservata a comunicazioni negative. L’apparente successo riscontrato da queste campagne basate sul discredito dell’avversario ha più di recente motivato altri Paesi a investire su questo tipo di comunicazione, e anche in Italia le campagne politiche sembrano sempre più rivolte ad attaccare e a squalificare gli avversari piuttosto che a sostenere positivamente le candidature”9.
La stessa analisi linguistica della comunicazione politica – che considera il linguaggio come elemento principe della rappresentazione – evidenzia la carica di aggressività presente a livello verbale, con l’adozione di un lessico (accerchiamento politico, mobilitazione, reclutamento, siluramento, pattuglia parlamentare, battaglia parlamentare, stato maggiore del partito, schieramento, scontro frontale, siluramento, manovra, ultimatum, ecc.) direttamente mutuato da quello militare10.
L’aggressività si manifesta dunque nell’attività politica in molti modi, dando luogo ad una fenomenologia che può essere indagata sotto vari punti di vista. La prospettiva filosofica e antropologica, che ha preso corpo nel corso dell’Ottocento e nel primo Novecento, vede l’aggressività come elemento insito nell’uomo e nella società, e vede le dinamiche tra soggetti politici in termini di rapporti di forza. L’approccio psico-sociologico, che matura negli anni Settanta con le teorie sull’identità sociale, offre una lettura dell’attività politica come espressione di appartenenza ad un gruppo, che si struttura nella contrapposizione rispetto ai gruppi estranei, e si alimenta proprio con la condotta aggressiva.
Sotto il profilo comunicazionale, e quindi in relazione ai costrutti simbolici che identificano il gruppo politico (come le grafiche, i rituali, il linguaggio) l’aggressività rappresenta un elemento dinamico, conforme alle logiche del newsmaking e redditizio sul piano giornalistico. La “notiziabilità” di un fatto politico, vale a dire la sua predisposizione ad essere trattato in sede giornalistica, dipende dalla dose di conflittualità che il fatto presenta, perché sono proprio la contrapposizione e l’atto ostile gli elementi che non soltanto interrompono il corso ordinario delle cose creando interesse, ma che chiariscono il quadro politico operando quella riduzione della complessità che, nel bene e nel male, è l’essenza stessa del procedimento giornalistico.

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In questo scenario è difficile pensare che le spinte aggressive in politica possano essere corrette, e che anche sul piano semantico la politica possa essere connotata come area della conciliazione piuttosto che come area della contrapposizione e dello scontro. Si dovrebbero tuttavia esplorare e comprendere meglio quegli elementi che possono agire come fattori di contenimento. La memoria storica di cosa l’aggressività politica può causare costituisce un primo presidio, tanto più necessario se si considera lo scadimento culturale che si riscontra in larga parte del mondo politico, e in vasti settori dell’elettorato, e che può portare ad una sottovalutazione delle conseguenze di taluni “atti politici”. Un secondo elemento che può contrastare la deriva faziosa riguarda il profilo etico del politico, che tende a porsi come esponente esclusivamente “di parte” e che interpreta il mandato unicamente in relazione al proprio elettorato – con licenza quindi di attuare una condotta aggressiva nei confronti delle controparti politiche - laddove la natura pubblica della sua attività esigerebbe invece una responsabilità nei confronti dell’intera collettività e delle istituzioni.
Un elemento importante, in una prospettiva di contenimento dell’aggressività politica, è infine la rigenerazione del linguaggio. Nella sua descrizione delle forme di linguaggio politico, Murray Edelman indica, fra le altre, due tipologie in pdfparticolare, quella del linguaggio “esortativo” e quella del linguaggio “giuridico”: quello esortativo sarebbe dinamico e arrembante, adatto al reclutamento, alla sfida elettorale, alla costruzione sommaria dell’identità politica; mentre quello giuridico sarebbe riflessivo e misurato, adatto per la stesura dei testi legislativi che sono necessariamente frutto di mediazione e che sembrano esprimere, almeno formalmente, una coralità di intenti11.
Se il compito principe del politico è legiferare e amministrare, il linguaggio giuridico dovrebbe essere parte del suo bagaglio, da utilizzare non soltanto “dietro le quinte”, vale a dire nei progetti di legge e nelle fasi di negoziazione politica, ma anche nei contesti pubblici dove è più facile scivolare verso il conflitto e dove, frequentemente, lo scontro prende forma.


NOTE

1. Schmitt C., Il concetto di politico, in, Le categorie del”Politico”, Il Mulino, Bologna 1998. Ivi è però riportata la rielaborazione del 1932 dello scritto cui ci riferiamo.

2. Martin Heidegger ha avuto per certo influenza sul pensiero di Carl Schmitt, che si sviluppa parallelamente a quello del grande filosofo, la cui opera “Essere e tempo” viene pubblicata in quello stesso anno 1927 in cui Schmitt dà alle stampe il proprio saggio su “Il concetto di politico”.

3. Cfr. Galli C., Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978), http://storicamente.org/, p.9.

4. Cfr Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., voce Conflitto, in Il Dizionario di Politica, Ed. UTET, Torino 2004, pp.159-160.

5. Cfr. Von Clausewitz K., Della Guerra, Ed. Mondadori, Milano 2004, p.38.

6. Ibidem, p.40

7. Marx, C., Il Capitale, Libro I, a cura di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1980, p.814.

8. Gambetta W., I muri del lungo ’68, Ed. Derive/Approdi, Roma 2014, p.149.

9. Catellani P., Sensales G. (a cura di), Psicologia della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011, p.98.

10. Cfr. Beccaria G.L., Parole della politica, in Jacobelli J. (a cura di), La comunicazione politica in Italia, Laterza, Roma-Bari 1989, pp.23-28.

11. Cfr. Mazzoleni G., La comunicazione politica, Ed. Il Mulino, Bologna 2004, pp.115-119.

 

 

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